«Senza quell’assegno non ci resta che tornare a spacciare». Il cupo ritornello che si diffonde come un veleno ha il suono della minaccia. La difesa a oltranza del reddito di cittadinanza contiene in sé una contraddizione senza via d’uscita: privato dei 549 euro di Stato (media nazionale) il cittadino beneficiario diventerebbe un fuorilegge, entrerebbe nel mondo di mezzo della criminalità da dove era uscito per percepire l’assegno. E la Svizzera grillina si trasformerebbe di nuovo nel Cep di Palermo.
In tutto questo c’è qualcosa di surreale che i media stanno cavalcando con irresponsabile appiattimento. La motivazione è dadaista, sia perché lo spacciatore difficilmente si accontenta della mancia per comprarsi il Rolex e girare in Bmw (i proventi della droga sono ben altri), sia perché la frase che la sinistra cavalca sa di ricatto. Se per frenare la criminalità non è più sufficiente combatterla ma bisogna pagarla, significa che il nostro Paese, con un’immagine pavesiana, sta guardando l’abisso.
I rulli di tamburo a favore del reddito di cittadinanza – diventato voto di scambio alle ultime elezioni – ci restituiscono un clima da guerra sociale ai tempi di Spartacus. La realtà dice altro. Il sistema non ha funzionato, i navigator si sono rivelati un disastro, le retate delle forze dell’ordine hanno dimostrato che quei soldi pubblici (quindi di tutti gli italiani) sono anche il bengodi di truffatori, spacciatori, usurai, mafiosi, folcloristici personaggi borderline. Solo il 13% dei percettori ha cercato un lavoro e chi alza la voce per convenienza politica dimentica che proprio l’inserimento nel mondo produttivo era la ragione fondativa della legge. Il flusso di denaro attribuito a chi ne ha i requisiti non verrà sospeso. Continuerà a essere previsto per le persone in oggettiva condizione di povertà e che non possono lavorare, mentre chi è giudicato occupabile (in grado di poter avere un lavoro), lo riceverà solo per un periodo limitato di tempo nel 2023. È un gesto di rispetto per chi ogni mattina si alza all’alba per portare a casa il pane; è un argine al «diritto di divano» che adagia molti giovani sulla passività; è un richiamo indispensabile a quella dignità del lavoro che la stessa Chiesa da sempre indica come valore non negoziabile.
Valutazioni che non sfiorano Pier Luigi Bersani, protagonista di un imbarazzante comizio a Otto e mezzo su La7. Il colonnello rosso non ha argini: «Occupabile de che? Parliamo di gente o che non trova lavoro o che lo trova pagato sotto il limite di povertà. Qui c’è un odio verso la povertà e quando un presidente del Consiglio definisce il reddito un “metadone di Stato”, dice che i poveri sono dei drogati sul divano». Pura propaganda in salsa bersaniana, un altro schiaffo ai poveri veri che Luigi Di Maio sbeffeggiò dal terrazzo. L’ex dimenticabile ministro rosso parla come se non esistesse il welfare; come se gli ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione (il Naspi) li avesse inventati Giuseppe Conte e fossero in bilico; come se il nostro Paese fosse al giorno zero delle politiche sociali. Per poi concludere da smacchiatore di giaguari di cartapesta: «Quando c’era da votarlo, io mi sono astenuto perché ha dei difetti».
Le barricate del Pd (che ai tempi votò contro il reddito) sono strumentali, puro appeasement all’ideologia grillina dell’assistenzialismo spinto. Lo conferma involontariamente Raffaele Tangorra, commissario dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. «Tre quarti dei disoccupati non lavorano da oltre tre anni o non hanno mai lavorato. Spesso si tratta di persone che non sanno leggere né far di conto». Rivelazione da ferriera. Vanno fatti studiare, non pagati per rimanere nella palude. Non è il reddito a vita a risolvere il problema, ma politiche di formazione e inserimento. La scuola, l’apprendimento, lo studio rappresentano la strada maestra; quella della paghetta, del piano Marshall permanente è solo una scorciatoia a fondo cieco.
Il clima è pericoloso. La strumentalizzazione della riforma porta a possibili scontri di piazza con mandanti che hanno nomi, cognomi e simboli di partito sul citofono. Lo si tocca con mano leggendo un reportage da Scampia de La Repubblica nel quale più volte si sottolinea che «se non si fa marcia indietro scoppierà una bomba sociale» (Omero Benfenati, portavoce del comitato Vele). Il consigliere comunale del M5s Salvatore Musella avverte: «Il pericolo è che la criminalità tornerà a trovare consensi. Qui sono pronti alle barricate». Delinquenza, emarginazione, rabbia sociale. Niente a che vedere con il reddito sgangherato. Parole come pietre, lampi di un incendio possibile. Chi ha in mano i fiammiferi se ne assuma la responsabilità.
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