Nel riquadro Abderrahim Mansouri (Ansa)
Potere al popolo detta la linea: «Vita spezzata, intervento del poliziotto ambiguo e provocatorio». Sabato rischio scontri durante il corteo contro l’Ice. Gli avvocati dei Mansouri seminano dubbi. I colleghi: «Più tutele».
Nel fascicolo aperto dalla Procura di Milano sulla morte di Abderrahim Mansouri, detto «Zack», ucciso lunedì pomeriggio nel boschetto dello spaccio di Rogoredo da un colpo esploso da un agente del commissariato Mecenate, l’inchiesta giudiziaria si è subito trasformata in un caso politico. Prima ancora che perizie e accertamenti tecnici abbiano restituito un quadro definitivo, una parte della sinistra radicale e la famiglia del ventottenne marocchino hanno scelto la strada dello scontro frontale con le forze dell’ordine, mettendo apertamente in discussione la versione dell’agente.
A dettare il tono è stato il comunicato di Potere al popolo, che ha parlato di «un’altra vita spezzata nel quadrante sud di Milano», definendo l’intervento della polizia in borghese «ambiguo» e addirittura «provocatorio». Nel testo si arriva a contestare l’operazione antidroga in quanto tale, a evocare presunte «marginalità da far sparire» in vista delle Olimpiadi e a paragonare l’episodio milanese alle pratiche degli Stati Uniti, accusati di uccidere «a sangue freddo per strada» attraverso l’Ice. Considerazioni deliranti, ideologiche e scollegate dalla realtà di Rogoredo, ma che anticipano il clima della manifestazione annunciata in piazza XXV Aprile sabato prossimo, contro la presenza di agenti statunitensi a Milano, dove il caso Mansouri rischia di diventare l’ennesimo simbolo da piazza, come Ramy Elgaml. Mentre venerdì sera ci sarà una passeggiata per la sicurezza a Rogoredo promossa da Fratelli d’Italia e Gioventù nazionale, al fianco di residenti e polizia, per dire stop a degrado e insicurezza dopo anni di immobilismo della giunta di centrosinistra.
Dentro questo contesto si colloca anche la scelta della famiglia Mansouri di entrare formalmente nel procedimento come persona offesa. Da una parte c’è il racconto del poliziotto, confermato in questa fase da un collega che lo seguiva a breve distanza durante un servizio antidroga; dall’altra la linea dei familiari, che sostengono che la dinamica «non convince affatto» e chiedono che venga rimessa integralmente in discussione. Il pm Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta, ha impostato un’indagine a tutto campo e ha chiarito di non voler lasciare nulla al caso. Sono stati disposti l’esame autoptico, le perizie balistiche, gli accertamenti sull’arma a salve impugnata dalla vittima, le analisi tossicologiche, le verifiche sull’organizzazione del servizio e la ricerca di immagini di videosorveglianza. È in questo quadro che si inserisce la decisione, contestata da più parti, di iscrivere l’agente per omicidio volontario: una qualificazione tecnica iniziale che consente tutti gli accertamenti irripetibili ma che appare difficilmente compatibile con i fatti finora emersi e che, anche nelle ipotesi più severe, sembrerebbe al massimo riconducibile a un profilo colposo, non certo a un’azione dolosamente diretta a uccidere.
Il fratello della vittima, assistito dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha depositato la nomina per partecipare a ogni accertamento con consulenti propri. Tra le richieste avanzate figura anche quella di acquisire e analizzare i cellulari degli agenti presenti durante l’operazione, nella convinzione che possano emergere elementi utili a ricostruire tempi e modalità dell’intervento. La stessa Piazza, con l’Agi, ha richiamato l’attenzione sulla presenza di una telecamera nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria, che potrebbe aver ripreso almeno in parte gli ultimi istanti di vita di Mansouri e che non risulta ancora acquisita.
Il dato su cui i legali della parte civile insistono è quello della distanza: secondo i primi rilievi della Scientifica, al momento dello sparo tra l’agente e Mansouri ci sarebbero stati circa 30 metri. Una distanza ritenuta «significativa». Ma è un elemento che, letto nel contesto operativo di Rogoredo, non viene considerato decisivo da chi difende l’operato della polizia: perché non conta che l’arma si sia poi rivelata una pistola a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera a chi se l’è vista puntare contro, in una delle aree più pericolose della città. Rogoredo, infatti, non è una periferia qualunque. Da almeno un decennio è la più grande piazza di spaccio di eroina a cielo aperto di Milano. Un contesto che spiega perché ogni intervento venga considerato ad altissimo rischio. In questo scenario, Abderrahim Mansouri non era un volto sconosciuto: già nel 2016 aveva tentato la fuga aggredendo un finanziere e cercando di sottrargli l’arma; negli anni successivi il suo nome e quello di altri membri della famiglia è tornato più volte nelle indagini sul traffico di droga nell’area. Secondo chi lo conosceva, amava sfidare le divise per far vedere «chi comandava» nella zona.
A fronte delle accuse e delle pressioni politiche è intervenuta anche Unarma, ricordando che l’operatore «ha agito in una situazione concitata, in pochi istanti, percependo un rischio reale per la propria vita» e che, nonostante ciò, «si trovi ora indagato». L’associazione parla di «emergenza sicurezza» per le forze dell’ordine e chiede tutele giuridiche più chiare perché, ha detto il segretario generale Antonio Nicolosi. Il Sap di Milano, con il segretario aggiunto Paolo Magrone, definisce «un po’ forte» ipotizzare che un poliziotto esca in servizio con la volontà di uccidere, giudicando la contestazione dell’omicidio volontario «molto dura» e ricordando che a Rogoredo si opera in un contesto rischioso, dove una pistola a salve senza tappo rosso è indistinguibile da un’arma vera.
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Ansa
Dopo gli strali per il coinvolgimento dell’Ice, l’opposizione chiede alla Meloni di impedire ai tagliagole iraniani di scortare gli atleti. Ma il caso non esiste. L’ambasciata di Teheran stizzita: «Speculazioni». Strumentalizzata una risposta del senatore Balboni (Fdi).
Cosa sarebbero le Olimpiadi invernali senza il ghiaccio, ovvero l’Ice? Il circo equestre della politica politicante italiana, in questi giorni, vede saltimbanchi e acrobati impegnati nella discussione intorno alla presenza in Italia, durante i Giochi, di agenti dell’Ice, l’Immigration and customs enforcement, agenzia federale americana che opera alle dipendenze del Dhs, il Dipartimento della sicurezza interna.
L’Ice, però, è a sua volta divisa in due comparti: l’Ero (Enforcement and removal operations), ovvero il ramo anti-immigrazione, protagonista di efferati crimini in Minnesota; e l’Hsi (Homeland security investigations), che si concentra su crimini internazionali e terrorismo: «Gli investigatori dell’Hsi», ha chiarito il Viminale dopo l’incontro tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e l’ambasciatore Usa in Italia, Tilman J. Fertitta, «saranno rappresentati non da personale operativo come quello impegnato nei controlli sulla migrazione in territorio Usa, ma da referenti esclusivamente specializzati nelle investigazioni». Del resto, ogni Paese scorta i propri atleti impegnati in competizioni internazionali affidandosi ai propri servizi antiterrorismo: lo fa Israele col Mossad, l’ha fatto la Russia con il Kgb, e così via.
Pochi giorni fa, a Milano, hanno sfilato a bordo di una colonna di 12 jeep, quattro blindati e pure tre motoslitte circa 100 agenti della polizia del Qatar. Ma l’occasione per fare polemica, sull’onda emotiva delle agghiaccianti immagini di Minneapolis, è ghiotta, e allora via con la rumba: «Gli agenti Ice», dice il leader di Azione, Carlo Calenda, «sono le SS, nel senso che sono dei delinquenti, assassini, privi di training sufficiente per svolgere un lavoro delicatissimo. Non li vorrei vedere sul suolo italiano. E siccome siamo un Paese dove c’è un governo fortemente sovranista che tiene alla dignità nazionale, si faccia lo sforzo, per una volta, di dire no a Trump, secondo me può essere che scoprano un mondo nuovo».
«Condanniamo l’incapacità del governo», dichiarano i parlamentari lombardi del M5s, i senatori Elena Sironi e Bruno Marton, e i deputati Valentina Barzotti e Antonio Ferrara, «di chiedere a Washington di inviare altre agenzie federali, che negli Usa non mancano, per ovvie ragioni di sicurezza, dato che la presenza dell’Ice, seppur simbolica, rischia di scatenare proteste e possibili disordini». «Non sono i benvenuti», sottolinea il segretario del Pd Elly Schlein, «lo ha detto benissimo il sindaco di Milano Sala. È una milizia armata che sta uccidendo a sangue freddo cittadini Usa per strada. Sosteniamo le manifestazioni che chiedono di levare l’Ice dalle strade. Se per Piantedosi non è un problema, per noi è un problema». «Non c’è spazio in Italia», dice il sindaco di Firenze Sara Funaro, «per chi calpesta i diritti umani. Non si può restare in silenzio di fronte all’arrivo di un corpo militare aggressivo come l’Ice». Non poteva farsi scappare l’occasione di un bel flash mob davanti all’ambasciata americana il segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «I Giochi di Milano-Cortina», sentenzia, «non possono essere la passerella delle squadracce di Trump». «È auspicabile», ha commentato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Giuseppe Baturi, «che la garanzia dell’ordine pubblico nel nostro Paese sia affidata alle forze italiane». «Ho letto la notizia», commenta il Segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin, «so che c’è una polemica al riguardo. Non vogliamo entrarci». Un barlume di razionalità arriva dal portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi: «Si sta facendo propaganda politica becera», dice Nevi ad Agorà, su Rai Tre, «che sfrutta degli eventi accaduti negli Stati Uniti per fare caciara in Italia, sfruttando il dramma di Minneapolis a fini politici. L’Ice non verrà in Italia per le Olimpiadi, verranno agenti dell’intelligence che non c’entrano niente con quelli dell’anti immigrazione di Minneapolis, aspetto questo chiarito benissimo dal ministro Piantedosi».
Come spesso capita, la farsa è in agguato. In Aula, rispondendo al senatore di Iv Ivan Scalfarotto, il presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, Alberto Balboni (Fdi), ha dichiarato: «Il collega Scalfarotto si chiedeva da chi saranno protetti gli sportivi dell’Iran. Basta fare una ricerca su Internet e lo scopre: dai Pasdaran», ha detto Balboni, «cioè da coloro che hanno massacrato 30.000 giovani in Iran, di questo non vi scandalizzate». L’ambasciata iraniana in Italia ha smentito su X, auspicando che «prima di qualsiasi analisi o presa di posizione politica, venga verificata la veridicità delle notizie».
«Ho citato semplicemente una cosa che ho letto su fonti aperte», ha chiarito ieri Balboni all’Adnkronos, «in cui si dice che il compito di scortare gli atleti iraniani è sempre stato svolto dai Pasdaran, ma certo non mi riferivo direttamente a queste Olimpiadi». Ma il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, si è perso qualche passaggio: «Giorgia Meloni», è stato il monito di Bonelli, «neghi l’ingresso in Italia all’Ice e ai Pasdaran. L’Italia non può diventare il terreno di conquista di milizie straniere, tagliagole e assassini. Non li vogliamo». Infatti, non ci saranno. A Bonelli la prima medaglia d’oro delle Olimpiadi: quella della distrazione.
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Ansa
Sabato a Milano il presidio contro la presenza dei poliziotti Usa. Non sarebbe meglio contestare i pusher del bosco di Rogoredo?
Gli italiani si sentono insicuri e si dicono preoccupati per l’aumento della criminalità. E la sinistra che fa? Fischietta. Sì, siamo di fronte al paradosso che più cresce l’allarme per ciò che accade nelle nostre città e più il Pd e i suoi compagni parlano d’altro, approfittando di ogni occasione per fare un po’ di propaganda. L’ultimo esempio lo abbiamo a Milano. L’altra sera uno spacciatore, già noto alle forze dell’ordine per vari reati, è stato ucciso da un agente in servizio antidroga. Il poliziotto insieme a un collega ha intimato l’alt a un giovane e quest’ultimo, invece di fermarsi, ha impugnato un’arma. La reazione di uno dei componenti della pattuglia è stata inevitabile e un proiettile ha colpito alla testa il marocchino, uccidendolo all’istante. Invece di chiedersi perché, nonostante gli sforzi per liberare un’area di spaccio alle porte del capoluogo lombardo, ci siano ancora zone interdette alle forze dell’ordine dove le organizzazioni criminali dettano legge, la sinistra che fa? Innanzitutto, si guarda bene dall’esprimere solidarietà all’agente, che per prima cosa è stato indagato dalla Procura.
Poi, al posto di reclamare espulsioni più rapide per spacciatori e rapinatori, e organizzare un presidio per riconsegnare alla collettività e alla legalità un parco che è definito il «boschetto della droga», Pd e compagni organizzano per il 31 gennaio una manifestazione in piazza per contestare la presenza a Milano degli agenti dell’Ice. Si tratta della famigerata polizia americana, che a Minneapolis è stata protagonista di due sparatorie in cui sono morti due cittadini, un’attivista e un infermiere, pure lui attivista dei diritti civili. Certo, in Minnesota gli uomini dell’Immigration and customs enforcement non hanno fatto una bella figura. Con i loro metodi brutali e violenti hanno terrorizzato molti, anche in Italia. Ma i funzionari dell’Ice che arriveranno (se arriveranno) al seguito dei componenti della delegazione americana ai Giochi invernali non si occuperanno di immigrati e di scorte, svolgeranno un’attività di informazione all’interno del Consolato degli Stati Uniti.
Come sempre accade, quando ci sono missioni diplomatiche straniere che giungono nel nostro Paese, ai servizi di sicurezza italiani si affiancano quelli degli altri Stati. Succede con l’America, ma anche con tutte le altre delegazioni. Fa parte della collaborazione fra Paesi. Quando Giorgia Meloni si reca a Washington non scende dalla scaletta dell’aereo della presidenza del Consiglio senza la sua scorta. Gli agenti della nostra intelligence affiancano gli uomini messi a disposizione dagli Stati Uniti. E così è accaduto anche di recente, quando il premier ha visitato una serie di Paesi in Medio Oriente e in Asia, a cominciare dall’Oman per finire con Corea del Sud e Giappone. Dunque, qual è il problema se alcuni funzionari dell’Ice, che è un’agenzia federale e non una milizia privata di Donald Trump come sostiene il sindaco Beppe Sala, giungeranno al seguito di esponenti dell’amministrazione degli Stati Uniti? Gli agenti non saranno in assetto da guerra e nemmeno da guerriglia. Dunque, perché agitarsi per dieci o venti uomini dell’Immigration and customs enforcement?
Sarebbe legittimo darsi pena per il crescente allarme per la sicurezza nelle nostre città, di recente certificato anche da un sondaggio di Nando Pagnoncelli. Se il 44% degli italiani chiede un inasprimento di pene per furti e scippi, mentre il 41% maggiori divieti per il porto di armi bianche e il potenziamento dei centri di trattenimento dei clandestini, anche a sinistra dovrebbero comprendere che il tema della sicurezza attraversa l’intero elettorato, a prescindere dalle intenzioni di voto degli italiani. Invece i progressisti fischiettano. E così tutti i partiti dell’opposizione, insieme all’Anpi, alla Cgil e all’Arci, sabato 31 gennaio si ritroveranno in Piazza XXV aprile a Milano. Chi parteciperà al raduno sarà armato di fischietto, che verrà usato per contestare le «squadracce» di Trump. Immagino l’allarme che tutto ciò provocherà alla Casa Bianca e anche la preoccupazione che genererà nella dozzina di funzionari Ice in trasferta a Milano. Piccola domanda: ma non era meglio convocare l’Anpi, la Cgil, l’Arci e tutta la compagnia bella della sinistra per una manifestazione da tenersi nel boschetto di Rogoredo, dove gli spacciatori ogni giorno la fanno da padroni? Non sarebbe meglio fischiare ai criminali sotto casa nostra invece di contestare gli agenti che stanno dall’altra parte del mondo?
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