Si aggrava il bilancio dell’alluvione che ha devastato ampie zone del Nepal e del limitrofo Tibet, quest’ultimo, come noto, parte della Cina.
Il bilancio delle vittime e i dispersi italiani
A ieri pomeriggio le autorità nepalesi diramavano un conteggio di 389 morti accertati, i cui corpi sono stati recuperati sul loro versante, mentre sul versante cinese sono stati trovati finora tre altri cadaveri.
Le provincie più colpite sono quella di Chitwan, con 137 corpi ritrovati, e quella di Nawalparasi, dove le salme sono 87. Notevole è però il numero dei dispersi, stimato sulle 1.400 persone. Tra essi, 517 sarebbero turisti stranieri, fra cui alcuni italiani.
Il nostro ministero degli Esteri parlava ieri mattina di dieci connazionali ancora irreperibili, ma vari sono stati poi contattati o ritrovati vivi e in serata risultavano ancora dispersi tre cittadini italiani, di cui un orefice di Rapallo, il cinquantenne Marco Ratto, che era in escursione dal Nepal verso il Tibet, e di cui non si hanno notizie da quando il suo gruppo era giunto al valico, e una coppia italo-svizzera che compiva il tragitto inverso.
Il salvataggio dei connazionali e la testimonianza
Stando a Nepal News, due italiani sono invece fra i 27 turisti salvati nella zona di Timure e Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa, dalle autorità di Katmandu.
Secondo la «protezione civile» nepalese, la National disaster risk reduction and management authority, i nostri connazionali salvati sono il toscano Stefano Lomutolo e la piemontese Valentina Piccinini.
Lomutolo ha narrato all’agenzia Adnkronos: «Eravamo sul pullman, a venti metri da dove è avvenuto il disastro. A dieci metri da noi abbiamo visto arrivare un’onda gigantesca di fango e detriti dalla montagna. La massa d’acqua, fango e detriti è passata a dieci metri da noi, trascinando via gli altri pullman che erano davanti. Abbiamo avuto 20 secondi per uscire dal mezzo e salvarci».
I primi soccorsi sono stati portati dalle guide e dagli abitanti della vallata, poi sono subentrati i militari nepalesi che hanno usato elicotteri per l’evacuazione.
L’intervento della Farnesina e i dispersi stranieri
Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha mobilitato la Farnesina per assistere i concittadini in Nepal, annunciando su X: «Ho attivato una task force per il Nepal con l’invio di una delegazione da Roma dell’Unità di crisi per creare un punto di assistenza per i nostri connazionali a Katmandu. Ho inoltre disposto l’invio di personale della nostra ambasciata a Nuova Delhi a Katmandu per rafforzare la presenza in loco e l’assistenza agli italiani. La Farnesina sta lavorando per rintracciare i connazionali con cui non è ancora stato possibile stabilire un contatto e per garantire loro ogni possibile supporto. La linea dedicata dell’Unità di Crisi è già operativa al numero +39 06 36225».
Fra gli stranieri dispersi i più numerosi sono i cittadini statunitensi. Secondo il Dipartimento di Stato Usa sarebbero 90 gli americani che non hanno dato più notizia di sé a seguito dell’alluvione. Un portavoce del Dipartimento ha reso noto che tre cittadini americani sono stati salvati dai soccorritori e finora non si ha notizia di vittime americane.
L’Ente nepalese del Turismo ha pubblicato una lista di stranieri dispersi. In essa gli statunitensi sarebbero 65, seguiti da 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi. Altri Paesi lamentano un numero assai più limitato di dispersi. La lista è però in costante aggiornamento. Ad esempio, il ritrovamento di un turista portoghese «vivo e in buona salute» ha fatto diminuire da quattro a tre il numero dei portoghesi dispersi.
Mentre il primo ministro Balendra Shah visitava le zone colpite, l’esercito nepalese schierava 2.000 soldati per ricerca e soccorso, in aggiunta a polizia ed enti locali. I militari di Katmandu hanno salvato, a ieri pomeriggio, 97 persone, fra cui sette operai bloccati nella galleria della diga Trishuli a Haku, nel distretto di Rasuwa.
Le cause del crollo e la mobilitazione internazionale
Sulle cause del cataclisma, dati e foto satellitari analizzati da vari istituti come l’ente geologico americano Us Geological survey o l’italiano Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, indicano che tutto sia nato dal collasso, il 26 agosto, di un’enorme massa di ghiaccio, stimata in 10 milioni di metri cubi, che insieme a rocce e detriti s’è staccata da una parete a 5.200 metri di quota, precipitando per 1.000 metri a valle.
Lì avrebbe ostruito il corso del fiume Lhende Khola causando un ingorgo di acqua e fango che ha poi travolto a cascata i bacini dei fiumi a valle, come il Trishuli e il Bothe Koshi. Il collasso del ghiacciaio ha causato una scossa sismica di magnitudo 5,2 Richter.
L’emergenza non è finita poiché sul versante cinese, nella contea di Gyirong, in Tibet, le frane hanno causato un altro sbarramento naturale alla confluenza dei fiumi Purepu Tsangpo e Chhochen, dove s’è ingrossato un bacino che potrebbe cedere creando una nuova ondata.
La distruzione di strade e ponti e l’accumulo di mota, pietre, tronchi d’albero, ostacolano i movimenti dei soccorritori, ma è già iniziata la gara di solidarietà. L’India ha inviato due aerei carichi di aiuti in cibo e medicinali, il primo con 10 tonnellate di materiali, il secondo con 37,5 tonnellate, mentre la Gran Bretagna ha stanziato aiuti per 5 milioni di sterline e gli Stati Uniti per 500.000 dollari.
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