2026-06-12
Asiagofestival festeggia 60 anni: Vivaldi, prime assolute e grandi interpreti sull'Altopiano
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Francoforte torna ad aumentare il costo del denaro, dopo quasi tre anni, per contenere l’inflazione dovuta a choc esterni all’Eurozona. Orsini (Confindustria): «Mi aspettavo un ribasso. Così investimenti a rischio».
La Bce stringe il credito. Anche se il nodo preme già abbastanza da lasciare il segno sull’economia reale. Christine Lagarde ha annunciato il primo rialzo dei tassi da settembre 2023: +0,25 al 2,25%. Una decisione presentata come «segnale», ma che per molti assomiglia a una diagnosi implicita: bisogna inasprire la cura.
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo di Emilio Betti, ha dato un apporto fondamentale al Codice in vigore dal 1942. Denunciò il «nichilismo giuridico» moderno con leggi ormai ridotte a mero strumento.
Scomparso ieri a Roma all’età di 90 anni (era nato ad Avezzano, in provincia dell’Aquila, il 5 aprile 1936), Natalino Irti è stato uno dei più autorevoli e influenti giuristi italiani della seconda metà del Novecento.
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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Ansa
La Procura di Siracusa sventa un sistema illecito ramificato in tutta Italia. L’organizzazione utilizzava 60 società fantasma e prestanome per caricare sulla piattaforma del fisco dati catastali di ignari condomini.
Cinque sequestri preventivi d’urgenza, 566 milioni di euro di crediti fittizi da Superbonus bloccati, altri 10 milioni di crediti Iva fittizi sequestrati, 12 persone denunciate per associazione per delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato, riciclaggio e autoriciclaggio, nonché emissione di fatture per operazioni inesistenti. Presentate inoltre 29 proposte di cessazione di partita Iva per impedire alle società coinvolte di perpetrare ulteriori frodi.
È questo il bilancio, provvisorio, di un’inchiesta aperta pochi mesi fa dalla Procura di Siracusa e che ha portato ieri all’esecuzione dei sequestri.
Le indagini, sviluppate con il nucleo speciale Tutela entrate e repressione Frodi fiscali di Roma della Guardia di finanza e il settore Contrasto illeciti dell’Agenzia delle entrate, hanno consentito di ricostruire quello che, allo stato attuale delle attività investigative appare, secondo la Procura, come un sofisticato e pericoloso sistema illecito realizzato da un’organizzazione criminale con ramificazioni in tutta Italia.
Alla base del meccanismo ipotizzato dagli inquirenti ci sarebbero oltre 60 società su tutto il territorio nazionale, la maggior parte delle quali apparentemente fittizie, ossia sprovviste di sede operativa, dipendenti, attrezzature e struttura imprenditoriale, che sembrerebbero aver eseguito documentalmente interventi milionari di riqualificazione edilizia su 22 condomini dislocati nelle province di Bergamo, Como, Macerata, Messina, Monza Brianza, Padova, Pavia, Roma, Salerno, Siracusa, Varese, Vercelli e Verona.
Tutti immobili, effettivamente esistenti, sui quali erano in corso o erano già stati realizzati lavori di riqualificazione edilizia eseguiti da imprese completamente estranee al circuito fraudolento, i cui dati appaiono essere stati utilizzati dall’organizzazione criminale all’insaputa di amministratori e proprietari.
Il gruppo criminale farebbe capo ad alcuni professionisti operanti in Lombardia, incaricati di reperire prestanome a cui intestare formalmente le società coinvolte e presumibilmente attribuire le eventuali responsabilità penali. Le società coinvolte erano amministrate da soggetti stranieri, tre di nazionalità slovena e uno polacco, tutti irreperibili presso le rispettive residenze anagrafiche.
L’anello esecutivo risulterebbe individuabile in due professionisti della provincia di Chieti, abilitati ad accedere alla piattaforma «cessione crediti» dell’Agenzia delle entrate, i quali dietro compenso per ciascuna pratica inserita, hanno trasmesso oltre 2.000 comunicazioni che hanno permesso di generare i crediti fittizi nei cassetti fiscali delle società formalmente esecutrici dei lavori. Il 27 febbraio 2026, in una sola giornata, uno dei due ha professionisti ha caricato sulla piattaforma 175 comunicazioni generando crediti fittizi per 98 milioni di euro.
Il maxi raggiro è stato scoperto quasi per caso, dopo che il 29 dicembre scorso una cooperativa sociale di Siracusa beneficiaria di crediti legati al Superbonus ha presentato una denuncia. E senza quest’ultima, la presunta organizzazione avrebbe proseguito ulteriormente a produrre crediti farlocchi.
A sottolineare lo scampato pericolo, che evidenzia ancora una volta tutte le fragilità della norma varata dal governo Conte bis, è stata la procuratrice di Siracusa Sabrina Gambino. In una conferenza stampa che si è svolta ieri mattina il magistrato ha infatti dichiarato: «Pensiamo al danno che sarebbe potuto derivare se non si fosse arrivati in tempo a bloccare un ammontare così rilevante di crediti d’imposta». Per Gambino, uno degli elementi decisivi dell’inchiesta è stata la rapidità con cui si è arrivati ai provvedimenti: «A fronte di una segnalazione del 29 dicembre siamo arrivati entro il mese di maggio ad avere concluso tutta l’attività con i provvedimenti reali». Un risultato reso possibile, ha spiegato il magistrato, dalla «profonda sinergia» tra Procura, Guardia di finanza e strutture territoriali, attraverso un protocollo che consente lo scambio in tempo reale delle informazioni sulle movimentazioni sospette.
Pur evidenziando l’importanza di aver bloccato una somma «assolutamente significativa» per il sistema Paese, Gambino non nasconde «l’amarezza» per una vicenda che dimostrerebbe come una misura nata per sostenere l’economia e il comparto edilizio possa trasformarsi in «un’occasione di frode e truffa ai soggetti pubblici e privati».
La frode si sarebbe articolata in due distinte forme criminali. Da una parte, un sistema di sovrafatturazione: due società siracusane avevano realizzato solo parzialmente i lavori commissionati da una cooperativa sociale di natura Onlus, emettendo fatture per circa 8 milioni di euro a fronte di interventi di entità sensibilmente inferiore.
Dall’altra parte, un giro di operazioni integralmente inesistenti: una terza società pugliese aveva maturato crediti d’imposta per oltre 24 milioni di euro senza aver mai avuto alcun rapporto con la Onlus committente, che ne ignorava persino l’esistenza. I dati catastali dei condomini utilizzati per generare i crediti fittizi erano stati sottratti, secondo gli inquirenti, a completa insaputa di amministratori e proprietari.
In una nota il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, dopo aver fatto i «complimenti alla Guardia di finanza di Siracusa per la brillante operazione contro truffe Superbonus 110 in collaborazione con l’Agenzia delle entrate», ha sottolineato: «Quasi 600 milioni di crediti falsi bloccati prima del loro utilizzo. La battaglia contro questo odioso reato continua senza sosta».
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