- Nel 1960 uscì «Il mattino dei maghi», libro estraneo alla cultura dominante. Mondadori lo ripubblica ed è più attuale che mai.
- Il saggista Sebastiano Fusco: «Oltre l’universo visibile ce n’è uno altrettanto importante: il nostro Io. Oggi si limita la ricerca a ciò che è contingente, ecco perché non sappiamo più replicare una “Odissea” o un Duomo di Milano»
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libro di culto se ve n’è uno, è anche questo: un atto di amore per la scienza, un tentativo di arricchirla e di abbattere gli stereotipi che ne limitano l’espansione. Al contempo, questo misterioso arazzo narrativo permette di spalancare la mente al cospetto di uno sfavillante universo letterario, dove Gurdjieff e Arthur Machen si intrecciano alla magia della Golden Dawn, al nazismo esoterico e all’orrore cosmico di H.P. Lovecraft. Uscito in prima edizione francese nel 1960, è firmato non a caso da un uomo di scienza, Jacques Bergier, e da uno scrittore seguace di Gurdjieff, Louis Pauwels. Dalle librerie italiane mancava da troppo tempo, tanto che le quotazioni delle varie edizioni nel circuito del modernariato avevano raggiunto cifre anche abbastanza impegnative. Ma ecco che Mondadori si è decisa a ristamparlo, regalandolo – si spera – a una nuova generazione di lettori.
L’impatto dell’opera sulla cultura francese ed europea tutta è ben ricostruito dallo stesso Bergier nella sua affascinante autobiografia, Io non sono leggenda (pubblicata in Italia da Bietti e curata da Andrea Scarabelli, che ha curato anche il libro gemello di Bergier: Elogio del fantastico, per i tipi del Palindromo).
«Il mattino dei maghi ha posto l’accento su un buon numero di elementi che ancora oggi meritano di essere ricordati», scriveva Bergier. «Tra i molti, a mio giudizio, il fatto che la scienza non è una sequela di libri da gettare dopo aver dato un esame universitario, ma una potente forza d’importanza capitale, capace di svelare misteri, aprire le porte, cambiare il mondo. Tale idea era già stata espressa in Unione Sovietica e in America dalla fantascienza, che per ragioni oscure ha cominciato a essere diffusa in Francia dopo la pubblicazione del libro. La mia spiegazione vale quel che vale, ed è la seguente: quando ero adolescente, gli unici fumetti che circolavano erano di una stupidità disarmante. Le cose sono cambiate negli anni de Il mattino dei maghi: Tintin e Spirou hanno preparato il terreno ad Asterix, a Philipp Druillet e a tutta la scuola moderna francese. Così, oggi le nuove generazioni sono portate naturalmente verso la fantascienza. Un giorno qualche sociologo studierà l’influenza di fumetti come Spirou…».
La grande lezione è tutta qui: può sembrare assurdo o persino stupido, ma la letteratura, i fumetti persino, possono condurci ben oltre gli steccati di quella che riteniamo essere la verità scientifica. Lasciamo ancora la parola a Bergier: «L’enorme successo de Il mattino dei maghi è dovuto in gran parte allo stile di Pauwels. Per quanto mi riguarda, non nutro l’ambizione di essere uno scrittore, ma so di avere un gran talento nel raccontare storie. Quando discutevo con Pauwels, gli parlavo come se mi trovassi davanti al fuoco del campo coi miei compagni di lotta, o nei campi di concentramento cogli altri deportati. “E la verità?” potrebbe domandarmi a questo punto il lettore. “Quanto è importante?”. Di recente, agli inizi del 1976, ho esaminato l’ultima edizione de Il mattino dei maghi. Gli errori tipografici e i refusi della prima edizione (ad esempio, “manoscritti del Mar Nero” invece di “manoscritti del Mar Morto”) sono stati corretti. Il novantadue per cento dei fatti indicati all’interno del libro è esatto; purtroppo non siamo riusciti a verificare la restante parte, essendo coperta dal segreto militare (è il caso delle esperienze di telepatia a bordo del sottomarino Nautilus): ebbene, la veridicità del nostro libro è superiore a quella di qualsiasi altra opera scientifica contemporanea. Citerò solo due esempi. Nel 1961, tutti i libri di astronomia scrivevano che la vegetazione marziana è molto rigogliosa in primavera. Grazie alle immagini di Marte trasmesse dal Viking, ora sappiamo che sul pianeta non esiste vegetazione. Sempre nel 1961, tutti i libri di fisica nucleare affermavano come la prima pila a uranio fosse stata attivata a Chicago il 2 dicembre 1942. Ora sappiamo che si tratta di un fenomeno naturale e duemila anni fa ce ne furono diverse nel Gabon. L’esattezza dei migliori libri scientifici non supera in media il cinquanta per cento, vale dire che un fatto su due è falso. Nemmeno i dubbi degli scienziati cambiano nulla. Quando sono al potere, come gli antropologi nella Germania hitleriana o Lyssenko nella Russia di Stalin, spediscono chi contraddice le loro teorie nei forni crematori o nei campi, inverando le parole di Max Planck: “La verità non trionfa mai, ma i suoi avversari tendono sempre a morire”».
In queste parole c’è, per intero, la clamorosa attualità del Mattino dei maghi. Lo stimolo che fornisce a tutti noi e agli scienziati soprattutto affinché non tramutino le loro certezze in dogmi, affinché riconoscano la rilevanza dello spirito, ben più ampia e potente di quello che vogliamo credere. Uno stimolo che in molti, dagli anni Sessanta a oggi, hanno sicuramente raccolto e approfondito. Rilette oggi, tuttavia, le frasi di Bergier sulla intolleranza dei suoi colleghi scienziati toccano corde inquietanti.
«Partendo da questi dati», continuava il francese, «mi guardo bene dal generalizzare, dicendo come Anthony Staden (secondo cui “la scienza è una vacca sacra”) o Charles Fort, che tutta la scienza è falsa. Dico solo che, nel novantadue per cento dei casi, non bisogna vergognarsi di aver letto Il mattino dei maghi. Ciò non significa nemmeno che si debba farne una specie di Bibbia; Einstein ha detto (e concordo con lui): “Non credo all’educazione. Sii tu stesso il tuo unico insegnante, un insegnante spietato”. […] Non amo affatto il termine divulgazione e credo sia impossibile divulgare senza volgarizzare, come recita il motto di una nota casa editrice. Ma si può certamente spiegare, anche se ciò implica un tradimento: infatti, il solo linguaggio della verità è di tipo matematico, e la matematica non può essere espressa a parole. Mi sono dovuto sforzare parecchio per inserire ne Il mattino dei maghi una sola formula matematica. Anche Jacques Monod ce l’ha fatta, nella sua celebre opera Il caso e la necessità, antitesi (o antidoto?) de Il mattino dei maghi. Tuttavia, se è giusto difendere ciò che si crede vero, bisogna essere anche capaci di evitare l’errore. Ebbene, l’unica formula inserita da Monod nel suo libro è sbagliata… Pur contenendo una sola formula aritmetica, Il mattino dei maghi è pieno di matematica. Uno dei suoi tre protagonisti più straordinari, Ramanujan, ne è un grande specialista. Sono convinto che gli aspetti più favolosi del mondo possano essere formulati solo a partire da tale scienza, ma che sia altrettanto necessario parlarne con uomini come Pauwels, a digiuno di matematica ma dotati di una certa dote poetica».
Va riletto, oggi, Il mattino dei maghi, e con grande attenzione anche. Se ne possono godere gli aspetti (numerosi) di suggestivo intrattenimento. Se ne possono cogliere i suggerimenti spirituali. Si può venire rapiti dalle robuste dosi di fantastico che questo capolavoro ci somministra. Ma, ora più che mai, occorre cogliere ciò che quest’opera ancora misteriosa – «vera» o meno che sia, non importa – ci dona: il sospetto, o il sentore, che ci sia qualcosa d’altro, qualcosa che va oltre i rigidi confini del neopositivismo oggi di moda. Questo libro ci regala il dubbio: dolce seme letterario che feconda la scienza.
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