Ansa
Dopo tre anni di confronto l’associazione Agesci arruola educatori omosessuali e transgender per superare «pregiudizi omolesbobitransfobici». Pro vita: «Così si tradisce la fiducia delle famiglie sugli insegnamenti impartiti a migliaia di bambini.
L’importante è non perdere la bussola.
Soprattutto per un boy scout che affronta la vita con lo strumento in tasca. Per orientarsi meglio sul pianeta genderfluid con lampi di woke, più intricato della Foresta Nera, l’associazione ha deciso di aggiungere ai suoi princìpi anche quello denominato «identità di genere e orientamento sessuale». Significa che per gli educatori «la tendenza affettiva non può costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare per svolgere un ruolo educativo». Traduzione: apertura totale al mondo gay e trans, in linea con i parametri sociali di oggi.
Il passo è legittimo, neppure nel corpo dei Marines sono più tollerate le discriminazioni e la legge «Dont ask, dont tell» (quella che impediva a omosessuali e bisessuali di dichiararlo) è stata abolita da Barack Obama 16 anni fa. Il passo è legittimo ma va contestualizzato. Non si sa come la pensi il fondatore Robert Baden-Powell, il generale inglese che nel 1907 varò il movimento dei ragazzi-esploratori. Ma questo conta poco, è già un successo che in nome della Cancel culture alcuni squatter londinesi (i filosofi) coadiuvati da docenti di Oxford molto progressisti (la manovalanza) non abbiano gettato nel Tamigi una sua statua.
Più interessante sapere da dove arriva il colpo d’ala, qualcuno direbbe «la fuga in avanti». Non dall’Associazione mondiale, non da Scouting America, non dall’italiano Corpo nazionale giovani esploratori (laico). Arriva dall’Agesci, l’associazione guide cattoliche che ha avvertito l’urgenza di codificare la svolta sull’identità di genere. Una spinta singolare, visto che la dottrina cattolica sul tema è molto prudente e la polemica sugli orientamenti sessuali degli educatori (anche lì) continua ad agitare le acque vaticane. Dove la lobby gay è potente e dove papa Francesco incrinò la cupola di San Pietro con la frase: «C’è già troppa frociaggine». Era una risposta alla richiesta di ammettere candidati omosessuali nei seminari e il pontefice ribadiva in romanesco il suo No senza incenso.
La faccenda è delicata anche perché - esattamente come per le problematiche oratoriane con certi sacerdoti - gli educatori dei boy scout hanno a che fare continuamente con allievi minorenni. A esplorare sentieri, a montare tende canadesi, ad affacciarsi su panorami immortali in divisa (camicia azzurra con fazzolettone rosso e bermuda blu) si comincia da Lupetti e Coccinelle a otto anni. L’Agesci ritiene di avere tutto sotto controllo e ha tirato dritto. Lo spiega il documento che istituzionalizza la novità. «L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione». Questo perché «la pedagogia dell’accoglienza, radicata nella quotidianità del nostro servizio educativo, rende imprescindibile promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omo-lesbo-bi-trans-fobici».
La riflessione era partita nel Consiglio generale del 2022, che aveva dato mandato ai vertici operativi «di avviare percorsi capaci di creare spazi e occasioni di ascolto rivolti alle persone Lgbtqia+ - capi, ragazzi e ragazze, presenti o già usciti dall’associazione - così come alle comunità dei capi, alle famiglie, alle zone e alle regioni, raccogliendo da tutte le parti riflessioni e testimonianze». In questi casi non è difficile virare nella sociologia. Del resto lo scautismo non si limita a valorizzare dettami fisici, ma anche spirituali e morali. Quindi ecco che «sono emerse storie di sofferenza, silenzi e allontanamenti dovuti a pregiudizi, mancanza di strumenti o linguaggi non rispettosi». Da qui il convincimento che l’orientamento sessuale non poteva più essere tra i criteri di scelta delle guide.
Non è il primo adeguamento nella storia del movimento, che oggi conta su 60 milioni di adepti in 200 Paesi del mondo. Nel 1966 la parola «boy» è stata fatta sparire per aprire anche all’universo femminile che premeva per condividere e trasmettere gli insegnamenti universali. Il Metodo Scout di fatto è un codice di valori sul principio dell’«imparare facendo», che delinea la crescita personale degli individui tramite la concretezza del fare a supporto e traino dell’insegnamento teorico.
È il nobile intento di una comunità planetaria, che nei decenni ha visto aumentare il prestigio e ha saputo metabolizzare con il sorriso della saggezza la feroce battuta di George Bernard Shaw: «Gli scout sono bambini vestiti da cretini, guidati da cretini vestiti da bambini». Sciocchezze. Allora zaino in spalla e si parte. Come diceva il fondatore Baden-Powell: «Guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancora più lontano». Oltre l’orizzonte potreste anche vedere il Gay pride e salire su un carro accanto a un trans in tanga che si crede la Madonna. No problem, basta non dimenticare la bussola.
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- Nella cerchia di Sánchez sono sotto accusa parenti, consiglieri, magistrati e politici. Scandalo oltre la corruzione: casi di associazione a delinquere e traffico di influenze.
- I dati smentiscono i fan dell’esempio green di Madrid per abbassare i costi in bolletta. Nel 2025 la spesa media è salita a 54 euro al mese (+14%), in Italia è addirittura scesa.
Lo speciale contiene due articoli.
Moglie, fratello, consiglieri, ministri, magistrati e leader politici, a cominciare da Zapatero, l’ex premier nonché icona del progressismo all’amatriciana, pizzicato con un tesoro di 3 milioni prima di volare a Caracas: ci sono proprio tutti nella cerchia (diretta e indiretta) del capo del governo Pedro Sánchez, quella coinvolta nel mega scandalo di corruzione esploso mentre il premier e leader del Partito socialista spagnolo (Psoe) era in visita da papa Leone XIV. Uno scandalo che copre tutti i livelli, con capi d’imputazione che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, il traffico d’influenze, la rivelazione di segreti d’ufficio, la falsa testimonianza, il falso documentale e altri reati contro le istituzioni dello Stato. Non è chiaro, a questo punto, come Sánchez possa ancora escludere elezioni anticipate e ribadire che la legislatura andrà avanti fino al 2027, mentre i cittadini marciano contro la Moncloa e il braccio operativo della magistratura, la Guardia Civil, è mobilitata massicciamente contro l’esecutivo.
Lo scandalo è nato all’inizio del 2024 con il cosiddetto caso Koldo, che ha coinvolto Koldo García, ex consigliere politico dell’allora ministro dei trasporti José Luis Ábalos, figura di spicco del Psoe, anch’egli imputato: i due si trovano attualmente in carcere in custodia cautelare per corruzione - l’accusa è di aver intascato tangenti in cambio di appalti pubblici - traffico di influenze e frodi nell’acquisto di mascherine e Dpi durante la pandemia (indagini che in Italia si sono concluse con assoluzioni e proscioglimenti, ndr). Ad aprile 2024 anche la moglie del premier Begoña Gómez era finita nel mirino delle toghe: un tribunale di Madrid aveva aperto un’indagine preliminare su di lei per presunto traffico di influenze e corruzione, a giugno era stata iscritta nel registro degli indagati e da allora l’indagine si è allargata fino a coinvolgere Santos Cerdán, già segretario del Psoe ritenuto il coordinatore politico dell’operazione e Isabel Pardo de Vera, ex capo delle Ferrovie spagnole Adif ed ex viceministro dei Trasporti, accusata di irregolarità nei contratti.
La Mani Pulite spagnola ruota intorno alle rivelazioni di Víctor de Aldama, imprenditore oggi pentito, considerato l’intermediario del caso Koldo: ha dichiarato di aver consegnato mazzette di contanti ai vertici del Psoe e lo accusano di essere stato il trait d’union con il regime venezuelano di Nicolás Maduro. Sempre nel 2024 sono scattate le indagini anche sul fratello minore del premier, David Sánchez, accusato di assunzioni irregolari, assenteismo e irregolarità fiscali nel suo ruolo di direttore delle Arti sceniche a Badajoz, in Estremadura.
La vicenda Koldo ha implicato anche Ángel Torres, attuale ministro delle politiche territoriali e María Jesús Montero, ex vicepresidente dell’esecutivo ed ex ministro delle finanze, accusata da Aldama di aver ricevuto tangenti, ma i due non sono ancora indagati. Nel girone dei corrotti è finito perfino Álvaro García Ortiz, giurista e magistrato spagnolo, ex procuratore generale dello Stato e primo capo della Procura spagnola a essere condannato per rivelazione di segreti d’ufficio.
Nel 2024 Sánchez aveva sospeso gli impegni pubblici per cinque giorni per riflettere sulle possibili dimissioni (poi rimase incollato alla poltrona, tra gli applausi dei socialisti europei, a cominciare dal Pd di Elly Schlein). Proprio in quei giorni, secondo i giudici, nella sede del Psoe si sarebbero riuniti i mammasantissima del Psoe per avviare un’azione di boicottaggio nei confronti di chiunque indagasse sul governo. A coordinare la rete era la giornalista freelance Leire Diez, che sarebbe stata pagata circa 4.000 euro al mese per queste attività (in un’intercettazione, avrebbe chiesto un dossier per colpire un comandante della Guardia Civil) attraverso fatture false emesse da società legate al partito, per cui risulta indagata anche l’amministratrice del Psoe, Ana Maria Fuentes.
Il governo di Sánchez, nato con la promessa solenne di ripulire le istituzioni, vive insomma in un clima di assedio permanente.
E il «miracolo» energetico è un bluff
Per anni è stata raccontata così: la Spagna come il paradiso terrestre dell’energia, l’Italia come il girone infernale della bolletta. Da una parte il «miracolo iberico» fatto di sole e di vento, dall’altra un sistema impiccato al gas. Poi arrivano i numeri. E i numeri non partecipano alle campagne pubblicitarie. I dati Eurostat aggiornati a maggio 2026, infatti, fanno saltare parecchie certezze costruite negli ultimi anni attorno al presunto «miracolo energetico» spagnolo intessuto di ideologia green. La realtà è assai meno cinematografica della propaganda
Per un cliente domestico con consumi pari a 2 MWh annui, la spesa media mensile in Italia è scesa nel 2025 a 59 euro al mese. Nel 2024 erano 60. Poco? Certo. Ma comunque un calo. In Spagna, invece, accade l’opposto: la bolletta sale da 48 a 54 euro mensili. Tradotto: più 14%.
Risultato finale? Quel fossato che veniva raccontato come la prova vivente dell’inferiorità italiana si restringe da 12 euro al mese a soli 5 euro. E allora viene da chiedersi: dov’è finito il miracolo? Perché il racconto dominante era molto semplice, quasi didattico. La Spagna aveva trovato la formula magica: rinnovabili, intervento pubblico, modello iberico, ecologismo intelligente, prezzi sotto controllo. L’Italia, invece, sarebbe rimasta il solito dinosauro alimentato a gas e petrolio. Una narrazione perfetta. Peccato che la realtà abbia il vizio di presentare il conto. Il dato più interessante, infatti, non è soltanto la riduzione del differenziale. È che oggi il costo dell’elettricità per le famiglie italiane è sostanzialmente allineato alla media dell’Area Euro, pari a 57 euro mensili.
A certificare il salto di parametro è l’Eurostat, l’istituto di statistica europeo. Se si allarga lo sguardo, il quadro diventa persino imbarazzante per certi sacerdoti del catastrofismo energetico italiano. La Germania resta sopra i 70 euro mensili. Stiamo parlando del Paese che dopo aver smantellato il nucleare si è ritrovata a comprare gas mentre predicava sostenibilità al resto del continente.
La Francia resta leggermente sotto l’Italia. Ma anche lì la dinamica di riduzione appare meno marcata. E soprattutto Parigi continua a beneficiare di un fattore che molti commentatori dimenticano quando fanno i confronti internazionali: il nucleare costruito negli anni Settanta, cioè esattamente quel tipo di investimento strutturale che oggi gli stessi ambientalisti osteggiano con zelo missionario. La verità è che il mercato energetico europeo è infinitamente più complesso delle favole buone per i titoli dei giornali.
Prendiamo la composizione della bolletta. Nel dibattito pubblico si parla sempre del «costo dell’energia» come se fosse l’unica variabile. Ma dentro una bolletta ci sono anche reti, imposte, oneri, fiscalità, sussidi incrociati e tutta quella foresta di componenti che i governi usano come bancomat silenzioso. Ed è qui che il mito di Madrid comincia a scricchiolare. Nel 2025, infatti, in Spagna cresce significativamente il peso fiscale e degli altri oneri. Mentre in Italia tali componenti restano relativamente stabili. Risultato: una parte importante del vantaggio evapora proprio dentro quella struttura dei costi che per anni era stata ignorata nel racconto pubblico.
In pratica, il Paese indicato come esempio di efficienza energetica si ritrova a fare i conti con l’aritmetica. E l’aritmetica, a differenza della propaganda, non concede sconti. Sulla base dei dati Eurostat quello spagnolo appare un bluff narrativo, più che un miracolo economico.
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Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro (Ansa)
- Per ripianare il buco lasciato da Emiliano nella Sanità (350 milioni), Decaro stanga lavoratori e pensionati: da giugno aliquote più alte. Ma in campagna elettorale il governatore parlava di «conti in ordine», ora invece «è colpa di Roma che dà meno soldi».
- Il caso Emilia-Romagna: «Solo il 22% della spesa è davvero leggibile». Uno studio dell’Istituto Bruno Leoni accende i riflettori sui conti degli ospedali pubblici: nei cinque policlinici universitari individuati 318 milioni di «ripiani impliciti». Sotto accusa anche i limiti imposti al privato accreditato.
Sul disavanzo della spesa sanitaria in Puglia e sulla conseguente decisione del presidente Antonio Decaro di aumentare le tasse ai pugliesi, lo scontro è al calor bianco.
Mercoledì le forze di opposizione di centrodestra sono scese in strada per protestare contro l’aumento dell’Irpef che da giugno inciderà, con aliquote progressive per scaglioni, sui redditi di lavoratori e pensionati e poi presenterà un conto ancora più salato in sede di conguaglio del dovuto per il periodo gennaio-maggio.
Nelle stesse ore, Decaro riceveva i nuovi dieci direttori generali delle Asl (tre riconfermati e sette di nuova nomina) che saranno incaricati di tenere in linea i conti e il livello delle prestazioni sanitarie della Regione. Da una parte, Decaro e il centrosinistra sostengono che «è colpa di Roma», perché il fondo sanitario nazionale, che poi viene ripartito tra le Regioni, è insufficiente; inoltre, evidenziano che negli ultimi anni il disavanzo e le conseguenti maggiori tasse hanno riguardato numerose altre Regioni, anche governate dal centrodestra.
Dall’altra parte, l’opposizione non va oltre la denuncia delle fuorvianti rassicurazioni nella campagna elettorale di novembre scorso, quando l’assessore al bilancio, Fabiano Amati, e Decaro stesso avevano parlato di «conti in ordine». Facendo facile ironia sulle parole del presidente uscente Michele Emiliano («Ho fatto tutto quello che potevo. La Puglia è una Ferrari, ora deve continuare a correre»).
Proviamo a spiegare ai cittadini pugliesi (ma non solo, perché la vicenda ha riflessi analoghi in altre Regioni), cos’è accaduto e le probabili responsabilità. Sono proprio le parole di Decaro di mercoledì, rivolgendosi ai nuovi dg, a fornirci un indizio perché «provano troppo», cioè si spingono così oltre da essere un boomerang. Infatti, ieri, la Gazzetta del Mezzogiorno ha riferito di un Decaro risoluto nel chiedere ai suoi manager di «non prendere ordini dai politici […] siete stati scelti da me, occupatevi solo dei bisogni dei pazienti, non di chi chiede favori […] non voglio vedere politici nelle direzioni strategiche delle Asl».
Parole che non possono non far sorgere almeno il dubbio che fino a ieri accadesse esattamente ciò che oggi Decaro descrive. Altrimenti perché parlarne? Forse perché Decaro attribuisce a questo andazzo i pessimi risultati gestionali della sanità pugliese, sfociati nel disavanzo di circa 350 milioni? Alcuni dati forniscono robuste prove in questa direzione. Cominciamo col dire che quel disavanzo è il risultato della somma algebrica di diversi addendi: maggiori spese per 433 milioni, il disavanzo del 2024 di 131 milioni, compensati da 139 milioni di aumento del Fsn e altre voci minori. Tra i 433 milioni spiccano ben 188 milioni (43%) di maggiori costi per stabilizzazioni e nuove assunzioni di personale sanitario. Poi seguono 117 milioni per la spesa farmaceutica e altri sforamenti, tra cui primeggia la mobilità passiva, cioè i costi sostenuti per i pugliesi che si curano nelle altre Regioni. Una voce difficile da contenere che pesa per circa 350 milioni nel bilancio della sanità regionale di circa 9 miliardi. Quei 188 milioni sono a loro volta il risultato di 104 milioni per assunzioni/stabilizzazioni di circa 2.400 persone, 44 milioni per rinnovo dei Ccnl e altre voci residuali. Il costo del personale, per natura, è prevedibile e monitorabile nei report obbligatori per legge (mensili e trimestrali). Ma c’è di più. A fine 2024, il presidente Michele Emiliano e l’assessore alla Sanità annunciarono con dovizia di particolari l’intenzione di assumere o stabilizzare 2.500 persone (alla fine sono arrivati a 2.400) e avevano quindi ben chiaro l’impatto deflagrante sui conti, sin da allora.
Nessuna sorpresa, qui parliamo di una variabile sotto il controllo della politica e dei manager che però possono solo segnalare gli sforamenti, non bloccarne le cause. Quindi - a meno di un clamoroso fallimento del sistema di controllo di gestione - è ipotizzabile che la forte volontà politica della giunta Emiliano abbia prevalso sul rigore contabile, perseguendo l’obiettivo, di per sé apprezzabile, di spendere per migliorare le carenze del sistema. Ma sarebbe bastato dire, sin da allora, che quelle persone erano necessarie per garantire i livelli essenziali di assistenza (Lea) e il diritto alla salute tutelato dalla Costituzione e che, data la rilevanza della cifra, era prevedibile che sarebbero state messe le mani nelle tasche dei pugliesi, assumendosi la relativa responsabilità politica.
Tuttavia, è notoriamente improbabile vincere le elezioni promettendo nuove tasse in un anno elettorale. Anche perché la legge (311/2004) tollera di fatto la creazione di un disavanzo, ma poi entro il 30 aprile dell’anno successivo esso deve essere ripianato e, in assenza di rimedi, scatta il commissario ad acta che entro il 31 maggio deve fare sostanzialmente le stesse cose, munito di poteri straordinari e senza passare da impopolari discussioni in Consiglio regionale. Una sorta di copertura finanziaria ex-post. Esattamente quanto accaduto in Puglia, con rilevante differenza rispetto ad altre Regioni, dove almeno c’è stato il dibattito e l’assunzione di responsabilità politica. Oggi, il «cruscotto» per il futuro minuzioso controllo delle spese, di cui si è vantato Decaro, non è una facoltà ma un obbligo a carico del commissario, che opera sotto vincoli e responsabilità molto stringenti.
Tra i costi del personale, spicca la sproporzione assunzioni/stabilizzazioni (circa 600 su 2.400) relative alla provincia di Foggia, da cui proveniva l’assessore alla Sanità della giunta Emiliano, con un’incidenza sulla popolazione residente doppia rispetto alle altre province pugliesi (circa 11 persone ogni 10.000 abitanti contro le 4/6 delle altre province). In Capitanata, per una curiosa coincidenza, alle successive elezioni regionali il centrosinistra ha aumentato i propri consensi di 13,7 punti percentuali rispetto al 2020, il più alto incremento tra tutte le province.
Di fronte a tali costi (aggiuntivi ma prevedibili), non regge l’argomento di Decaro sull’insufficienza dei fondi statali, perché le variabili all’origine dello sforamento erano in parte controllabili (il personale ma in parte anche il costo dei farmaci innovativi) e note al controllo di gestione, quasi in tempo reale. Così come era noto, per tabulas, che il conto sarebbe stato saldato dai contribuenti. Il sistema, rozzo e draconiano finché si vuole, è là da anni. Troppo comodo spendere senza limiti e poi lamentarsi dell’insufficienza della «paghetta», oppure tagliare in modo lineare lasciando i cittadini per strada. Contano i ritorni di quelle spese. Cioè non la spesa in assoluto, ma i risultati a valle misurati in termini di efficienza ed efficacia, ed è su questo che Decaro dovrà misurarsi e rendere conto, trattando i cittadini pugliesi da adulti, come ha promesso, al netto di alcuni passaggi «Cicero pro domo sua», nell’ultimo videomessaggio.
Il caso Emilia-Romagna: «Solo il 22% della spesa è davvero leggibile»

Il vecchio ingresso della Clinica Medica dell'Ospedale Sant'Orsola di Bologna (iStock)
Se in Puglia il problema è esploso sotto forma di aumento delle tasse per coprire il disavanzo sanitario, in Emilia-Romagna il nodo riguarda soprattutto la trasparenza dei conti e il funzionamento del sistema. A sostenerlo è uno studio pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, che analizza la governance sanitaria regionale concentrandosi sui bilanci delle strutture pubbliche e sul ruolo del privato accreditato.
Il paper parte da un dato: secondo gli autori, solo il 22% della spesa ospedaliera dell’Emilia-Romagna sarebbe realmente osservabile attraverso i bilanci degli enti autonomi. Un valore inferiore anche alla media nazionale, fissata al 24%. Il motivo, spiegano, è legato alla struttura stessa del sistema sanitario regionale. Gran parte degli ospedali pubblici, infatti, non pubblica un proprio conto economico separato perché la gestione resta incorporata nelle Ausl. Questo rende difficile capire nel dettaglio costi, ricavi e risultati delle singole strutture.
Lo studio si concentra in particolare sui cinque ospedali universitari pubblici della regione: Parma, Modena, Sant’Orsola di Bologna, Ferrara e Rizzoli. Analizzando i loro bilanci, gli autori individuano circa 318 milioni di euro di risorse non direttamente riconducibili a prestazioni sanitarie, attività di ricerca o altre funzioni finanziate separatamente. Nel paper vengono definiti “ripiani impliciti” e rappresentano circa il 12-13% dei ricavi complessivi delle strutture considerate. Gli autori precisano che non si tratta di somme mancanti, ma di contributi regionali che non trovano una corrispondenza immediata con le prestazioni erogate. Secondo l’Istituto Bruno Leoni, una maggiore trasparenza dei conti consentirebbe di distinguere meglio gli ospedali in equilibrio da quelli che necessitano di sostegni aggiuntivi da parte della Regione. Lo studio affronta anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato.
In Emilia-Romagna le strutture private rappresentano una quota minoritaria del sistema sanitario regionale, ma in alcuni settori hanno un peso rilevante. È il caso dell’ortopedia programmata, dove, secondo i dati riportati nel paper, il privato accreditato arriva a coprire circa la metà dei ricoveri complessivi e intercetta una parte significativa della mobilità sanitaria da fuori regione. Secondo gli autori, il problema non è la presenza del privato in sé, ma il modo in cui viene regolato. Nel documento vengono richiamati alcuni atti regionali recenti che introducono tetti di spesa, limiti alla crescita della mobilità extra-regionale e vincoli programmatori per le strutture accreditate. Misure che, secondo il paper, finiscono per limitare una capacità produttiva già presente nel sistema, soprattutto in un contesto segnato da liste d’attesa elevate. Nel lavoro si citano anche i dati regionali sulle attese: al 3 marzo 2026, il 61,8% dei pazienti inseriti in lista con priorità «entro 30 giorni» risultava oltre i tempi massimi previsti. Per le prestazioni da eseguire entro 60 giorni, la quota saliva al 66,5%.
La conclusione degli autori è che i due problemi – la scarsa leggibilità dei bilanci pubblici e il ruolo limitato del privato accreditato – abbiano una radice comune: un sistema nel quale la Regione concentra contemporaneamente le funzioni di finanziamento, controllo ed erogazione delle prestazioni sanitarie. Da qui la proposta avanzata nel paper: rendere pubblici i conti economici dei singoli ospedali, separare in modo più netto le funzioni di committenza da quelle di produzione sanitaria e utilizzare maggiormente il privato accreditato nei settori dove i risultati, in termini di volumi ed esiti, risultano competitivi rispetto al pubblico.
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L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione sarebbe una tegola da 120 miliardi per gli altri Stati. A cui intanto è chiesto il rigore fiscale.
La discussione sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea si sta arroventando. La Commissione appare determinata nell’accelerare il processo di adesione e discuterne già a metà giugno. Sul tema, in Italia emergono differenze di vedute all’interno della maggioranza, sia per motivi strettamente politici che per motivi economici.
Dall’inizio dell’invasione russa, l’Unione europea in effetti è stata molto generosa verso Kiev. Dal febbraio 2022 a oggi l’Ue ha erogato 200,6 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. In particolare, secondo i dati del Consiglio europeo, 104,6 miliardi sono andati in sostegno finanziario, economico e umanitario, 75,2 miliardi in sostegno militare, 17 miliardi in sostegno ai rifugiati all’interno dell’Ue, 3,8 miliardi in proventi derivanti da beni russi bloccati.
A questa cifra si aggiunge il prestito da 90 miliardi approvato dal Parlamento europeo nel febbraio 2026 per il biennio 2026-2027, di cui 60 miliardi destinati alla difesa e 30 al funzionamento dello Stato e alle riforme. Il totale supera i 290 miliardi, cioè 100 miliardi in più dell’intero bilancio annuale dell’Unione europea, che si aggira sui 190 miliardi.
Il rimborso del prestito da 90 miliardi è però condizionato all’ottenimento da parte dell’Ucraina delle riparazioni di guerra dalla Russia, un evento la cui realizzazione resta molto poco probabile, per usare un eufemismo. Nel 2025 l’Ue ha prorogato per altri tre anni la sospensione delle misure di salvaguardia (dazi e quote) sulle esportazioni ucraine di ferro e acciaio.
L’Ucraina è un Paese in guerra che ha subito un’invasione e la solidarietà internazionale è un gesto di umanità. Infatti, il tema riguarda poco l’Ucraina in sé. Il problema è invece l’incoerenza del quadro europeo, che applica criteri radicalmente diversi a seconda della posta in gioco politica. Mentre Bruxelles mobilitava queste risorse, i governi nazionali ricevevano indicazioni opposte. L’Italia opera con margini di bilancio già ridottissimi e sta negoziando una difficile flessibilità per affrontare la crisi energetica. La Francia è sotto procedura per disavanzo eccessivo. La Commissione europea ha continuato ad applicare le regole del Patto di Stabilità, sia pure nella versione riformata del 2024, chiedendo rigore fiscale agli Stati membri per le spese interne mentre trovava centinaia di miliardi per Kiev attraverso debito. Se la crescita europea rallenta (e ci vuole già una certa dose di coraggio per chiamarla crescita), i governi nazionali avranno sempre meno spazio per ammorbidire l’impatto della crisi economica sui propri cittadini.
A parte i sostegni concreti erogati sinora, è il capitolo dei costi dell’adesione dell’Ucraina all’Ue a essere pesante. Se l’Ucraina dovesse entrare nell’Unione europea, secondo stime del Financial Times riprese dall’Ispi nel 2023, il costo d’ingresso per gli altri Paesi ammonterebbe a circa 186 miliardi di euro, con 97 miliardi assorbiti dalla sola Politica agricola comune (Pac), una cifra superiore ai 72 miliardi allocati alla Francia, e con gli altri Stati membri costretti a cedere circa il 20% delle loro quote Pac, una rinuncia che per l’Italia vale 9 miliardi. Con circa 40 milioni di ettari di superficie agricola, l’Ucraina diventerebbe lo Stato con la più vasta estensione coltivata d’Europa, superando la Francia, e il principale destinatario dei fondi della Pac.
Stime più recenti del think tank europeo Bruegel, citate dall’Ispi, indicano un impatto complessivo sulla Pac di 85 miliardi di euro, considerando i confini pre-guerra e il quadro finanziario europeo relativo al 2021-2027. Sul piano delle politiche di coesione, l’Ucraina diventerebbe il principale destinatario dei fondi europei destinati alla riduzione delle disparità economiche e sociali, per una spesa europea di 32 miliardi di euro. Il costo complessivo sarebbe quindi di almeno 115-120 miliardi di euro.
Sulla competizione europea con l’agricoltura ucraina ci sono già state reazioni in passato. Le proteste degli agricoltori europei sono iniziate nel dicembre 2023 in Germania, nel gennaio 2024 in Francia e Italia. Il 1° febbraio 2024 mille trattori hanno bloccato le strade di Bruxelles, con agricoltori arrivati da tutta Europa a protestare contro la concorrenza dei prodotti ucraini importati a prezzi bassi, agevolata dalle sospensioni dei dazi decise dall’Ue. Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno dichiarato che le importazioni ucraine hanno sconvolto i loro mercati agricoli. A dicembre 2025 è arrivata una terza ondata di proteste, con una manifestazione a Bruxelles che ha portato oltre 20.000 persone e un migliaio di trattori nel centro della città.
Il quadro è dunque complesso. L’Ucraina in Ue sarebbe percettore di fondi europei per oltre un centinaio di miliardi, a carico dei contributori netti ma anche degli attuali percettori, che riceverebbero meno risorse. La cosa più preoccupante è però che mentre si pensa a come spartirsi la torta, pochi sembrano accorgersi che se l’Ue non cambia rotta immediatamente, la predetta torta è destinata ad essere sempre più piccola.
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