Addio a Gary Rossington, i Lynyrd Skynyrd perdono l’ultimo fondatore

Il musicista nato a Jacksonville (Florida) nel 1951, era lo storico chitarrista di una delle più leggendarie e maledette band del rock sudista. Soffriva da tempo di problemi cardiaci ed era stato operato d’urgenza al cuore nel 2021. Si è spento all’età di 71 anni.

Non avrà scelto gli scacchi come Antonius Block nel Settimo sigillo. Forse se la sarà giocata a colpi di mazza da baseball o avrà improvvisato una gara tra whisky e pallottole. Sta di fatto che, per 71 anni, Gary Rossington ha sfidato la morte ed è riuscito fino a domenica a rimandare l’appuntamento con il destino. Il chitarrista, nato a Jacksonville (Florida) nel 1951, era infatti l’ultimo fondatore superstite (in senso letterale) di una delle più leggendarie e maledette band del rock sudista: i Lynyrd Skynyrd (pronuncia ‘Lĕh’ nérd ‘Skin’ nérd, in «onore» del professore di ginnastica Leonard Skinner, che non amava i capelli lunghi e il loro stile hippie).

Nell’Olimpo southern hanno un posto fisso nella trinità, accanto agli Allman Brothers e alla Marshall Tucker band. Sono quelli, per intenderci, dell’immortale Sweet home Alabama, di Simple man e Free bird: una rodatissima macchina da palco nata nell’America profonda nel 1964, tra bandiere confederate e orgoglio sudista, ancora on the road dopo 59 anni di attività. «The last of the street survivors farewell tour» (la traduzione in questo caso non serve) prevede infatti di terminare la sua lunga corsa il prossimo luglio.

«Gary ora è con i suoi fratelli Skynyrd e la sua famiglia in Paradiso e sta suonando bene, come fa sempre», hanno scritto i suoi compagni di viaggio sui social, dando una notizia che purtroppo le sue condizioni di salute avevano reso annunciata.

Se nel capolavoro di Ingrid Bergman, il tristo mietitore dice al cavaliere medievale «è già da molto che ti cammino a fianco», Rossington della morte ha sempre sentito l’odore («The smell of death’s around you», cantano i Lynyrd fin dagli anni Settanta). A 20 anni perde la madre, Berniece, che darà il nome alla sua chitarra (una Les Paul Standard del 1959). Nel 1976 è Gary a rischiare la vita in un incidente d’auto, mentre l’anno dopo (il 20 ottobre) l’aereo privato su cui viaggia con i suoi compari, tra una data e l’altra, finisce il carburante e si schianta in una palude del Mississippi. Per il cantante Ronnie Van Zant, i fratelli Steve (chitarrista) e Cassie Gaines (corista), oltre che per i tecnici, non c’è speranza. Rossington e pochi altri, tra cui un altro gran virtuoso delle sei corde, Allen Collins (che di Free bird è padre), invece ne escono con le ossa rotte, sfiorando l’amputazione di qualche arto. Sembra la fine dell’avventura, ma nel 1987 i sopravvissuti imbracciano nuovamente le chitarre e ripartono, con il fratello di Ronnie, Johnny Van Zant, nel ruolo di cantante.

La strada continua, ma è piena di buche. Nel 1990 Collins se ne va in condizioni disperate, provato dalla droga, dall’alcol e da una paralisi. Nel 2009 un infarto si porta via il pianista Billy Powell, a maggio dello stesso anno il bassista Donald «Ean» Evans si deve arrendere al cancro (dopo aver sostituito l’altro fondatore, Leon Wilkeson, trovato morto in una camera d’albergo nel 2001). Mentre Gary inizia una lunga serie di infarti e interventi al cuore, senza smettere di macinare chilometri (notevole l’album del 2016, «Take It On Faith», con la moglie Dale Krantz-Rossington, la «first lady del southern rock»).

Il segreto della longevità? «Continuiamo a scrivere canzoni per la gente comune e per la classe operaia», spiega Johnny ai giornalisti, che lo guardano come uno zombie, «La globalizzazione non ci ha mai sfiorato». Le simpatie per i repubblicani non sono un mistero, ma i loro testi sono a prova di cancel culture (mentre la rebel flag è scomparsa dal sito). Il manifesto dell’altra faccia della ribellione rock americana – quella dei cowboy moderni, che a Dio, patria e famiglia preferiscono Dio, sbronze e pistole («God and guns» è del 2009) – resta Simple man: «Sii un uomo semplice… dimentica la brama d’oro dell’uomo ricco. Tutto ciò di cui hai bisogno è nella tua anima». L’infinita cavalcata elettrica Free bird è invece il rito che chiude i concerti, anche ai giorni nostri («Se me ne andassi domani ti ricorderesti di me? Adesso sono libero come un uccello, questo uccello che non puoi cambiare, il Signore sa che non posso cambiare»). Su YouTube si trova una versione live, che oggi compie esattamente 46 anni, al Coliseum Stadium di Oakland. Ronnie, Gaines e Allen (questi due a completare il tridente delle chitarre elettriche) sono ai loro posti. Powell è seduto dietro a un pianoforte a coda bianco, sotto un’enorme bandiera sudista. Qualche nota dell’introduzione e il pubblico di una Woodstock in salsa country perde la testa. Mentre Gary, basette spesse e capelli al vento, imita il canto di un uccello, scivolando sulla sua Gibson Sg «diavoletto». È un’istantanea fuori dal tempo, un soffio prima della tragedia. Lo spirito, nonostante le ferite, era rimasto quello anche nell’ultimo passaggio in Italia: un concerto inondato dalla pioggia al Castello sforzesco di Vigevano, davanti a una folla di bikers e di appassionati highlander. Ora che Rossington è davvero libero come un uccello, la storia è veramente finita. O forse no.

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