2026-05-28
Dimmi La Verità | Marco Pellegrini (M5s): «Non dimentichiamo Piazza della Loggia e Ustica»
Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.
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Hantavirus ed Ebola non costituiscono un pericolo per noi, però vengono branditi come prove di una minaccia globale costante. La vice ad di Cepi, l’alleanza per i vaccini foraggiata da Davos, Ue e Gates, su «Avvenire» paventa persino fughe da laboratorio...
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul motivo per cui vengono creati allarmi sanitari farlocchi, grazie ad Avvenire può trovare una spiegazione più che cristallina.
Il quotidiano dei vescovi ha intervistato Aurélia Nguyen, vice ad di Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, sulle due ultime minacce virali che hanno riempito e ancora riempiono le cronache: Hantavirus e Ebola. Il primo ha tenuto banco per una decina di giorni, ma si è capito fin da subito che non costituiva un pericolo reale. Nonostante ciò gli stessi giornalisti, commentatori e virostar che impazzavano ai tempi del Covid lo hanno pompato all’inverosimile allo scopo di sostenere che, a causa dell’abbandono dell’Oms da parte degli Usa, la situazione sanitaria sarebbe peggiorata drasticamente mettendo a rischio anche noi. Rispetto ad Hantavirus, ovviamente, Ebola rappresenta una minaccia reale, ma solo nei Paesi africani dove ormai è endemico e dove da anni causa morte e sofferenze. Anche se ci hanno provato, è difficile sostenere che l’attuale e mortifera diffusione in Congo dipenda da Donald Trump o dai sovranisti nemici della scienza. Ed è anche piuttosto complicato sostenere che il virus della foresta rappresenti un fattore di rischio in grado di scuotere l’Occidente. Eppure ancora adesso si leggono fior di titoli allarmistici. Si è parlato con ansia di due persone a Milano con febbre, che non sono risultate positive a Ebola ma che hanno fatto palpitare i media per giorni. Ora si discute di una donna sbarcata a Roma dopo essere venuta in contatto con persone infette. Giusto per chiarire: si tratta di una dottoressa di Medici senza frontiere che è stata portata allo Spallanzani scientemente, per essere curata, non di una paziente X che - magari contagiata - si è serenamente imbarcata su un aereo per arrivare qui. Anche perché risulta un po’ difficile prendere Ebola e avere il tempo e le forze per trasferirsi da un continente all’altro. È dunque sacrosanto parlare di ciò che avviene in Congo, e delle difficoltà che la Repubblica democratica sta attraversando. Ma sostenere che vi siano rischi per la popolazione europea è quantomeno molto discutibile. Nonostante ciò, la tendenza è esattamente questa: sfruttare il virus per creare allarme diretto o indiretto.
E qui giungiamo ad Avvenire. Che intervista Aurélia Nguyen e titola: «Ebola e Hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo». La signora spiega con sussiego: «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti».
I toni del giornale non sono certo distesi. Sentite qui: «Prima l’Hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come Emergenza sanitaria internazionale e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia “estremamente grave e difficile da gestire”. I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni». Capito? Presto o tardi potrebbe toccare a noi.
Poiché è impossibile sostenere senza farsi deridere che Ebola e ancora di più Hantavirus siano un pericolo concreto anche per noi italiani, si cerca una strada diversa. Cioè si usano le malattie esotiche come spauracchi per suggerire che tutt’attorno a noi si muovano virus letali fuori controllo di fronte ai quali siamo privi di difese perché non ascoltiamo abbastanza l’Oms o non seguiamo a sufficienza i profeti della Scienza in camice bianco.
Ad Avvenire, la signora Nguyen prima elenca tutti i rischi che possono essere causati dalla globalizzazione. Poi, con involontaria ironia, spiega che «viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi». Ma pensa: esistono virus che possono fuggire dai laboratori... Il nome Covid dice qualcosa? Non risulta però che la stampa italiana abbia voluto approfondire granché il tema...
Quello che conta, per i nostri media, è alimentare la tensione. Ma il meccanismo si svela appunto facilmente se solo ci si prende la briga di capire che cosa sia davvero Cepi. Trattasi, nei fatti, di una lobby dei vaccini fondata su impulso principale del World Economic Forum, finanziata da varie nazioni, dalla Commissione Ue e dal solito Bill Gates. Guarda caso, Cepi è stato il primo finanziatore di Moderna (con 900.000 dollari nel gennaio 2020) per lo sviluppo del farmaco Covid, e continua a collaborare attivamente con la casa farmaceutica per lo sviluppo di vaccini. Ecco perché ci tiene a parlare del rischio pandemico: perché deve spingere per ottenere finanziamenti pubblici a favore di Big Pharma. E per farlo sfrutta minacce immaginarie come Hantavirus (su cui Moderna ha guadagnato bei soldi soltanto annunciando di essere al lavoro su un vaccino che è lontanissimo dall’essere prodotto) e più concrete ma lontane come Ebola. La prossima volta che leggerete un articolo allarmistico o inquietante su una malattia esotica, saprete perché viene pubblicato.
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Zohran Mamdani (Ansa)
La ricetta statalista del sindaco Zohran Mamdani costa 22 miliardi e prevede il salario minimo.
È un piano casa non poco controverso quello presentato da Zohran Mamdani questa settimana. Il progetto del sindaco dem di New York è ufficialmente volto a contrastare la crisi degli alloggi che caratterizza la Grande Mela.
In tal senso, punta a costruire 200.000 nuove case a prezzi accessibili e a preservarne altre 200.000 già esistenti, sempre a prezzi accessibili, nel corso dei prossimi dieci anni. Per conseguire questo obiettivo, è previsto lo stanziamento di 22 miliardi di dollari in edilizia abitativa nell’arco di cinque anni.
Il piano prevede inoltre maggiori controlli sui proprietari di immobili considerati «negligenti», nonché l’aumento delle sanzioni per le condizioni abitative non sicure. Tra l’altro, secondo il progetto, il Comune «condurrà indagini approfondite su almeno dieci portafogli immobiliari che presentano la maggiore concentrazione di violazioni gravi e di lunga data. L’obiettivo sarà quello di garantire che questi edifici vengano trasferiti dalle mani di questi soggetti disonesti e ceduti ad acquirenti responsabili della conservazione, supportati sia dagli inquilini che dall’amministrazione». «Per gli edifici che hanno subito un abbandono cronico, ci impegneremo a trasferire la proprietà a gestori responsabili, tra cui enti di tutela del territorio, organizzazioni non profit o persino gli inquilini stessi», ha affermato lo stesso Mamdani in un discorso tenuto martedì.
Il sindaco ha inoltre previsto un fondo per finanziare l’acquisizione di alloggi da parte degli inquilini. Nel piano, l’amministrazione comunale si impegna anche ad approvare il Community opportunity to purchase act: una norma che «offrirebbe agli acquirenti qualificati, con una comprovata esperienza nella gestione di alloggi a prezzi accessibili, una finestra esclusiva per acquistare determinate proprietà quando vengono messe sul mercato». Non solo. Il progetto di Mamdani stabilisce anche «uno standard minimo combinato di salario e benefit essenziali di 40 dollari l’ora per i lavoratori edili impiegati in progetti di edilizia abitativa mirati e assistiti dalla città».
Il mondo progressista esulta, sostenendo che, con queste misure (che ricordano le occupazioni di Ilaria Salis), Mamdani starebbe affrontando la crisi abitativa che affligge New York. Tuttavia, dall’altra parte, i critici non mancano. C’è chi paventa veri e propri espropri ai danni dei proprietari di case e chi parla di indebite intromissioni dell’amministrazione municipale nel settore privato, oltreché dei costi esorbitanti che il piano comporterebbe. D’altronde, il tema del «trasferimento» di edifici privati ad «acquirenti responsabili della conservazione, supportati sia dagli inquilini che dall’amministrazione» appare quello maggiormente controverso. E proprio questo tema torna di fatto a esporre Mamdani all’accusa di radicalismo. Del resto, secondo il New York Post, tra i registi del suo piano casa figurerebbe Cea Weaver: un’attivista che, nel 2019, auspicò la «confisca della proprietà privata».
Sia chiaro: il nodo dell’emergenza abitativa a New York esiste. E, al di là della Grande Mela, si tratta di una questione centrale anche in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Non a caso, a gennaio, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per limitare l’acquisto di case unifamiliari da parte dei grandi investitori di Wall Street. Segno, questo, del fatto che il problema c’è e ha una rilevanza di livello nazionale. Tuttavia, non è detto che la linea aggressiva di Mamdani non inneschi un effetto boomerang. Come noto, il Partito democratico americano è sempre più spaccato tra un’ala di estrema sinistra e una tendenzialmente centrista: si tratta di due anime che faticano a trovare una sintesi. Non si può quindi escludere che le ricette del sindaco newyorchese possano indirettamente avere delle ripercussioni negative per l’Asinello in vista delle midterm di novembre, spaventando l’elettorato dem più moderato. Il che potrebbe seriamente costare al Partito democratico la riconquista della Camera dei rappresentanti.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Per rimediare a una voragine da 1,5 miliardi, la presidente macroniana della Corte dei Conti vuole mettere le mani nei portafogli dei contribuenti. Esentati gli stranieri irregolari coperti da assistenza. Per aborti (e un domani gli uteri in affitto) paga Pantalone.
I conti pubblici francesi non tornano più e c’è chi pensa di mettere le mani nelle tasche dei contribuenti d’Oltralpe per ripianare i debiti. L’idea è venuta alla Corte dei Conti di Parigi per recuperare il miliardo e mezzo rappresentato da certe prestazioni sanitarie non pagate dagli utenti dell’Assurance maladie, il sistema pubblico di assicurazione sanitaria francese.
In effetti, una parte delle spese mediche (visite, esami, medicinali, eccetera) resta a carico degli utenti. Si tratta di franchigie che, in generale, ammontano a pochi euro e che sono comunque anticipate dal sistema sanitario, ma non sempre rimborsate da chi ne ha beneficiato. E così, 1 euro di qua, 10 euro di là, si è formato un buco da 1,5 miliardi di euro che zavorra il bilancio della Sécu, la previdenza sociale francese. Della legge di bilancio della Sécu si discuterà in Parlamento solo in autunno ma, ieri, la Corte dei Conti ha già proposto alcune misure per recuperare almeno 500 milioni di euro.
Come riportato da Le Figaro, la Corte dei Conti consiglia di realizzare una «procedura di prelievo sul conto corrente bancario (dei beneficiari di prestazioni sanitarie, ndr) e l’estensione a questi dispositivi della procedura di recupero coattivo, già esistente per gli importi indebitamente percepiti». Certo, come ricorda il quotidiano, tra il 2020 e il 2024, solo il 78% delle franchigie sanitarie è stato rimborsato. Ed è anche vero che i giudici contabili auspicano anche una semplificazione del meccanismo delle franchigie.
Tuttavia non si può non constatare che, in Francia, non tutti pagano questi piccoli contributi. Come si legge sul sito dell’Assurance maladie, ameli.fr, «tutte le persone sono soggette alla franchigia, tranne: i bambini e i giovani di età inferiore ai 18 anni; i beneficiari della Complémentaire santé solidaire (Css) o dell’assistenza medica statale (Ame); le donne incinte [...]; le minorenni per la contraccezione e la contraccezione d’emergenza senza il consenso dei genitori; le vittime di un atto terroristico, per le spese sanitarie legate a tale evento». Poco dopo, si legge anche questa precisazione, «i titolari di una pensione militare d’invalidità [...] e delle vittime di guerra sono esentati dal pagamento della franchigia, ma soltanto per le cure fornite gratuitamente dallo Stato e rese necessarie dalle infermità che danno diritto alla pensione. Per le altre cure, cioè quelle non legate a malattie, invalidità o ferite di guerra, essi sono esonerati dal ticket moderatore ma non dalla franchigia».
In estrema sintesi, stranieri irregolari beneficiari dell’Ame, curati in modo gratuito, oppure una ragazzina che scopre di essere incinta e vuole abortire, non dovranno spendere nemmeno 1 euro, per ricevere le prestazioni previste dal sistema sanitario. Invece un francese che non ha un reddito abbastanza basso per essere considerato «povero» o un militare tornato mutilato da un’operazione, tipo in Afghanistan, che deve magari farsi otturare un dente, dovrà pagare la franchigia. Questo anche se il primo paga i contributi e il secondo ha rischiato la vita per il suo Paese. Le Figaro ricorda anche che i residenti dell’isola di Mayotte, il dipartimento francese d’Oltremare situato tra il Mozambico e il Madagascar, sono compresi tra i 18 milioni di assistiti esenti dalle franchigie sanitarie.
È interessante ricordare che la Corte dei Conti transalpina è guidata dallo scorso febbraio da Amélie de Montchalin, macronista di ferro e che, fino a quella data, era ministro dei Conti pubblici. È lo stesso Emmanuel Macron che l’ha nominata, come previsto dalla legge francese.
Ma nonostante il fatto che sia sempre più difficile riempire le casse statali transalpine e che il Paese non attraversi un bel periodo, la priorità sembra essere una sola: la dolce morte. Il presidente dell’Assemblea nazionale, la macronista Yaël Braun-Pivet, vorrebbe arrivare all’approvazione della legge sul fine vita prima del 14 luglio. Il Senato ha già respinto precedenti versioni del testo. Serviranno quindi altri passaggi nelle due Camere e un voto in quella bassa, che avrà l’ultima parola. Qui il premier, Sebastien Lecornu, potrà giocare un ruolo importante a favore o contro la legge. Anche per questo il collettivo Soins de vie, composto da sanitari contrari a eutanasia e suicidio assistitito hanno chiesto un’«udienza urgente» a Lecornu.
Se la dolce morte venisse legalizzata Oltralpe, qualcuno potrebbe arrivare anche a proporre che eutanasie e suicidi assistiti siano rimborsati al 100% dall’Assurance maladie come già avviene con gli aborti. E magari anche la Gpa, l’utero in affitto. D’altra parte, l’ex premier macronista, Gabriel Attal, che ha ufficializzato recentemente la sua candidatura all’Eliseo, su Le Parisien si è detto favorevole alla riapertura del dibattito su questa pratica.
Chissà, magari, in un futuro distopico, la sanità francese ritroverà un equilibrio finanziario pescando direttamente nei conti correnti dei contribuenti invece di smettere di rimborsare la morte legalizzata dei più vulnerabili.
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