La grottesca e un po’ patetica rissa in Parlamento – scatenata da una evitabile intemerata dell’onorevole pentastellato Leonardo Donno e conclusasi con una evitabilissima ammucchiata di esponenti del centrodestra dotati di pugni rotanti (per lo più menati nel vuoto) – da giorni sta gonfiando gli incubi dei sinceri democratici nostrani. Appaiono tutti preoccupatissimi per la violenza imperante, per la libertà di opposizione e critica messa a rischio, per il futuro della democrazia messo a repentaglio da squadracce di fascisti randellatori.
Una perfetta sintesi dei timori sinistrorsi la fornisce Carmelo Lopapa su Repubblica: «Se un parlamentare della Repubblica, colpevole di opposizione, può essere aggredito e picchiato al centro dell’emiciclo da energumeni dal pensiero corto e feroce», scrive, «cosa potrà accadere domani a un cittadino che manifesterà il suo dissenso? E a uno studente che protesterà in piazza contro una maggioranza finita sotto le insegne della Decima Mas? E quante voci libere si leveranno ancora, nelle poche tv e negli sparuti giornali rimasti indipendenti e insensibili alle sirene del sovranismo?».
A dirla tutta i picchiatori da buvette suscitano piuttosto qualche ironia, coi loro goffi tentativi di allungarsi degli sganassoni mentre i robusti commessi della Camera li trattengono come fossero bambini nel cortile della materna. In ogni caso, le domande di Lopapa sono più che legittime e perfino importanti. Il fatto è che sappiamo già le risposte: sappiamo che cosa possa accadere e sia in effetti accaduto ai cittadini che abbiano manifestato dissenso; sappiamo che cosa rischino intellettuali e giornalisti intenzionati a restare indipendenti; sappiamo che cosa ottengono e hanno ottenuto i manifestanti nelle piazze. In poche parole: repressione, emarginazione, discriminazione. Questa è la ricompensa con cui sono stati premiati critici e oppositori negli ultimi anni grazie ai governi tecnici e progressisti, e pure tramite i centri di potere «democratici» che ancora resistono nonostante il governo di destra.
Non c’è dubbio che lo spettacolo di una pattuglia di onorevoli che s’avventa su un collega sia imbarazzante, e che sia umiliante il siparietto che ne è seguito tra cadute, ambulanze e schiamazzi. Ma è grottesco che i politici dem e pentastellati s’affannino a stigmatizzare la violenza alla Camera dopo che per anni hanno esercitato una violenza istituzionale senza pari, privando milioni di cittadini del lavoro e della libertà. È ridicolo che s’indignino per un paio di pugni farlocchi subito dopo aver votato per l’invio di armi che continuano a provocare la morte di centinaia di migliaia di persone. Ed è francamente irritante che ora si straccino le vesti per la dignità violata del Parlamento proprio quelli che – quando erano al potere – scavalcavano bellamente l’Aula sfornando decreti su decreti o prostrandosi alle intrusioni quirinalizie.
La violenza da avanspettacolo di cui si ciancia da qualche giorno è deplorevole, e si doveva evitarla. Ma da queste parti è stata esercitata una coercizione ben più pesante, e alla Camera sono state approvate misure ben più sanguinose di un paio di ceffoni.
Dice Carmelo Lopapa su Repubblica che le opposizioni scenderanno in piazza affinché il «mercoledì nero» del Parlamento non sia dimenticato: «Dovrà restare da monito per tutti coloro che hanno a cuore le istituzioni e la democrazia in questo Paese smemorato e distratto». Ha ragione, il collega: siamo smemorati e distratti. Infatti le oppressioni vergognose a cui siamo stati e in parte siamo ancora sottoposti le abbiamo già dimenticate. O, peggio, non ne abbiamo mai parlato preferendo obbedire in silenzio.
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