Giovedì 27 febbraio, penultimo giorno del mese, i magistrati italiani incroceranno le braccia. Per lo meno questo è ciò che ha deciso l’Anm, il sindacato che rappresenta le toghe italiane, poi resta da vedere se gli iscritti e quanti non hanno in tasca alcuna tessera seguiranno l’indicazione.
In passato è già accaduto che pm e giudici annunciassero uno sciopero contro qualche riforma del governo, salvo magari evitarlo all’ultimo, dietro alcune concessioni. Le prime minacce di bloccare i processi risalgono addirittura ai tempi della prima Repubblica. Al Quirinale all’epoca c’era Giuseppe Saragat, il quale, da presidente del Csm, definì «giuridicamente inammissibile uno sciopero dei magistrati». Dopo di lui venne Giovanni Leone, che ribadì il concetto: «Qui è in gioco il senso dello Stato, di cui stranamente appaiono privi quei magistrati che pensano di poter fruire del diritto di sciopero senza alcuna distinzione rispetto a qualsiasi altro membro della classe lavoratrice». Leone si chiese che cosa sarebbe successo quando anche i giudici della Cassazione avessero deciso di incrociare le braccia per protesta. Interrogandosi anche sulle conseguenze di una possibile astensione dalle udienze dei membri della Corte costituzionale. «E se scioperasse il presidente della Repubblica?», si domandò provocatoriamente al fine di concludere che chi ha privilegi e ruoli istituzionali non può comportarsi come un metalmeccanico alla catena di montaggio, perché lo stipendio, le tutele e le responsabilità sono assai diversi rispetto a quanti amministrano la giustizia.
Da allora sono passati cinquant’anni, ma l’atteggiamento dei sindacalisti con la toga non è cambiato. Semmai, l’unica differenza riguarda il silenzio del capo dello Stato. Mentre Saragat e Leone non persero l’occasione di bacchettare i rappresentanti dell’Anm con parole aspre, Mattarella tace. Pur essendo a capo del Consiglio superiore, organo di autotutela delle toghe, non sembra scandalizzarsi di fronte a giudici e pm che si trasformano in tanti piccoli Landini. Né pare preoccuparsi se alla fine del mese prossimo i tribunali rischiano di rimanere paralizzati, con migliaia di processi rinviati. Forse c’è da capirlo. Visti i ritardi con cui affonda la nostra giustizia, un giorno in più o in meno di udienze non fa la differenza. Ovvio, qualche processo slitterà, alcuni reati rischieranno di andare in prescrizione e non pochi detenuti in attesa di un colloquio per riottenere la libertà resteranno in cella, ma a voler essere onesti non sarà quel giorno di sciopero a ritardare più di tanto le sentenze, visto che la nostra giustizia soffre di una malattia che risponde al nome di rinvio.
Tuttavia, se il presidente della Repubblica non si preoccupa per un’astensione che fa scivolare i processi anche di un anno, però dovrebbe preoccuparsi per la difesa corporativa di una categoria che rappresenta un potere dello Stato. Ho letto tutte le argomentazioni usate dai sindacalisti in toga per contrastare la separazione delle carriere e il sorteggio degli eletti nel Csm. La tesi principale è che dividendo pm e giudici, ovvero magistratura inquirente e giudicante, si consegna la giustizia nelle mani della politica. A dire il vero, semmai la si affida alla sorte, nel senso che sarà il caso a decidere gli esponenti togati che dovranno far parte dell’organo di autogoverno dei magistrati. Ma forse è proprio questo il nocciolo della questione. Estrarre con gli occhi bendati i nomi di chi dovrà decidere carriere e azioni disciplinari significa togliere il potere alle correnti di nominare ai vertici di procure e tribunali non i più bravi, ma i più fedeli al sindacato. Equivale a spazzar via i centri di potere che da anni decidono i vertici degli uffici giudiziari, facendo far carriera non ai più capaci e meritevoli, ma ai più fedeli. Di certo, con l’estrazione a sorte non ci sarà alcun potere di influenza della politica, come vorrebbero far credere i sindacalisti. Ma altrettanto certamente non potranno influire neppure le correnti. Mattarella lo sa? E se lo sa, perché invece di parlare di questo, mettendo in guardia gli scioperanti con la toga, parla di migranti, di tecnodestra eccetera? Forse pensa che la giustizia meriti meno attenzione dell’accoglienza degli extracomunitari? Perché, al contrario dei suoi predecessori, non avvisa le toghe che il loro sciopero appare come un tentativo di condizionare il Parlamento? Perché non spiega loro che già oggi più della metà degli italiani ritiene che il loro operato sia influenzato dall’appartenenza politica? In fondo è il presidente del Consiglio superiore della magistratura, non del Consiglio straordinario per le migrazioni.
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