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Benjamin Netanyahu respinto al telefono dal suo omologo, poi l’accordo. Roma osserva con l’Unifil.
A distanza di due giorni dai primi colloqui diretti tra i funzionari israeliani e libanesi a Washington, è stato raggiunto il cessate il fuoco tra Israele e il Libano. Ad annunciarlo è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su Truth: «Ho appena avuto delle conversazioni eccellenti con il presidente del Libano, Joseph Aoun, e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
I due leader hanno concordato che per raggiungere la pace tra i loro Paesi inizieranno un cessate il fuoco di dieci giorni». Ha poi aggiunto di aver dato istruzioni «al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato, Marco Rubio, insieme al capo di Stato maggiore congiunto Dan Caine, di lavorare con Israele e con il Libano per raggiungere una pace duratura». E ha invitato i due leader alla Casa Bianca.
La tregua, che sarebbe entrata in vigore nella notte, è stata annunciata nonostante ieri fosse saltato il colloquio telefonico tra Netanyahu e Aoun. Anche in questo caso era stato Trump a comunicare quella che doveva essere l’imminente conversazione tra i due. Da Israele era giunta conferma, ma a confondere le acque erano stati alcuni funzionari libanesi, sostenendo di non essere a conoscenza di alcun colloquio telefonico.
Sta di fatto che Aoun si è tirato indietro. È stato lui stesso a comunicarlo a Rubio, dicendogli che una conversazione con Netanyahu sarebbe stata prematura. A frenare Aoun è stata la spaccatura nel Parlamento libanese, visto che sciiti e drusi non sono favorevoli a contatti diretti con il premier israeliano. A tal proposito, il deputato di Hezbollah, Hussein Hajj Hassan, prima della tregua, ha sostenuto all’Afp che «i negoziati diretti con il nemico sono un grave peccato». Inoltre, se per il Libano il cessate il fuoco era il prerequisito per qualsiasi trattativa, dall’altra parte, il gabinetto di sicurezza israeliano si era riunito mercoledì, senza però prendere una decisione a riguardo.
La svolta è il risultato delle pressioni di Trump su Israele. Peraltro, il tycoon, durante una telefonata nel pomeriggio con Aoun, aveva promesso che si sarebbe impegnato «a soddisfare la richiesta di un cessate il fuoco il prima possibile». Poco dopo è arrivato l’annuncio ufficiale.
Ad accogliere con favore l’esito è stato il primo ministro libanese, Nawaf Salam. E il parlamentare di Hezbollah Ibrahim al-Moussawi ha rivelato all’Afp: «Noi di Hezbollah rispetteremo con cautela il cessate il fuoco a condizione che si tratti di una cessazione completa delle ostilità contro di noi». Tuttavia, Hezbollah ha anche affermato che la tregua non deve permettere a Israele la libertà di movimento sul suolo libanese. Secondo Ynet, però, le Idf manterranno le loro posizioni nel Libano meridionale.
Dall’altra parte, Netanyahu ha riferito di aver accettato la tregua su richiesta della Casa Bianca: «Quando il più grande amico di Israele, il presidente Trump, agisce al nostro fianco in stretto coordinamento, Israele collabora con lui». Tra l’altro, il premier israeliano ha dovuto affrontare la rabbia dei ministri. Il Times of Israel ha svelato che Netanyahu, pochi minuti prima del post di Trump, aveva convocato una teleconferenza urgente con i membri del gabinetto di sicurezza per discutere del cessate il fuoco. I ministri sarebbero stati avvisati con cinque minuti di anticipo e avrebbero appreso dai media la novità.
A congratularsi per il risultato è stato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una nota. Auspicando che «il cessate il fuoco possa creare le condizioni per il successo dei negoziati tra Israele e Libano portando ad una pace piena e duratura», ha spiegato che «l’Italia continuerà a fare la sua parte contribuendo al mantenimento della pace lungo la Linea Blu attraverso il suo contingente militare in Unifil» e «a sostenere la sovranità libanese anche attraverso il rafforzamento delle forze armate libanesi».
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Federico Vecchioni (Ansa)
Il riconoscimento per aver unito strategia a sostenibilità economica e ambientale.
Federico Vecchioni, presidente esecutivo di Bonifiche Ferraresi, il più importante gruppo agroindustriale italiano quotato in Borsa, ha ricevuto ieri il dottorato di ricerca honoris causa in Mediterranean Studies.
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre lo choc petrolifero e l’inflazione frenano le immatricolazioni in Europa (+1,7%), il Dragone passa da acquirente a concorrente. Il tracollo elettrico spaventa Volkswagen (-80% negli Usa). Male Porsche (-15%).
Il mercato dell’auto in Europa, nel primo trimestre 2026, è il resoconto di una crisi d’identità sistemica che coinvolge domanda, politica industriale e capitale.
Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Introdotti nuovi reati e misure più severe contro il commercio di prodotti contraffatti Lollobrigida: «Era nel cassetto da oltre 10 anni». Esulta anche Coldiretti: «Una svolta».
Più tutela della filiera agroalimentare e riorganizzazione del sistema sanzionatorio a difesa delle eccellenze italiane. Nel giornata del made in Italy, è stato approvato il disegno di legge «Tutela agroalimentare», che nasce da un lavoro in sinergia tra i ministri Francesco Lollobrigida e Carlo Nordio.
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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