Nel corso dell’XI Congresso di "Nessuno tocchi Caino", svoltosi a Milano dal 18 al 20 dicembre presso il Teatro Puntozero del Carcere minorile Cesare Beccaria, l’associazione ha tracciato un bilancio delle proprie battaglie storiche e delle nuove sfide sul terreno dei diritti umani. Dalla lotta globale contro la pena di morte, con un focus particolare sull’Iran, fino alla condizione del sistema penitenziario italiano.
Ansa
Vertice negli Usa sulla Groenlandia con Copenaghen e Nuuk «Ancora dissidi, ci rivedremo». Gli scandinavi inviano militari.
In Groenlandia non c’era mai stata così tanta gente: ai circa 57.000 abitanti, da ieri, si è aggiunto un contingente militare rafforzato, inviato dalla Danimarca a scopi di addestramento e per consolidare - ha detto il ministro della Difesa di Copenaghen, Troels Lund Poulsen - le capacità di «operare nell’Artico», «in stretta collaborazionecon gli alleati». A cominciare dai partner scandinavi: la Svezia ha spedito «alcuni ufficiali», che «prepareranno le prossime fasi dell’esercitazione danese Operation arctic endurance», seguita dalla Norvegia. Poulsen, in ogni caso, ritiene «improbabile» un attacco statunitense. Ma ad ogni buon conto, Ursula von der Leyen ha giurato ai cittadini dell’isola che «possono contare su di noi». Chissà quale sospiro di sollievo avranno tirato a Nuuk, nel giorno in cui Donald Trump, su Truth, definiva «inaccettabile» qualunque soluzione che non implichi il possesso americano della Groenlandia.
«È vitale», ha spiegato, «per il Golden dome», lo scudo antimissile di reaganiana memoria che il tycoon vuole realizzare. «La Nato», ha insistito il presidente, «dovrebbe farci da apripista per ottenerla», intimando alla Danimarca di sgomberarla «immediatamente». «Se non lo facciamo noi», ha avvertito Trump, «lo faranno la Russia o la Cina e questo non accadrà!». Dopodiché, ha ricordato agli alleati quali siano i rapporti di forza: «Militarmente, senza l’enorme potere degli Stati Uniti, […] la Nato non sarebbe una forza o un deterrente efficace, nemmeno lontanamente! La Nato diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti». Riferendosi all’attivismo del Dragone e del Cremlino nell’area, Trump ha usato i consueti toni canzonatori: «Dite alla Danimarca di mandarli via di qui, subito! Due slitte trainate da cani non basteranno!». Il segretario generale dell’Organizzazione, Mark Rutte, ha abbozzato, invitando i membri dell’Alleanza a «lavorare insieme» per la sicurezza della regione artica.
Per Politico, il progetto di The Donald sarebbe di ottenere un referendum, «oliando» gli elettori locali anche con profferte finanziarie. Thomas Dans, commissario per l’Artico, a Usa Today ha assicurato che, nel giro di «settimane o mesi», Washington prenderà iniziative concrete. Giusto il tempo per «conquistare la fiducia e il sostegno del popolo groenlandese». Magari, pure con i tweet? L’account X della Casa Bianca ne ha pubblicato uno, in cui si vedono due slitte con la bandiera groenlandese, diretta una verso Washington e l’altra verso Mosca e Pechino, sovrastate da una didascalia eloquente: «Da che parte, uomo della Groenlandia?». Secondo Nbc, in realtà, il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha già ricevuto l’ordine di presentare una proposta per l’acquisizione dell’isola. Uno studio stima che potrebbe costare fino a 700 miliardi di dollari, metà del bilancio annuale del Pentagono.
Proprio Rubio, ieri, ha partecipato a un vertice con i ministri degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, e groenlandese, Vivian Motzfeldt, alla presenza di JD Vance, all’interno dell’Eisenhower Building, l’ala della Casa Bianca con gli uffici di rappresentanza del vicepresidente. L’incontro è durato una cinquantina di minuti. «Più del previsto», hanno riferito i media di Copenaghen. Una fonte diplomatica danese ha espresso «cauto ottimismo». Ma Rasmussen, pur condividendo le preoccupazioni securitarie, ha ripetuto che «è inaccettabile non rispettare l’integrità del territorio» dell’isola. «Siamo ancora fondamentalmente in disaccordo» con Trump, ha dichiarato. «È chiaro che il presidente ha questo desiderio di conquistare la Groenlandia». «Finora», ha riconosciuto, «non siamo riusciti a far cambiare posizione agli Stati Uniti», sebbene i colloqui siano stati «franchi e costruttivi». L’acquisizione della nazione da parte degli Usa, ha voluto sottolineare il ministro, è «assolutamente non necessaria». La sua omologa groenlandese ha chiarito: «Non vogliamo che gli Stati Uniti ci controllino». Ciò che possono chiedere, ha detto il capo della diplomazia di Copenaghen, è l’aumento della loro presenza militare nell’isola. Un’apertura che va comunque in direzione dei desiderata americani. Le trattative proseguiranno.
Dopodiché, la disputa artica ha aggravato il solco che si è aperto tra Francia e Germania. C’erano già stati il divorzio delle rispettive industrie, che ha fatto naufragare il caccia di sesta generazione, nonché la lite sull’ipotesi di acquistare armamenti americani anziché europei, per rifornire la resistenza ucraina. Ieri, il premier transalpino, Sebastien Lecornu, ha invitato a prendere «molto sul serio» le ambizioni di Trump sulla Groenlandia. Parigi ha confermato che il 6 febbraio aprirà un consolato a Nuuk e il suo ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha affermato che il «ricatto» statunitense «deve finire». Emmanuel Macron, dal canto suo, ha sottolineato che una eventuale annessione dell’isola avrebbe «conseguenze a cascata senza precedenti». Più sfumata la posizione tedesca. In un articolo su Die Zeit, il ministro della Difesa, Boris Pistorius, esponente della Spd, ha sì escluso che una «risposta sostenibile» alla minaccia sino-russa possa essere la trasformazione della Groenlandia nel cinquantunesimo Stato Usa, ribadendo che un’azione militare per impossessarsene «sarebbe una situazione davvero senza precedenti nella storia della Nato e nella storia di qualsiasi alleanza di difesa nel mondo». Pistorius, tuttavia, ha preferito ricorrere ancora ad argomenti concilianti. Ha sottolineato che quelli di Washington sono «interessi legittimi» e che sarebbero «meglio tutelati dalla difesa congiunta» della regione. Nel frattempo, il portavoce del cancelliere Friedrich Merz, Stefan Kornelius, ha comunicato che «al momento non è in programma» l’apertura di un consolato nell’isola. Berlino e Parigi si inseguono: prenderanno parte entrambe alla missione in Groenlandia, su invito danese. In fondo, è quello che vuole Donald: la Nato impegnata nell’Artico. Il vice di Merz, il socialdemocratico Lars Klingbeil, si è spinto fino ad affermare che «il rapporto transatlantico così come lo conoscevamo si sta disintegrando». Ma è chiaro che la Germania, già scottata dai dazi, a differenza della Francia non intende impelagarsi in un braccio di ferro con Trump. Spera, semmai, di negoziare. E, forse, di prendere parte al banchetto glaciale. Nella peggiore delle ipotesi, resterebbe un paracadute di prestigio: possiamo contare sulla Von der Leyen…
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 gennaio con Carlo Cambi
Ansa
Gli Stati Uniti hanno ritirato il proprio personale dalle basi militari in Medio Oriente, dopo che Teheran aveva fatto sapere che le avrebbe prese di mira come rappresaglia. La Nobel per la pace Shirin Ebadi chiede «azioni mirate» contro Khamenei.
Mentre proseguono le manifestazioni antigovernative in Iran, la tensione in Medio Oriente continua a salire. Ieri, un funzionario di Teheran ha affermato che, in caso di atto bellico da parte di Washington contro la Repubblica islamica, le basi statunitensi in Arabia Saudita, Emirati arabi e Turchia «saranno attaccate». Gli stessi pasdaran hanno minacciato una risposta «decisa». È in questo clima che, sempre ieri, gli americani e i britannici hanno ritirato una parte del loro personale di stanza nella base aerea di Al Udeid, in Qatar. «Date le persistenti tensioni regionali, la missione statunitense in Arabia Saudita ha consigliato al proprio personale di esercitare maggiore cautela e limitare i viaggi non essenziali verso qualsiasi installazione militare nella regione. Raccomandiamo ai cittadini americani nel Regno di fare lo stesso», ha inoltre dichiarato l’ambasciata statunitense a Riad. La stessa Farnesina ha invitato i nostri connazionali in Iran a lasciare il Paese. Mentre il G7 si è detto pronto a varare nuove sanzioni contro Teheran.
E così, mentre l’attivista iraniana e premio Nobel per la pace Shirin Ebadi sta auspicando che Washington conduca «azioni altamente mirate» contro Ali Khamenei, la domanda è se, come e quando gli Usa decideranno di colpire militarmente la Repubblica islamica. Secondo il New York Times, i vertici del Pentagono hanno presentato a Donald Trump un’ampia gamma di obiettivi bellici in Iran, tra cui i siti nucleari e quelli per la realizzazione dei missili balistici. Del resto, martedì, il presidente americano aveva reso noto di non avere intenzione di incontrare dei funzionari di Teheran a meno che non avessero cessato la loro sanguinosa repressione delle proteste. «L’aiuto sta arrivando», aveva aggiunto sibillinamente Trump, portando a pensare che un attacco militare americano potesse essere imminente. Inoltre, nella serata di lunedì, il presidente americano aveva anche annunciato dei dazi secondari a Teheran. Tutto questo mentre, nel pomeriggio italiano di ieri, un funzionario europeo, parlando con Reuters, ha definito l’attacco americano come «probabile», aggiungendo che potrebbe addirittura aver luogo nell’arco delle «prossime 24 ore». D’altronde, sempre ieri, da Teheran hanno fatto sapere che i contatti tra l’inviato statunitense, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sono attualmente sospesi: i due si erano sentiti nel fine settimana e, all’epoca, era stata ventilata l’ipotesi, per ora naufragata, di organizzare un incontro diplomatico.
Tuttavia attenzione: per quanto oggettivamente probabile, un attacco americano imminente non è ancora del tutto certo. Nella serata di martedì, Nbc News ha infatti riferito che sia lo Stato ebraico che i Paesi arabi starebbero suggerendo all’amministrazione Trump di attendere prima di ricorrere all’opzione bellica contro l’Iran. Stando alla testata, i funzionari israeliani e arabi riterrebbero che sarebbe meglio aspettare un ulteriore indebolimento del regime khomeinista. A questo si aggiunga il dibattito in corso all’interno della stessa amministrazione Trump e, più in generale, del mondo repubblicano d’Oltreatlantico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il vicepresidente americano, JD Vance, starebbe cercando di convincere l’inquilino della Casa Bianca a tentare la via diplomatica prima di condurre un’eventuale azione militare contro gli ayatollah. Di parere opposto è invece il senatore repubblicano, Lindsey Graham, che, domenica, ha invocato la linea dura, esortando il presidente americano a «uccidere» la leadership del governo di Teheran.
Governo al cui fianco continua a schierarsi il Cremlino. Ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha reso noto che, al netto delle pressioni di Washington, Mosca continuerà a rafforzare i suoi legami bilaterali con la Repubblica islamica. Per la Russia si tratta di una questione delicata. La caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024 ha infatti ridotto l’influenza del Cremlino sullo scacchiere mediorientale. Se adesso dovesse crollare anche il regime di Khamenei, i russi rischierebbero di perdere ancora più terreno nella regione. D’altronde, anche la determinazione dei proxy iraniani comincia a scricchiolare. Ieri, Hezbollah ha escluso di colpire gli Usa e Israele a meno che l’eventuale attacco alla Repubblica islamica non metta in pericolo la sua stessa esistenza.
E così, mentre aumentano le tensioni sull’Iran, procede il piano di pace per Gaza. Ieri, l’Egitto ha annunciato che «è stato raggiunto un consenso sulla composizione» del comitato tecnico che dovrebbe governare la Striscia. Il via al nuovo organismo è stato salutato positivamente sia da Hamas che dall’Anp. «Accogliamo con favore il sostegno della presidenza palestinese allo storico piano di pace in 20 punti del presidente Trump», ha commentato, a sua volta, il Dipartimento di Stato americano. Poco dopo, Witkoff ha ufficialmente annunciato l’inizio della fase due del piano di pace, sottolineando che gli «gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi». In questo quadro, un funzionario americano ha riferito che la crisi iraniana offre una «grande opportunità» per disarmare la stessa Hamas, che di Teheran è uno storico proxy.
Continua a leggereRiduci







