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Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Imagoeconoica)
I pentastellati chiedono che l’ex plenipotenziario di Conte durante il Covid venga audito in commissione «senza alcun vincolo di testimonianza veritiera». Non bastavano lo scudo erariale e i controlli anticorruzione aggirati: arriva pure la licenza di dire bugie.
Chi ha avuto modo di partecipare a un processo sa che quando un testimone finisce davanti a un giudice, per essere interrogato, deve leggere ad alta voce una formula di rito in cui si impegna a dire tutta la verità e a non nascondere nulla, consapevole delle conseguenze penali di dichiarazioni mendaci.
Ma a quanto pare ci sono testimoni che possono dire il falso e anche omettere una parte della verità, senza per altro rischiare nulla. Vi state chiedendo a che cosa io mi riferisca? Mi spiego subito. Ieri mi ha colpito un comunicato dei componenti della commissione Covid in quota Fratelli d’Italia. Gli onorevoli, con una lunga nota, accusano i colleghi del Movimento 5 stelle di voler dare al testimone Domenico Arcuri, già plenipotenziario del governo Conte durante la pandemia, una specie di immunità testimoniale. In pratica, durante l’ufficio di presidenza della commissione, il gruppo pentastellato ha avanzato la richiesta che la prossima audizione di Arcuri, ovvero di colui che tra il 2020 e il 2021 ha gestito miliardi senza alcun obbligo di rendicontazione, avvenga senza l’obbligo di dire la verità.
Sì, non sto scherzando. Siccome la commissione d’inchiesta sulla pandemia ha le stesse prerogative della magistratura - e quindi chi mente rischia - gli onorevoli grillini, ormai orfani di Grillo e della bandiera della «trasparenza», vorrebbero che all’ex commissario fosse garantita una specie di patente che gli consenta, all’occorrenza, di mentire. O, detto in altre parole, ad Arcuri vorrebbero che fosse data la licenza di sparare balle.
Credo che non ci voglia molto a capire che più si va avanti e più la gestione della stagione Covid appare torbida, con molte verità che non si possono o si vogliono raccontare. Non soltanto abbiamo scoperto l’attivismo di alcuni consulenti legali, che in cambio delle proprie prestazioni chiedevano contropartite pesanti in termini percentuali, accreditando vere o finte vicinanze al presidente del Consiglio dell’epoca, Giuseppe Conte. Non solo abbiamo avuto notizia che i tamponi che avrebbero dovuto accertare la presenza del virus erano fallati e non in grado di garantire alcunché. Non basta aver appreso che miliardi di mascherine furono acquistate da società sconosciute e da aziende senza requisiti. Adesso si vorrebbe anche impedire che la commissione usi fino in fondo i propri poteri per accertare i fatti. In pratica, si vorrebbe consentire ad Arcuri di dire, se lo ritiene, il falso.
È evidente l’obiettivo: i componenti pentastellati puntano a far concludere i lavori della commissione con un nulla di fatto e, soprattutto, senza alcuna accusa nei confronti di chi ha gestito la pandemia, sia che fosse ai vertici della struttura commissariale, sia che avesse altri ruoli. È un gigantesco colpo di spugna, quello a cui si punta. Il Covid non è costato solo decine di migliaia di vite, è anche costato molti miliardi. E su tutto si vorrebbe far calare il sipario senza che nessuno sia chiamato a dare risposte.
La singolare richiesta dei 5 stelle si aggiunge alla deposizione del presidente dell’Anac, l’Agenzia nazionale anticorruzione. Giuseppe Busia, nominato dal governo Conte, davanti ai commissari ha praticamente ammesso di non aver fatto controlli sull’operato dell’organismo anti Covid perché, ha spiegato, ad Arcuri era stato garantito una specie di scudo erariale, divenuto nei fatti anche uno scudo nei confronti dell’Anac. Dunque, davanti a miliardi di spesa autorizzati con la massima urgenza per ragioni di salute nazionale, gli enti che avrebbero dovuto vigilare sono stati costretti a chiudere gli occhi. E adesso qualcuno vorrebbe persino che si chiudesse la bocca. Non ad Arcuri: il bavaglio lo dovremmo indossare noi, evitando di fare domande e pretendere risposte. Ovviamente veritiere.
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2026-06-18
Ruini: «La Chiesa è più capillare dei partiti. Lecito esprimere giudizi morali sulle leggi»
Camillo Ruini (Getty Images)
Le riflessioni dell’ex braccio destro di Wojtyla raccolte dal direttore Belpietro nel 2007 su «Panorama»: «In una società prigioniera del sesso, il celibato si rende necessario».
Cardinale, lei ha lavorato per due papi: è giusto dire che Karol Wojtyla era più attento alla Chiesa popolare e Joseph Ratzinger a quella dottrinale?
«No, credo sia un errore. Tra loro c’era grande sintonia e del resto il cardinale Ratzinger è stato una persona chiave nel pontificato di papa Giovanni Paolo II. Sono due grandi personalità, i cui pontificati hanno come segni distintivi sia l’ortodossia sia l’attenzione alla gente semplice. Entrambi hanno unito difesa della fede e attenzione alla gente semplice».
Sul dialogo interreligioso le strade però sono diverse.
«Tra grandi religioni il dialogo rimane una priorità, ma senza nascondere la propria fede. Per il bene dell’umanità è giusto che cristianesimo, islam ed ebraismo dialoghino, ma senza rinunciare alla propria fede. Seguendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il dialogo va condotto nella libertà e nel rispetto».
Sulla strada del dialogo però si è messo di mezzo l’incidente di Ratisbona.
«Un malinteso, che ha avuto conseguenze inammissibili nei giorni seguenti. Ma da quell’incidente sono nati degli stimoli per gli stessi rappresentanti religiosi. È da quelle polemiche che è sorta la lettera su dialogo e non violenza di 138 esponenti islamici».
I problemi non arrivano solo dall’islam. Mi pare che qualche difficoltà di rapporto ci sia anche con le altre Chiese cristiane, in particolare con gli ortodossi.
«Con loro non mi pare che ci siano difficoltà profonde. Anzi, pur avendo espressioni liturgiche diverse, Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa sono molto vicine fra loro. Personalmente confido che si possa arrivare alla piena unità».
Anche con gli anglicani?
«Con loro ci sono difficoltà in più, per esempio per quanto riguarda i ministeri della Chiesa».
L’ordinazione delle donne prete?
«Diciamo che questi e altri sviluppi recenti non hanno contribuito».
È vero che ci sono preti anglicani che si convertono al cattolicesimo?
«In anni recenti ce ne sono stati parecchi e qualcuno c’è anche adesso».
E con i lefebvriani i rapporti come sono?
«Già papa Wojtyla aveva iniziato, ora papa Ratzinger ha fatto un passo ulteriore cercando di rimuovere gli ostacoli sulla sensibilità liturgica».
Ma alcuni vescovi si stanno ribellando alla messa in latino.
«Diciamo che ci sono sensibilità diverse, ma non parlerei di ribellione».
Di sé stesso lei disse che è naturalmente politico. Cosa vuol dire per un cardinale essere politico?
«Questa mia battuta ha suscitato qualche perplessità e forse è meglio chiarirla. Già il Concilio Vaticano II diceva in termini non ambigui che la missione della Chiesa non è di ordine politico, ma religioso».
In che senso allora un vescovo può dirsi politico?
«In un significato più ampio, quando ha la capacità di influire su vicende pubbliche con la propria parola e testimonianza».
Anche se influenza decisioni politiche oppure leggi?
«La Chiesa deve poter dare un giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona: anche questa è dottrina del Concilio Vaticano II».
Lei è considerato il vero vincitore del referendum sulla procreazione assistita.
«Non mi piace la parola vincitore. La battaglia referendaria non era contro qualcuno, ma serviva a tutelare dei valori a vantaggio di tutti. E comunque non sono stato io il vincitore, ma il popolo, di credenti, ma anche di laici. Un’alleanza inedita. Sia gli uni che gli altri hanno sentito la necessità di difendere l’uomo in quanto tale, come fondamento della nostra civiltà. E si è andati al di là delle divisioni tra cattolici e laici».
L’ha stupita quest’unione?
«No. Era un fenomeno già in corso, che riguarda intellettuali, ma anche persone semplici, che spesso non sono così assidue nel frequentare la chiesa. Però su certi valori, a cominciare da quello della famiglia, la pensano allo stesso modo».
La Chiesa ha interpretato ciò che la politica non ha saputo capire?
«Non sarei così drastico. La Chiesa però è vicina alla gente. È difficile che i partiti abbiano la capillarità della Chiesa».
Scomparsa la Dc, come vede in futuro la collocazione dei cattolici in politica?
«Credo che non competa a me rispondere. La Chiesa ai cattolici chiede solo coerenza nei contenuti. I cattolici facciano le loro scelte politiche, ma tengano conto dei principi della fede, che non sono irrilevanti, nemmeno per la politica».
Il credente non si concilia con l’evasore, ma c’è un limite etico all’imposizione fiscale?
«Le tasse non sono un fine, ma sono uno strumento che dev’essere proporzionato al fine, ossia all’interesse pubblico, che non è solo dello Stato ma delle persone. E contempla il diritto alle cure anche per chi non è abbiente, ma anche all’istruzione e alla sicurezza».
E se l’imposizione fiscale eccede?
«Se le tasse si usano in maniera eccessiva diventano controproducenti. Stabilire il limite è difficile: va discusso tra le parti della società».
C’è una tendenza a costruirsi una fede su misura. Colpa dei preti che parlano poco di teologia? O peggio dei seminari che la insegnano troppo poco?
«I preti di oggi conoscono abbastanza la teologia, anche se io vorrei che la conoscessero di più. Quando insegnavo ero molto esigente e pensavo che i seminaristi non studiassero a sufficienza. In realtà i grandi temi teologici suscitano molto interesse tra la gente. Ricordo quando giravo le parrocchie di Reggio Emilia, dopo cena: gli incontri erano sempre partecipati».
Qual è il suo teologo di riferimento?
«San Tommaso d’Aquino. Per anni mi sono dedicato ai suoi studi in maniera pressoché esclusiva. Tra i miei insegnanti ho ammirato specialmente Bernard Lonergan. Poi, nel ’68, quando ho iniziato a insegnare teologia ho molto apprezzato gli studiosi tedeschi, in particolare Karl Rahner e soprattutto Ratzinger, ma anche il protestante Wolfhart Pannenberg».
Nella storia della Chiesa si è assistito nel tempo a evangelizzazioni per aree geografiche. Dove vede il futuro sviluppo della cristianità?
«Non c’è un’area prescelta. Il Vangelo dice: andate in tutto il mondo. Certo, importantissima è l’Asia, che è il terreno più scoperto».
E l’Occidente?
«Qui ci troviamo ad affrontare un mondo secolarizzato. Per la fede cristiana è una sfida difficile, ma decisiva perché, con la globalizzazione, la secolarizzazione riguarderà sempre più tutti i continenti».
In Italia scontate anche la crisi delle vocazioni.
«Il fenomeno ha aspetti diversi. Nel Meridione per esempio questa crisi non c’è. Anzi, in Sicilia e Puglia ci sono più vocazioni ora che quarant'anni fa. Non voglio dire che la crisi non ci sia e non sia preoccupante. Dico che riguarda soprattutto alcune aree e alcuni istituti religiosi».
Ci sono istituti religiosi preferiti rispetto ad altri?
«Certo: negli istituti religiosi di vita contemplativa, per esempio, le vocazioni sono in aumento in Italia e all’estero. Poi ci sono nuove forme di vita consacrata, con molte persone giovani che fanno i voti di povertà, castità e obbedienza».
Chi si fa sacerdote oggi?
«Innanzitutto il ragazzino di 11 o 12 anni che entra in seminario oggi è un caso raro. La grande maggioranza di coloro che diventano preti ha finito le medie superiori. Molti hanno lavorato o finito l’università. L’età si è alzata. Si fanno preti medici, ingegneri, psicologi ma anche architetti».
La crisi delle vocazioni potrebbe essere fronteggiata aprendo ai preti sposati?
«Il celibato dei sacerdoti non è un dogma di fede, ma ciò non significa che non sia la scelta giusta. Io sono convinto che è un segno concreto quanto mai necessario in una società che spesso è prigioniera di un sesso fine a sé stesso».
A proposito di sesso: la Chiesa non è stata un po’ disattenta sul tema della pedofilia?
«La pedofilia è cosa grave e orribile. Scarsa attenzione? Può darsi. Non siamo immuni dalle mancanze. La pedofilia è largamente diffusa nella società ed è una degenerazione incoraggiata da una sessualità priva di limiti».
Cos’è cambiato nei seminari e nelle parrocchie dopo il diffondersi di alcuni casi di pedofilia?
«Innanzitutto è aumentata la vigilanza, l’attenzione nella fase di formazione di un sacerdote. Si analizza la personalità. Il prete deve essere preparato a una scelta di vita non facile».
Vi affidate a psicologi?
«Anche a loro. Psicologi idonei collaborano nei seminari. Ma dobbiamo essere consapevoli che, nonostante la preparazione e gli esami, i tradimenti e la fragilità umana possono riguardare anche i preti».
Per l’ennesima volta si torna a mettere in dubbio la santità di Padre Pio. Perché questo periodico assalto?
«Non vorrei accusare nessuno. Ma Padre Pio è un santo preferito dalla gente: la sua è una santità popolare, dove il soprannaturale si fa quasi tangibile. E questo a qualcuno può dare fastidio».
Il momento più difficile dei suoi 20 anni alla Cei?
«Lo vuole proprio sapere? Trasferirmi a Roma: per 26 anni avevo fatto il sacerdote a Reggio Emilia e per 3 anni il vescovo ausiliare della diocesi di Reggio e Guastalla. Quando venni nominato segretario della Cei mi sentii come un provinciale che deve improvvisamente allargare il suo orizzonte all’Italia».
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Donald Trump (Ansa)
Nell’intesa la riapertura di Hormuz, niente atomica e sblocco degli asset iraniani. Sul nucleare nodi da sciogliere entro 2 mesi.
In attesa della firma definitiva del memorandum d’intesa tra Usa e Iran venerdì in Svizzera, Donald Trump ha messo dei paletti. «È un memorandum d’intesa.
Se non mi piace, se non si comportano bene, torneremo a sganciare bombe proprio in mezzo alla loro testa, d’accordo? Perché si sono comportati male per 47 anni», ha detto ieri il presidente americano al vertice del G7 in Francia. «L’accordo è un grande affare per molte ragioni ma la più importante in assoluto, il 99,9%, è che non avranno mai un’arma nucleare», ha proseguito, per poi aggiungere: «È un accordo molto solido». Ieri è stata resa nota la versione ufficiale dell’intesa in 14 punti.
«Lo Stretto di Hormuz verrà aperto. È già stato parzialmente aperto. Sarà aperto completamente entro uno o due giorni», ha continuato. Il presidente americano ha anche bollato come «falsa» la notizia, secondo cui il memorandum prevederebbe la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran. «Le persone possono investire se vogliono. Voglio dire, cosa dovrei fare? Dire che a nessuno è mai permesso investire? Noi non investiamo. Non mettiamo nemmeno dieci centesimi. Le persone possono decidere di farlo, ma è una loro scelta», ha comunque precisato.
Poco dopo, in conferenza stampa, Trump ha rivelato di aver discusso dei dettagli del memorandum con i leader del G7. «Sono entusiasti del fatto che abbiamo concluso un accordo», ha detto. «Non volevo vedere una catastrofe economica», ha continuato, sottolineando di ritenere che gli attuali leader iraniani «si comporteranno molto differentemente» rispetto a quelli che sono stati eliminati nel corso del conflitto. Il presidente statunitense è inoltre tornato a criticare l’intesa sul nucleare negoziata da Barack Obama nel 2015 e da cui lui stesso, nel 2018, si era ritirato.
L’accordo in 14 punti prevedrebbe che l’Iran riapra Hormuz e che gli Usa revochino il blocco ai porti iraniani: «La Repubblica islamica prenderà misure facendo tutti gli sforzi per consentire il passaggio sicuro di navi commerciali senza pedaggi per 60 giorni solo dal Golfo persico al Mare dell’Oman e viceversa. Il traffico di navi commerciali comincerà immediatamente e, considerato il bisogno di rimuovere ostacoli tecnici e militari e di sminare da parte della Repubblica islamica, sarà in vigore entro 30 giorni».
Al contempo, l’Iran assicura che «non acquisirà né svilupperà armi nucleari», mentre Washington eliminerà tutte le sanzioni al regime khomeinista, Inoltre, gli Usa «renderanno pienamente disponibili tutti i fondi e i beni iraniani congelati o soggetti a restrizioni», si legge nel memorandum, ed «emetteranno deroghe che autorizzano l’esportazione di petrolio iraniano, prodotti petroliferi, derivati e tutti i servizi associati». Oltre a decretare la fine del conflitto tra Israele ed Hezbollah in Libano, il memorandum darebbe anche avvio a un periodo di 60 giorni in cui Usa e Iran dovrebbero risolvere i contenziosi sul nucleare: dall’arricchimento dell’uranio alle scorte attualmente detenute da Teheran. Sotto questo aspetto, Trump ieri, durante la conferenza stampa, è tornato a ribadire che, se un’intesa sull’energia atomica non dovesse essere raggiunta con la Repubblica islamica entro i prossimi due mesi, Washington riprenderà i suoi bombardamenti.
Se Pakistan, Turchia, Arabia Saudita e il G7 hanno espresso soddisfazione per l’intesa, Israele è invece su tutt’altra posizione. Lo Stato ebraico teme infatti che la Repubblica islamica possa usare il periodo di 60 giorni per dotarsi dell’arma nucleare. Benjamin Netanyahu non vede inoltre di buon occhio il fatto che il memorandum contenga la cessazione delle ostilità in Libano. Le elezioni di ottobre per la Knesset si avvicinano e il premier israeliano è sotto pressione tanto dall’ala destra del suo governo quanto dall’opposizione per tenere la linea dura contro Hezbollah: il che è alla base delle sue ben note fibrillazioni con Trump. «Voglio che Israele sia in grado di proteggersi, ma voglio anche che usi il buon senso», ha, non a caso, affermato ieri il presidente americano, per poi ammettere di aver avuto una «piccola lite» sul Libano con Netanyahu, che non ha comunque rinunciato a definire un «buon partner».
Nel mentre si registrano spaccature all’interno tanto degli Usa quanto dell’Iran. A Washington, l’accordo è sostenuto dal vicepresidente JD Vance, nonché dagli inviati presidenziali, Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre tra gli scettici figurerebbero il segretario di Stato, Marco Rubio, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e il direttore della Cia, John Ratcliffe. Dubbi sul memorandum sono anche arrivati dall’ala più filo-israeliana del Partito repubblicano statunitense. A Teheran, i fautori della diplomazia si sono invece compattati attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che teme gli effetti della pressione economica americana sul regime. Di ben altro avviso risultano i pasdaran, che hanno sempre promosso la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
In tutto questo, sempre ieri Axios riferiva che una seconda firma elettronica dell’accordo avrebbe potuto aver luogo già in giornata: il che avrebbe, in caso, anticipato l’applicazione delle clausole relative allo Stretto di Hormuz. Più in generale, il successo o il fallimento di Trump in Iran passerà dall’accordo che eventualmente emergerà dagli imminenti negoziati sul nucleare. Tuttavia, non si può negare che l’accordo sia una vittoria per Teheran, che avrà 60 giorni per trovare un’intesa «migliore» sul nucleare, oltre ad ottenere più potere e più soldi, senza alcun cambio di regime.
I prossimi due mesi si riveleranno quindi decisivi per il futuro del Medio Oriente e della stessa amministrazione statunitense.
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Messi (Ansa)
La Pulce entra nella leggenda: tripletta all’esordio contro l’Algeria a 39 anni e record di gol nelle kermesse iridate. Fino alla partita della sua Argentina, tutti i giocatori provenienti dal nostro campionato messi assieme avevano segnato la miseria di una rete...
Tre colpi da biliardo senza aria condizionata. In assenza del fuorigioco millimetrico sarebbero stati quattro e avrebbero mandato ai matti il telecronista di Dazn, cresciuto nello stesso bar di Lele Adani e intenzionato - più che a celebrare l’exploit di nonno Leo Messi al Mondiale - a spaccare i bicchieri a ugola spianata nelle angoliere di tutti i tinelli d’Italia.
Tre colpi di biliardo all’Algeria a 38 anni (farà i 39 fra sei giorni) non dicono nulla del valore assoluto della Pulce Atomica ma dicono tutto della sua placida ferocia, della saggia determinazione con cui lotta contro il tempo, contro le leggi della natura, contro il luogo comune del campione logoro e sazio che guarda il tramonto a Miami davanti alla baia di Biscayne.
Messi non ha battuto l’Algeria da solo (e comunque è finita 3-0) e il secondo gol è un tap-in che avrebbe sbagliato solo Marko Arnautovic. Giocare con Enzo Fernandez, Alexis Mac Allister, Lautaro Martinez e Rodrigo De Paul rende tutto più semplice. Ma ha finalizzato il 100% del potenziale offensivo di un’Argentina capace di rispondere immediatamente alla Francia; ha raggiunto Miro Klose in vetta alla classifica dei più prolifici marcatori di un Mondiale (16 reti); ha timbrato al primo colpo nella sua sesta Coppa del Mondo e ha segnato a 20 anni esatti dalla sua prima rete mondiale; ha tenuto alto l’onore di indossare la maglia che fu di Diego Maradona. Infine con questa prestazione mostruosa ha lanciato la sfida per la capra immortale (The Goat) all’eterno rivale Cristiano Ronaldo, che di anni ne ha 41 e ieri sera è sceso in campo in Portogallo-Congo: due gol sbagliati e deludente 1-1 finale. Per ora è avanti Leo.
Se qualcuno aveva dei dubbi, per la Rsa c’è tempo. La Pulce ha un cervello da algoritmo e ha capito che il modo migliore per preservare il fisico e la mente era quello di adattare la sua immensa classe a un campionato poco stressante come la Major League statunitense, nel quale poter gestire a piacimento i giri di un motore da Formula 1. Così nel torneo di Kylian Mbappè ed Erling Haaland (doppiette all’esordio) comanda sempre lui, l’eterno fuoriclasse di Rosario che nel giorno dell’ennesima celebrazione vale più di tutta la Serie A, visto che l’unico gol arrivato da un giocatore del campionato italiano corrisponde alla zuccata del genoano Ostigaard (pure lui di nome Leo) con la maglia della Norvegia nella goleada contro l’Iraq (4-1).
Tre colpi di biliardo e una vittima: il portiere algerino Luca Zidane, figlio del divino Zinedine, che a un certo punto non ci ha capito più niente e ha cominciato a cercare con gli occhi in tribuna a Kansas City lo sguardo consolatorio di suo padre. Nessuno sconto: Zizou scuoteva la testa. Alla fine Messi, in lacrime dopo il primo gol (eppure c’è abituato, in nazionale ne ha firmati 120 in 200 partite), sembrava essersi liberato di un peso, forse di un fantasma. «Ho pianto ma è stato qualcosa di estraneo al calcio. La verità è che, per una questione che con lo sport non c’entra niente, ho passato dei giorni difficili, complicati. Però voglio ringraziare tutta la delegazione, tutti i miei compagni perché mi sono stati sempre accanto, dandomi molta forza per farmi stare bene. Sto guardando su Netflix la serie su Rafa Nadal, mi identifico in lui e nella sua resilienza».
Anche il ct Lionel Scaloni in panchina era commosso, anche Lautaro Martinez che lo ha abbracciato per primo. Una sommaria ricostruzione, che non tocca la sfera privata, identifica la fine dell’incubo, dovuto all’infortunio di maggio al bicipite femorale sinistro; un contrattempo che aveva inoculato il veleno nella testa del campione, preoccupato di non poter dare il 100% al Mondiale. Per questo in conferenza stampa ha aggiunto: «Tutto quello che sto vivendo ora è fantastico. Ho avuto la fortuna di realizzare tutti i miei sogni e l’ho fatto a livello di gruppo, arrivando così più in alto di quanto avrei potuto ottenere a livello individuale. Onestamente, tutto quello che ho vissuto è molto più di quanto avrei mai potuto immaginare da bambino. A me piace competere, dare il massimo: se potrò continuare a farlo e starò bene, continuerò a farlo».
Il record di gol è un traguardo ma è soprattutto un numero, freddo e socialdemocratico come un frigorifero. Lui sa che la scalata himalaiana verso la finale, un’altra finale, necessita di fatica, cuore, genio. Ed è appena cominciata. «Sedici gol, è un onore stare lì per quello che significa. Però per me sono statistiche: in quella classifica ci sono anche Ronaldo e Mbappé, che di gol nella sua prima partita ne ha segnati due. Ovviamente è un lusso poter competere con loro ma sono solo statistiche. Ronaldo per me è stato il più grande goleador e per ora non è primo».
Adesso l’asticella si alza e all’orizzonte c’è l’Austria di Konrad Laimer, David Alaba, Marcel Sabitzer, un banco di prova più serio per lui, per l’Argentina e per il suo bicipite femorale provato da 25 anni di botte. A commentare la partita sulla Rai (22 giugno ore 19 italiane) sarà il suo ultrà personale Adani, che ieri sui social ha finto di essere svenuto sulla moquette dell’albergo per l’emozione al terzo gol della Pulce Atomica. Se la terza perla ha steso i fans, la prima ha suscitato la reazione divertente di Markus Thuram, che ha commentato così l’abbraccio di Lautaro Martinez: «Un pizzico di gelosia c’è».
Poiché ogni impresa ha il suo lato oscuro, diciamola tutta: il fuoriclasse argentino avrebbe potuto infilare un’altra porta, quella degli spogliatoi, molto prima del tempo (il punteggio era 1-0) per un fallo goffo e potenzialmente pericoloso su Aissa Mandi: tacchetti sul polpaccio, nessuna giustificazione. Infatti Messi si è subito scusato con l’avversario sotto gli occhi dell’arbitro Szymon Marciniak che di fatto lo ha graziato; silent check con il Var e nessun cartellino, neppure quello giallo. Per molti opinionisti e leoni da tastiera avrebbe meritato il rosso. Alla fine lo stesso Mandi lo ha celebrato: «È il migliore di tutti i tempi, anche questa volta ha fatto la differenza, è uno che non perdona il più piccolo errore». A nessuno, neppure all’arbitro.
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