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L’Unione dovrebbe concederci la possibilità di spendere 7 miliardi l’anno per tre anni. Poi si discuterà dei paletti. L’orientamento è: sì a esborsi per le fonti pulite, no ai tagli alle accise. L’Italia chiede di più.
La risposta alla lettera inviata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen per chiedere margini di flessibilità fiscale per contrastare il rialzo dei prezzi dell’energia non arriverà attraverso le parole del presidente della Commissione europea, ma in maniera più ufficiale, ovvero, come riporta l’Agi, con la presentazione del pacchetto-primavera del Semestre europeo, che verrà presentato oggi.
Il pacchetto di primavera del Semestre europeo, ricordiamolo, è l’insieme di documenti e raccomandazioni di politica economica e di bilancio adottato annualmente dalla Commissione europea, che traccia analisi socioeconomiche di ciascuno Stato membro e fornisce orientamenti mirati per garantire finanze pubbliche stabili, competitività e crescita.
Bene: la Commissione europea concederà un margine dello 0,3% per investimenti in energia all’interno dell’1,5% previsto per le spese per la difesa all’interno della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità. La direzione è quella auspicata da Giorgia Meloni, che alcune settimane fa, chiedendo con forza che una parte della flessibilità garantita dalla Commissione per le spese per la difesa potesse essere destinata a fronteggiare il caro carburanti, che con tutte le ricadute sull’economia ha un effetto pesantissimo sull’intera economia, pronunciò una frase di rara efficacia: «Se non ho più una nazione, non serve difenderla». La flessibilità per le spese destinate all’energia, a quanto si apprende, sarà concessa per tre anni, dal 2026 al 2028, per un massimo dello 0,3% sul totale dell’1,5% di spazio consentito per le spese per la difesa all’interno della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità. Si tratta di circa 7 miliardi di euro l’anno, per un massimo del doppio in tre anni: una cifra non trascurabile.
Si va dunque nella direzione giusta, anche se ora inizia il solito iter iper complesso della burocrazia di Bruxelles: a quanto apprende La Verità, questa possibilità verrà citata nello «chapeau» delle raccomandazioni del semestre, che dovranno poi passare l’esame del Comitato politica economica, del Coreper, dell’Ecofin, e del Consiglio europeo. Uno sviluppo positivo, quindi, che andrà poi consolidato nelle prossime settimane lavorando sugli Stati membri della Ue. La proposta di Giorgia Meloni fa breccia in quello che sembrava un muro di gomma eretto dalla Commissione, ma attenzione: ci sono comunque degli aspetti tecnici da tenere in considerazione. Le indiscrezioni circolate a Bruxelles nelle ultime ore, infatti, raccontano di rigidi paletti per poter usufruire di questa flessibilità, che sarà concessa solo per quegli investimenti che vadano nella direzione della famigerata transizione dalle fonti fossili, e non per misure di sussidio alla domanda di energia da queste stesse fonti. Sostegno dunque a investimenti in veicoli elettrici, pannelli solari, reti elettriche e sistemi di accumulo, misure di efficienza energetica e ampliamento della capacità produttiva delle energie pulite. Nessun quattrino, stando alle indiscrezioni, potrà arrivare da questa flessibilità a misure sostegno di consumi di petrolio e gas attraverso sussidi generalizzati. Non potranno neanche essere inseriti nel conteggio programmi già esistenti o sussidi preesistenti: la flessibilità riguarderà esclusivamente nuove misure adottate dopo il febbraio 2026 con obblighi di rendicontazione dettagliati per evitare riclassificazioni di spese già previste.
A quanto riporta l’Ansa, le deroghe per l’energia saranno attivate seguendo la stessa procedura della clausola di salvaguardia per la difesa: gli Stati interessati dovranno presentare una richiesta formale, alla quale seguiranno una proposta della Commissione e l’approvazione del Consiglio Ue, per la quale serve la maggioranza qualificata, L’iter, come dicevamo, è estremamente farraginoso e richiederà dunque diversi passaggi: per arrivare alla operatività effettiva si dovrà attendere il prossimo autunno.
Bicchiere mezzo pieno (di benzina) o mezzo vuoto? Parliamoci chiaro: se lo spazio di flessibilità per contrastare il caro energia sarà sottoposto a una serie di vincoli tali da renderlo poco utile ad affrontare presto e bene la crisi attuale, allora saremo di fronte a un pannicello caldo. Se invece, anche attraverso il dialogo con gli altri Stati, si riuscirà a far capire alla Commissione europea che un paziente che arriva in ospedale in codice rosso non può essere operato tra sei mesi e senza poter utilizzare il bisturi, allora la misura darà effettivo respiro all’economia. «È un mese che stiamo lavorando e sento dire che non otterremo niente. È un percorso lungo e complicato, vediamo come va a finire», ha detto ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Intanto ieri la Borsa di Milano ha battuto il suo record: il Ftse Mib è cresciuto dell’1,61% a quota 50.578 punti, livello mai raggiunto dal principale indice milanese. Fortissimi acquisti per Stm, che ha rivisto le stime sui data center: il titolo è salito del 15,1% nel finale a 68,26 euro, al suo massimo storico. I ricavi previsti dal gruppo quest’anno salgono da 500 milioni a 1 miliardo e potrebbero raddoppiare nel 2027.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
Idea Cgil: aliquota all’1,3%. Ma uno studio di Bruxelles dimostra che è controproducente.
Il Pd chiama e la Cgil risponde. Anzi anticipa. La proposta del segretario dem, Elly Schlein, di una patrimoniale, inizialmente europea ma che avrebbe una replica anche a livello nazionale, non è un concetto nuovo alla sinistra. Al momento Giuseppe Conte non si espone in dichiarazioni nette, ma preferisce monitorare l’impatto sugli elettori, vedere che aria tira, annusare le reazioni e esaminare i periodici sondaggi sulle preferenze.
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 giugno con Carlo Cambi
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2026-06-03
«Killer» senegalese a Genova. Rixi plaude agli ispettori: «Ora serve tolleranza zero»
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L’avvocato di Cissé Camara scrive alla «Verità»: «Al posto di preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali siano le politiche per chi ha disagi».
Sotto la Lanterna di Genova sono attesi gli ispettori del ministero dell’Interno che dovranno verificare se Cissé Camara, il quarantaduenne senegalese sospettato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, non andasse espulso prima del tragico evento di sabato.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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