Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 gennaio con Carlo Cambi
L’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado (Ansa)
Il rappresentante italiano, ricevuto ieri dal premier e da Tajani, riprenderà servizio soltanto in caso di cooperazione delle autorità elvetiche. Procura di Roma pronta a inviare team di investigatori nel cantone.
L’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, non tornerà in Svizzera fino a quando non verranno avviate «collaborazioni effettive tra le autorità giudiziarie dei due Stati» e fino a quando non verrà costituita «una squadra investigativa comune per accertate, senza ulteriori ritardi, le responsabilità della strage di Crans-Montana». Questa la linea decisa dal premier, Giorgia Meloni, che, ieri, ha ricevuto Cornado alla presenza del sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano e dell’avvocato generale dello Stato, Gabriella Palmieri Sandulli, al termine di una giornata di consultazioni anche con il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’ambasciatore era stato richiamato in Italia, nei giorni scorsi, dopo la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario, insieme alla moglie Jessica del locale Le Constellation, rilasciato a fronte di una cauzione di 200.000 franchi pagata da un facoltoso imprenditore a lui vicino che ha preteso, e ottenuto, di rimanere anonimo.
Meloni aveva definito questa scelta un «insulto alla memoria delle vittime», mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, aveva rimarcato la necessità di «sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation».
A queste richieste esplicite, Beatrice Pilloud, procuratore del Canton Vallese, si era limitata a rispondere con un laconico «la decisione non è stata presa da me, ma dal Tribunale per i provvedimenti coercitivi», e senza aggiungere altro, aveva chiuso lì l’argomento.
Lo strappo istituzionale, rimarcato ieri, risulta quindi l’unico modo per esercitare una pressione sulla Svizzera sufficiente - si spera - ad ottenere un cambio di marcia nelle indagini. Per ora sull’inchiesta svizzera, che dovrebbe portare all’accertamento delle responsabilità per l’incendio di capodanno nel quale hanno perso la vita 40 giovanissimi e altri 116 sono rimasti gravemente feriti, continuano ad accumularsi ombre.
Non solo, infatti, la Procura del Canton Vallese è rimasta ferma all’ipotesi di reato per omicidio, lesioni ed incendio colposi, senza contemplare il dolo eventuale, nonostante le evidenti e innegabili mancanze nell’ambito della prevenzione incendi e della sicurezza del locale, ma i due proprietari de Le Constellation risultano ancora gli unici indagati, anche a fronte delle ammissioni del sindaco di Crans Montana, Nicolas Feraud, sui mancati controlli che da cinque anni non venivano effettuati come da obbligo di legge. La forma della «collaborazione effettiva» che dovrebbe avviarsi tra le autorità giudiziarie di Svizzera e Italia è contenuta nella rogatoria che la Procura Roma ha presentato ai magistrati di Sion. Nella rogatoria si chiede «l’acquisizione di tutti i documenti relativi all’attività istruttoria svolta fino ad oggi», compresa anche la «documentazione relativa alle autorizzazioni ottenute in passato dal locale Le Costellation», e quella relativa ai controlli delle autorità locali che per ammissione dello stesso sindaco di Crans Montana risultano mancanti. Al momento, infatti, il fascicolo aperto dalla Procura di Roma per omicidio colposo e disastro colposo, è contro ignoti, e i documenti richiesti alla Svizzera sono necessari per poter iscrivere i primi indagati. La rogatoria prevede, inoltre, l’invio di un team di investigatori che dovranno affiancare i colleghi svizzeri nell’attività di indagine. Nel frattempo arrivano le prime stime sui risarcimenti che spettano alle vittime della strage. Si parla di cifre che vanno da 600 milioni a oltre un miliardo di franchi svizzeri. A calcolarli, semplicemente utilizzando le tabelle di capitalizzazione e simulando lo scenario in termini di danni stimati, è stato Pascal Pichonnaz, professore di diritto privato all’Università di Friburgo, come riportato dal quotidiano francese Le Nouvelliste. La cifra ipotizzata servirà a coprire le cure mediche che, da sole, potrebbero costare fino a 1,6 milioni di franchi a persona e, poi, a tentare di ripagare la perdita di guadagno, attuale e futura per i feriti, che sono sono in maggioranza minorenni e che per anni - nessuno sa quanti - si troveranno a fare i conti con quello che hanno vissuto, invece di dedicarsi appieno alle sfide che aspettano i giovani adulti. In teoria, i risarcimenti che verranno chiesti, dovrebbero coprire anche i danni morali subiti dalle famiglie dei ragazzi morti tra le fiamme e da chi è ancora oggi in ospedale a lottare contro le bruciature profonde. Ma per rifondere quelli nessuna somma sarà mai sufficiente.
Da venerdì a domenica, proprio a Crans Montana, si terranno le gare di sci di Coppa del Mondo, l’ultimo appuntamento prima dei Giochi olimpici di Milano Cortina: per condividere il dolore delle famiglie e delle vittime della tragedia di capodanno le azzurre e gli azzurri dello sci alpino gareggeranno con il lutto al braccio.
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Polizia e mezzi di soccorso a Rogoredo (Ansa)
- Vicino al bosco dello spaccio di Milano, durante un controllo antidroga, un extracomunitario estrae un’arma a salve e si dirige verso due ufficiali in borghese. Le forze dell’ordine aprono il fuoco e ammazzano l’aggressore, un clandestino con precedenti.
- Beppe Sala: «Sicurezza? Un mio fardello». Piantedosi: «No a scudi immunitari».
Lo speciale contiene due articoli.
Un nordafricano di quasi 30 anni (classe 1997), di origine marocchina, irregolare e pregiudicato (precedenti per droga, resistenza e lesioni), è morto nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio in via Peppino Impastato a Milano, zona Rogoredo, vicino al celebre boschetto della droga, durante un’operazione antispaccio della polizia. Il clandestino impugnava una pistola priva di cappuccio rosso, identica a un’arma vera, modello Beretta 92, in dotazione da anni anche alle nostre forze dell’ordine. A sparare è stato un agente in borghese (ora indagato), impegnato insieme ad altri colleghi in un servizio di pattugliamento nell’area.
La sparatoria è avvenuta a poche centinaia di metri dall’Arena di Santa Giulia, una delle sedi principali delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, che inizieranno tra dieci giorni. Rogoredo è uno degli snodi logistici indicati per l’accesso degli spettatori e l’area è da tempo sottoposta a controlli rafforzati anche in vista dell’evento olimpico. Per di più è una zona che era stata citata durante la conferenza stampa di Natale dal sindaco Beppe Sala, che aveva parlato di un miglioramento della situazione nel tristemente celebre boschetto della droga di Rogoredo.
Secondo la prima ricostruzione, ora al vaglio della Squadra Mobile, gli agenti operavano in abiti civili lungo via Impastato, una delle direttrici più sensibili del quartiere, a ridosso dei binari ferroviari e delle aree verdi. L’uomo avrebbe incrociato i poliziotti, impegnati con una terza persona, e si sarebbe avvicinato, mettendosi di traverso. In pochi secondi avrebbe estratto una pistola e l’avrebbe puntata contro di loro. L’arma non presentava alcun segno distintivo, né il tappo rosso previsto per le armi giocattolo, rendendola indistinguibile da una pistola reale.
Uno degli agenti ha reagito sparando. I colpi hanno raggiunto il trentenne alla parte alta del corpo. L’uomo è morto sul posto. Inutili i tentativi di soccorso del 118. Accanto al corpo è stata rinvenuta la pistola, risultata poi essere un’arma a salve, una replica fedele di un modello in dotazione anche alle forze dell’ordine. Un elemento che gli investigatori considerano centrale nella valutazione della percezione del pericolo da parte degli agenti.
Sul posto sono intervenuti il medico legale, la polizia scientifica e gli uomini della Squadra Mobile, che stanno verificando la dinamica dell’accaduto, la distanza dei colpi e la posizione dei presenti. Al vaglio anche eventuali immagini di videosorveglianza e le testimonianze raccolte nelle ore successive. L’uomo ucciso risultava noto alle forze dell’ordine. La sua presenza nell’area si inserisce in un contesto che da anni resta uno dei più critici di Milano sul fronte dello spaccio di droga. Secondo dati e resoconti ufficiali delle forze dell’ordine, il parco e le aree verdi di Rogoredo e San Donato rappresentano da oltre un decennio una delle principali piazze di spaccio del Nord Italia. Negli ultimi anni si sono susseguite decine di operazioni di polizia: arresti per associazione a delinquere, sequestri di chili di stupefacenti, identificazioni di centinaia di persone in singole giornate di controllo.
Solo nel 2025, durante controlli straordinari disposti dalla Prefettura, sono state identificate oltre 1.000 persone in poche settimane ed effettuati numerosi arresti per spaccio e reati collegati. Le forze dell’ordine descrivono l’area come una «scena aperta» di consumo e traffico di droga, con flussi continui di acquirenti provenienti anche da fuori città. Le operazioni di bonifica hanno più volte ridotto la visibilità del fenomeno, senza però eliminarlo.
Negli ultimi anni il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha più volte dichiarato di aver «ripulito» il boschetto di Rogoredo e di aver migliorato la situazione dell’area, rivendicando l’efficacia degli interventi messi in campo dal Comune insieme alle forze dell’ordine. Dichiarazioni rilanciate anche in vista delle Olimpiadi, con l’obiettivo di presentare un quadrante urbano finalmente normalizzato, a ridosso di una delle principali infrastrutture sportive dei Giochi.
La cronaca, però, continua a raccontare un’altra storia. Lo spaccio non è mai scomparso, ma si è spostato di poche decine o centinaia di metri, adattandosi alle operazioni di controllo. Via Impastato resta una zona ad alta tensione, dove gli agenti operano in borghese e dove il rischio di interventi improvvisi è elevato. Negli ultimi anni Rogoredo ha continuato a registrare arresti quotidiani, morti per overdose, aggressioni e interventi d’emergenza.
La sparatoria di lunedì si inserisce in questa continuità. Avviene a ridosso di un evento mondiale, in un’area indicata come risanata, ma che continua a richiedere un presidio costante e operazioni ad alto rischio. Il degrado denunciato da residenti, operatori sociali e forze dell’ordine non è stato superato, ma gestito. E mentre Milano si prepara a mostrarsi al mondo con l’Arena di Santa Giulia come simbolo della città olimpica, Rogoredo continua a produrre la stessa cronaca di sempre, fatta di pattugliamenti, armi - vere o presunte - e morti che riaprono, ogni volta, lo stesso problema mai davvero risolto.
Salvini: «Io sto con il poliziotto». Sala balbetta: «Niente slogan»
La tragedia nel gelo di una sera a Rogoredo. E nel gelo di una città che non vede e non ascolta gli allarmi sicurezza. Tutto comincia a ribollire a margine dell’uccisione del giovane nel boschetto milanese della droga. Quella pistola Beretta 92 (risultata finta) puntata contro un poliziotto dal ventenne immigrato, si contrappone al revolver vero che ha fatto fuoco e innescato il dramma. Il caso diventa immediatamente politico. Mentre l’opposizione ha già cominciato a strumentalizzare la vicenda in chiave colpevolista, il governo fa muro.
Il vicepremier Matteo Salvini non ha dubbi e si schiera con le forze dell’ordine, ancora una volta sotto pressione: «Sono dalla parte del poliziotto senza se e senza ma. Il giovane aveva estratto una pistola e per questo è stato colpito. Solidarietà alle donne e agli uomini in divisa che ogni giorno difendono i cittadini perbene. L’auspicio è che, davanti alla tragedia appena avvenuta a Milano, nessun agente finisca ingiustamente nel tritacarne. La Lega ribadisce anche la necessità e l’urgenza di approvare il pacchetto Sicurezza per aiutare le forze dell’ordine a tutelare i cittadini con sempre maggior efficacia».
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, preferisce attendere i rapporti ufficiali della Questura. «Le prime notizie ovviamente scontano un margine ancora di approssimazione. Non ho motivo di presumere sulla legittimità o proporzionalità dell’intervento fatto, ma non diamo scudi immunitari a nessuno. Le autorità competenti adesso vaglieranno il caso. Chiedo solo di non fare presunzioni di colpevolezza. Da parte mia assicuro che non ci saranno scudi immunitari. Ci rimetteremo in maniera serena alla valutazione di quello che sarà stato lo svolgimento dei fatti, ancora una volta in un contesto molto complicato».
Un contesto di degrado e di emergenza continuata, che in 15 anni di amministrazioni di sinistra (prima Giuliano Pisapia, poi la doppietta di Giuseppe Sala) è diventato un cancro per la metropoli lombarda anche per la sottovalutazione, quando non il disinteresse, di una politica sociale improntata all’accoglienza diffusa anche quando si è dimostrata un fallimento. Con la deriva di ragazzi allo sbando, lasciati nel bivio fra la schiavitù nel sottobosco del lavoro e la discesa negli inferi della droga e della criminalità. Con la cloaca di Rogoredo come punto di riferimento quasi extragiudiziale.
Anche per questo, in una simile situazione da baratro civile, è singolare che il sindaco Sala continui a ritenere l’emergenza sicurezza «una narrazione». Ancora ieri, a margine di un evento con il leader di Azione Carlo Calenda, il borgomastro del fallimento si difendeva così: «La sicurezza a Milano non sta sfuggendo di mano e non può essere trattata a slogan. È una situazione che riguarda l’intero Paese. Trovo ridicolo chi ci accusa di esserci svegliati adesso, io ne ho fatto oggetto della mia campagna elettorale. Ma quando chiedo quante sono le forze di polizia, la risposta non c’è. Il problema non è solo mio, servono più divise per strada».
La delega alla sicurezza però è in capo al sindaco. Riccardo De Corato (Fdi) contesta la scelta: «A pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, Milano non si fa mancare nulla, ora anche una sparatoria in città. Servono subito presidi di polizia locale ed è inammissibile che Sala tenga la delega per sé». Il sindaco per anni ha criticato - comodità politica - le iniziative della Questura sugli sgomberi, sui controlli, sui blitz in Stazione Centrale nel tentativo di contrastare l’avanzata del crimine, soprattutto da parte dei disperati clandestini. Ora dice: «Servono più divise per strada». Fino a ieri, mentre i maranza si appropriavano del territorio, serviva «più inclusione culturale». Poi arrivano gli spari di Rogoredo ad aprirgli gli occhi.
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Alfonso SIgnorini e Gennaro Sangiuliano
Nei tribunali regna il caos. Chi guida le toghe collega la riforma Nordio alle violenze in Minnesota. E mentre a Milano si stabilisce che le vicende private del conduttore del «Gf» non devono essere pubbliche, a Roma per l’ex ministro della Cultura vale il contrario.
Che la giustizia in Italia sia fuori controllo è ormai assodato: ogni giorno, infatti, i tribunali ce ne forniscono prova. Ieri, per esempio, ne abbiamo avuto ampia dimostrazione grazie a due sentenze e all’esternazione di Rocco Maruotti, pm di Rieti che dal febbraio scorso ricopre l’importante ruolo di segretario dell’Associazione nazionale magistrati. Intervenendo a proposito della riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, Maruotti si è lasciato andare a uno strampalato accostamento della situazione americana con quella italiana. «Anche questo omicidio di Stato resterà impunito in quella “democrazia” al cui sistema giudiziario è ispirata la riforma Meloni-Nordio». Maruotti ovviamente si riferisce alla morte di Alex Pretti, l’infermiere ucciso in Minnesota durante le proteste per l’espulsione di alcuni migranti. L’uomo, che si opponeva all’intervento della polizia, è stato colpito dai proiettili sparati dagli agenti dell’Ice e la sua morte ha scatenato indignazione e accuse.
Che cosa c’entri Pretti con la riforma della giustizia italiana non è dato sapere, visto che il nostro sistema giudiziario non ha nulla da spartire con quello americano. Tuttavia, benché non ci sia alcun collegamento, uno dei massimi rappresentanti del sindacato dei giudici ne ha approfittato per strumentalizzare la faccenda e usarla come argomento contro la legge che separa le carriere e istituisce l’Alta corte disciplinare delle toghe. Il post di Maruotti non soltanto dimostra il pregiudizio ideologico di cui è imbevuto chi, amministrando la giustizia, non dovrebbe avere pregiudizi («anche questo omicidio di Stato resterà impunito»), ma svela la faziosità di quanti, pur di raggiungere l’obiettivo di sabotare la riforma, sono pronti a sostenere qualsiasi menzogna («la legge Meloni-Nordio è ispirata al sistema americano»).
Un magistrato dovrebbe mostrare equilibrio, ma nel caso di Maruotti si evidenzia semmai la mancanza di equilibrio. Del resto, lo stesso segretario dell’Anm se ne deve essere reso conto, visto che a seguito delle proteste politiche ha deciso di far sparire il post.
Ciò detto, a dimostrare la confusione che regna nelle aule dei tribunali ci sono anche due sentenze, che appaiono l’una contraddire l’altra. A Milano, su richiesta degli avvocati di Alfonso Signorini, il giudice ha vietato a Fabrizio Corona di diffondere altro materiale sulla vita privata dell’ex conduttore del Grande Fratello. Ritenendo diffamatorie le puntate di Falsissimo, l’ordinanza vieta al fotografo di mettere in Rete video che riguardino la vicenda dell’ex direttore di Chi, disponendo anche la rimozione di quelli già precedentemente pubblicati. Corona sostiene che si voglia zittire il suo «diritto» di cronaca, ma visto che contro di lui sono state presentate varie denunce (del conduttore, ma anche di Mediaset) si può pure capire la preoccupazione della magistratura, che senza entrare nel merito della vicenda punta a evitare la diffusione di notizie che potrebbero essere diffamatorie, se non addirittura calunniose.
Tuttavia, mentre a Milano decidono che le questioni private non devono diventare pubbliche, e men che meno devono essere usate per scopi diversi come, ad esempio, una presunta moralizzazione contro un «sistema», a Roma si decide diversamente, quasi che in Italia le leggi siano diverse a seconda della città in cui si vive. Infatti, mentre al Nord si vieta di diffondere informazioni riservate, nella Capitale si fa il contrario, sentenziando la legittimità della diffusione di una registrazione privata tra l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie. Cioè nel primo caso non esiste un diritto di cronaca ma semmai un diritto sacrosanto a non essere sputtanati online. Mentre nel secondo la messa in onda della conversazione tra un esponente del governo e la di lui moglie, registrata senza alcuna autorizzazione e sempre senza alcun consenso delle parti in causa diffusa da una trasmissione del servizio pubblico, è un legittimo uso del diritto di cronaca. È evidente anche a un bambino che se non si possono diffondere informazioni riservate che riguardano la sfera intima di una persona, poi non si possono neppure mandare in onda le telefonate, anche queste private e intime, di altre persone. Se la legge tutela Signorini, com’è giusto che sia, poi deve tutelare anche Sangiuliano. Invece no. La giustizia italiana non è uguale per tutti. Da un lato vieta la diffusione di una registrazione, dall’altro la autorizza. Il tutto in una sola giornata.
Dopo di che ci si chiede perché la maggioranza degli italiani pare intenzionata a votare Sì al referendum che separa le carriere dei magistrati, disponendo che l’elezione del Csm avvenga per sorteggio e non più sulla base di liste presentate dalle correnti politiche dell’Anm. È evidente che gli italiani vogliono cambiare. E non per adottare il sistema americano, ma per porre fine a un sistema dove il magistrato che sbaglia non paga mai.
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