- Chirurgia preventiva, vaccini, test genetici a tappeto. La medicina non si occupa più dei malati ma di chi sta bene. E lucra sulla paura.
- Il chirurgo plastico Claudio Bernardi: «Togliere il seno è un intervento complesso, non bisogna diventare schiavi dei check up. La parola deve tornare a medici e scienziati, non alle influencer».
Lo speciale contiene due articoli
Nel 2013 la sua storia ha fatto il giro del mondo. In una lettera al New York Times, l’attrice Angelina Jolie spiegava di essere un soggetto a rischio per il cancro alla mammella e alle ovaie a causa della mutazione del gene Brca che aumenta la percentuale del rischio di neoplasie, e per questo aveva deciso di sottoporsi a una doppia mastectomia e di farsi asportare le ovaie. La morte della madre a 56 anni, dopo aver lottato contro il tumore per dieci anni, l’aveva segnata. Così, quando il medico ha stimato che il rischio di ammalarsi di cancro al seno era dell’87% superiore alla media e alle ovaie del 50%, non ha avuto esitazioni sull’intervento preventivo. Dieci anni dopo la stessa decisione della doppia mastectomia, con la medesima motivazione, è stata presa dalla modella Bianca Balti. Che ha poi pubblicato su Instagram tre foto di lei nuda e sorridente, con la mano sinistra appoggiata sul seno e in evidenza una delle cicatrici.
Sono casi clamorosi: due bellissime che si fanno operare da sane. E molte altre donne meno famose avranno fatto altrettanto. Di sicuro la Jolie e la Balti hanno favorito una maggiore consapevolezza sull’importanza della prevenzione nella lotta al tumore. Ma al tempo stesso si pongono altri interrogativi. C’è il rischio di spettacolarizzare la malattia, il che potrebbe indurre altre donne a sottoporsi con poca consapevolezza a quello che resta un intervento chirurgico complesso. Anche se Bianca Balti ha salutato il 2023 mostrando le cicatrici e con un largo sorriso a commento dello slogan «Nuovo anno, nuova me», non si deve credere che basta sottoporsi a un test genetico e poi all’asportazione dell’organo eventualmente a rischio per evitare un tumore. Gli stessi oncologi ripetono che la mastectomia sottocutanea è un intervento complesso che va affrontato solo per verificata necessità.
Ma c’è di più. Nella medicina di oggi si sta diffondendo un nuovo concetto: non più curare gli infermi, ma intervenire sui sani. La Jolie e la Balti non erano ammalate: si sono fatte togliere il seno, sostituito da protesi, come misura preventiva. Secondo lo stesso principio, le case farmaceutiche studiano sempre nuovi vaccini, cioè farmaci da imporre ai sani per evitare che si ammalino. È un’esagerazione? Di sicuro è un nuovo business, fatto di esami clinici, visite specialistiche, ricoveri, screening, controlli post operatori, altri check up, eccetera. Il tutto senza che si sia manifestata una patologia, ma solo in via preventiva.
Portata all’estremo, la corsa ai test genetici può anche puntare non a prevenire un rischio, ma a cercare un’ipotetica perfezione fisica. Il genetista Domenico Coviello ha spiegato che «le verifiche dei geni non sono tutte uguali. Alcune sono molto precise e utili; altre, pur nell’accuratezza, non sono sempre utili, ma rischiano addirittura di creare situazioni d’ansia. Questo effetto è tanto più evidente nelle malattie complesse o multifattoriali, dove il test fornisce informazioni difficili da interpretare e in cui il manifestarsi della malattia dipende da più fattori genetici e spesso anche ambientali».
All’indomani del caso Jolie, il grande genetista Bruno Dallapiccola disse che «una mutilazione come quella, con l’asportazione totale dei seni, non azzera il rischio di poter essere colpiti dal cancro. Anche con la mastectomia, infatti, la donna portatrice di tale mutazione genetica avrà comunque il 5% di possibilità di sviluppare recidive, o potrà avere un tumore all’ovaio al quale la mutazione rende suscettibili». Per questo, aveva aggiunto, la cosa migliore in caso di familiarità per tumore al seno è quella di fare eventualmente il test, e poi sottoporsi a controlli più frequenti, poiché «la diagnosi precoce garantisce il successo dei trattamenti in un’alta percentuale di casi».
I test del Dna sono in crescita, spinti non solo dalla positiva diffusione della prevenzione, ma anche dall’ossessione di acquisire informazioni sul funzionamento del corpo: la sua costituzione, il metabolismo, l’assorbimento di vitamine, la predisposizione a intolleranze. Ma siccome, come ha spiegato Dallapiccola, «conosciamo sì e no il 15% di quello che governa l’ereditarietà e l’85% è ancora tutto da scoprire», mancano le basi scientifiche per tali test e si rischia di creare un esercito di malati immaginari di patologie che non saranno mai riscontrate. Un incubo per le persone, e al tempo stesso un business molto promettente per l’industria del farmaco.
Giovanni Boniolo, filosofo e bioetico, sottolinea: «Ha senso fare uno studio genetico se possiamo proporre al paziente qualcosa per limitare il danno, altrimenti è una questione da valutare con attenzione. Un esempio è quello delle demenze come l’Alzheimer: al momento non c’è modo di fermare l’evoluzione della malattia, né di prevenirla. Fare un test genetico, quindi, è etico solo se la persona ha particolari esigenze, per esempio quella di mettere ordine nei propri affari o nella propria vita privata in previsione di una malattia che, però, può anche non manifestarsi».
Un mercato che sta conoscendo un’espansione piuttosto rapida è quello dei test per le allergie. Sono screening spesso non validati ed eseguiti in centri non specializzati che danno un’alta percentuale di falsi positivi. Con la conseguenza che alimenti importanti come il latte si eliminano dalla dieta anche senza esserne davvero allergici. Il fenomeno è sotto i riflettori della Società italiana di allergologia e immunologia clinica: in una sua indagine è emerso che su un 20% di pazienti convinti di avere un’allergia a qualche cibo, solo l’1-2% ne è realmente colpito. Per gli esami si possono spendere dai 40 o 50 euro fino a 500 euro.
I risultati sballati portano a un boom di falsi allergici a tavola e alimentano la confusione fra allergie e intolleranze. I pazienti convinti di avere problemi con alcuni alimenti non mangiano più i cibi ritenuti pericolosi anche se indispensabili. Come compensazione si rivolgono al mercato degli integratori, altro business colossale dal valore scientifico molto discusso.
La corsa a scoprire cosa c’è nel dna ha alimentato il mercato del «fai da te» e la vendita di kit online. Una ricerca del 2019 realizzata da Mit Technology Review ha evidenziato che 26 milioni di persone nel mondo si erano sottoposte a uno dei test venduti in Rete. Un giro d’affari che a fine 2023 potrebbe arrivare a 2,5 miliardi di dollari (nel 2017 era di circa 600 milioni di dollari, secondo Global market insights). E parliamo del solo valore dei kit inviati via posta.
I risultati di un’analisi del Dna sono particolarmente delicati e i pazienti desiderano garantirsi la massima privacy. Ma negli Stati Uniti si sono verificati casi di datori di lavoro o di assicurazioni che hanno consultato la mappa genetica di una persona senza chiedere l’autorizzazione. Probabilmente volevano essere sicuri che non avrebbero assunto o assicurato qualcuno con un rischio elevato di ammalarsi.
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