Giù le previsioni di crescita nel 2026: appena +0,9% (Italia ultima a +0,5%). Non dipende da noi, ma (dicono i contabili) dalla guerra nel Golfo. Eppure sul 3% non si discute. Lo sfora la Germania? Niente infrazione.
L’Europa assomiglia a un medico che dopo aver visitato il paziente prescrive una surreale ricetta: «Lei è messo male, ma niente antibiotici. Solo una passeggiata. Vedrà che starà meglio». Il paziente è l’Italia. Il medico è la Commissione europea. Le previsioni economiche di primavera diffuse da Bruxelles sono un capolavoro di schizofrenia burocratica. Da una parte confermano tutto quello che Roma denuncia da mesi per chiedere una deroga al Patto di stabilità.
Dall’altra però la risposta non cambia: prudenza e rigore. Giorgia Meloni non ci sta. A Brescia, dove partecipa all’evento di Coldiretti, dice: «Non ho cambiato idea sulle spese della difesa. Però, se non siamo in grado di difendere cittadini e nostre imprese, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere». Il ministro Giorgetti intervenendo in video-conferenza al Festival dell’Economia del Sole 24 Ore resta positivo: «Questi negoziati sono lunghi, richiedono tante spiegazioni in sedi anche non ufficiali. Il mio ottimismo deriva da razionalità della nostra proposta».
Il documento della Commissione conferma un’Europa che rallenta vistosamente perché la guerra in Iran ha trasformato il petrolio in un ordigno geopolitico. Crescita più bassa, energia più cara, inflazione in salita e rischio che la Bce torni a fare la voce grossa con i tassi. Esattamente quello che il governo italiano sostiene da settimane. Bruxelles annuisce, prende appunti e poi risponde con l’entusiasmo di un bancomat senza contanti: «Operazione non consentita». I numeri sono quelli che sono. La crescita nel 2026 sarà solo dello 0,9%. In autunno fa la previsione era dell’1,2%. Tre decimali sembrano poca cosa. In realtà sono miliardi svaniti come granite ad agosto. Per il 2027 Bruxelles prevede un leggero miglioramento: 1,2%. Sempre che nel frattempo il Medio Oriente non diventi una gigantesca stazione di servizio in fiamme. L’Italia riesce a fare peggio della media europea. Crescerà dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. Insomma non una recessione, ma una forma avanzata di immobilismo motorizzato. Non c’è crescita. Un galleggiamento senza una direzione precisa. Come un pedalò dimenticato in mare nella bonaccia di Ferragosto. E mentre il Pil procede con l’energia di un bradipo sedato, il debito pubblico continua invece a correre come un motorino: 139,2% del Pil entro il 2027. Qui arriva la scena madre. Perché nello stesso momento in cui l’Italia diventa campione europeo del debito, la Grecia ci sorpassa nella gara del risanamento. Sì, proprio la Grecia. Quella che quindici anni fa veniva descritta come il laboratorio della catastrofe occidentale. Quella dei memorandum, della troika, dei pensionati disperati davanti ai bancomat. Atene riduce il debito dal 147,6% al 134,4%. Noi invece saliamo.
È come svegliarsi una mattina e scoprire che il compagno ripetente della scuola è diventato chirurgo cardiovascolare mentre tu sei diventato un anonimo colletto bianco. Ma il vero spettacolo arriva quando la Commissione spiega perché l’Italia soffre più degli altri. Scrive che il nostro sistema energetico dipende ancora troppo dal gas. In Spagna le rinnovabili proteggono meglio i prezzi. Germania e Olanda stanno nel mezzo. L’Italia invece è il «caso estremo». Appena il gas starnutisce, le bollette vanno in terapia intensiva.
La soluzione sarebbe logica: lasciamo all’Italia un po’ più di margine di bilancio per affrontare l’emergenza.
E invece no. Per il commissario all’economia Valdis Dombrovskis bisogna agire «con prudenza». Nel frattempo però succede una cosa curiosa. Come sempre ai danni dell’Italia. Perché mentre Bruxelles spiega a Roma che non ci sono spazi fiscali, metà continente sfonda tranquillamente i parametri. Ben 13 Paesi su 27 avranno un rapporto deficit/Pil sopra il 3% sia nel 2026 sia nel 2027. Tredici. Praticamente la metà dell’Unione. Austria, Belgio, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Sembra l’elenco delle nazionali iscritte alle qualificazioni per i prossimi Campionati Europei. Eppure il problema strutturale resta sempre l’Italia sospesa nel vuoto.
Nel 2027 finirà la spinta del Pnrr. Gli investimenti rallenteranno. Bruxelles avverte che la spesa pensionistica salirà per effetto dell’inflazione. Arriverà al 3,2% prima di scendere all’1,8%. La crescita resterà inchiodata vicino allo zero.
Il tutto mentre la Bce potrebbe alzare i tassi proprio a causa dell’inflazione energetica provocata dalla guerra. Che è esattamente il motivo per cui Roma chiede flessibilità.
Poi il capolavoro finale. Il pezzo che nemmeno la migliore satira avrebbe osato inventare.
Secondo il quotidiano Handelsblatt la Germania eviterà la procedura europea per deficit eccessivo anche se il suo disavanzo supererà il famoso tetto del 3%. Motivo? Perché probabilmente non riuscirà a spendere tutti i soldi stanziati. Geniale.
L’Italia chiede flessibilità perché deve spendere per salvare famiglie e imprese dal caro energia. Risposta: attenzione ai conti. La Germania invece evita la procedura perché non riesce a spendere abbastanza velocemente. Che dire? È il trionfo della metafisica contabile.
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Parlamento europeo (Ansa)
Bruxelles vede nero sul 2026 eppure chiude a deroghe al Patto. Niente intesa sull’immigrazione. Fabrizio Palenzona: «L’euro è stato un salto nel buio».
Hai voglia a dibattere su quale futuro politico per l’Europa: fintanto che vince la logica del fanatico rispetto di regole contabili, non ci sarà alcuna evoluzione politica. E allora a quel punto tocca ai governi decidere che cosa fare: morire o sopravvivere negli interstizi che la globalizzazione apre. Meno male che qualcuno comincia ad aprire gli occhi e la bocca anche di fronte a platee finora sempre ossequiose.
Sentite cos’ha detto ieri al Festival dell’Economia di Trento Fabrizio Palenzona, chairman di Prelios Group: «L’euro è stato un salto nel buio che ci è costato carissimo: avevamo l’ambizione di stare insieme agli altri ma non abbiamo avuto una classe politica idonea per garantire un passaggio che non ammazzasse l’Italia, come poi è avvenuto». Mentre Palenzona ragionava a voce alta su euro e crisi dei partiti, proprio dalla Commissione europea arrivavano i dati sulle previsioni di crescita di primavera: la crisi penalizza particolarmente l’Italia, collocandoci ultimi per crescita economica e primi per debito pubblico. Si tratta di una doccia fredda? Non per noi, che più di una volta abbiamo criticato e alzato la voce nei confronti del governo Meloni, senza pregiudizi di ostilità ma con l’atteggiamento di chi invitava l’esecutivo a rompere il gioco ordinato da Bruxelles e provare a impostare uno spariglio.
Se oggi siamo in questa condizione è anche perché non si è avuto il coraggio di cambiare lo schema, nonostante persino da fronti economici importanti - penso a Confindustria o a Coldiretti - giungessero inviti a non omologarsi acriticamente alle regole europee. Dovevamo dunque arrivare alla situazione limite dove comprare le armi parrebbe prioritario rispetto ad aiutare famiglie e imprese sul fronte dei rincari energetici. E dobbiamo ancora una volta sentire il sermone del solito Valdis Dombrovskis, pretoriano del fanatismo contabile anche rispetto ai risvolti delle guerre in Ucraina e in Iran: «Stiamo conducendo delle valutazioni per capire cosa si può fare nell’ambito del nostro quadro di bilancio. Ma ovviamente questo è collegato a un secondo punto importante: abbiamo meno margine di manovra di bilancio rispetto alla crisi precedente. Ciò richiede quindi prudenza fiscale, in particolare per i Paesi fortemente indebitati». Dombrovskis ci sta dicendo in poche parole che semmai ci daranno qualcosa si tratta di briciole e che comunque ce le farebbero pagare pesantemente. Dunque, se Meloni o Giorgetti o altri contano di restare all’interno della liturgia del Patto di stabilità, si preparino a spiegare agli italiani perché il governo fa poco o nulla per i cittadini.
L’altro giorno c’è stato un po’ di parapiglia per la minaccia di rivedere l’impegno di spesa del 5% per le armi? Bene: il governo risponda alla Commissione e al potente commissario con piglio del pirata. L’Italia non spende in armi, ma va a deficit per arginare l’impazzimento dei prezzi dell’energia. Bruxelles aggraverebbe la nostra posizione rispetto alla procedura di infrazione in corso? Beh, allora cominciamo a giocare tutti pesante, partendo dalla considerazione che tutti i Paesi dell’Unione sono sotto procedura di infrazione, e che quelli per disavanzo eccessivo sono nove, dato che all’ultimo giro è stata aggiunta la Finlandia. Se vogliono la prova muscolare, allora che lo sia fino in fondo, anche a costo di usare il diritto di veto per difendere gli interessi nazionali. A proposito di infrazioni, chi l’ha fatta franca è la Germania. Non è la prima volta che coi tedeschi la manica della Commissione si allarga, già era successo negli anni passati rispetto al mancato sanzionamento di Berlino per il prolungato surplus della bilancia commerciale, che non violando espressamente i Trattati non espone a sanzioni automatiche ma solo discrezionali, sebbene generi pesanti squilibri macroeconomici e asimmetrie di mercato, sempre a vantaggio della Germania.
Anche stavolta ai tedeschi viene risparmiata una procedura di infrazione per deficit eccessivo, nonostante le recenti manovre superino - nello stanziamento - significativamente il limite del 3% del Pil. Sarà il premio per gli investimenti massicci in armi, ossia la linea produttiva che riconverte le industrie in crisi? Certo che sì. La decisione a favore della Germania non è un passaggio politico neutro, quanto una indicazione precisa che parte da Bruxelles. E non è stata l’unica: pure il patto sui migranti ha ricevuto uno stop pesante, nel senso che è mancata l’intesa sul regolamento che dovrebbe disciplinare i rimpatri. Si tratta di un (altro) no contro l’Italia, uno dei Paesi che accoglie il maggior numero di migranti. La legge in questione, se approvata, avrebbe concesso ai Paesi la possibilità di inviare gli stranieri a cui è stato ordinato di lasciare il territorio dell’Ue verso quei «centri di rimpatrio» individuati in paesi extra-Ue: il modello Albania, per intenderci, contro cui si sono mosse alcune organizzazioni umanitarie. L’Europa la sta dando vinta a costoro.
Ricapitolando. Se l’Europa non vuole che i governi aiutino famiglie e imprese contro il caro energie, e non vuole nemmeno soluzioni rispetto alle espulsioni, cosa aspetta il governo italiano a essere pienamente sovranista? E rispondere a muso duro a Bruxelles, minacciando non solo di allargare il deficit ma anche di usare sistematicamente il potere di veto per far capire che a Roma non si scherza più? Qui c’è in ballo la sicurezza nazionale.
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Ansa
Lite tra Consiglio e Parlamento sulla data di applicazione. Altro trilogo a inizio giugno.
Tutto bloccato, ancora una volta: le cervellotiche (per essere generosi) procedure che regolamentano l’Unione europea insabbiano anche l’importantissimo regolamento Rimpatri, che sembrava finalmente pronto a entrare in vigore dopo che Parlamento europeo e Consiglio avevano raggiunto un accordo politico provvisorio al termine del terzo trilogo, ovvero il negoziato interistituzionale informale che riunisce rappresentanti del Parlamento europeo, del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione europea, sull’argomento.
L’accordo ha l’obiettivo di superare l’attuale direttiva sui rimpatri, che ha dimostrato tutta la sua inefficacia: oggi solo il 20% delle persone destinatarie di un provvedimento di rimpatrio lascia effettivamente il territorio dell’Unione. Il nuovo regolamento introduce quindi un sistema europeo più uniforme, rapido ed efficace per l’esecuzione dei rimpatri dei cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto a restare in Europa.
Tra le novità introdotte dal nuovo regolamento, la possibilità di effettuare rimpatri verso Paesi terzi sulla base di accordi con gli Stati membri oppure con la Ue, compresi i cosiddetti «return hubs», strutture collocate in Paesi terzi dove i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio possono essere trasferiti temporaneamente prima del completamento del ritorno verso il Paese di origine, a eccezione dei minori non accompagnati. Si tratta di uno dei dossier più importanti della legislatura in materia migratoria e di un tassello fondamentale per completare il nuovo quadro europeo su migrazione e asilo.
Tra gli altri elementi principali dell’intesa troviamo l’obbligo per i cittadini di Paesi terzi destinatari di una decisione di rimpatrio di cooperare con le autorità competenti; la possibilità di trattenimento fino a 24 mesi nei casi di mancata cooperazione, rischio di fuga o minaccia alla sicurezza; norme più rigorose per i soggetti che rappresentano un rischio per la sicurezza pubblica; un maggiore sostegno finanziario e operativo da parte dell’Ue e delle sue agenzie agli Stati membri. Molto importante anche il punto in cui si chiarisce che la sospensione del rimpatrio non è automatica in caso di ricorso, e che essa può essere concessa solo su richiesta del cittadino del Paese terzo interessato e previa valutazione dell’autorità competente, il che contribuisce a limitare gli abusi procedurali. L’accordo rafforza, inoltre, la dimensione esterna della politica migratoria europea, collegando maggiormente la cooperazione sui rimpatri e sulla riammissione agli strumenti di politica estera, visti, commercio e cooperazione con i Paesi terzi. L’introduzione della base giuridica europea per i «return hubs» conferma che l’approccio sostenuto dall’Italia negli ultimi anni sta diventando parte integrante della politica migratoria europea, basata su controllo delle frontiere, lotta ai trafficanti e rimpatri effettivi.
Tutto bene dunque? Manco per niente: ieri l’Ansa ha reso noto che i negoziatori del Parlamento europeo e del Consiglio non sono riusciti a trovare un accordo definitivo sul nuovo regolamento Rimpatri. Motivo del contendere, pensate un po’, la data di applicazione delle nuove disposizioni. La Germania ha proposto un’entrata in vigore immediata, ma con un differimento dell’applicazione di alcuni articoli; secondo i negoziatori del Parlamento, questa soluzione creerebbe un caos amministrativo per gli Stati membri e per le persone interessate. Il Consiglio ha chiesto un’entrata in vigore immediata degli articoli relativi all’emissione delle decisioni di rimpatrio e ai centri di rimpatrio, rinviando l’entrata in vigore di tutti gli altri, mentre il Parlamento non ha accettato questa proposta. Tutto rimandato a un nuovo trilogo, in programma all’inizio di giugno. Siamo di fronte, come è evidente, a uno stallo che blocca (speriamo ancora per poco) un regolamento di estrema importanza, cosa che del resto accade spesso e volentieri. Fino a quando le procedure europee saranno così farraginose, sarà impossibile prendere tempestivamente decisioni di estrema importanza per la vita di tutti i cittadini dell’Unione.
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Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.

Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
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