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Dietro lo scontro tra Leone XIV e Donald Trump una linea di faglia venuta allo scoperto su politiche migratorie e conflitto in Iran. La frizione tra il sionismo in salsa evangelica e i fedeli all’autorità di Roma spacca il Paese ed è una grana per il presidente.
Posata la polvere dell’inedito cozzo tra «imperi» (quello morale del Vaticano contro quello, secolarissimo, dell’America), si può forse tentare di capire cosa l’abbia generato. Cosa, cioè, abbia provocato, sotto le scintille dei post di Donald Trump, quella divergenza che ora si cerca di ricomporre dopo il «sequestro» dell’allora nunzio Christophe Pierre al Pentagono, dopo le frasi mai viste del primo Papa americano contro il suo presidente, dopo insomma che Casa Bianca e Santa Sede sembrano agli antipodi più che dentro l’alveo di ciò che chiamiamo Occidente.
Le linee di faglia identificabili sono almeno tre. La prima è la più facile da cogliere: l’Iran. Nel metodo, la Chiesa contesta le ragioni dell’intervento bellico, anche alla luce del documento - comunque non valutato con favore - sulla Strategia della sicurezza nazionale del novembre ’25. Qui, a pagina 28, si legge che Teheran, pur restando il primo fattore di destabilizzazione del Medio Oriente, era stata «enormemente indebolita dalle azioni israeliane successive al 7 ottobre 2023 e dall’azione del presidente Trump del giugno 2025, che ha significativamente depotenziato il programma nucleare iraniano». Nel merito, è finora difficile valutare positivamente l’efficacia dell’azione partita il 28 febbraio scorso: di qui l’inesausto richiamo a soluzioni diplomatiche, culminato nell’aggettivo «inaccettabile» scelto da Leone XIV quando Trump ha minacciato di «cancellare un’intera civiltà».
Ma c’è un’altra ragione per cui, in un episcopato complesso come quello americano, l’amministrazione si è trovata con tutti i prelati schierati contro, senza le divisioni tra «conservatori» e «progressisti»: e non è solo per dovere d’ufficio e di difesa del Papa. La seconda linea di faglia che divide non solo Chiesa e Casa bianca ma anche e soprattutto l’anima cattolica e quella evangelica dell’amministrazione è infatti l’immigrazione. Il tratto personale e lo stile di papa Prevost lo rendono meno frontale di quanto fosse Bergoglio sul tema: Leone XIV ha appena invitato gli africani a servire il proprio Paese resistendo alla «tendenza migratoria». Tuttavia, oltre a contestare metodi ritenuti brutali nella gestione dell’immigrazione clandestina, c’è un fattore non indifferente. Quando in Italia o in Europa si parla di rimpatri, statisticamente ciò impatta su persone provenienti da Paesi in larga parte di religione islamica, o comunque di culture e storia diverse da quelle del nostro Continente. In America la «remigrazione», a voler usare un termine così abusato da essere inservibile, riguarda tanti latinos, molto spesso cattolici. Il rilievo generale dei vescovi non dipende dalla religione degli immigrati, ma sarebbe sbagliato non considerare questo tema. Secondo un articolo di Commonweal del 2025, addirittura «un cattolico su cinque» negli Usa è «vulnerabile» a un’applicazione severa dei criteri di rimpatri di massa. Paradosso ulteriore: come noto, il blocco elettorale cattolico americano, pur variegato, è considerato fondamentale per conquistare la Casa Bianca, e lo è stato anche per Trump. Tutti i sondaggi stimano che la maggioranza degli elettori cattolici lo abbia preferito a Kamala Harris, e in prospettiva il peso di questa fetta di popolazione sta diventando sempre più «pesante» rispetto ai protestanti, perché sta crescendo, a differenza dei secondi. La figura più rappresentativa di questo doppio attrito (guerra e immigrazione) è senza dubbio Stephen Miller, vice capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna di Trump. Oltre a essere l’ispiratore principale della linea sull’immigrazione, Miller - proveniente da famiglia ebraica - lo scorso 16 aprile ha dichiarato che se l’Iran sceglierà la strada sbagliata, gli Stati Uniti hanno il potere di continuare «indefinitamente» la stretta bellica ed economica.
C’è una terza frattura, più latente e in un certo senso indipendente da Trump, che pure si trova a doverla gestire come presidente, sia nel Partito repubblicano sia nel Paese. Si può partire da un’inconsueta presa di posizione da parte dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme pubblicata sabato 17 gennaio 2026. Non tocca né la politica internazionale né l’America, ma cita «ideologie dannose, come il sionismo cristiano», che «ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all’unità del nostro gregge». Non si tratta di una faida religiosa in una zona infuocata quale la Terra Santa, ma di una linea di faglia teologica che attraversa anche l’America: tanto che a quel documento ha risposto duramente Mike Huckabee, ex pastore battista e ambasciatore degli Usa in Israele.
Come ha spiegato un recente articolo di Giacomo Maria Arrigo su Limes, il sionismo cristiano è «una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello stato di Israele come parte del piano profetico», interpretando alla lettera la Bibbia in una dottrina «dispensazionalista». Per semplificare una faccenda stratificata e complessissima, il mondo evangelico americano e la sua sporgenza politica considera attuali, valide, storicamente predittive e politicamente impegnative le promesse veterotestamentarie fatte da Dio al suo popolo. Quando il popolarissimo conduttore Tucker Carlson ha chiesto al senatore repubblicano Ted Cruz se considerasse la nazione citata nella Genesi quella oggi governata da Netanyahu, Cruz ha risposto affermativamente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aderisce a tale impostazione, che non può non entrare in conflitto con la sensibilità cattolica. Del resto, è sotto la sua guida che, la scorsa Pasqua, il Pentagono si è premurato di far sapere che non ci sarebbero state celebrazioni cattoliche ma solo protestanti per il Venerdì Santo. Quanto tale profonda frizione sia destinata a caratterizzare il mandato di Trump, che pure allinea tra le sue fila una nutritissima schiera di cattolici dichiarati, lo testimonia persino l’ex miss California Carrie Prejean Boller, cattolica, che sostiene di essere stata licenziata dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la sua, dichiarando che la fede nella Chiesa di Roma non sposa il sionismo politico come compimento dei Testi.
Episodio forse marginale, nella sua perfetta americanità, ma che rientra nel grande scontro teologico che anima il più materialista dei Paesi occidentali. Il sacro, espulso, trova sempre strade impreviste.
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L’Istituto si accoda all’Oms nella promozione di tutte le profilassi a ogni età e persona, malgrado gli studi sulle reazioni all’anti Covid. Però si preoccupa dell’«ecoansia». Intanto, lo Spallanzani snobba i danneggiati: «Non ci occupiamo di controindicazioni inesistenti».
«I vaccini funzionano, per ogni generazione». Lo dice l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, quindi è parola d’ordine anche per l’Istituto superiore della sanità (Iss) che così apre il suo ultimo bollettino. Vi si legge che il tema dell’edizione 2026 della Settimana mondiale dell’immunizzazione (World Immunization Week), da oggi al 30 aprile, è «ricordare che i vaccini proteggono, da generazioni, persone, famiglie e comunità in modo sicuro ed efficace e continuano a rappresentare uno degli strumenti più potenti della sanità pubblica per salvaguardare il futuro di tutti».
Ovviamente si tratta di un’iniziativa «globale», promossa dall’Oms in collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), la Global Alliance for Vaccine Immunization (Gavi, di cui fa parte la Fondazione Bill & Melinda Gates) e molti altri partner. Benissimo sottolineare che «i vaccini sono una delle più grandi conquiste della medicina», forse più cautela e maggiore correttezza richiederebbero dei distinguo, soprattutto dopo una pandemia che ha lasciato non pochi dubbi sulla strategia di vaccinare a tappeto la popolazione.
Anziani, bimbi, donne incinte, fragili e sani, tutti raggiunti da più dosi di un vaccino sperimentale. L’Iss, inoltre, nell’ultimo bollettino pone l’accento sul «ruolo degli operatori sanitari», che andrebbe «rafforzato» in quanto «restano tra le fonti più autorevoli e influenti nelle decisioni vaccinali della popolazione. In questo contesto, la campagna può offrire un’opportunità ulteriore per promuovere la vaccinazione, verificare lo stato vaccinale a ogni contatto utile, favorire il recupero delle dosi non effettuate […] contrastare la disinformazione con fonti autorevoli e accompagnare dubbi e domande con un approccio chiaro, empatico e basato sulle evidenze».
Si parla di disinformazione, eppure anni di studi, di evidenze scientifiche sugli effetti della Spike da vaccino a mRna lasciano indifferente l’Istituto superiore della sanità che continua a raccomandare la vaccinazione anti Covid alle «donne che si trovano in qualsiasi trimestre della gravidanza o nel periodo “post partum”, comprese le donne in allattamento». Pfizer non ha mai raccomandato di vaccinare le future mamme, perché sapeva di non avere dati clinici e continua a inserire negli aggiornamenti della sezione Rischi: «I dati disponibili sulla somministrazione di Comirnaty a donne in gravidanza non sono sufficienti per fornire informazioni sui rischi associati al vaccino in gravidanza».
Le future mamme e i loro bambini possono avere conseguenze pesantissime, ma non se ne parla. Meglio concentrarsi sui danni green e il «deficit di natura», ha pensato l’Iss. Nello stesso bollettino, infatti, affronta la questione «Ecoansia e salute nelle città», spiegando che si tratta di «una forma di preoccupazione costante legata ai cambiamenti climatici, al degrado degli ecosistemi e alle possibili ripercussioni sul futuro del pianeta».
L’Istituto superiore della sanità è molto attivo a riguardo con studi nei quali è inclusa «un’indagine sulla percezione dei rischi ambientali per il nascituro nelle donne in gravidanza». Ambiente, biodiversità e clima sarebbero fonti di preoccupazione, i danni segnalati da vaccino Covid invece non interessano. Ce ne siamo accorti dall’indifferenza, anzi dall’ostilità che gli organismi preposti alla sanità italiana ostentano, a differenza di quanto accade in altri Paesi, dove commissioni d’inchiesta agiscono e ottengono risultati.
Il ministro della salute, Orazio Schillaci, ha promesso due anni fa una commissione sui danni da vaccino, ma nulla si è mosso. Come sperare il contrario, se l’Istituto nazionale per le Malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, che lavora in stretto contatto con Lungotevere Ripa, nega che ci possano essere danneggiati?
In una mail a un paziente che chiedeva assistenza, Andrea Antinori, direttore del dipartimento clinico dello Spallanzani, avrebbe spiegato che il laboratorio dell’istituto si occupa «di long Covid, ovvero delle conseguenze post acute, post infettive del Covid». Precisava: «Non intendiamo prendere in considerazione alcuna presa in carico o risposta diagnostica per presunte, inesistenti conseguenze del vaccino. Il vaccino post Covid (forse voleva scrivere anti Covid, ndr) è sicuro, con un profilo di sicurezza molto elevato, superiore anche a quello di altri vaccini e farmaci». Il professore aggiungeva: «La tendenza ad attribuire al vaccino conseguenze cliniche non dimostrate scientificamente fa parte di un pensiero “negazionista” in cui né il sottoscritto né l’Istituto Spallanzani possono riconoscersi». Abbiamo chiesto ad Antinori un commento su questa sua mail (con tanto di foto e di riferimento preciso alla sua persona) che gira su chat di danneggiati provocando incredulità, indignazione e ulteriore sofferenza. Era opera di Ai, o rappresenta il pensiero dell’infettivologo, di completa chiusura al riconoscimento di danni post vaccino? Se lo Spallanzani apre solo alle problematiche long Covid, «Una malattia invalidante in attesa di definizione», era il titolo del convegno parlamentare che ha coordinato una decina di giorni fa su iniziativa del senatore Andrea Crisanti, come pensate che si comportino gli scarsi ambulatori regionali?
Il professore non ha ritenuto importante spiegare quelle affermazioni, ma nemmeno smentirle. È un brutto segnale, ci permettiamo di dire. L’avviso ai danneggiati o dannati risulta molto chiaro, nessuno vuole prendersi carico dei loro problemi di salute post vaccinazione. E chissà come si sentiranno i medici delle Cmo, le commissioni medico ospedaliere che hanno certificato il nesso di causalità tra vaccino Covid e patologie invalidanti.
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Kamel Daoud, scrittore algerino (Ansa)
Non compriamo gas russo per ragioni morali. Però quello del Paese nordafricano che colpisce lo scrittore Kamel Daoud «reo» di aver scritto un romanzo va bene
C’è contraddizione nel modo in cui si calcano le vie d’accesso energetiche. Da un lato, l’Italia e l’Ue evitano il gas russo per ragioni politiche e morali, dall’altro ci si affida a Paesi che presentano criticità altrettanto rilevanti sul piano dei diritti e delle libertà. Si prenda l’Algeria, con le vicende giudiziarie che hanno coinvolto intellettuali come Boualem Sansal e ora Kamel Daoud. Scrittore e saggista, Boualem Sansal fu arrestato in Algeria nel novembre 2024 con l’accusa, fra le altre, di aver «minato l’unità nazionale», dopo alcune sue dichiarazioni critiche verso il regime. Condannato a un lustro di carcere nel 2025, viene graziato e liberato nel novembre dello stesso anno. Oggi fa parte dell’Académie française.
Il 21 aprile 2026, a quasi trent’anni dalla fine del «Decennio nero», la guerra civile in Algeria esplosa negli anni Novanta tra governo e gruppi islamisti, con 200.000 morti, lo scrittore franco-algerino Kamel Daoud è stato condannato a tre anni di carcere e a una multa di 32.000 euro per aver scritto un romanzo.
È stato lo stesso autore a rivelarlo il giorno successivo, definendolo un «evento unico nella storia algerina», e denunciando che la legge viene utilizzata per reprimere il dibattito pubblico sulle laceranti ostilità interne tra il 1992 e il 2002.
Tutto scaturisce da Houris, romanzo pubblicato nel 2024, premio Goncourt. È una storia cupa, ambientata in parte a Orano. Aube, una giovane donna, resta muta dopo essere stata sgozzata da un militante islamista alla fine del 1999. Una figura simbolica, la sua. Sopravvissuta ma privata della voce, incarna una memoria collettiva amputata.
In Algeria, una legge del 2005, la Carta per la pace e la riconciliazione nazionale, vieta qualsiasi narrazione del conflitto che si possa interpretare come lesiva delle istituzioni o come riapertura delle «ferite della tragedia nazionale». L’articolo 46, in particolare, punisce chi utilizzi quegli eventi per «danneggiare» lo Stato. Un dispositivo giuridico che, nato con l’intento dichiarato di pacificare il Paese, si è progressivamente trasformato in uno strumento di silenziamento.
Daoud lo sottolinea con amarezza: dopo anni di violenze, migliaia di terroristi amnistiati e una società ancora segnata dal trauma, «un unico colpevole: uno scrittore». La condanna segue una denuncia dell’Organizzazione nazionale delle vittime del terrorismo, in cui il diritto alla memoria si scontra con la paura della sua strumentalizzazione. Si aggiunge quella di Saada Arbane, che ha accusato Daoud e la moglie, una psichiatra, di aver sfruttato dettagli intimi e dolorosi della sua vita personale.
Dalla persecuzione di Boris Pasternak nell’Unione sovietica per Il dottor Zivago all’esilio di Aleksandr Solzenicyn dopo la pubblicazione di Arcipelago Gulag, fino alla fatwa contro Salman Rushdie per I versi satanici, il potere tenta sempre di imbavagliare la parola scritta. Il libro si trasforma da oggetto culturale in campo di battaglia.
Il caso Daoud, comunque, non implica solo censura ideologica o religiosa, bensì un controllo istituzionalizzato della memoria storica. Il «Decennio nero» resta un territorio proibito, un passato che non può essere narrato se non secondo una versione ufficiale. La letteratura, che per sua natura scava nelle ambiguità e nelle zone d’ombra, diventa così un elemento destabilizzante.
Negare il racconto significa congelare il trauma, impedirgli di trasformarsi in coscienza condivisa. La voce di Aube, la protagonista muta di Houris, diventa allora una potente metafora. La società che sceglie il silenzio per mantenere lo status quo ante perde la capacità di raccontarsi.
La condanna di Kamel Daoud non è solo un fatto giudiziario. Riguarda il rapporto tra Stato e memoria, tra giustizia e verità, tra letteratura e libertà. E pone una domanda che attraversa epoche e confini: fino a che punto un Paese può permettersi di dimenticare? Lo si ricordi invece al momento d’intessere relazioni internazionali, specie quelle finalizzate.
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Gli italiani di Unifil posano un nuovo crocifisso a Debel, proprio dove si trovava quello distrutto da un soldato dell’Idf. Pizzaballa contro le azioni dei coloni in Gisgiordania.
Quando gli abitanti di Debel, nel Sud del Libano, hanno visto da lontano l’oggetto che i militari italiani portavano con sé non hanno avuto dubbi: era un Crocifisso. Anche se avvolto da una imbottitura bianca e pesante, non poteva essere altro che ciò che stavano immaginando: era il loro Crocifisso. Quello che, solamente qualche giorno fa, era stato distrutto a colpi di martello da un soldato israeliano.
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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