Qualunque cosa dica la destra alla sinistra non basterà mai
La maggioranza che ha vinto le elezioni non ha legami con gli estremisti, non vuole cancellare i diritti ed è allineata all’Occidente. Eppure i progressisti sbraitano. È come nel caso Egonu: la verità diventa un optional.

Con rammarico tocca notare quanto avesse ragione Jean Baudrillard quando teorizzava la «scomparsa della realtà». Siamo arrivati al punto in cui i fatti, ciò che realmente accade sotto il sole, semplicemente non contano più: vengono serenamente trascurati così che l’ideologia possa dispiegarsi e costruire il suo scenario alternativo. Due esempi clamorosi di tale degenerazione li fornisce il dibattito politico di questi giorni: il cosiddetto caso Egonu e il furente accapigliarsi attorno ai presidenti di Camera e Senato. Partiamo da quest’ultimo, sicuramente più impattante sulla vita pubblica.

La realtà ci dice che abbiamo di fronte la destra più istituzionalizzata, moderata e probabilmente normalizzata di sempre. È un fatto, non un’opinione. Rispetto al passato, i toni utilizzati da tutti i leader dei tre partiti principali sono estremamente tranquilli. Non ci sono legami di sorta con movimenti appartenenti alla (presunta) destra radicale, i quali per lo più si sono rivolti altrove. Nessuno dei tre partiti propone di uscire dall’Euro o ribaltare l’Unione Europea, come avveniva anche solo alla vigilia del governo gialloverde. Due partiti su tre nella coalizione hanno partecipato al precedente governo guidato da Mario Draghi e ne hanno votato i provvedimenti, compresi quelli sanitari tanto invisi almeno a una parte dell’elettorato di destra. Giorgia Meloni, che stava all’opposizione, ha comunque condiviso le decisioni riguardanti l’Ucraina, a partire dall’invio di armi. Inoltre, sembra proprio che abbia costruito un dialogo continuativo con Draghi in persona.

Potremmo continuare ancora, ma ci limitiamo a notare che pure sulla questione dei «diritti» (veri o indebitamente pretesi) nel programma dell’attuale centrodestra non sono previste modifiche sostanziali né ci sono state dichiarazioni fuori dai binari del pensiero prevalente. Nello specifico dei due presidenti delle Camere, non risulta che Lorenzo Fontana abbia aperto bocca per chiedere la persecuzione degli omosessuali, anzi si è presentato volando alto e parlando della valorizzazione delle differenze. Quanto a Ignazio La Russa, ha addirittura affermato che la sua coalizione dovrà festeggiare il 25 aprile.

Ma ecco il punto. Nonostante questa destra sia la più «presentabile» (secondo i criteri liberal) di ogni tempo, ai progressisti ancora non basta. Lo psicodramma che si è sviluppato nell’anniversario del rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma ha dell’incredibile. Tutti i leader più in vista del centrodestra si sono espressi come la forma e il decoro richiedevano. La Meloni ha parlato con decisione del coinvolgimento fascista. La Russa ha espresso vicinanza, «come sempre», alla comunità ebraica. Eppure, non è giudicato sufficiente: la sinistra pretende altre prove di fede, altri attestati, una sorta di redpass che consenta l’ingresso nei luoghi in cui si riunisce la gente «come si deve». Emanuele Fiano pretende la rimozione della Fiamma tricolore dal simbolo di Fdi, e così fa la scrittrice Edith Bruck. Furio Colombo, in diretta su La7, è arrivato a dire che la destra attuale è esattamente uguale a quella del 1922. Dunque, vedete, la realtà non esiste più: non valgono più le dichiarazioni e nemmeno le azioni. La fiction, il racconto avvelenato dall’ideologia trionfa, sempre e ovunque. E più si tenta di assecondarlo, più quello si contorce e produce altre ramificazioni velenose.

In questo racconto ideologico imbastito dal sistema politico-mediatico, i contenuti non trovano cittadinanza. Regnano i simulacri. Tradotto: non vale nulla ciò che La Russa o Fontana dicono (e per una carica istituzionale, in certe situazioni, pesa più il dire del fare). La condanna grava su di loro a prescindere. Sono stati individuati come Nemici nel grande spettacolo della politica, a loro è stata assegnata la parte dei razzisti omofobi, e continueranno a trattarli come tali. Anche qualora dovessero partecipare a un gay pride, i più insisterebbero a guardarli con sospetto. Gli autodafé non bastano mai esattamente per questa ragione: conta la superficie, la figurina, non la profondità.

Il meccanismo vale anche in altri contesti del tutto differenti, e qui arriviamo al caso Egonu. È dalla serata di sabato che la presunta persecuzione razzista nei confronti della brava pallavolista italiana è stata smentita, sia da lei sia del suo manager. Ma tre giorni di distanza sui giornali ancora si sprecano i commenti indignati dedicati… al razzismo. Il più clamoroso è apparso ieri sulla Stampa. Il quotidiano torinese ha pubblicato un articolo di Daisy Osakue, atleta azzurra di discreta fama. Qualche anno fa, la Osakue fu al centro di una vicenda incredibile riguardante proprio il razzismo. Fu colpita da un lancio di uova a Moncalieri, e i media esplosero, attribuendo la colpa al clima di odio creato dai sovranisti. Poi si scoprì che a lanciare le uova furono alcuni ragazzetti dementi, tra cui il figlio di un esponente del Pd. Non solo. Saltò fuori che il padre di Daisy – Iredia, che in alcune interviste aveva a sua volta tirato in ballo il razzismo – aveva precedenti per sfruttamento della prostituzione ed era finito in una gigantesca indagine dei carabinieri di Torino sulla mafia nigeriana, di cui risultava uno dei capi locali.

Era il 2018, e quattro anni dopo sembra che non sia mai accaduto nulla: la realtà non esiste. E infatti oggi la Osakue, (non) vittima di un episodio di razzismo inesistente, commenta l’episodio di razzismo inesistente di cui è stata (non) vittima la Egonu, specificando che «i nostri sogni sono più forti del razzismo». Visto? Non conta che il razzismo esista o no: alle due atlete è stata assegnata la parte delle vittime, e tutto ciò che rientra nel copione – per quanto falso – va bene, il resto si ignora.

E infatti il presidente del Consiglio in carica, Mario Draghi, ha chiamato Paola Egonu per esprimerle solidarietà contro il razzismo che non l’ha colpita, e ha trascurato con facilità l’odio vero e feroce che si è riversato sulla seconda e la terza carica dello Stato democraticamente elette. La realtà, in fondo, è soltanto un impedimento.

Da non perdere

Gesù e Donald: le due conversioni di Vance
Pensiero forte

Gesù e Donald: le due conversioni di Vance

Nel suo libro «Communion», il vicepresidente degli States racconta il passaggio dall’ateismo alla fede cattolica: sentì qualcosa durante la visita in una cattedrale. E ricorda come, partendo da oppositore, abbia poi realizzato la bontà delle idee di Trump.