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Ansa
- Indignazione per gli sfondoni Rai dopo il «Bulbarelli gate». Poi Mattarella apre la 15esima edizione (è la numero 25): tutti muti.
- Alla cerimonia controlli in palla. Il vice Trump ieri è stato in visita al Cenacolo vinciano.
Lo speciale contiene due articoli
Venerdì sera i più stretti collaboratori di Sergio Mattarella avranno certamente incrociato le dita augurandosi che la telecronaca Rai della cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici fosse all’altezza delle aspettative. Soprattutto dopo che le telefonate di protesta del Quirinale al Comitato olimpico internazionale e a Viale Mazzini avevano avuto come conseguenza la cacciata del telecronista incaricato di coprire l’evento, l’esperto Auro Bulbarelli. L’entourage del Capo dello Stato non poteva che augurarsi che il sostituto fosse adatto al delicato compito. E, invece, hanno avuto Paolo Petrecca. E che la serata sarebbe diventata, in un certo senso, leggendaria lo si è capito immediatamente, quando, con voce impostata, il giornalista ha salutato il pubblico televisivo in questo modo: «Benvenuti dallo stadio Olimpico…». Smarrimento generale. E retromarcia immediata: «…San Siro». Forse Petrecca è troppo abituato al suo comodo ufficio romano di direttore di Rai sport, dove è approdato, dicono in tanti dentro all’azienda pubblica, per meriti professionali, ma anche politici. È la lottizzazione bellezza, un malcostume che in Rai non ha eliminato nessuno, nemmeno la destra di governo. Un mondo, quello di Viale Mazzini, dove la professionalità è importante, ma l’appartenenza ideologica conta altrettanto.
Ed eccoci così al disastro, innescato dalle telefonate del Colle che chiedevano conto di una gaffe innocente di Bulbarelli, il quale, il 30 gennaio scorso, si era lasciato scappare che Mattarella avrebbe regalato «una grande sorpresa» alla cerimonia di apertura. Che era poi una fugace esibizione attoriale: in un video della durata di circa due minuti il capo dello Stato si è chinato a raccogliere un peluche su un tram e lo ha restituito a due bambine. La quirinalista del Corriere della sera ha raccontato la performance con la stessa enfasi con cui l’Academy motivò l’oscar a Robert De Niro per Toro scatenato. Nessuno dei numerosi critici ha osato collegare la débâcle di Petrecca alle telefonata del Quirinale. Né Aldo Grasso, solitamente puntuto, né il sindacato dell’Usigrai, che pure ha diramato un severo comunicato sulla telecronaca «imbarazzata» (eufemismo di Grasso) del direttore di Rai Sport. Hanno visto tutti il dito e nessuno la luna.
Va detto che pure Re Sergio (osannato dal pubblico di San Siro, che gli ha tributato cori calcistici, come hanno rilevato, entusiasti, tutti i cronisti) si è distinto per un clamoroso lapsus. Mattarella, infatti, dichiarando aperti i Giochi, ne ha cancellati in un colpo solo una decina, ovvero 40 anni di competizioni a cinque cerchi. Per lui quelli iniziati in Lombardia e Veneto erano i XV Giochi invernali dell’era moderna. Ma quelli risalgono al 1988 e si svolsero in Canada, a Calgary, quando l’intero pianeta scoprì lo sciatore azzurro più forte di tutti i tempi, l’allora ventunenne Alberto Tomba. Ma se l’errore di Mattarella è stato trasmesso in mondovisione, Petrecca, per fortuna, ha deliziato solo i telespettatori nostrani.
Una disfatta che gli italiani hanno commentato in diretta sui social. In modo impietoso. C’è chi ha scritto: «Un anno di prove, luci e il mago della regia Balich a coordinare un evento pazzesco. E Petrecca al primo secondo sbaglia stadio. È tutto vostro onore. Buonanotte». Un altro ha aggiunto: «“Benvenuti dallo Stadio Olimpico”. “Ecco Mariah Carey”, ma era Matilde De Angelis. Avvio non proprio brillante del direttore di Rai Sport». Un altro utente: «Ora si capisce perché Petrecca è stato più volte sfiduciato da Rainews. Totalmente incapace, linguaggio povero, zero tempismo, spoilera tutto. Meglio stare in silenzio». Questi tra i primi commenti. Già alle 20 tutti gli uomini del presidente, con ogni probabilità, avevano iniziato a sudare freddo. Ma devono aver fatto ricorso ai sali quando Petrecca, riferendosi al presidente e alla signora bionda che gli sedeva accanto, ha detto: «Mattarella in prima fila con la figlia ad applaudire». Peccato che la vicina inquadrata fosse Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, non esattamente una sconosciuta almeno per chi di lavoro si occupa di sport. La figlia del presidente, Laura, invece, non era visibile in quel momento sullo schermo. Davanti allo spettacolo di luci, il telecronista ha sospirato estasiato: «Immagini uniche e quasi incommentabili». «Ecco non commentare», lo ha sotterrato uno davanti al video.
Il racconto è andato avanti senza che emergesse un lavoro di scavo su protagonisti e fatti dell’evento (eppure in Rai da giorni avevano la scaletta dettagliata della cerimonia, proprio per consentire questo tipo di approfondimento). Solo un lungo elenco di nomi, senza dati o informazioni non scontate. Molte ovvietà («Guardate come sono contenti di partecipare») e luoghi comuni come «gli spagnoli sono sempre calienti» o «un popolo che ha il ballo nel sangue» riferito ai brasiliani («L’ha detto davvero», ha scritto uno). La sfilata delle delegazioni è stata una delle parti in cui la povertà del commento è apparsa particolarmente evidente. A proposito dei ragazzi del Kazakistan Petrecca si è contraddistinto per le capacità di calcolo: «Ha solo 4 atleti, 7 nello sci di fondo». Mentre le tuniche e i mantelli degli atleti sauditi non sono parsi convincerlo: «L’Arabia come abiti ci ha abituato a questo tipo di vestiti». Ma la vera chicca è arrivata quando ha dimenticato di nominare il cantante Ghali, che sul prato di San Siro si è esibito, insieme con un nutrito gruppo di ballerini, in una performance durata quasi 4 minuti, legata al tema della pace (l’artista italo-tunisino ha letto la poesia Promemoria di Gianni Rodari). Non è chiaro se Petrecca abbia intenzionalmente «oscurato» Ghali (polemico con l’organizzazione per la mancata traduzione del testo in arabo) o se abbia avuto un’amnesia. Di certo a Petrecca è sfuggito pure qualche altro nome. Verso la fine dello spettacolo gli ex calciatori Franco Baresi e Giuseppe Bergomi e hanno consegnato la fiaccola olimpica a tre azzurre campionesse mondiali di pallavolo, (Carlotta Cambi, Anna Danesi e Paola Egonu) e le ragazze l’hanno passata a tre colleghi maschi, pure loro freschi vincitori del titolo iridato, ovvero Simone Giannelli (capitano della nazionale), Simone Anzani e Luca Porro. Ebbene Petrecca ha riconosciuto solo la Egonu. E così Giannelli su Instagram ha ironizzato: «Grazie ai telecronisti, solo Paola Egonu è famosa». Dopo questo scempio da sinistra sono partite bordate e richieste di dimissioni; l’esecutivo del sindacato dell’Usigrai e i comitati di redazione di Rai Sport di Roma e Milano (l’assemblea dei giornalisti circa due mesi ha già approvato tre giorni di sciopero) sono scesi in campo con un duro comunicato congiunto, che, però, non ha sfiorato la questione centrale della vicenda, il motivo per cui Bulbarelli ha dovuto passare il testimone al suo direttore, evidentemente non all’altezza del compito.
Nel testo si legge: «Se i Giochi hanno come motto “L’importante è partecipare”, non così dovrebbe essere per chi, invece di premiare il merito, con la sua iniziativa ha causato una bruciante sconfitta per l’immagine del servizio pubblico e di chi ci lavora». Il sindacato accusa i vertici aziendali di «continuare a difendere» Petrecca, «nonostante le ripetute mobilitazioni delle redazioni» e, in sostanza, chiede al direttore di Rai sport di fare un passo indietro. Allora noi abbiamo scritto al segretario Usigrai, Daniele Macheda, quanto segue: «Sull’intervento del Quirinale sui vertici Rai, ammesso da uno dei più stretti collaboratori di Mattarella non avete nulla da dire? O avete già scritto?». L’imbarazzata risposta è giunta dopo quasi due ore: «Buongiorno Giacomo, ho letto il vostro articolo. Le nostre posizioni le abbiamo espresse nel comunicato che hai già». Sindacalisti va bene, ma contro i bersagli giusti.
A San Siro la sicurezza fa flop: siamo arrivati a 15 metri da Vance
Nei giorni dell’inaugurazione di Milano Cortina 2026 abbiamo registrato, nostro malgrado, qualche buco nell’apparato di sicurezza che veglia sui Giochi. Piccole defaillance che, però, è opportuno segnalare per consentire di prendere eventuali contromisure. Per esempio quando ci siamo recati al Media center di Milano, all’altezza del Gate 2 abbiamo sbagliato ingresso, ma l’uomo della security posto a protezione del cancello non ci ha fermato. Siamo così giunti a una porta e qui, dopo un sommario controllo a un accredito non ancora validato, siamo riusciti a entrare nel palazzo senza dover transitare dai metal detector. Ma è nella notte della cerimonia di San Siro che abbiamo verificato personalmente una falla nel dispositivo di protezione dei Grandi della Terra. Verso le 22 di venerdì abbiamo lasciato la sala stampa ubicata nelle viscere del vetusto stadio per far ritorno in tribuna tra i cronisti (in gran parte sistemati su scomodi seggiolini e costretti a scrivere con i pc sulle ginocchia). Siamo saliti su un ascensore insieme a un cameriere che aveva in mano un vassoio con sopra una decina di birre. Siamo sbucati al secondo piano, ma dei cronisti non c’era traccia. Davanti a noi la Terra promessa, la Tribuna Autorità. Nessuno ci ha fermato o controllato l’accredito (ovviamente non utilizzabile in quell’area) nonostante il nostro abbigliamento un po’ stazzonato (un vecchio piumino, jeans, Dr Martens ai piedi) e poco in linea con quello degli altri ospiti. Nonostante il look da gradinata, abbiamo potuto occupare una comoda poltrona (altro che i logori seggiolini!), a circa 15 metri dal palchetto che ospitava il presidente Sergio Mattarella e da quello del vicepresidente statunitense JD Vance. Intorno a noi molti posti liberi e qualcuno occupato da addetti alla sicurezza in giacca e cravatta che si sono agitati solo al termine della serata, al momento dell’allontanamento dei vip dallo stadio. Prima di salire in quella zona esclusiva eravamo passati da una sala ristorante, dove avremmo potuto recuperare un coltello. Per fortuna non è successo niente e il vicepresidente Usa ha potuto passare una serata di completo relax. Lui e la moglie Usha hanno abbandonato il loro posto all’inizio del giuramento olimpico. Ieri il vice Trump ha trascorso una giornata completamente milanese. In mattinata con la consorte ha visitato Santa Maria delle Grazie, dove alla contemplazione del Cenacolo vinciano ha unito un momento di raccoglimento dedicato alla Madonna. Subito dopo Vance è andato a Sesto San Giovanni, dove ha pranzato nel ristorante di Villa Campari, storica sede del marchio. Nel tardo pomeriggio, tappa alla Hockey Arena per la sfida tra gli Usa e la Finlandia. Anche qui, come venerdì sera, qualche «buu» al suo indirizzo. Delle contestazioni ha parlato anche Donald Trump, che ha commentato serafico: «Strano, lui alla gente piace».
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Ci siamo: si frigge per Carnevale. Un dolce che piacerà tantissimo ai bambini, ma che fa gola anche ai grandi sono le castagnole espresse da riempire di una vellutata crema all’arancia. Si fanno rapidamente e hanno tutta la dolcezza che potete aspettarvi da un pomeriggio di festa.
Ingredienti – Per l’impasto – 250 gr di yogurt greco, 160 gr di farina 00, 1 uovo, 2 cucchiaini di lievito per dolci, un pizzico di sale fino, 60 più altri 80 gr di zucchero semolato (meglio che prendiate il finissimo), un’arancia, due cucchiai di liquore all’arancio o di Marsala stravecchio, 1 litro di olio di semi per friggere (noi usiamo il girasole alto oleico)
Per la crema (secondo la ricetta di nonna Lavinia) Un uovo, due cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero, 250 ml di latte, una buccia d’arancia.
Procedimento – In una bastardella impastate farina, yogurt, uovo, zucchero 60 grammi, i due cucchiai di liquore e il pizzico di sale, lavorate con energia e quando l’impasto è liscio lasciate riposare. Nel frattempo dedicatevi alla crema. Intiepidite il latte con la buccia d’arancia in un pentolino senza far alzare troppo la temperatura altrimenti aggiungendo l’uovo avrete l’effetto frittata, poi aggiungete la farina, lo zucchero e ovviamente l’uovo e con una frutta lavorando di continuo a fiamma bassa fate addensare. Appena vedete che la crema prende bollore spegnete e lasciate raffreddare. Ora mettete a scaldare l’olio per friggere in una capace padella e aggiungete all’impasto il lievito e la buccia d’arancia grattugiata. Mescolate bene. Quando l’olio è in temperatura aiutandovi con due cucchiai fate delle quenelles e friggetele un po’ alla volta. In un piatto sistemate l’altro zucchero passatevi le castagnole ben dorate e ben scolate dal grasso di frittura poi con l’aiuto di una siringa da dolci o col beccuccio più piccolo del sac a poche riempite le castagnole con uno spruzzo di crema e servite.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a riempire di crema le castagnole (state attenti altrimenti non vi resterà abbastanza crema!)
Abbinamento – Noi nell’impasto abbiamo usato un Marsala stravecchio e dunque abbiniamo lo stesso vino alle castagnole voi potete rivolgervi a tutti i passiti d’Italia oppure, abbinamento perfetto, all’Asti Spumante da uva Moscato.
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Zerocalcare (Ansa)
A una settimana dagli incidenti di Torino, fra i progressisti (Zerocalcare in testa) regna ancora omertà e collusione sulle colpe del centro sociale. I cui esponenti hanno almeno la sincerità di rivendicare gli assalti.
Verrebbe da riprendere antichi titoli di Cuore per descrivere la faccia tosta dei progressisti italiani. Soprattutto dopo avere letto il lungo servizio che ieri Tuttolibri della Stampa dedicava a Zerocalcare per farlo parlare del caso di Maja T, «antifascista non binaria» condannato in primo grado in Ungheria a 8 anni di carcere per le aggressioni a manifestati di destra nel 2023, durante il Giorno dell’onore (sono gli stessi fatti per cui è finita nei guai Ilaria Salis).
L’autrice dell’intervista riesce, restando seria, a scrivere che il noto fumettista romano «non smette di interrogarsi sulle responsabilità collettive che è necessario prendersi, o meglio, accollarsi, in una società non sempre giusta, e continua a coltivare un pensiero etico e politico che rifiuta qualsiasi ideologia incline all’odio e alla sopraffazione». Come no, Zerocalcare e i suoi sostenitori rifiutano ogni forma di violenza. Tranne quella rivolta verso i presunti fascisti, cioè verso coloro che tutti identificano come tali. Non a caso, nonostante si parli di un attivista di sinistra condannato a 8 anni per violenze contro la parte avversa, l’unico problema a cui Zerocalcare e la sua intervistatrice sono interessati è la «violenza nazifascista». «Chi è cresciuto nei centri sociali», spiega Calcare, «soprattutto fino agli anni dieci del 2000, si è dovuto quasi ogni settimana confrontare con aggressioni neofasciste. Macchine bruciate, gente che ti aspettava all’uscita dei concerti, persone accoltellate - Renato Biagetti è uno dei morti di quella stagione. È un fenomeno vicino, con radici che affondano indietro nel tempo. E poi non c’è solo la violenza di strada. Se rispetto a prima i gruppi neofascisti che menano la gente per strada sono meno vivaci non è perché l’Italia ha risolto i conti col passato, ma semplicemente perché molte di quelle istanze adesso stanno direttamente al governo e possono diventare legge». Il prestigioso inserto culturale della Stampa, incredibilmente, non spende mezza parola su fatti che pure dovrebbero interessare il giornale torinese, e cioè gli scontri avvenuti proprio a Torino durante la manifestazione organizzata a sostegno del centro sociale Askatasuna. Nemmeno un fiato sui disastri provocati dagli antagonisti in strada che hanno prodotto danni per decine di milioni di euro.
Nemmeno un sospiro sui filmati che mostrano militanti del centro sociale impegnati ad aggredire un agente di polizia privo del casco, colpirlo con calci, pugni e colpi di martello (quest’ultima una pratica che gli antagonisti piemontesi sembrano condividere con i loro colleghi italiani che hanno agito in Ungheria). Almeno una domanda sulla questione non sarebbe stata fuori luogo. Zerocalcare è un fervente sponsor dell’ambiente dei centri sociali, da cui proviene e che rivendica di non aver mai abbandonato anche se lavora per multinazionali come Netflix. Non solo: il fumettista ha realizzato la locandina della manifestazione pro Askatasuna, e a quanto risulta non ha alcuna intenzione di prendere le distanze dalle botte ai poliziotti e dai disastri di piazza.
Non potrebbe esserci migliore dimostrazione della plateale ipocrisia della sinistra nostrana. Cioè quella che non perde occasione per chiedere la censura di manifestazioni, eventi e presentazioni di libri con la scusa che siano in odore di fascismo. Lo stesso Zerocalcare si è distinto per aver disertato la kermesse Più libri più liberi di Roma perché era presente la casa editrice di destra Passaggio al bosco. A lui, però, è concesso parlare ovunque, dai pulpiti più prestigiosi, anche se difende o addirittura spalleggia gli antagonisti martellatori. Nobili giornali progressisti gli danno spazio affinché tenga lezioni sull’odio e la violenza, fingendo di non sapere quali siano i violenti che egli apprezza.
Questa evidente doppia morale, sia chiaro, ci irrita ma non ci stupisce. È, in effetti, il più comune atteggiamento a sinistra. Da giorni infatti sui quotidiani, nei talk show, alla radio e in televisione sentiamo ripetere la stessa, snervante tiritera. Sentiamo ribadire che il corteo di Torino è stato pacifico e si è svolto senza problemi fino a che non sono intervenuti pochi violenti che hanno rovinato tutto. E questa è la ricostruzione più moderata. Perché c’è pure chi sostiene che i violenti non fossero organici al mondo antagonista, ma fossero infiltrati, magari direttamente manovrati dalle istituzioni, o comunque funzionali al perfido disegno governativo che bramava il caos per giustificare l’imposizione di decreti sicurezza totalitari e oppressivi. Sentiamo queste stupidaggini da giorni, ovunque. Anche se tutti sanno benissimo che picchiatori e devastatori sono una componente stabile dell’universo dei centri sociali, e non da oggi. Qualcuno, fra i più intellettualmente onesti, lo ammette a mezza bocca. Allo stesso modo, tutti sanno benissimo che la sfilata di Torino non era motivata da profonde urgenze sociali o da afflati libertari. Era una manifestazione sulla carta legittima, di per sé stessa discutibile. Le persone riunite marciavano per chiedere che fosse consentito ad Askatasuna di occupare uno stabile illegalmente, e non per chissà quale fine umanitario, ma per il proprio esclusivo interesse politico. I manifestanti di Torino chiedevano che potessero continuare a esistere indisturbati i militanti rossi, compresi quelli che nel corso degli ultimi decenni hanno collezionato violenze e condanne.
È dunque grottesco, oltre che ipocrita, raccontare la favola di un corteo giusto e apprezzabile inquinato da pochi facinorosi. Perché questa favola nasconde la stessa convinzione che permea le parole di Zerocalcare, e cioè che chi sta a sinistra è migliore degli altri, e poiché è nel giusto tutto deve essergli concesso, anche l’intolleranza e la maniere forti.
A questo punto, è persino più apprezzabile la postura di Askatasuna rispetto a quella assunta dai suoi difensori d’ufficio apparentemente moderati. I leader del centro sociale, o almeno alcuni di loro tra i più visibili, hanno giudicato la manifestazione di Torino un grande successo e hanno perfino pubblicamente rivendicato gli scontri. Gli antagonisti veri non hanno timore di giustificare la violenza come metodo di azione politica e - almeno in questo caso - non si sono nascosti dietro una moralina da quattro soldi. Sono meglio loro di quelli che giurano di «condannare ogni violenza» ma poi tollerano le botte rosse o comunque le assolvono. Sono meglio loro del compagno di giochi Zerocalcare, che s’impanca a predicare contro la presunta violenza del governo fascista ungherese e intanto tira la volata agli sprangatori delle okkupazioni. Meglio Askatasuna della sinistra che lo protegge, perché appena più onesto e trasparente, è persino orgoglioso delle botte che dà. Anche se, talvolta, dovrebbe avere il buongusto di tacere quando le prende meritandosele.
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