Roberto Vannacci e Gianni Alemanno (Ansa)
L’ex sindaco a cena col generale. Emendamento alla legge elettorale salva solo Azione.
Barba incolta, camicia e pantaloni blu, sneakers nere. Dopo un anno, cinque mesi e 24 giorni di detenzione, ieri mattina Gianni Alemanno è uscito dal carcere di Rebibbia. Acclamato da una folla di sostenitori, l’ex sindaco di Roma e oggi leader di Indipendenza, 68 anni, si è fermato a parlare con i giornalisti. «Mi sento cambiato. Esco dal carcere da innocente. Il reato per cui sono qui è stato abolito». Alemanno, 68 anni, era stato condannato in via definitiva a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite in uno dei filoni dell’inchiesta nota come «Mondo di Mezzo».
Nella sua lunga detenzione ha tenuto un «diario di cella». E l’ex storico colonnello della destra sociale ieri lo ha ribadito: «Ho conosciuto una realtà terribile, una vergogna per la nostra Repubblica. Il carcere in Italia è un’offesa per come tratta la gente, ma soprattutto perché non dà sufficienti opportunità di recupero a chi vuole ricostruirsi una vita». Nel primo giorno di libertà, ha voluto subito dare lezioni alla politica: «Parlerò con il ministro Nordio, sul sovraffollamento il governo non ha fatto nulla. Tre giorni fa, dalla mia cella è uscito un senzatetto, dopo sei mesi, perché era accusato di aver rubato 16 euro da un parchimetro. Qualcosa non funziona».
Ma l’eccesso di presenze nelle carceri, secondo l’ex sindaco, è causato anche dagli immigrati: «Nel mio braccio ce n’erano pochi e la situazione era tranquilla. Ma negli altri dominano gli immigrati divisi per clan. C’è razzismo contro gli italiani, gli immigrati gli chiedono il pizzo per usare le docce».
All’esterno della prigione non c’era il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci: «Lo vedo stasera a cena. Non siamo d’accordo su tutto però è il volto nuovo e la speranza della politica italiana. Non chiedo candidature. Ho già dato, voglio portare la mia esperienza, la mia capacità di fare analisi politica, di dare prospettive». Chiaro il messaggio anche alla leader di Fdi: «Giorgia Meloni apra un grande dibattito nella destra. In Italia bisogna cambiare tutto, non c’è niente da conservare. Se Meloni si impegna a fare questi cambiamenti faccia una telefonata a Vannacci e si vedrà. Altrimenti, con l’arroganza e con la prepotenza, sarà sempre respint». E a proposito delle affermazioni del ministro Guido Crosetto, secondo cui Vannacci regala voti a sinistra: «Penso che debba farsi un esame di coscienza sul modo con cui ha generato il fenomeno Vannacci. Per il resto abbiamo la disponibilità, purché i valori e i principi sovranisti vengano fatti realmente propri da uno schieramento più largo».
La tensione tra Fn e la maggioranza è comunque altissima. Ieri il deputato Edoardo Ziello ha accusato il centrodestra di voler imbavagliare i vannacciani e di aver favorito Azione con un «emendamento marchetta» (sulla raccolta delle firme) nell’iter per la riforma della legge elettorale, che venerdì verrà discussa a Montecitorio.
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L'amministratore delegato di Bf Federico Vecchioni (@Michele Silvestro)
Con l’acquisizione di F.lli Martini per 220 milioni, il gruppo guidato da Vecchioni è pronto per la creazione di una vera piattaforma agroalimentare integrata, capace di controllare l’intera filiera, dal seme alle proteine animali. Margine operativo verso i 300 milioni.
Il gruppo Bf mette a segno un’operazione che segna uno spartiacque nel settore agroindustriale italiano con la nascita di un gigante da 3 miliardi di euro. Ieri Bf ha infatti formalizzato l’acquisizione della F.lli Martini per 220 milioni di euro segnando il cambio di scala: non più semplice filiera agricola, ma piattaforma integrata dell’alimentare, dal seme alla proteina.
La F.lli Martini non è un nome qualsiasi. È una holding industriale con oltre 100 anni di storia. È nata quando Enrico Martini vendeva granaglie ed è diventata un gruppo strutturato su tre assi: mangimistica, zootecnia e alimentare. Un «ecosistema produttivo» con un fatturato di circa 1,2 miliardi e un margine operativo di 72 milioni. Numeri che spiegano perché, oggi, valga molto più di una semplice operazione di M&A: è un pezzo di filiera che cambia proprietario industriale, ma non identità.
L’architettura finanziaria è più articolata di un semplice assegno. I soci venditori reinvestiranno 20 milioni nella newco, mantenendo così circa il 15% del capitale. Una scelta che sa di continuità controllata: si esce, ma non del tutto. Anche la governance viene declinata nel segno della continuità operativa. Antonio Montanari e Filippo Martini resteranno al loro posto: il primo presidente, il secondo amministratore delegato. Una scelta che in questi casi vale quanto una clausola finanziaria. I senso dell’operazione va ben oltre il perimetro finanziario. Per Bf si tratta di un tassello decisivo nella strategia di integrazione verticale e crescita dimensionale. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a 3 miliardi di fatturato, costruendo un modello che non si limiti a produrre, ma controlli l’intera catena del valore agroalimentare.
La lettura strategica è chiara: presidiare la filiera delle proteine animali, oggi uno dei punti più sensibili dell’equilibrio alimentare globale. Non è un caso che Federico Vecchioni, presidente esecutivo di Bf, abbia sottolineato come il gruppo intenda rafforzare il presidio su questo segmento, considerato «strategico per la crescita del valore economico e sociale dei contesti produttivi di riferimento». Tutto questo perché chi controlla le proteine, controlla una parte sempre più rilevante della geopolitica del cibo. E infatti lo sguardo non si ferma all’Italia. Bf International sta accelerando investimenti in Africa anche grazie al Piano Mattei, sviluppando modelli operativi integrati e sostenibili. In questo scenario, le competenze e i volumi di F.lli Martini diventano un asset esportabile: soprattutto in un continente dove la domanda di carne avicola è destinata a crescere in modo esplosivo nei prossimi decenni. Il quadro che emerge è quello di un gruppo che si sta progressivamente spostando da logiche agroalimentari tradizionali a una dimensione più industriale, quasi infrastrutturale. Non più solo produzione agricola, ma sistema organizzato di approvvigionamento globale. Un salto che si riflette anche nei numeri: l’integrazione di F.lli Martini potrebbe spingere il margine operatiovo complessivo di Bf oltre la soglia dei 300 milioni, segnando un cambio di taglia. Un salto importante mentre la società si appresta a uscire dalla Borsa ma con l’intenzione però di tornarci rapidamente.
F.lli Martini, con i suoi 107 anni di storia, entra in una nuova fase, dentro un progetto che prova a trasformare la filiera italiana del cibo in una macchina e globale.
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Francesco Imprezzabile (Ansa)
Il vigile Francesco Imprezzabile, davanti all’auto che non ha rispettato l’alt, ha pagato la sua dedizione con la vita. In un Paese che sta con i fuggiaschi, non ne vale la pena.
Ma chi ve lo fa fare? Dico a voi, uomini in divisa, poliziotti, carabinieri, vigili urbani come Francesco Imprezzabile, morto l’altro giorno a 39 anni mentre inseguiva un albanese, con precedenti nel curriculum e droga in tasca, che aveva forzato un posto di blocco: chi ve lo fa fare? Chi ve lo fa fare di buttarvi all’inseguimento dei criminali, di rischiare la vostra vita per fermare un delinquente? Chi ve lo fa fare di stare lì, ore e ore, al caldo d’estate o al freddo d’inverno, per controllare chi viaggia per le nostre strade munito di droga e armi? Chi ve lo fa fare di insistere? Di cercare di bloccare chi attenta alla nostra sicurezza? Chi ve lo fa fare? Perché non girate la testa dall’altra parte? Perché non fate finta di niente? Perché non dimenticate per un attimo la divisa che portate? Chi ve lo fa fare, per quel mistero stipendio, di servire un Paese che poi vi ripaga scrivendo sui muri «fuck police» e «carabinieri assassini»?
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, svela il presunto business plan degli americani: «Vogliono acquistare e riparare la parte europea per vendere il nostro gas rincarato».
Anche se le incursioni di droni ucraini su raffinerie in Russia causano grossi problemi agli approvvigionamenti di carburante, non è sufficiente perché Mosca accetti condizioni ritenute «irricevibili» per negoziati con Kiev. I russi seguitano quindi le operazioni, nei cieli e sul fronte terrestre, per logorare gli avversari.
L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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