Facciamo pochi auguri ma sentiti. La scusa? Così si salva il pianeta…
Le feste sono stressanti anche perché siamo sommersi da un diluvio di auspici insinceri. Se volete liberarvi dalla schiavitù di Whatsapp, sappiate che i messaggini possono inquinare come le auto.

Ancora qualche giorno, poi sarà compiuta l’invasione degli ultramessaggi: sbrodolamenti lessicali sul tema delle feste, alberi e strenne photoshoppati in maniera grossolana, ottimi auspici strillati in caratteri cubitali. A condire il flusso, fiumi esondanti di faccine, icone ipercinetiche e palpitanti cuoricini.

È il copione di ogni Natale, Capodanno, ampi dintorni non feriali: la bulimia da ossequio, l’assalto di massa degli auguri. Viene quasi nostalgia per gli arcaici e stringati sms, oggi l’assedio è diluviale, sproloquiante, multilaterale: avviene per email, in chat, su Messenger, Facebook, Instagram, Telegram, Tiktok, Snapchat. O un accumulo combinato, evidentemente compulsivo, dei vari social.

Da Whatsapp invitano a osare persino di più, a disertare la scrittura e darsi al suono: come ha raccontato pochi giorni fa il tabloid britannico Mirror, la tendenza suggerita per le feste di fine 2019 è lasciare ai propri contatti un bel vocale, così oltre agli occhi si prende in ostaggio pure l’orecchio dei fortunati beneficiari. Per i video, chissà, magari se ne riparla nel 2020. Non è che ci sia tutta questa premura.

Non si tratta di cinismo, niente affatto, soltanto di buon senso. Genuino altruismo verso il genere umano. Confortato dai numeri: un sondaggio appena pubblicato dal New York Post afferma che l’80% degli intervistati fatichi a rilassarsi durante le vacanze natalizie. Di questi, l’88% sostiene, addirittura, che quello nel quale siamo immersi rappresenti il periodo più stressante dell’anno. Accanto ai regali da trovare, comprare, incartare e infiocchettare, pranzoni e cenoni da preparare, c’è da gestire il pigolio di notifiche, il sovraccarico di stimoli che manderà in esaurimento il più dopato degli smartphone, provocando al proprietario crampi alle dita e congiuntivite funesta.

Uscirne è possibile, battendo il sentiero della moderazione. La cara vecchia arte della sintesi, della sottrazione ragionata: meno auguri, solo se davvero importanti. A chi li merita, se è opportuno per diplomazie professionali, verso gli affetti più stretti, a questi ancora meglio di persona. Mai e poi mai inoltri indiscriminati a tutta la rubrica dei soliti pacchetti impersonali di retorica.

Sarà banale, in effetti lo è, la novità è che per il proprio rifiuto dell’incontinenza augurale c’è un alibi da addurre. Che non fa sembrare degli accidiosi, anzi è a prova di qualsiasi Greta Thunberg. Arriva nientemeno dal ricercatore ed esperto di tematiche verdi Mike Berners-Lee, il fratello di Tim, l’inventore del Web. Intervistato dal Guardian, sir Mike ha rilevato che tutto questo andirivieni di parole virtuali ha un costo reale per l’ambiente: «Mentre digiti» ha spiegato al quotidiano inglese, «stai usando elettricità. Quando premi invio, il testo si diffonde in rete, la quale consuma altra elettricità per funzionare». E lo stesso avviene per conservare traccia di quei contenuti, i famosi backup: «Non ci facciamo caso», aggiunge Berners-Lee, «perché non vediamo il fumo uscire fuori dai nostri dispositivi, ma l’impatto ambientale del digitale è enorme. E sta crescendo».

Se non sacrosanta, è una prospettiva ragionevole. Confermata dalle cifre, dalla stima a sostegno della tesi, elaborata dalla compagnia energetica britannica Ovo. La quale ha concluso che se 64 milioni di persone (in Italia siamo lì, stiamo sui 61 milioni contando anche gli analfabeti digitali) mandassero giusto una mail in meno al giorno, si risparmierebbero oltre 16.000 tonnellate di emissioni di anidride carbonica in un anno. Sarebbe un po’ come levare dalle strade più di 3.000 automobili con motore diesel. Particolare aggiuntivo, non trascurabile, il calcolo non è stato fatto per lunghe frasi magari con un file allegato, ma per messaggi flash, telegrammi di bit di una parola e basta: «Grazie».

Riepilogando, ne esce un prontuario agile: visto che è tanto da cafoni non rispondere agli auguri, siate voi i primi a praticare una saggia temperanza, a infestare con moderazione il prossimo, in nome (che ci crediate o meno rileva poco) del bene superiore della salute del pianeta. Anche perché l’altra opzione che viene in testa non è percorribile, o meglio è controversa. Non ce la si può cavare con la brevità, con repliche ossute agli slanci affettivi altrui solo perché s’inquina meno. Cosa pensereste di un amico che replica con uno stitico singulto a un comizio via messaggio sulla falsariga di babbi, renne e neve? Già, il peggio possibile.

Sappiate inoltre che i soloni del linguaggio cuciono tabù pure nelle risposte. Guai a digitare «Ok.», oppure «O.K.», sia negli scambi festosi per Natale e Capodanno, sia nelle mail di lavoro. Quel punto scava una distanza, alza una barriera.

Nella «netiquette» contemporanea della comunicazione asincrona a distanza, vabbè insomma in chat e nella posta elettronica, è abbastanza rude. Lo sancisce il New York Times, sottolineando che per quanto stressati o indaffarati possiamo essere, liquidare le attenzioni altrui con un cenno frettoloso non ci fa diventare campioni del mondo di buona educazione. Bisogna articolare una frase di senso compiuto, senza sbarrarla con un punto che punge, come se si stesse lasciando socchiusa la porta al destinatario. Eleganza batte grammatica uno a zero.

Ecco, se arrivati fino a questo punto avete le idee più confuse di prima, non vi resta che una strada: andare in controtendenza. Disertare Instagram, snobbare Whatsapp, uscire da Facebook e telefonare a chi vi sta davvero a cuore. Pochi auguri, ma buoni. In questo sovraccarico di contemporaneità, niente è più fuori canone di un’attenzione con addosso il fascino di un altro tempo.

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