2026-02-13
Competitività, Meloni: «I temi sono molti. A nome dell’Italia mi concentrerò sui prezzi dell’energia»
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Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio a margine dell’incontro informale dei leader dell’Unione europea al Castello di Alden Biesen in Belgio.
Ansa
Blitz degli agenti in varie sedi: sotto i riflettori c’è il passaggio di 23 edifici dall’esecutivo comunitario a una società finanziaria controllata dallo Stato belga. Un’operazione dal valore di 900 milioni di euro.
Un’ennesima bufera giudiziaria si è abbattuta sull’Ue, che ormai ricorda sempre più da vicino l’Italia dei tempi di Mani pulite. Ieri mattina la polizia belga ha compiuto perquisizioni negli uffici della Commissione europea nell’ambito di un’inchiesta sulla vendita di immobili. Lo ha reso noto il quotidiano Financial Times citando due fonti informate sull’operazione. Il blitz è avvenuto in diverse sedi della Commissione Ue a Bruxelles, tra cui il dipartimento di bilancio. Gli investigatori avrebbero inoltre perquisito diverse sedi di società e abitazioni, ma allo stato attuale non sono stati emessi provvedimenti cautelari nei confronti di nessuna persona coinvolta nell’inchiesta.
L’indagine, a quanto si apprende da fonti della Procura europea, riguarderebbe l’accordo finalizzato il 29 aprile 2024 dall’esecutivo comunitario con il fondo sovrano Federal Holding and Investment Company per la vendita di 23 edifici della Commissione. Bruxelles aveva presentato l’operazione come un passaggio chiave per trasformare il quartiere europeo in un’area «moderna, attrattiva e più verde», in cui uffici, residenze, negozi e spazi ricreativi potessero convivere armoniosamente. L’intesa era stata definita «vantaggiosa per il quartiere europeo» e funzionale all’obiettivo della Commissione di ridurre del 25% la superficie dei propri uffici entro il 2030, modernizzando e rendendo più sostenibile il patrimonio immobiliare e diminuendone l’impronta di carbonio. Il piano, secondo quanto spiegato allora dall’esecutivo Ue, avrebbe inoltre consentito economie di scala, concentrando il personale in un numero più limitato di edifici, più grandi ed efficienti dal punto di vista energetico. Secondo quanto riferisce il quotidiano belga Le Soir, la Commissione ha confermato di essere stata oggetto di indagini in merito alla vendita dei 23 edifici allo Stato belga nel 2024. Un portavoce, sempre secondo quanto riferito dal quotidiano belga, ha affermato che la Commissione è fiduciosa nel fatto che «il processo (di vendita, ndr) si sia svolto nel rispetto delle norme». L’operazione immobiliare oggetto dell’indagine rientra quadro del disinvestimento di circa un quarto degli uffici entro il 2030 e gli immobili ceduti allo Stato belga, per un prezzo stimato di circa 900 milioni di euro, dovrebbero essere destinati ad abitazioni, attività commerciali o negozi per un prezzo di vendita stimato in 900 milioni di euro. Nell’aprile scorso Commissione e Stato belga hanno quindi annunciato «la finalizzazione di un accordo» in base al quale la Federal Holding and Investment Company, il braccio finanziario del governo federale, sarebbe diventata proprietaria di questi edifici prima di trasferirli agli sviluppatori immobiliari. La società pubblica, i cui uffici si trovano in Avenue Louise a Bruxelles, ha confermato a Le Soir di essere stata anch’essa oggetto di una perquisizione giovedì. «La società sta collaborando pienamente con le autorità competenti e fornisce loro le informazioni richieste, nel rigoroso rispetto del quadro giuridico. In quanto società il cui azionista è un ente pubblico, la Fhic opera costantemente con elevati standard in termini di governance, integrità e conformità alla legge», assicura il braccio finanziario dello Stato belga. «Continuerà a svolgere le sue missioni nel rispetto di questi principi. Le operazioni della Fhic proseguono normalmente. In conformità con la richiesta di riservatezza degli inquirenti e al fine di garantire il corretto svolgimento del procedimento, non verranno rilasciati ulteriori commenti in questa fase».
Una portavoce della Procura europea (Eppo), Tine Hollevoet, ha confermato che sono state condotte «attività di raccolta probatoria nell’ambito di un’inchiesta in corso». «Non possiamo condividere altro in questa fase al fine di non pregiudicare le procedure in corso e il loro esito», ha aggiunto la portavoce.
I membri della Commissione non hanno commentato l’ennesima inchiesta che riguarda le istituzioni di Bruxelles. Nel dicembre scorso, infatti, un altro scossone, quello relativo alla vicenda delle presunte frodi sulla formazione dei diplomatici aveva fatto tremare i palazzi dell’Ue. Complice anche il coinvolgimento dell’ex Alto Rappresentante per la politica estera europea dal 2014 al 2019, Federica Mogherini, inizialmente fermata e poi rilasciata. Dopo l’ennesimo scandalo, ieri il capodelegazione della Lega al Parlamento europeo Paolo Borchia ha attaccato chiedendo chiarezza: «Ricordiamo che la credibilità della Commissione europea, già da tempo, non gode di buona salute. Ora serve chiarezza, con risposte esaustive da parte di Ursula von der Leyen, a differenza di quanto avvenuto col Pfizergate». Un chiaro riferimento allo scandalo nato dalla mancanza di trasparenza nelle trattative tra la Commissione europea e la casa farmaceutica Pfizer per l’acquisto di vaccini anti-Covid, incentrato in particolare su scambi di messaggi privati tra la Von der Leyen e il ceo di Pfizer, Albert Bourla.
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Mario Draghi e Enrico Letta (Ansa)
- Mr Bce: «L’economia peggiora». L’ex capo del Pd: «One market act contro Trump». Il premier li liquida: «Grazie per i dossier». Ora però la linea la danno lei e Merz.
- Madrid frigna: «Esclusi dal pre-vertice». Palazzo Chigi: «Dal leader spagnolo nessuna protesta». E il presidente francese mendica un punto stampa con Berlino.
Lo speciale contiene due articoli
Nel progetto di Giorgia Meloni (e Friedrich Merz) per cambiare l’Ue, rafforzando il Consiglio e quindi restituendo poteri agli Stati nazionali, non sembra esserci molto spazio per i sermoni degli eurosaggi. «Non credo che esista una figura del genere», ha tagliato corto il presidente del Consiglio ieri, quando le hanno chiesto se Mario Draghi o Enrico Letta potessero diventare inviati speciali di Bruxelles per la competitività. «Stanno fornendo un contributo molto importante», ha detto, «si parte dai loro rapporti e penso che siano stati entrambi preziosi». Per il premier, però, i predecessori a Palazzo Chigi non potranno avere un incarico ufficiale. Coperti di onori da una burocrazia di elefanti, sì; ma a decidere non sarà chi ci ha traghettato dove siamo, eppure pretende di impartire lezione su come diventare una superpotenza.
Licenziati ancor prima di essere assunti, Draghi e Letta, invitati al vertice informale nel castello belga di Alden Biesen, hanno comunque avuto la possibilità di pontificare di nuovo, dispensando, dinanzi alla platea dei Ventisette, soluzioni su come salvare l’Europa dal baratro. Come se fossero stati passanti o spettatori. Come se non avessero contribuito al suo declino.
Per la verità, stavolta i padri nobili sono stati più sintetici del solito. Mr Bce ha parlato solo un quarto d’ora («almeno», riportavano alcune agenzie, con una sottile sfumatura semantica). Ha lanciato un monito - stando a quanto riferito da un funzionario Ue - sul «deterioramento del panorama economico», ha insistito sulla «necessità di ridurre le barriere nel mercato unico», ha deplorato «la frammentazione dei mercati azionari» e ha spronato a compiere «sforzi per mobilitare i risparmi europei», per ridurre «il costo dell’energia» e introdurre «una preferenza europea mirata in alcuni settori». In sostanza, l’agenda francese, che era apparsa da subito perdente rispetto all’asse Roma-Berlino. E che però, con lo zampino della Commissione, ha ottenuto di far includere in una bozza alcuni settori chiave per l’applicazione del «buy european». L’ex banchiere ha chiesto di insistere sugli investimenti e, d’altronde, benché ieri abbia biasimato le «soluzioni classiche», il piano che aveva vergato e illustrato ripetutamente prevedeva già lo stanziamento 800 miliardi. Chissà cosa ci dovrebbe essere di più classico che avere a disposizione una montagna di soldi e provare a farli fruttare. Il diavolo, semmai, è nei dettagli. Il punto, cioè, è sempre dove prendere i quattrini. E se «mobilitare i risparmi» significa ciò che sembra, non c’è da dormire sonni tranquilli.
Anche Enrico Letta ha concluso rapidamente il suo discorso, preceduto da un post dalle solite atmosfere trasognate: su X, ha dimostrato di stare veramente «sereno», pubblicando la foto di una coccinella. Un «buon segno», ha commentato. «Se non si riesce a lanciare una forte integrazione dei mercati finanziari», ha spiegato il fu segretario del Pd, «sarà impossibile essere sufficientemente competitivi». La sua proposta si sostanzia in un «One market act», basato «su tre punti verticali: energia, connettività e mercati finanziari, e tre fattori abilitanti». Essi, si badi bene, orizzontali. Prendete appunti, perché «questi tre punti verticali e orizzontali», ha aggiunto Letta, «compongono una matrice». Vi siete persi nell’algebra? L’idea è la seguente: «Rilanciare l’integrazione interna dell’Unione europea per rendere l’Europa più forte ed efficace». In ballo, ha proclamato il professore, c’è «la quinta libertà, del ventottesimo regime, della libertà di soggiorno e della coesione sociale e territoriale». L’accordo «di alto livello» per il mercato unico andrebbe concluso entro il 2028. E sarebbe «l’unica risposta efficace a ciò che Trump sta facendo contro l’Europa». Non pare facilissimo, senza una laurea in matematica. Di sicuro, pure il disegno di Letta pende più verso Parigi. E verso l’ossessione di Emmanuel Macron, in rotta con The Donald, di iniziare un confronto serrato con gli Usa.
Non a caso, al termine del summit, l’inquilino dell’Eliseo ha rivendicato di aver «aderito a questo programma di approfondimento del mercato unico presentato da Enrico Letta». Insignito - lo ricordiamo - della legion d’onore francese nel 2016.
Il contributo dei due italiani ha meritato il plauso del presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. «La tua impostazione ha offerto una prospettiva nuova alle nostre discussioni», ha scritto il portoghese a Draghi. Di Letta, il numero uno dell’assemblea dei capi di Stato ha lodato la «profonda competenza» e la «chiara consapevolezza della posta in gioco».
Il vento soffia in una direzione precisa, ormai. Dietro la tesi della Meloni, per cui il Consiglio dovrebbe dettare alla Commissione «cose chiare da fare», c’è un profondo cambio di rotta. Un superamento dell’unanimità che non equivale a esautorare i membri riottosi, ma riporta in auge le intese strategiche tra grandi. Mettere in comune poche cose importanti, con meno regole asfissianti. Formalmente, un passo indietro; sostanzialmente, un passo avanti. Il nome - se definirla, alla Macron, «cooperazione rafforzata» - conta poco. Dopodiché, resta sempre un Meloni per cui Draghi e Letta sono l’«orgoglio italiano»: Marco. Senatore pd.
Sánchez e Macron fanno le vittime
Ci sarebbe voluta Raffaella Carrà che gli cantava «Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pè, praticamente il meglio di Santafè», così magari il signor Sánchez si sarebbe rabbonito. Anche Giorgia Meloni ha il caschetto biondo, ma il piglio è assai diverso. Al suo omologo spagnolo, che si lamentava d’esser stato escluso dal pre-vertice organizzato al castello di Alden Bisen, ha fatto notare che piantare una grana non valeva la pena.
Tutto è nato perché nella riunione formalmente nelle mani del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ma in realtà messa su da Italia, Germania e Belgio con ospite d’onore Mario Draghi - che ha fatto la solita reprimenda caduta nel vuoto - hanno partecipato 19 Paesi più la baronessa Ursula von der Leyen, con Emmanuel Macron nella parte dell’imbucato. El Pais, che è di fatto l’house organ della Moncloa, ha detto che Sánchez c’è rimasto molto male e che questo genererà attriti con il governo italiano. Sánchez ha tenuto il punto: allo spagnolo non piacciono i pre-vertici prima del Consiglio europeo perché a suo dire sono divisivi e ha fatto l’offeso con l’Italia. Le cose però stanno assai diversamente. La posizione di Madrid è incompatibile con le idee di Berlino. Sánchez anche ieri ha fatto sapere che lui è d’accordo con Macron - sono due debolezze che s’illudono di essere forza - sulla necessità del debito comune e spinge perché si vada in direzione del «buy european» che la Commissione cerca di varare per mettere una pezza ai disastri del Green deal. Questo «buy european» vuol dire che su una serie di prodotti ci dev’essere una quota percentuale di componenti fabbricate in Europa stabilita per legge. Il sospetto che hanno alla Moncloa è che l’Italia abbia tenuto fuori dal pre-vertice Madrid proprio per non dispiacere a Merz.
Ma Palazzo Chigi ha dato una pronta risposta: «Nel corso del colloquio, con il presidente Meloni, il presidente Sánchez non ha sollevato alcuna questione in merito al mancato invito alla riunione di coordinamento svoltosi nella mattinata prima dell’avvio dei lavori al Castello di Alden Biesen».
L’enigma spagnolo però rimane perché non si è capito se al nuovo pre-vertice previsto verso fine marzo Sánchez si presenterà o meno. Ci sarà invece Emmanuel Macron, che come detto si è imbucato all’ultimo con in testa le stesse idee di Sánchez: rilanciare gli eurobond e inventarsi i pannelli solari (insieme a molte altre cose) Dop a denominazione di origine europea. Friedrich Merz lo ha squadrato tra lo scetticismo e la compassione e gli ha risposto che di debito comune non se ne parla. Anche gli irlandesi hanno provato a fare la voce grossa. Il premier, Micheál Martin, ha espresso perplessità riguardo al pre-vertice da cui è stato escluso. Gli hanno fatto notare che il suo giudizio lo metteva in una posizione scomoda e lui è rientrato nei ranghi confermando la fiducia ad Antonio Costa e sostenendo che la cosa importante era occuparsi della competitività europea. Difficile, se le cose stanno così, che gli appelli di Mario Draghi ed Enrico Letta all’Europa superpotenza abbiano un qualche effetto.
Portatore di grandeur si sente ancora Emmanuel Macron («il colloquio con Putin non sarà a breve», ci ha tenuto a specificare) che prende spunto dal mediano di mischia dei «bleu» che disputano il sei nazioni di rugby (l’Italia neppure con la palla ovale è più la cenerentola e questo ai francesi non piace) e ha cominciato a sgomitare per entrare nel pre-summit. Una volta beccato lo strapuntino ha cominciato a concionare chiedendo a gran voce il debito comune per far crescere l’Ue. Merz ha fatto capire che non era tema sul tavolo, ma siccome Macron ha insistito per far vedere che non poteva stare ai margini, il cancelliere tedesco gli ha concesso un punto stampa franco-germanico. L’inquilino dell’Eliseo ha affermato: «Condividiamo un sentimento d’urgenza: l’Europa deve agire con chiarezza. La priorità è una reazione anzitutto a brevissimo termine che consiste nel mettere in atto tutto ciò su cui siamo d’accordo; dobbiamo andare veloci e avere decisioni molto concrete entro giugno». Quali siano è ancora tutto da scoprire perché nelle pretese del presidente francese c’è un bouquet di proposte sufficientemente confuso. Quasi che lo avesse tirato fuori dalla borsa all’ultimo quando i buttafuori lo hanno lasciato entrare. L’Eliseo propone che le batterie green siano assemblate nell’Unione mentre per il pannelli solari «l’inverter e il collettore solare termico devono avere origine nell’Unione». Alla faccia della deregolamentazione! A Macron, che ha visto precipitare la produzione auto francese sta molto a cuore che «le apparecchiature di fornitura per veicoli elettrici, le apparecchiature di fornitura di elettricità a terra e le apparecchiature di fornitura per il trasporto elettrico aereo debbano avere origine nell’Unione». A tutto concedere, si può allargare il perimetro a dei fedeli alleati. Ma anche su questo Merz ha fatto finta di non sentire. Morale: hanno protestato i due leader che più traballano nei loro Paesi. A conferma che più che un’idea federale ieri in Belgio si è visto il profilo di un’Ue che mette d’accordo nazioni forti, a cominciare da Italia e Germania.
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Tra le norme il ritorno del «modello Albania» e le restrizioni sui ricongiungimenti familiari. Punti cardine: «l’interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali» per 30 giorni, prorogabili fino a 180 in caso di rischi di terrorismo o pressione migratoria eccezionale.







