• Marcello Pittella (Pd) finisce ai domiciliari. Secondo i magistrati, influenzava le nomine pubbliche «per interessi privatistici e logiche clientelari». I concorsi erano «artefatti con precisione matematica» per soddisfare «i questuanti» che gli chiedevano favori.
  • Pensò di ripopolare la zona con gli africani. Lui e il fratello sono renziani di ferro.


Lo speciale contiene due articoli.

Chiunque avrebbe scommesso che, per tutti quei proclami sull’accoglienza, sarebbe stato ricordato come il governatore che voleva sostituire i lucani emigrati con i rifugiati. E invece no. In Basilicata Marcello Pittella, fratello del senatore Gianni e figlio del senatore Mimì (condannato per banda armata nel processo Moro ter perché aveva curato una terrorista, deceduto qualche mese fa), presidente della Regione renziano che puntava al secondo mandato, con molta probabilità verrà ricordato con le parole del gip di Matera che ieri lo ha ristretto nella sua abitazione di Lauria. Ai domiciliari per falso e abuso d’ufficio. Perché, secondo il giudice, è il padrino delle raccomandazioni nel sistema sanitario lucano. Un’inchiesta della Guardia di finanza di Matera, coordinata dal pm Salvatore Colella, sulla manipolazione di concorsi e raccomandazioni nelle nomine ai vertici della sanità lucana ha svelato il meccanismo con il quale Pittella riusciva ad «accontentare tutti» i suoi amici. Era, insomma, per dirla proprio come il gip Angela Rosa Nettis, il «deus ex machina di questa distorsione istituzionale». È Pittella «che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere, interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta». È sempre Pittella che ha in mano il «totale condizionamento della sanità pubblica», scrive il gip, «per interessi privatistici e logiche clientelari politiche». Ed è ancora Pittella che spicca, secondo il gip, «per la spartizione partitocratica degli incarichi e dei posti messi a concorso nel settore della sanità, i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità».

E, siccome pensava di ricandidarsi a governatore alle prossime regionali (incassando coram populo anche il consenso di 70 sindaci su 131 comuni), scrive il gip, il pericolo di reiterazione dei reati risulta «quantomai attuale e concreto», soprattutto perché «ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e a imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli».

I «questuanti», così definisce il giudice coloro che cercavano di piazzare nei posti pubblici gli amici, «si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite». Una piaga, che esclude la meritocrazia, e che dimostra, come sostiene il gip, che la politica viene intesa nella «più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale».

Le misure restrittive sono state eseguite nei confronti dei vertici delle aziende sanitarie lucane e anche della Asl di Bari. In totale: due arresti in carcere, 20 ai domiciliari e otto obblighi di dimora eseguiti da 100 agenti delle Fiamme gialle che riguardano persone coinvolte a vario titolo in fatti riconducibili a reati contro la pubblica amministrazione. I capi d’imputazione che mettono sotto accusa la sanità lucana sono 31.

La cricca dei burocrati della sanità aveva fornito le tracce di alcuni concorsi in anticipo. Le graduatorie le avevano poi realizzate su due binari: quelle reali e quelle, in rosso, per evidenziare i raccomandati.

«I concorsi», ha detto in conferenza stampa il capo della Procura di Matera, Pietro Argentino, «sono stati artefatti con precisione matematica». I punteggi venivano taroccati e i verbali con i giudizi sui candidati bravi da affossare per avvantaggiare i raccomandati venivano distrutti.

Il «collettore» delle raccomandazioni di Pittella era il commissario straordinario dell’Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (per lui si sono aperte le porte del carcere). Nelle carte dell’inchiesta viene descritto come un uomo di potere e di relazioni. Dal 29 maggio di un anno fa, sostengono gli investigatori, ha saputo di essere sotto indagine e gli inquirenti ritengono di sapere anche da chi sia stato avvisato: da uno degli uomini lucani più vicini a Matteo Renzi, il senatore Salvatore Margiotta.

«Quinto», sostiene l’accusa, «mantiene significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco». Come don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera, che aveva chiesto una raccomandazione all’università per la sorella. Pensava, tramite Quinto, di arrivare a Pittella. Ma lo stesso Quinto, emerge nell’ordinanza che riporta anche uno stralcio dell’intercettazione ambientale captata dagli investigatori, bisbigliando come se fosse nel confessionale, gli fa capire che per quella richiesta è meglio rivolgersi a un altro big del Partito democratico, l’ex sottosegretario del governo Renzi alla Sanità, prima, e viceministro all’Istruzione poi, Vito De Filippo (che non è indagato). Ed è così che indirizza il sacerdote, «positivamente», sottolinea il gip, «verso l’altro, più competente, sponsor».



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