«Bridgerton 4» (Netflix)
La quarta stagione di Bridgerton, su Netflix dal 26 febbraio, adatta «La proposta di un gentiluomo» di Julia Quinn e segue l’amore impossibile tra Benedict e Sophie, tra differenze di classe, convenzioni sociali e un finale che chiude la loro storia.
La musica è quella contemporanea, riadattata da un'orchestra perché i suoni siano morbidi, violenti quando serve. La trama, però, riporta altrove, all'Inghilterra di fine Settecento: un'Inghilterra bella e florida, dove la classa nobiliare non è quel che è stata. Shonda Rhimes l'ha immaginata mista. Un insieme di etnia e colori che mai avrebbe potuto verificarsi in epoca vittoriana.
In televisione, però, dove la musica suona diversa e il tempo si adatta alle immagini, gli indiani convivono a fianco agli inglesi, fra loro cinesi, africani, un insieme di tradizioni e colori che nulla toglie ai privilegi della casta. Quella di Bridgerton è una società aperta. Solo in apparenza, però, perché la sua quarta stagione - tratta dal romanzo di Julia Quinn La proposta di un gentiluomo (ed. Mondadori) - racconta altro. I pregiudizi, la chiusura, l'immobilismo di quella società in superficie tanto perfetta.
Bridgerton, i cui nuovi episodi saranno disponibili su Netflix a partire da giovedì 26 febbraio, racconta di un amore da cliché, tormentato dalle norme non scritte che regolano l'interazione sociale. Benedict Bridgerton, il quarto fra i figli della famiglia a trovarsi in età da matrimonio, avrebbe dovuto sposare una sua pari, viscontessa o più. Invece, come spesso accade nei romanzi, si è innamorato di chi non ha diritto di guardarlo, la figlia di una domestica. Sophie Beak ha sempre servito in case blasonate, figlia illegittima di un uomo che pur sarebbe stato nobile. Il padre, però, non l'ha mai riconosciuta, e Sophie si è trovata a far da serva a quelle che avrebbero dovuto essere le sue sorelle, la sua famiglia. Bella, più di qualunque coetanea, ha finito per suscitare l'interesse di Benedict, che, però, si è ben guardato dallo sfidare le regole per farla sua. La prima parte di questa quarta stagione si è chiusa con una proposta irricevibile per chiunque abbia dell'amor proprio, quella di diventare non moglie ma amante. Sophie ha declinato. Benedict incassato. Ma gli episodi inediti vanno oltre quello scambio gelido, quelle parole tremende, dando un finale alla storia di Julia Quinn, opportunamente rivista per rispondere alle logiche dell'ìuniverso di Shondaland. Un universo che non necessariamente avrà le declinazioni sperate.
Julia Quinn, insieme a Shonda Rhimes, s'è presa il tempo di chiarire la questione spin-off, spiegando come l'agenda degli attori protagonisti delle passate stagioni sia ormai fittissima. Troppo, per consentire loro di tornare a recitare stabilmente in Birdgerton o in qualche sua costola. Nessuna speranza, dunque, di rivedere il duca di Hastings o chi gli è succeduto.
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Marco Masini e Fedez (Ansa)
Niente palco per Andrea Pucci, visto il suo pendere a destra. Nessun problema per lo show di Roberto Benigni, che palpeggiò Pippo Baudo in diretta, né per lo stanco conformismo di Fiorello.
Sai che ridere se a vincere il Festival fosse Fedez, già autore di versi omofobi e sessisti. Dei quali si è scusato: «Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza», Corriere della sera, 3 maggio 2021. Ma anche frequentatore di ultrà della curva rossonera: «Fedez e Christian Rosiello, com’è noto, sono stati identificati tra gli aggressori del personal trainer Cristiano Iovino, ed è pure noto il silenzio di quest’ultimo che non ha mai sporto denuncia», Repubblica 30 settembre 2024. In questo caso, però, nessun pentimento: «Non rinnego le mie amicizie, il mio passato e gli errori», Corriere, 26 febbraio.
Soprattutto vincitore di un Ambrogino d’oro, lui che quando Gerry Scotti gli ha menzionato «il grande Giorgio Strehler», ha sghignazzato: «Raga, ma chi ca... è ‘sto Streller?».
Se il primo posto andasse a lui, che si esibisce in tandem con Marco Masini, vorrei proprio vedere le facce della Santa Inquisizione dei social-mentecatti, delle prefiche dei blog, del Sinedrio dei giusti.
Sono state infatti tali categorie ad alzare le barricate affinché al teatro Ariston non approdasse quell’essere brutto, sporco e cattivo, omofobo e frequentatore di ambigui ultras nerazzurri, di nome Andrea Pucci. Impiccato a una serie di suoi «apprezzamenti», certamente non eleganti e non di grande gusto - su Tommaso Zorzi e il tampone: «Ribadisco per l’ennesima volta, se si è sentito offeso, mi scuso», Corriere, 7 febbraio, e sull’aspetto di Elly Schlein: «Già che ci sei, dentista e orecchie no? Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme» (battuta che peraltro ha chiarito rifarebbe) - di cui poteva fare a meno.
Perché non ne ha bisogno. Nei suoi spettacoli - ancora di più sold out dopo questa vicenda - si ride, e molto, grazie alla sua capacità di individuare e perculare tic, stili e riti della vita quotidiana, proprio per questo alla portata di tutti. Certo, non è sofisticato, non se la tira da maître à penser, ignora la satira politica, è solo un onesto mestierante della comicità.
Per questo avrei voluto vederlo in azione a Sanremo, per poterlo applaudire, o fischiare e criticare. Ma dopo, non prima.
Invece su Pucci si è sparato ad alzo zero, incarnazione del Male assoluto, immondo soggetto indegno del servizio pubblico, sempre a insindacabile giudizio dei soliti noti, i maestrini dalla penna (molto) rossa e blu, i vigilantes democratici e «antifa». Un bombardamento che ha spinto Pucci a declinare l’invito.
Dando soddisfazione ai piccoli Viscinski dell’esibizionismo etico, i questurini della polizia morale, che ora menano vanto di aver preservato il pubblico della «più grande azienda culturale del Paese» da una esibizione volgare e scadente. Il che suona singolare. Visto che agli «abbonati Rai» nulla è stato risparmiato. Come non ricordare il blitz di Roberto Benigni nello show del sabato sera Fantastico 1991, quando saltò addosso a Raffaella Carrà, inchiodandola sul pavimento in posizione dogging style, per poi snocciolare tutti i modi con cui sono chiamati gli organi sessuali, femminili e maschili.
«Performance condita da comicità travolgente e da irriverenza» fu incensata. Ma non da tutti, neppure a sinistra. Così un annoiato Edmondo Berselli, direttore de Il Mulino, non certo un eversore di destra, fotografò Benigni: «Comparsate strepitanti, interventi urlati, mani ficcate nella parti basse, poesiacce a bischero sciolto, col peperone e la zucchina, rime populiste, “Quando sento Berlusconi mi si sgonfiano i co...”», in Post-italiani, Mondadori 2004.
Servizio pubico più che servizio pubblico, insomma. Le parti basse, peraltro, erano non solo della Carrà ma pure di Pippo Baudo, visto che proprio a Sanremo 2002 il ripetitivo Benigni gli strizzò il birollo, preceduto da Fiorello, un uno-due che con la consueta pigrizia conformistica è passato alla storia come un «momento iconico». Anche qui non senza eccezioni.
Nel forum TeleVisioni di Aldo Grasso, sul sito del Corriere, fu per esempio ospitata la stroncatura di tal Andrea Vaghi: «Indicare come momento di alta comicità la triviale strizzata dei testicoli di Baudo, ad opera di Fiorello e di Benigni, è un insulto per noi telespettatori. Oltretutto non si comprende il motivo dei dispendiosissimi cachet con cui gli abbonati Rai retribuiscono tali ospiti: per inscenare queste volgarità basterebbe ingaggiare un qualunque attorucolo di bassa lega», recensione che Grasso non commentò - ma che pubblicò.
Per soprammercato, l’ottimo Fiorello si è a lungo lasciato andare, a Viva Rai 2 nel 2023, nel promuovere Teleminkia, con le sue rubriche quali il Meteominkia, gag su cui nessuno ha trovato da ridire. «Eh, ma Benigni è Benigni, Fiorello è Fiorello...».
E chi lo nega? Quello che è insopportabile è il doppiopesismo. «Di Renzo Arbore non m’importa nulla. È bravo a fare quello che fa. Semmai mi infastidisce il credito di cui dispone sulla stampa. Se nelle sue trasmissioni fa una pernacchia, diventa “una citazione della pernacchia”» rilevò sconsolato Antonio Ricci 40 anni fa (in Chi è, chi non è, chi si crede di essere di Roberto D’Agostino, Mondadori 1988).
Per questo rivendico il mio diritto alla risata a 360 gradi, per le battute di Fiorello quando fa inarrivabili imitazioni di Franco Battiato o di Gianni Minà, per La taranta del centrodestra di Checco Zalone, «viva Mara Carfagna / viva la fre...», senza dimenticare la canzone sugli «uomini-sessuali», per L’inno del corpo sciolto del primo Benigni (non l’odierno, monumento del politicamente corretto), per le sapidezze di Pio e Amedeo, per il capo indiano Estiqaatsi di Lillo e Greg, per i «centoni», canzoni celebri di cui viene riscritto il testo in chiave satirica, di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
Proprio Bizzarri si è schierato pro Pucci: «Ha sbagliato a rinunciare a Sanremo perché ha dato ragione a uno sparuto gruppo di imbecilli. Non c’è nulla di peggio. Doveva fottersene e tirare dritto, non è la sua o la mia comicità a essere messa in dubbio, ma quella di tutti». Vero. Ma forse Pucci non se l’è sentita di finire nel tritacarne, come successe a Maurizio Crozza, contestato all’Ariston nel Sanremo 2013 di Fabio Fazio. Si è semplicemente autocensurato, come accadde, toh, proprio a Bizzarri nel marzo 2023: «A DiMartedì su La7 avevo una battuta su Schlein che mi faceva tanto ridere, solo che era greve. Ho pensato: ma perché mi devo far rompere le scatole per una battuta? L’ho tolta, anche se con una certa disperazione. Senza dimenticare l’ipocrisia enorme che ci circonda: se la stessa battuta l’avessi fatta su Daniela Santanchè nessuno avrebbe detto nulla». Amen.
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Sul luogo del deragliamento, in zona Porta Venezia, si è recato il procuratore di Milano Marcello Viola. Nelle prossime ore la pm di turno Elisa Calanducci aprirà un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose, con l’obiettivo di ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’incidente, che ha provocato due vittime e almeno 39 feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Nell’ambito degli accertamenti sarà iscritto anche il tranviere, come previsto in questi casi per consentire tutte le verifiche tecniche. Sul posto è arrivato anche il sindaco Giuseppe Sala, per seguire da vicino l’evolversi della situazione e informarsi sulle condizioni dei feriti.
Lucio Malan a Sanremo (Ansa)
Il vincitore dell’anno scorso, Lucio Malan, stupisce ma non convince. Matilde Siracusano è la meno intonata e si becca (molto sportivamente) l’ultimo posto in classifica.
Di tricolore vestiti, Nancy Brilli e Giorgio Lauro presentano la quinta edizione di Sanremo da pecora, la manifestazione canora firmata Un giorno da pecora nella quale i politici si sfidano a colpi di esibizioni canore. La trasmissione di Rai Radio1 andrà in onda alle 13.30 di oggi, 27 febbraio, e sarà disponibile anche su Raiplay.
Tra i politici cantanti parlamentari, viceministri, capigruppo e sottosegretari. A giudicare le esibizioni una giuria di eccellenza con Gigliola Cinquetti, due volte vincitrice del festival di Sanremo (e una dell’Eurovision Song Contest), quello vero, l’ormai esperto Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport e membro della giuria di Ballando con le stelle, la celebre trasmissione di Rai 1 e Evelina Christelllin, presidente del Museo Egizio di Torino ed ex membro del board Fifa.
A vigilare sui voti, annunciati dall’inconfondibile voce di Foxy John, e a certificare la vittoria finale ci sarà un uomo dei conti molto affidabile: l’economista Carlo Cottarelli.
«Si può dare di più» apre le danze, a cantare un trio targato Fratelli d’Italia con il viceministro del Lavoro Maria Teresa Bellucci, l’onorevole Ylenja Lucaselli e la senatrice Patty L’Abbate. Carine e divertenti, beccano 19 punti.
Segue Matilde Siracusano, sottosegretario ai rapporti con il Parlamento, con «Simply the Best», che non ottiene la sufficienza, sorprendendo tutti perché nota per le sue doti canore.
Meglio l’esibizione dei pentastellati Vittoria Baldino e Luca Pirondini che interpretano «Piazza Grande» di Lucio Dalla. Lui canta e accompagna con violino. Giuria d’accordo sulla buona prestazione salvo Ivan Zazzaroni che li massacra con un 3 ingeneroso, mentre Gigliola Cinquetti si complimenta e dà un 8, pur strigliando la Baldino per l’ingresso in ritardo all’inizio della canzone.
Maurizio Gasparri viene accolto dalla band con un jingle sulle note dell’inno della Roma. Il capo dei senatori di Forza Italia canta Lucio Battisti: «Non sarà un’avventura». Strappa una risata a tutti sul finale quando vorrebbe continuare. Gasparri ottiene 17 punti con Zazzaroni che lo paragona a Franco Califano «nei momenti peggiori».
Un altro duetto, questa volta bipartisan con la senatrice dem Simona Malpezzi e il collega di Fratelli d’Italia Luca De Carlo, che cantano «Felicità» di Albano.
È il turno del vincitore dell’ultima edizione, il campione in carica, Lucio Malan, capo dei senatori di Fratelli d’Italia: davvero un’ottima performance la sua. Ha emozionato tutti con «Come mai» degli 883, e ottiene 23 punti anche se gli rimproverano di aver cantato meglio nella scorsa edizione.
Antonio De Caro canta abbastanza bene «Sapore di sale» salvo qualche sbavatura accompagnato da Dario Nardella al violino. Il duetto targato Pd ottiene buoni commenti da Christillin e Cinquetti. Più severo Zazzaroni ma conquistano lo stesso i 23 punti raggiungendo il capolista Malan e aggiudicandosi la finale insieme al trio Lucaselli, L’Abbate, Bellucci che sono anche le prime ad esibirsi nel round finale. Cantano «Senza fine», anche qui qualche sbavatura, ma si beccano i complimenti della giuria.
Uno straordinario Malan canta la difficilissima «Almeno tu nell’universo» tanto che Christillin lo paragona, di nuovo, a Frank Sinatra. Ultimi a esibirsi come nel primo round, anche in finale De Caro e Nardella.
Il pubblico si infiamma con «Rossetto e Caffè» di Sal Da Vinci. Un’esibizione che mette in difficoltà la giuria per loro stessa ammissione. Grande tensione per la decisione finale della giuria che discute qualche minuto prima di stilare il podio confessando di aver quasi litigato.
Terzo posto alle ragazze di Fratelli d’Italia, la bionda la riccia e la piccolina le chiama scherzosamente Nancy Brilli. Secondo posto per Malan cui scherzosamente viene assegnato il compito di competere all’Eurovision. Il primo posto va al duetto che conquista i cuori di tutti con una canzone più facile ma anche più attuale e orecchiabile.
Matilde Siracusano vince il premio degli ultimi: una coppa per la più stonata che però la prende sportivamente e si fa una risata e commenta «sono i classici giudici di sinistra, alle ingiustizie siamo abituati».
Menzione speciale va a Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia che si mette alla tastiera per tutta la trasmissione, suonando insieme alla band come membro aggiunto del Cdm Che Duo Meloni, al secolo Chiara Cami e Aurora Di Marcantonio.
Con circa 3.000 puntate e oltre 11000 ospiti in più di dieci anni di trasmissioni, Un Giorno da Pecora, in onda dal lunedì al venerdì, dalle 13.30 alle 15 su Rai Radio1, racconta a modo proprio l’attualità di Montecitorio e non solo. Nel corso degli anni il format è diventato una sorta di «terza camera» della politica, un salotto dove gli ospiti si lasciano andare mostrando aspetti meno conosciuti di sé.
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