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Dagli anni Ottanta al 2026, la crescita dei ricavi commerciali — dai circa 10 milioni di dollari investiti dai grandi sponsor di Italia ’90 fino ai 13 miliardi di dollari di budget previsti dalla FIFA per il ciclo 2023-2026 — racconta la trasformazione del torneo in una macchina economica globale.
Per capire che cosa sia davvero il Mondiale 2026 che si svolgerà tra giugno e luglio negli Stati Uniti, più che guardare ai tabelloni, alle fasce o alle città ospitanti conviene guardare ai conti e all’impressionante giro di soldi che ci gira intorno. Perché la storia economica della Coppa del Mondo è, in larga misura, la storia di come gli sponsor abbiano smesso di essere un contorno prestigioso per diventare uno dei pilastri dell’intero sistema FIFA. Oggi appare ovvio. Ma non è sempre stato così. Prima serve una premessa. Ospitare un Mondiale resta un investimento di prestigio, oltre che un’operazione economica. Per molti Paesi la Coppa del Mondo è un’occasione per rafforzare l’immagine internazionale e attrarre turismo, ma i risultati non sono sempre uguali. In Germania 2006, secondo il governo tedesco, il torneo avrebbe generato 300 milioni di euro aggiuntivi per il turismo, 2 miliardi per il commercio al dettaglio e 50 mila nuovi posti di lavoro. Negli Stati Uniti, il Mondiale del 1994 produsse invece un surplus di 60 milioni di dollari tra biglietti, sponsorizzazioni e licenze. In altri casi, però, i benefici sono stati molto più incerti: il Sudafrica, per esempio, avrebbe speso 1,48 miliardi di dollari per costruzione e ristrutturazione degli stadi senza ottenere un ritorno finanziario davvero significativo.
Rispetto agli sponsor, in ogni caso, sugli anni Cinquanta e Sessanta, in realtà, è difficile fare un calcolo esatto. Esistono dati storici sul torneo, sugli spettatori e sulla diffusione televisiva, ma non emerge con chiarezza una contabilità comparabile dei ricavi per singola edizione. È un vuoto che indica già qualcosa: a quei tempi il Mondiale era una manifestazione imporante sul piano simbolico, politico e anche diplomatico, ma non era ancora la macchina commerciale strutturata che conosciamo oggi. La sponsorizzazione moderna della Coppa del Mondo prende forma più tardi, soprattutto quando la Fifa inizia a costruire programmi globali più organizzati e più esclusivi. Coca-Cola, sul suo sito, ricorda di essere entrata nel “nuovo progetto globale di sponsorizzazione” nel 1976, uno dei segnali del passaggio verso una commercializzazione più sistematica.
La vera svolta, infatti, si vede negli anni Ottanta. Le ricostruzioni storiche sul marketing sportivo osservano che Fifa si mosse in una direzione sempre più simile a quella adottata dalle Olimpiadi di Los Angeles 1984: meno partner, più esclusività, più valore commerciale per ciascuna categoria. Non si trattava solo di vendere spazi pubblicitari, ma di creare un sistema di diritti strutturati, con sponsor capaci di finanziare in modo sempre più consistente l’evento e la federazione.
Il Mondiale di Messico 1986 mostra già una prima maturazione di questo modello. Le fonti storiche disponibili elencano 15 sponsor ufficiali del torneo, tra cui Budweiser, Canon, Coca-Cola, Fujifilm, Gillette, JVC, Philips e Seiko. E’ difficile trovare un dato esatto sugli introiti di allora, ma il numero stesso di azienda segnala che la Coppa del Mondo era già entrata in una fase di commercializzazione internazionale ben più definita rispetto ai decenni precedenti.
Con Italia ’90 il salto di scala diventa più visibile anche in termini economici. Già nel 1988 il Los Angeles Times scriveva che alcuni sponsor internazionali — fra loro Anheuser-Busch, Canon, Coca-Cola, Fuji Film, Gillette, JVC e Philips — avevano investito circa 10 milioni di dollari ciascuno, secondo le stime citate dal comitato organizzatore. Nello stesso momento risultavano concesse 27 licenze commerciali per 8,8 milioni di dollari in royalties. E il potenziale televisivo del torneo veniva stimato in una platea cumulata di 26 miliardi di contatti in 170 Paesi; per la sola finale si parlava di 1,1 miliardi di spettatori. Numeri che oggi sembrano quasi “normali” per la FIFA, ma che allora raccontavano già un evento capace di attrarre capitali globali su una scala prima impensabile.
Con USA 1994 il Mondiale entra ancora più chiaramente dentro la logica del grande business moderno. I National Archives statunitensi ricordano che dieci grandi corporation — tra cui Coca-Cola, Mastercard, General Motors e McDonald’s — si impegnarono come sponsor ufficiali del torneo. Gli organizzatori stimavano che l’evento avrebbe potuto generare fino a 4 miliardi di dollari per l’economia statunitense. The Sport Journal ricorda che il torneo generò un surplus di 60 milioni di dollari da biglietti, sponsorizzazioni e licensing agreements combinati. In altre parole, il Mondiale americano non fu soltanto un successo di pubblico: fu la prova che la Coppa del Mondo poteva diventare una piattaforma commerciale pienamente integrata in un grande mercato nazionale.
Negli anni Novanta, intanto, cresceva anche il mercato complessivo delle sponsorizzazioni sportive. Nel 1994 la spesa globale per sponsorship sportive, di intrattenimento e cause sociali avrebbe superato 2,8 miliardi di dollari. Quel dato non riguarda solo la FIFA, naturalmente, ma aiuta a capire il contesto: il Mondiale si trovava dentro un mercato che stava accelerando rapidamente, e la sua centralità come evento globale lo rendeva uno dei beneficiari naturali di quella crescita.
Il passaggio decisivo, però, arriva nel nuovo secolo, quando la sponsorizzazione smette di essere soltanto una somma di grandi contratti e diventa un’architettura globale a più livelli. Per il quadriennio 2007-2010, culminato con Sudafrica 2010, The Sport Journal, citando Ieg, parla di 1,6 miliardi di dollari di ricavi da sponsorship nei tre livelli di partnership Fifa. È il momento in cui il business commerciale della Coppa del Mondo entra pienamente nell’ordine del miliardo e consolida la propria struttura industriale.
Da lì in poi il salto è ancora più netto. Per il ciclo 2019-2022, chiuso con Qatar 2022, la FIFA ha registrato ricavi complessivi record pari a 7,568 miliardi di dollari. Di questi, 1,795 miliardi provenivano dai marketing rights, cioè dai diritti commerciali e di sponsorizzazione. La Fifa ha sottolineato che tutti i 14 slot disponibili tra FIFA Partners e FIFA World Cup Sponsors erano stati venduti, insieme a 18 Regional Supporters, risultato che ha portato a ricavi marketing definiti senza precedenti per quel ciclo. Qui non siamo più nel mondo dei dieci milioni per sponsor di Italia ’90: siamo in un sistema in cui il marketing vale quasi 1,8 miliardi in quattro anni.
Ed è a questo punto che il 2026 diventa decisivo. Per il ciclo 2023-2026, inizialmente, la FIFA aveva fissato l’obiettivo di ricavi a 11 miliardi di dollari. Poi lo ha rivisto al rialzo fino a 13 miliardi. Alla fine del 2024, quindi ben prima del torneo, dichiarava di avere già contrattualizzato il 62% del budget del quadriennio. Nello stesso 2024 la FIFA ha registrato 483 milioni di dollari di ricavi annuali, dei quali 304 milioni, cioè il 63%, derivavano dai diritti marketing. Tradotto: ancora prima che il Mondiale cominci, le sponsorizzazioni sono già la prima voce del conto economico annuale della federazione.
È su questo sfondo che va letta la lista degli sponsor del prossimo Mondiale: adidas, Coca-Cola, Visa, Hyundai-Kia, Lenovo, Qatar Airways, Aramco, più gli innesti di Bank of America, Verizon, Frito-Lay e altri partner legati alla geografia nordamericana. Non sono soltanto marchi che comprano visibilità. Sono marchi che presidiano funzioni: il pagamento, il viaggio, la connettività, il consumo domestico, la ritualità del tifo.
Ecco allora il punto. Il Mondiale 2026 non sarà soltanto il più grande di sempre sul piano sportivo, con 48 squadre e 104 partite distribuite in 16 città di tre Paesi. Sarà soprattutto il punto più alto, fin qui, di una lunga trasformazione economica che forse rischia di cambiare per sempre il mondo del calcio.
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Turchi, arabi e iraniani non appartengono agli stessi gruppi etnici. L'universo musulmano è costellato di differenze, spesso non facili da riconoscere. E non c'è solo la spaccatura fra sciiti e sunniti a distinguere i fedeli che seguono la via di Maometto.
«Ašhadu an lā ilāha illā Allāh - wa ašhadu anna Muḥammadan Rasūl Allāh», «Testimonio che non c'è dio all'infuori di Allah e testimonio che Maometto è il Suo messaggero». È questa è la testimonianza di fede con cui un musulmano dichiara il suo credo in Allah e nel suo profeta Maometto. Ogni credente è infatti tenuto a rispettare i cinque pilastri della religione islamica, primo dei quali è proprio la professione di fede, la Shahadah.
Gli altri quattro sono la preghiera rituale (ṣalāt), da effettuarsi cinque volte al giorno; l'elemosina (zakāt), ovvero un'imposta di purificazione, atta a rendere lecito (ḥalāl) il godimento dei propri guadagni. Il minimo si porrebbe intorno al 2,5% del capitale di tutti i fedeli che se lo possono permettere e può essere elargito in denaro o in una qualsiasi altra merce che crei valore. Obbligatori sono poi il digiuno (ṣawm) nel mese di Ramadan e il pellegrinaggio rituale almeno una volta nella vita alla Mecca.
Apparsa nel VII secolo nella Penisola arabica, nella cittadina della Mecca, l'islam è la seconda religione del mondo per numero di fedeli, oltre 2 miliardi, dopo il cristianesimo. Solo il 13% dei musulmani vive in Indonesia, Paese musulmano più popoloso, il 25% nell'Asia meridionale, il 20% nel Vicino e Medio Oriente e Maghreb e il 15% nell'Africa subsahariana. Minoranze considerevoli si trovano anche in Europa, Asia Orientale e America.
Tuttavia i musulmani non sono un blocco di fedeli coeso. La principale, anche se non unica, differenza religiosa tra musulmani è quella tra la comunità maggioritaria sunnita e le diverse comunità sciite; un terzo gruppo, gli ibaditi, include una piccola minoranza. Per comprendere la distinzione tra sciiti e sunniti si fa usualmente riferimento alla divisione della prima comunità musulmana, in seguito alla morte del profeta, su chi dovesse guidarla, e in particolare ai conflitti che divisero questi gruppi nelle prime due guerre civili. Sunniti, che prendono il loro nome dal termine sunna, che significa «la tardizione del profeta» sono coloro che accettano la legittimità della successione al Profeta da parte dei primi tre califfi (Abu Bakr, ‘Umar ed ‘Uthman); sciiti sono invece i sostenitori di ‘Ali ibn Abi Talib, cugino Maometto e marito di sua figlia Fatima, e della sua linea di discendenza.
Oltre a questa divisione, i fedeli del Corano si differenziano anche e soprattutto per essere appartenenti a diversi gruppi etnici. Confondere musulmani e arabi è uno degli errori più comuni. Gli arabi sono solo una parte del mondo islamico. Accanto a loro coesistono, spesso neanche pacificamente, persiani, turchi, i popoli del subcontinente indiano (Pakistan, Bangladesh, India), indonesiani e numerosi popoli africani, dal Senegal alla Somalia. In molti casi, queste popolazioni hanno adottato l’Islam senza perdere le proprie identità. E per quanto il testo sacro sia scritto in arabo, ne deriva una pluralità culturale enorme: ciò che significa essere musulmano a Jakarta non è identico a Istanbul o a Teheran.
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2026-05-02
Marco Agnoletti: caduta e rinascita dell'uomo della comunicazione di Silvia Salis
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Le copertine di Vanity fair, Silvia Salis a sinistra e Matteo Renzi a destra
Di lui si comincia a parlare nel 2010 in quanto uomo della comunicazione di Matteo Renzi. Poi la caduta e quindi la rinascita. Oggi tutti lo vogliono e mezzo mondo della televisione e dell'informazione gira intorno alla sua società, Jump.
Firenze, classe 1973, è nel capoluogo fiorentino che cresce come spin doctor di molti politici fiorentini dell'area dem. Tra questi c'è il futuro premier Matteo Renzi. In una recente intervista rilasciata a Mowmag, Marco Agnoletti racconta il suo percorso fatto di cadute e rinascite e della sua società di comunicazione richiestissima: Jump.
Conosciuto come problem solver è soprattutto un abile stratega della comunicazione, in più ci aggiunge grandi capacità relazionali. Agnoletti è amico di tutti e ha buoni rapporti con tutti. Se ne è tornato a parlare per la gestione della comunicazione di Silvia Salis, il sindaco di Genova che mira a diventare premier. Per farlo c'è bisogno di costruire un personaggio forte, pop e soprattutto credibile. Chi meglio di lui? Matteo Renzi infatti esiste grazie a lui anche se l'ex premier lo ha messo all'angolo all'apice del successo. «Sì, ci ho pianto. Ma come, ti accompagno fino alla porta di Palazzo Chigi e poi vengo messo da parte? Però col tempo ho capito che aveva ragione lui, non ero ancora pronto» riconosce a Mowmag raccontando tutta la genesi della vicenda. «Quando Renzi diventa segretario del partito, cioè a dicembre del 2012, per mesi ha il doppio incarico: sindaco e segretario. Mi dice: “Serve qualcuno a Roma che segua il partito”. Gli suggerisco di prendere Filippo Sensi, mio amico e dipendente del PD. La verità è che, da lì a poco, le cose più importanti le concentra su di lui. Io mi ricordo benissimo dov’ero e che giorno era quando ho capito che era finita». E nella sostanza finì così: «Avevo fissato a Matteo un’intervista con Il Messaggero. Quel pomeriggio mi chiama e mi dice: “No, però questa intervista falla seguire a Filippo”. E io balbetto: “Matteo, ma l’ho fissata io”. E lui: “No, no, fidati di me, meglio lui”. Fine. Era domenica, ero in un negozio di scarpe con la mia famiglia. Riattacco la telefonata e in quel momento realizzo che Filippo era diventato l’uno e io il due. Infatti, pochi mesi dopo, Renzi viene nominato presidente del Consiglio e sceglie Filippo portavoce. A me chiede solo dopo di andare comunque a lavorare per Palazzo Chigi, ma nel frattempo avevo scelto di stare al fianco di Dario Nardella, mio amico da almeno 20 anni, ed ero tornato a vivere, diciamo, perché Matteo negli ultimi tempi era stato durissimo».
Non solo Renzi, oggi Agnoletti segue la Salis appunto, ma non solo. Nel suo portafoglio clienti ci sono nomi importanti e a chi dice che prende clienti gratis solo per avere un ritorno d'immagine spiega: «Gratis mai, per fortuna. Per le campagne elettorali, si sa, inutile chiedere grandi cifre, ma infatti noi con la politica facciamo il dieci per cento del nostro fatturato».
Tra gli altri ci sono Francesca Fagnani, Aldo Cazzullo, Monica Maggioni, Fabio Fazio. E poi Eugenio Giani e Sara Funaro e altri dem. Segue molti programmi Rai e non solo e ha stretto consulenze di prestigio e clienti di alto profilo, tra i quali Gruppo FS, MSC Crociere, ANCE, Alia Spa e altre ancora. L'anno scorso il suo compleanno ha radunato tante personalità del mondo politico e dello spettacolo. In questo modo ha rappresentato plasticamente la sua idea di politica pop e per questo è divenuto uno degli eventi più esclusivi dell'anno. Oggi di fatto è uno degli uomini più potenti in Italia, che sa perfettamente quanto il potere, tuttavia, sia «un esercizio temporaneo che nel mio piccolo per un po’ ho esercitato».
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Ad aprile è cresciuta la rata dei mutui variabili: +5 euro su un finanziamento medio, ma le stime indicano ulteriori aumenti nei prossimi mesi. L’Euribor risale e le tensioni globali spingono verso un possibile nuovo giro di rialzi entro fine anno.
Nel mese di aprile 2026, i mutui a tasso variabile stanno vivendo un aumento delle rate, nonostante la Banca Centrale Europea non abbia agito ieri direttamente sui tassi di interesse. Secondo le stime di Facile.it, la rata di un mutuo variabile standard di 126.000 euro in 25 anni è aumentata di circa 5 euro al mese, con previsioni di un ulteriore incremento anche nel mese di maggio 2026. Le previsioni suggeriscono un aumento consistente delle rate fino a fine anno, con impatti rilevanti per le famiglie italiane che hanno optato per finanziamenti a tasso variabile.
Questo aumento delle rate è strettamente legato all'andamento dell’Euribor, il tasso di interesse a cui sono generalmente agganciati i mutui variabili in Italia. L'Euribor ha visto un’inversione di tendenza importante, passando da un livello vicino al 2% a febbraio 2026 a un 2,15% a metà aprile. Questo rialzo è stato principalmente influenzato dalle tensioni geopolitiche e dall'aumento dei tassi d'interesse a livello globale.
Nel dettaglio, a gennaio 2022, l'Euribor era ancora sotto il 0%, il che ha reso i mutui variabili più convenienti per i cittadini. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente con l'inizio del conflitto internazionale che ha aumentato l'incertezza nei mercati finanziari. Gli ultimi aumenti hanno comportato un impatto diretto sulle rate mensili, che sono aumentate di circa 5 euro per i mutui variabili standard.
Gli esperti del settore si aspettano che la Bce, pur non intervenendo direttamente sui tassi a breve, stia preparando il terreno per un rialzo delle sue politiche monetarie nei mesi a venire. Le stime indicano che, entro il secondo semestre del 2026, i tassi d’interesse potrebbero essere aumentati nuovamente per contrastare l’inflazione, spingendo ulteriormente l’Euribor verso l’alto.
La previsione è che, nel mese di giugno 2026, l'Euribor possa salire fino al 3,66%, un livello che porterebbe la rata mensile di un mutuo medio a 642 euro, con un incremento di circa 21 euro rispetto ad aprile 2026. Allo stesso modo, a dicembre 2026, la rata potrebbe salire a 668 euro, con una differenza di 47 euro rispetto alla rata prevista per aprile 2026.
Questi aumenti non sono da sottovalutare. Per un mutuo medio italiano, che potrebbe coinvolgere importi come quelli da 126.000 euro, l'aumento delle rate si traduce in una crescita del pagamento mensile che può pesare significativamente sul budget familiare. Ad esempio, se si conferma l'aumento della rata di 47 euro a dicembre, si parla di una spesa annuale aggiuntiva di circa 564 euro, un impatto notevole per le famiglie che già affrontano l’incertezza economica dovuta a fattori come l’inflazione e l’aumento dei costi energetici.
Le proiezioni sui tassi mostrano che l’incremento delle rate potrebbe continuare nei mesi successivi, con l'Euribor che potrebbe persino raggiungere valori ancora più alti, in linea con le politiche monetarie della Bce tese a contenere la crescita dei prezzi. Nonostante l'aumento dei tassi sui mutui variabili, gli esperti suggeriscono che molti italiani potrebbero comunque preferire il tasso variabile per approfittare delle condizioni favorevoli, almeno fino a quando i tassi non raggiungeranno livelli insostenibili.
In risposta a questa situazione, molti mutuatari potrebbero considerare la possibilità di passare al tasso fisso, che sebbene offra maggiore stabilità, potrebbe risultare più costoso in un contesto di tassi elevati. Attualmente, le banche italiane stanno mantenendo spread relativamente contenuti sui tassi fissi, offrendo un'opzione ancora interessante per chi desidera bloccare le proprie rate a lungo termine.
Crédit Agricole Italia offre un tasso fisso del 2,99%, garantendo rate costanti per tutta la durata del mutuo. Questo tipo di tasso è ideale per chi cerca stabilità economica, evitando sorprese nei pagamenti mensili. Credem propone un tasso del 3,10%, legato all’indice Irs a 25 anni, con una riduzione dello 0,15%. Questo può essere vantaggioso per chi desidera sfruttare le fluttuazioni del mercato per ottenere condizioni favorevoli a lungo termine. Bper, con un tasso fisso del 3,25%, offre rate costanti e un mutuo stabile per chi preferisce la certezza nel lungo periodo. Infine, Banca Sella propone un tasso fisso di 3,30%, leggermente più elevato, ma adatto a chi predilige la sicurezza di pagamenti fissi e costanti.
La scelta del miglior mutuo dipende dalle preferenze personali. I tassi fissi, come quelli offerti da Crédit Agricole, Bper e Banca Sella, sono ideali per chi cerca stabilità, mentre la proposta di Credem con tasso variabile potrebbe essere conveniente per chi desidera approfittare delle fluttuazioni favorevoli dei tassi di mercato.
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