Imagoeconomica
Ha ragione Belpietro a prendersela col Garante. Ma la Rete non è immune dal suo controllo, che apre a derive orwelliane.
Nel suo articolo del 19 marzo dove si lamenta di par condicio e Agcom, Maurizio Belpietro ha ragione su quasi tutto. La par condicio è una scemenza. Il bilancino con cui Agcom misura i minuti concessi a questo o a quell’ospite televisivo è una reliquia del pensiero di Scalfaro, uomo convinto che gli italiani fossero incapaci di cambiare canale. Belpietro ha ragione quando dice che sui social si discute liberamente, senza che nessuno si preoccupi di quanti siano i post a favore del Sì o del No al referendum sulla giustizia. E ha ragione quando invoca l’abolizione di un’Authority che infligge multe se si sfora di qualche minuto in tv.
Peccato che abbia torto su una cosa fondamentale: Agcom non si è fermata alla Tv. Si è già presa anche internet. Mentre il direttore della Verità protestava per essere stato classificato come esponente del Comitato per il Sì, l’Autorità garante delle comunicazioni completava in silenzio una manovra che riguarda direttamente il mondo dei social, di YouTube, di TikTok e di tutte le piattaforme alle quali Belpietro guarda come oasi libere dalla sorveglianza. Con la delibera n. 197/25/Cons del 5 agosto 2025, Agcom ha approvato il codice di condotta e le linee guida per gli influencer «rilevanti», in vigore il 10 novembre 2025. Se la par condicio televisiva vale soltanto nei periodi pre-elettorali, questo nuovo impianto vale 365 giorni l’anno.
Per costruire questo impianto, Agcom aveva bisogno di un aggancio normativo. Lo ha trovato nel Tusma, il Testo unico dei servizi di media audiovisivi: la legge che disciplina emittenti televisive, stazioni radiofoniche e piattaforme on-demand come Netflix, pensata per realtà editoriali organizzate con uffici legali, dirigenti e compliance. Nel testo del Tusma non compare alcun riferimento alle persone fisiche che gestiscono un profilo social. Agcom ha colmato questo vuoto da sola: per delibera, ha stabilito che un influencer con più di 500.000 follower su almeno una piattaforma o con un milione di visualizzazioni mensili, va trattato come se avesse scritto «Mediaset» in fronte.
Il risultato è una sproporzione manifesta. Fino a 250.000 euro per violazioni «ordinarie» del codice, fino a 600.000 euro per contenuti ritenuti «discriminatori» o «d’odio». Sanzioni concepite per punire un network televisivo vengono ora agitate sulla testa di una persona fisica che parla ai propri followers da un telefono. Un influencer che monetizzi bene la propria attività guadagna, nella stragrande maggioranza dei casi, qualche migliaio di euro al mese: ma qui si parla di 600.00 euro di multa! Questa non è vigilanza. È una sproporzione che non regge ad alcun esame di ragionevolezza.
Il problema non è solo la sproporzione delle sanzioni: è la loro stessa esistenza. Agcom è un ente regolatore, fonte secondaria del diritto, subordinata per definizione alle leggi approvate dal Parlamento. L’articolo 23 della Costituzione è limpido: «Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge». L’iscrizione obbligatoria all’elenco degli influencer - pena sanzione - è una prestazione personale. La sanzione fino a 600.000 euro è una prestazione patrimoniale. Entrambe si fondano su una delibera, non su una legge. E quando queste prestazioni incidono su diritti fondamentali - la libertà di espressione (art. 21 Cost.), il diritto all’informazione, la partecipazione al dibattito politico (art. 49 Cost.) - la riserva di legge diventa assoluta: solo il Parlamento può limitare questi diritti con legge formale. Agcom ha scavalcato il legislatore, ha invaso un campo di pertinenza esclusiva del Parlamento agendo in assai dubbia costituzionalità. Non è un eccesso di zelo: è qualcosa che appare allo scrivente illegale e che meriterebbe l’attenzione dell’opinione pubblica, oltre che forse anche della magistratura.
Prendete Giorgia Meloni: oltre 5,7 milioni di follower su Instagram e quasi 4 milioni su Facebook, per un’audience complessiva di oltre 12 milioni di seguaci. Supera di gran lunga la soglia. È editrice di ciò che pubblica. E riceve un corrispettivo? Secondo le Linee guida Agcom, sì: la visibilità, il consenso e i voti rientrano nella categoria dei «benefici o qualsiasi altra utilità» previsti dalla definizione di remunerazione. Il presidente del Consiglio è, a tutti gli effetti, un «influencer rilevante». Stesso discorso per Matteo Salvini, con i suoi cinque milioni di followers su Facebook, e per Nicola Porro, che con quasi 800.000 followers e una monetizzazione attiva tramite YouTube Partner Program soddisfa tutti i criteri. Il presidente del Consiglio, un vicepremier, un giornalista di punta: tutti potenzialmente destinatari di sanzioni fino a 600.000 euro se un post venisse arbitrariamente giudicato «discriminatorio» dai commissari Agcom, e non perché lo sia realmente. Commissari il cui Consiglio è stato insediato dal governo Conte 2, con tre componenti su cinque provenienti dall’area Pd-M5s, una da Fi con ruolo incerto, ed uno della Lega, tutti in carica fino al 2027. Con un pPresidente, tale Lasorella (fratello della più nota giornalista), che fu mentore di un giovanissimo Giggino Di Maio.
Ad oggi, non risulta che Agcom abbia ancora comminato sanzioni a influencer politici o giornalisti in base alla delibera 197/2025. Ma non è un motivo per stare tranquilli: è semmai un motivo per essere più vigili. L’Authority ha in mano un fucile carico con un mirino molto vago, e finora non ha ancora sparato. Ma le elezioni politiche sono previste per il 2027, esattamente quando l’attuale consiglio Agcom sarà ancora in carica. Una sanzione comminata a un leader politico per un contenuto ritenuto «discriminatorio» in piena campagna elettorale avrebbe un effetto immediato e devastante.
Non vi era alcuna necessità reale di produrre un regolamento di questo tipo. Allora perché è stata fatta? Il ddl Zan fu bocciato dal Senato nell’ottobre 2021 perché l’articolo 4 apriva alla perseguibilità delle opinioni. Il codice di condotta Agcom riproduce esattamente lo stesso schema: proibisce contenuti «suscettibili di diffondere, incitare, propagandare oppure giustificare, minimizzare o in altro modo legittimare la violenza, l’odio o la discriminazione». Chi decide cosa significhi «minimizzare» la discriminazione? Decide Agcom. A confessare l’orientamento ideologico dell’intera operazione fu un dettaglio che molti non notarono. Il 10 novembre 2025, nel modulo ufficiale di iscrizione all’elenco degli influencer, comparve la dicitura: «Inserisci i social network a cui sei iscritt*». L’asterisco - il simbolo dell’attivismo di genere per creare forme neutrali in italiano, che non le prevede - era una scelta consapevole inserita in un atto amministrativo ufficiale. Una settimana dopo sparì. Il segnale era però già stato mandato.
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Ansa
È stato finalmente pubblicato il rapporto sul blackout di un anno fa. Il responso: Madrid punta troppo sulle rinnovabili a prezzi spot a scapito della sicurezza.
Il rapporto Entso-E sul blackout in Spagna del 28 aprile 2025 è finalmente stato pubblicato. Come già anticipato sulla Verità, il rapporto stabilisce che il blackout è stato frutto di un insieme di fattori, tra i quali si rivela determinante la forte presenza di impianti a fonte rinnovabile non in grado di regolare la tensione.
Al momento del blackout era attivo un grande numero di impianti fotovoltaici, non obbligati alla regolazione della tensione, oltre che molti piccoli impianti fotovoltaici di fatto invisibili al gestore della rete. La presenza di molta generazione cosiddetta inverter-based ha impedito di regolare la tensione in risposta all’instabilità generata da una oscillazione. Oscillazione, peraltro, originata in Spagna su un nodo della rete con presenza rilevante di impianti fotovoltaici. Scritto nero su bianco da EntsoE.
Il tema è politico, e riguarda come è stato progettato il sistema e per quali fini. La questione è solo in parte tecnica, nel senso che una tecnologia in sé non «causa» blackout, e neanche «non causa». Piuttosto, il problema risiede nel sistema, che mette in relazione produzione e consumo, e il sistema è frutto di scelte politiche. Qui il rapporto è chiarissimo sulle gravi carenze del sistema spagnolo, dunque sulle gravi responsabilità politiche del governo di Pedro Sánchez.
La causa del blackout è certo tecnica, nel senso che la regolazione della tensione nel sistema spagnolo era gravemente carente per la grande presenza di generazione inverter-based (cioè da fonte rinnovabile). Ma è prima di tutto politica: è stato voluto un certo sviluppo del sistema elettrico spagnolo, in relazione allo sviluppo della generazione. Si è puntato sulla connessione di migliaia di impianti mettendo in secondo piano le regole e gli investimenti necessari a mantenere la solidità della rete. Il blackout spagnolo è il risultato della scelta di minimizzare i costi (perché la stabilità della rete ha un costo) per mostrare prezzi dell’energia spot bassi, limitando gli investimenti e i processi necessari a garantire la stabilità in un contesto dominato da generazione inverter-based. Il rapporto analizza la dinamica e fornisce una serie di raccomandazioni per evitare il ripetersi dell’incidente.
La sequenza del blackout iberico inizia alle 12.03 con un’oscillazione anomala. Si tratta di una perturbazione sulla rete associata a impianti basati su elettronica di potenza (cioè principalmente a fonte rinnovabile). Il fenomeno è descritto da Entso-E come oscillazione forzata e localizzata in un nodo ben identificato. La presenza in quel nodo di generazione inverter-based (cioè fotovoltaica o eolica) viene indicata come elemento rilevante nell’origine della perturbazione e nella sua capacità di propagarsi nella rete elettrica. Gli operatori di rete, per smorzare l’oscillazione, intervengono con misure standard. Le oscillazioni vengono attenuate, ma si produce un aumento della tensione che rende fragile la rete. Alle 12.32 si osserva un rapido aumento della tensione su larga scala. Entso-E afferma che parte rilevante della generazione rinnovabile operava con fattore di potenza fisso (cioè senza risposta dinamica alle variazioni di tensione). Si aggrava anche lo squilibrio sull’energia reattiva.
La Spagna non prevedeva regole esplicite per i produttori sulla fornitura di potenza reattiva. Non erano inoltre previste conseguenze economiche in caso di mancato rispetto dei requisiti relativi al controllo della tensione. L’aumento della tensione delle 12.32 ha attivato le protezioni degli inverter distribuiti. A quel punto, nel giro di pochi secondi si verifica una perdita di capacità produttiva accompagnata da una sequenza di disconnessioni a cascata. Tutto si spegne. Il sistema elettrico spagnolo a quella data è coerente con le scelte politiche. Priorità politica in Spagna è l’ottimizzazione del prezzo spot e non la robustezza operativa. I costi della stabilità non sono pienamente incorporati nel sistema elettrico spagnolo e questo riduce la capacità di risposta in condizioni di stress. Intanto, ieri è stata annunciata la visita di Sánchez in Cina dal 13 al 15 aprile.
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Il campo profughi Rohingya a Cox's Bazar, in Bangladesh (Getty Images)
Negli ultimi anni, la rotta migratoria che collega il Bangladesh all’Europa attraverso la Libia ha assunto una rilevanza crescente, anche per l’Italia. Il recente rapporto del Mixed Migration Centre mette in luce un fenomeno strutturato, non episodico, fatto di reti organizzate, traffici illegali e vulnerabilità sistemiche, con costi che vanno dai 10.000 ai 20.000 euro per migrante clandestino.
Secondo il report, migliaia di cittadini bengalesi intraprendono ogni anno viaggi irregolari estremamente pericolosi, spesso passando attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa prima di arrivare sulle coste italiane. Si tratta di una migrazione spinta da fattori economici, ma gestita da circuiti criminali transnazionali che operano con logiche sempre più sofisticate. Quasi un terzo degli arrivi dalla Libia lo scorso anno era composto da cittadini bengalesi.
«Il Bangladesh è un Paese che si trova in una fase molto delicata. Con oltre 150 milioni di musulmani, il golpe contro Sheikh Hasina e la cosiddetta «rivoluzione studentesca» hanno riportato potere a movimenti islamici come Jamaat-e-Islami», afferma Vas Shenoy, autore del libro I semi dell’odio, che documenta la presenza di gruppi estremisti in Bangladesh. «Molti di questi migranti partono per motivi economici, ma altri vengono finanziati da reti estremiste, legate alla Fratellanza, che considerano la conquista dell’Occidente come un processo demografico e teologico», aggiunge.
Il punto critico, tuttavia, non è solo umanitario o economico. È anche di sicurezza.
Quando i flussi migratori diventano opachi e difficili da tracciare, si crea uno spazio grigio in cui non è più possibile distinguere con chiarezza tra chi cerca opportunità e chi può essere strumentalizzato da reti illegali o ideologiche. Non si tratta di criminalizzare la migrazione in sé, ma di riconoscere che l’assenza di controllo genera vulnerabilità.
Il rapporto evidenzia come molti migranti lungo questa rotta siano esposti a violenze, detenzione arbitraria e sfruttamento. Queste condizioni non producono integrazione, ma frustrazione. E la frustrazione, in contesti marginali e non governati, può diventare terreno fertile per forme di radicalizzazione.
È qui che il tema si intreccia con una riflessione più ampia, che Shenoy affronta nel suo libro I semi dell’odio. In uno dei passaggi più significativi, l’autore osserva che «l’estremismo non nasce nel vuoto, ma cresce dove lo Stato arretra e le identità si radicalizzano in assenza di alternative credibili». Inoltre, sottolinea che, sebbene il Bangladesh Nationalist Party (BNP) abbia vinto le elezioni di febbraio, in passato BNP e Jamaat erano alleati. Non è irrilevante, aggiunge, che Jamaat abbia ottenuto risultati significativi nei distretti lungo la frontiera indiana.
Questa osservazione aiuta a spostare il dibattito. Il problema non è solo l’origine geografica dei migranti, ma le condizioni sistemiche in cui vengono inseriti. Flussi non regolati, integrazione debole, assenza di controllo territoriale e sociale. È in questo contesto che possono emergere dinamiche pericolose.
L’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. È uno dei principali punti di ingresso in Europa, ma spesso non dispone degli strumenti adeguati per gestire flussi complessi e in crescita, né della preparazione culturale e sociale necessaria per affrontare fenomeni di radicalizzazione. Il risultato è una gestione emergenziale, più che strutturale.
Nel frattempo, le reti che organizzano questi movimenti si rafforzano. Non sono più semplici trafficanti, ma attori transnazionali che operano sfruttando lacune normative e differenze nei sistemi di controllo.
Ignorare il possibile legame tra migrazione irregolare e rischio di infiltrazioni estremiste sarebbe un errore. Ma lo sarebbe altrettanto affrontare il tema in modo ideologico o semplificato.
Serve una terza via. Più controllo, più cooperazione internazionale, più capacità di integrazione reale.
Il rapporto del Mixed Migration Centre non lancia un allarme ideologico, ma operativo. Riguarda la capacità degli Stati europei, Italia in primis, di governare fenomeni complessi prima che diventino ingestibili.
Perché, come suggerisce Shenoy, i «semi dell’odio» non si piantano da soli. Crescono dove nessuno guarda.
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«Something very bad is going to happen» (Netflix)
Su Netflix dal 26 marzo, Something very bad is going to happen abbandona il fantasy per un racconto cupo e realistico. Tra dubbi e inquietudini, la protagonista affronta una lenta escalation di angoscia alla vigilia delle nozze, sospesa tra realtà e percezione.
La firma produttiva è quella dei fratelli Duffer, eppure Something very bad is going to happen ha nulla a che vedere con il soprannaturale. i Duffer non hanno creato un'altra Stranger Things, mondi di bambini alle prese con Sottosopra e incubi, personificazioni mostruose delle proprie e più recondite paure.
Lo show, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, si discosta dalle atmosfere del fantasy. Si fa cupo. E il Sottosopra, negli otto episodi diretti dalla Haley Z. Boston di Baby Reindeer, diventa proiezione di timori umani, reali. Rachel Harkin avrebbe dovuto essere felice, di quella felicità tonta che prende ogni persona intenta a costruirsi una vita nuova. Ha scelto di sposarsi e lo ha fatto con l'entusiasmo cieco di chi, davanti a sé, non ha mai dubitato di poter vedere altro che un finale lieto. Eppure, quando ha valicato la soglia della villa che avrebbe dovuto essere teatro delle sue nozze da favola, qualcosa si è incrinato.
Rachel, il volto di Camila Morrone (nota per lo più come una fra le ex fidanzate di Leonardo DiCaprio), ha cominciato a dubitare. La famiglia del futuro sposo le è parsa strana. Inquietante, quasi. Ma i dubbi, come spesso accade, hanno generato confusione. Rachel si è scoperta insicura, incapace di distinguere il piano razionale da quello emotivo. Era impossibile a dirsi se fosse la realtà problematica o lei scossa all'idea di una scelta che dovrebbe essere per sempre.
Quel che fa, dunque, è lasciare passare i giorni, e con loro le sensazioni. Cercare di ignorare l'istinto in favore di una più logica analisi del momento. Nicky Cunningham, l'Adam DiMarco di The White Lotus, è il compagno che ha scelto. Non lo ha fatto sulla base del caso, travolta da emozioni che non è stata capace di metabolizzare. Lo ha cercato e scelto, dunque perché, ad un passo dall'altare, metterlo in discussione? Rachel non ha risposte che si possano verbalizzare. Le sue sensazioni sembrano parlare una lingua propria. E, mentre la settimana procede, mentre il giorno del matrimonio si avvicina, i toni si fanno aspri. Urlano, quelle sensazioni, urlano diffidenza e paura. Nicky non è la persona che Rachel ha creduto di vedere e conoscere. Non lo è la sua famiglia, meno che mai quella magione immensa. L'ansia di Rachel cresce con il procedere degli episodi, e così l'inquietudine di chi si trovi a guardarli.
Something very bad is going to happennon è costruito sullo splatter o sui colpi di scena, ma su una lenta escalation di angoscia. Un timore sottile, reso più vivido dalla paura di non essere sufficientemente a piombo per comprendersi. Quel che scuote la promessa sposa non è, infatti, l'ipotesi di aver scelto l'uomo sbagliato, ma la propria titubanza: l'impossibilità di decidere, con sicurezza, la decisione da prendere, persa com'è nel tentativo di capire dove finisca la realtà e dove inizino le ombre di un inconscio malato.
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