Lo avevamo previsto e puntualmente è accaduto. Il fatto che Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e signore di Meta, abbia annunciato di aver censurato negli anni bui della pandemia tutte le voci critiche sul Covid – comprese quelle umoristiche e satiriche – su pressione del governo americano (leggasi Joe Biden) qui da noi è passato di fatto sotto silenzio. Non stupisce: che l’ammissione di Zuck susciti un potente imbarazzo anche in Italia è più che comprensibile. Durante la pandemia, infatti, la grandissima parte per non dire la totalità dei nostri campioni della libera informazione si è volontariamente piegata e ha accettato di diffondere i comunicati di regime senza darsi pena di ricercare un minimo di verità. Ora il velo di ipocrisia è definitivamente sollevato, e si conferma che i nostri media hanno collaborato alla più spudorata operazione di controllo sociale e compressione della libertà di informazione del dopoguerra. Una operazione a cui pure le istituzioni non furono estranee.
Se Zuckerberg ha chiarito quali fossero i suoi rapporti con il governo americano (loro chiedevano di cancellare le notizie, lui obbediva), è leggermente meno chiaro quali fossero i rapporti tra Facebook e il nostro esecutivo, in particolare il ministero della Salute guidato all’epoca da Roberto Speranza. Rapporti che oggi, alla luce delle uscite del capo di Meta, meritano di essere indagati, magari pure dalla Commissione di inchiesta Covid.
Ricostruire come siano andate le cose non è semplicissimo, in realtà, anche perché tutto si è svolto in maniera abbastanza opaca. Di certo c’è che il 7 febbraio del 2020 Roberto Speranza annunciò di avere stretto accordi con le principali piattaforme digitali per impedire la diffusione di fake news e notizie fuorvianti (o, meglio, quelle che lui reputava tali). Il testo del comunicato ufficiale è ancora visibile online ed è il seguente: «“Accordo fatto con Facebook. Da oggi ogni ricerca sul coronavirus suggerirà di visitare il sito del ministero della Salute. La corretta informazione è parte della prevenzione”. Questo il commento del ministro della salute Roberto Speranza sull’iniziativa realizzata in collaborazione con il popolare social network».
Qualche giorno dopo, il 29 febbraio del 2020, apparve sul sito del ministero della Salute un altro comunicato: «In queste ore non facili è importante la corretta informazione. Google, con le sue ricerche, e YouTube, con i suoi video, possono far emergere notizie affidabili», dichiarava Speranza. «Per questo è utile l’accordo fatto con il ministero della Salute: ora le due piattaforme indirizzeranno verso il nostro sito tutti gli utenti che cercheranno notizie sul nuovo coronavirus». Il ministero informava anche che «è già disponibile in cima ai risultati di YouTube per ricerche correlate al coronavirus e in corrispondenza di video rilevanti, un pannello informativo in italiano che indirizzerà i visitatori alla pagina dedicata sul sito del ministero della Salute. Il pannello informativo è visibile per gli utenti che hanno impostato l’italiano come lingua sulla piattaforma».
I responsabili della Salute, a fine febbraio 2020, fornivano ulteriori dettagli interessanti: «Già nei giorni scorsi il ministero della Salute ha stretto accordi con i rappresentanti di Facebook Italia e di Twitter per suggerire agli utenti che cercano notizie sul nuovo coronavirus il sito del ministero».
Speranza, dal canto suo, dichiarava soddisfatto: «Continuiamo a lavorare perché anche sui social le informazioni siano corrette e non influenzate dalle troppe fake news». Insomma, il ministro disse agli italiani di aver stretto accordi con Google, Facebook e Twitter al fine di bloccare le (presunte) fake news sul Covid.
Tuttavia i dettagli di questi accordi con le piattaforme non sono mai stati resi noti fino in fondo, almeno finora. Nel 2023 fu l’esperto di comunicazione Robert Lingard a presentare alla direzione generale della Prevenzione sanitaria del ministero della Salute una richiesta di accesso agli atti con un obiettivo molto preciso. Nella richiesta, la direzione Prevenzione veniva sollecitata a esibire «tutta la documentazione inerente gli accordi tra il ministero della Salute e le piattaforme social, nella fattispecie Facebook, Twitter e YouTube, durante la prima ondata pandemica da Covid 19». Gli fu risposto che nel 2020 il ministero aveva accettato da Google e YouTube l’offerta di spazi gratuiti per promuovere l’informazione ufficiale sul Covid. Decisamente più nebulosa la risposta riguardante i legami con Facebook e Twitter. Il direttore generale della Comunicazione, dottor Sergio Iavicoli, risposte ufficialmente a Lingard che «per quanto di competenza, si rappresenta che, durante la prima ondata della pandemia da Covid-19, le piattaforme Facebook e Twitter hanno manifestato per le vie brevi all’amministrazione la volontà di collaborare a titolo gratuito al fine di ottimizzare l’informazione istituzionale sull’emergenza allora in atto, fornita dal ministero della Salute verso gli utenti del Web; non risulta agli atti documentazione in merito a eventuali accordi formalizzati in tal senso».
Interessante vero? Speranza si vantò di avere stretto accordi con Facebook e Twitter (annunciati il 7 febbraio del 2020) ma di tali accordi al ministero non c’era traccia. Si sapeva solo che Facebook aveva proposto «per le vie brevi» di collaborare al controllo dei contenuti.
Quindi che accordi furono stretti, se furono stretti? Beh, adesso possiamo dire che non fu firmato alcun accordo. Contattati telefonicamente dalla Verità, sia il direttore generale della Comunicazione, Sergio Iavicoli, sia Cesare Buquicchio, capo ufficio stampa del ministero della Salute dal 2019 al 2022, ci hanno fornito la medesima versione. Furono le piattaforme a proporre al ministero di collaborare. «Fu una loro iniziativa, visto che girava tanta disinformazione», ci dice Buquicchio. «Inizialmente fu Twitter, con cui c’erano state collaborazioni su altri temi. Ogni volta che si cercavano parole come virus cinese, coronavirus o polmonite appariva un pop up che rimandava al sito del ministero. Sulla scorta di questa iniziativa si associarono Facebook, YouTube e altri. Noi fummo felici di questo ed è stato anche stimato che poi tante delle ricerche fatte all’epoca sono effettivamente finite sul sito del ministero e si è ridotta la disinformazione. Anche con Facebook funzionava così: appariva un pop up che rinviava alla pagina ufficiale. Quanto alla rimozione di contenuti, quella l’hanno fatta le piattaforme di loro iniziativa».
Ecco come è andata. Mentre riceveva pressioni dal governo Usa per censurare le informazioni sgradite, Facebook ha offerto i suoi servigi anche al governo italiano, provvedendo a indirizzare parte delle ricerche degli utenti sulla pagina ufficiale del ministero. Tutto questo, però, è avvenuto senza che ci fossero accordi scritti. Si è trattato insomma di una operazione informale. Speranza la pubblicizzò vendendola come una grande mossa politica, quasi come un suo successo personale. Ma non mise nulla nero su bianco: dopo una amabile chiacchierata le piattaforme si misero a influenzare le ricerche con il benestare del ministero. In una democrazia, però, le cose dovrebbero funzionare in modo diverso. Se si scende a patti con un privato per tentare di orientare l’opinione pubblica, allora si dovrebbero fissare chiaramente i limiti di tali patti, che dovrebbero essere trasparenti e pubblici. La libertà di opinione e la libertà di informazione sono beni preziosi, e un ministro non dovrebbe poterli manipolare a piacimento sulla base di qualche conversazione con i rappresentanti di aziende private. Questo ha fatto Roberto Speranza, e qualcuno dovrebbe chiedergliene conto in sede istituzionale.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >