Il vocabolario politically correct è un incubo
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L’università americana di Stanford ha messo all’indice decine di parole ritenute dannose, razziste e di parte che dovranno essere cancellate da siti Web e testi. Non si parlerà più di «pecore nere», troppo discriminante. «Ragazzi» e «ragazze»? Meglio «gente».



Giorgio Agamben, di certo non sospettabile di bigottismo, ha centrato il problema in un articolo recente. Il filosofo ha spiegato che un tempo, almeno per gli Europei «Dio – o, piuttosto, il suo nome – era la prima e ultima garanzia del nesso fra il linguaggio e il mondo, fra le parole e le cose». Dopo la morte di Dio si spezza anche il vincolo fra le parole e le cose, il che comporta l’evaporazione della verità. «Ciò significa allora», scrive Agamben, «che nella nostra società il linguaggio è diventato costitutivamente menzogna. Senza la garanzia del nome di Dio, ogni discorso, come il giuramento che ne assicurava la verità, non è più che vanità e spergiuro. È quanto abbiamo visto apparire in piena luce in questi ultimi anni, quando ogni parola pronunciata dalle istituzioni e dai media era soltanto vacuità e impostura».

Queste frasi di uno dei pochi pensatori ancora lucidi della nostra epoca spiegano perfettamente il delirio di cui ha dato conto giusto ieri il Wall Street Journal. Il noto quotidiano ha mostrato ciò che accade in una delle più prestigiose università del mondo, cioè l’americana Stanford.

L’ateneo ha dato corso nei mesi scorsi a un progetto chiamato Elimination of harmful language initiative, il cui obiettivo è quello di «eliminare molte forme di linguaggio dannoso, compreso il linguaggio razzista, violento e di parte (ad esempio, pregiudizi sulla disabilità, pregiudizi etnici, insulti etnici, pregiudizi di genere, pregiudizi impliciti, pregiudizi sessuali) nei siti Web e nel codice di Stanford, e anche nel linguaggio e nella terminologia di tutti i giorni».

In pratica, si tratta di una lunga lista di parole proibite che l’università vuole siano cancellate da tutti i siti e testi ufficiali. Per elaborarla ci sono voluti addirittura 18 mesi e il risultato è sostanzialmente un delirio. Non a caso, quando le lisergiche linee guida sul linguaggio sono state diffuse sui social network, è scoppiato il pandemonio e all’inizio di questa settimana i vertici di Stanford hanno deciso, così riporta il Wall Street Journal, di nascondere il documento, che tuttavia è consultabile sul sito del quotidiano statunitense (in questa pagina ve ne forniamo un eloquente riassunto).

Le nuove regole sulle parole proibite dovrebbero valere per i 16.937 studenti, 2.288 docenti e 15.750 membri del personale amministrativo dell’ateneo d’Oltreoceano, ma basta scorrerle per sentirsi male.

Qualche esempi tra i più folli. Vietato dire «americano» che va sostituito con «cittadino statunitense» per non insinuare che il Nord America sia più importante del Sud. Il verbo «abortire» va sostituito con «cancellare» per non creare dissidi sul piano religioso. Non si può esultare gridando hip-hip hurrà ma si dovrà dire soltanto hurrà, perché hip hip «era usato dai cittadini tedeschi durante l’Olocausto come grido di battaglia durante la caccia ai cittadini ebrei nei quartieri segregati». Ah, a tal proposito è vietato pure dire «ghetto» (da sostituirsi con il nome preciso del quartiere, per la gioia dei gangsta rapper). Ovviamente sono bandite tutte le parole composte che contengano il termine white per non far passare l’idea che i bianchi siano superiori. E, per analogo motivo, non si dovranno scrivere cose tipo «pecora nera» o «lista nera». Tutti i termini sessuati (come «ladies» o «guys») saranno sostiuiti da «folks» («gente»). Infine, la ciliegina: i pronomi «he» e «she» sono da consegnare al rogo: andranno sostituiti con «they», per non turbare coloro che si riconoscono come «non binari».

Come dice Agamben: il linguaggio è divenuto menzogna poiché Dio è morto. Ma anche chi ha compilato le linee guida di Stanford non si sente tanto bene.

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