Giuseppe Giangrande
Il maresciallo costretto a vivere su una sedia a rotelle dopo l’attentato del 2013 davanti a Palazzo Chigi: «Ho aderito all’appello della “Verità”. Gli agenti non sono tutelati e le espulsioni non vengono eseguite. Il pacchetto sicurezza del governo ci voleva».
Il prossimo settembre compirà 63 anni il maresciallo in congedo Giuseppe Giangrande. Originario di Monreale (Palermo), inviato di rinforzo a Roma dal Battaglione carabinieri Toscana, la sua vita fu stravolta la mattina del 28 aprile 2013 mentre prestava servizio d’ordine davanti a Palazzo Chigi nel giorno dell’insediamento del governo Letta.
Un suo quasi coetaneo, Luigi Preiti di 49 anni, all’improvviso si mise a sparare contro i carabinieri e il primo a essere colpito, al collo, fu Giangrande; poi l’uomo, arrivato quella stessa mattina dalla Calabria, ferì a una gamba il carabiniere scelto Francesco Negri, allora trentenne e ne sfiorò altri due. Voleva colpire dei politici, «in testa avevo Berlusconi, Bersani o Monti, erano loro i miei obiettivi», disse Preiti che sta terminando di scontare 16 anni di reclusione. Uscirà quest’anno.
Ha ripetuto che non aveva nulla contro i carabinieri, ma Giangrande da quel giorno è rimasto tetraplegico. Per le gravissime lesioni permanenti ha affrontato lunghe cure, è stato parecchio tempo ricoverato. Vive a Prato accudito dalla figlia Martina, 35 anni, e circondato dalla solidarietà di tante persone che lo aiutano ad affrontare i gravi problemi fisici e l’hanno sostenuto pure economicamente.
Maresciallo, ha saputo della sottoscrizione aperta dalla Verità?
«Certo, anch’io ho mandato il mio contributo. I carabinieri sono molto solidali tra di loro. E se c’è tanta generosità è perché i cittadini sono vicini alle forze dell’ordine».
La colpirono «per sbaglio», ma per quel proiettile esploso a breve distanza rimase invalido a 50 anni.
«È il nostro lavoro, sappiamo che è pieno di rischi. Ho solo svolto il mio dovere. Purtroppo abbiamo a che fare con gente priva di scrupoli: persone che sanno che cosa facciamo noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro. Le forze dell’ordine non sono sufficientemente tutelate, chi delinque rimane sul nostro territorio e i decreti di espulsione non vengono eseguiti. La pena deve essere certa e sicura, anche se il governo sta facendo molto con il pacchetto sicurezza, che a oggi mancava».
Lei si è sentito tutelato?
«Dall’Arma sì. E continuo a sentire il sostegno dei cittadini di Prato, così pure di ogni parte d’Italia. Non si sono dimenticati di me, questo dà forza. Anche il vicebrigadiere Emanuele Marroccella non si sentirà solo dopo tanta solidarietà dimostrata. Però carabinieri e poliziotti devono sentirsi tranquilli di operare e intervenire sul territorio nei termini di legge».
Preiti ha chiesto più volte di incontrarla, lei ha detto no.
«Assolutamente no. Nella sua incoscienza ha voluto fare del male, in reazione al suo fallimento economico, sociale, affettivo. Se i militari della mia squadra non fossero intervenuti poteva essere una strage perché quell’uomo aveva altri 50 proiettili nel borsello, oltre a quelli nel caricatore di una pistola comprata al mercato nero, con la matricola abrasa».
Posso chiederle come sta fisicamente?
«Ogni giorno c’è una guerra da combattere, le lesioni che ho riportato, non solo quella più grave alla spina dorsale, mi hanno reso molto fragile. Però reagisco, mi muovo sulla sedia a rotelle, vado nelle scuole dove sono invitato a parlare con i ragazzi di legalità, di come combattere droghe e bullismo».
A darle forza è anche sua figlia Martina, che l’aveva risvegliata dal coma farmacologico. E che ha scelto di restarle accanto.
«Mi sento colpevole nei suoi confronti perché le ho strappato la gioventù. Mia moglie era morta per un infarto due mesi prima che venissi colpito a Roma, Martina continua a vivere con me. Ha il suo lavoro e io sono l’altro suo impegno, svolto con devozione e amore».
«Posso ritenermi fortunata perché mio padre è con noi: parliamo tanto e a volte litighiamo, anche se purtroppo da quel giorno è rimasto tetraplegico», aveva scritto sua figlia a Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore colpito per errore da un proiettile nel 2019.
«Insieme avevamo aggiunto: “Noi abbiamo avuto il supporto dell’Arma che non ci ha mai lasciato soli e ci ha supportato in tutto e per tutto. Ricorda Manuel, potrai fare tutto quello che vorrai, perché le barriere ce le creiamo solamente noi nella nostra testa, ma possiamo fare tutto: basta volerlo ed essere sostenuti dalle persone che ci vogliono bene”».
I suoi colleghi dicono che lei era uno sportivo, sempre in allenamento. Sarà dura guardarsi indietro, inchiodato su una sedia a rotelle e con problemi nei movimenti.
«Quello che mi pesa di più è non aver mantenuto la promessa a mia figlia di portarla a Parigi con me. Non posso prendere un aereo per la lesione provocata anche a un polmone, in auto non se ne parla. Nemmeno questo piccolo gesto ho potuto fare per Martina e questo, sì, è un dolore».
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La villetta di Jonathan Rivolta a Lonate Pozzolo. Nel riquadro, Adamo Massa (Ansa)
Le incredibili parole del cugino dell’uomo pugnalato per legittima difesa fanno capire come per questa gente il crimine sia diventato la normalità. Intanto il giornale dei vescovi attacca il governo che cerca di rimediare.
«Era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». Ovvio. Tutti scassiniamo le porte delle villette e freghiamo l’argenteria mentre i proprietari sono fuori casa. Tutti, una volta beccati mentre stiamo svaligiando l’appartamento, invece di alzare le mani, arrendersi o scappare, reagiamo aggredendo a pugni in faccia chi ci ha sorpresi. Tutti poi abbiamo una fedina penale lunga un metro e ce ne andiamo a spasso con complici che ci scaricano in strada, lasciandoci davanti al pronto soccorso prima di darsela a gambe levate. Sì, Adamo Massa, il rom ucciso durante un tentativo di furto a Lonate Pozzolo, era proprio un tipo normale, che faceva quello che fanno tutti. «Rubare era il suo lavoro», ha spiegato il cugino.
Capisco che i parenti stretti piangano il defunto. Capisco anche che siano addolorati per quei bambini rimasti orfani. Ma sostenere che il sinti ucciso fosse un tipo normale, che si aggirava fra le casette di periferia per lavorare, come fan tutti, mi risulta difficile. I precedenti penali dimostrano piuttosto che non era un rapinatore improvvisato. Secondo i carabinieri faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine di anziani, colpiti nelle loro abitazioni. Pare che di volta in volta si spacciasse per tecnico del gas, oppure per uomo delle forze dell’ordine. Convinceva le vittime a farlo entrare in casa dove, una volta dentro, svaligiava i poveretti di gioielli e risparmi per poi darsi alla fuga con la refurtiva. Quando nel 2018 i militari dell’Arma lo agguantarono, durante le perquisizioni trovarono mezzi con targhe contraffate, sirene e lampeggianti, radio ricetrasmittenti per ascoltare le comunicazioni della polizia, parrucche, casacche e divise. Ma soprattutto scovarono 25.000 euro in contanti, frutto dell’attività criminale, che era talmente ben avviata da disporre di una specie di garage-camerino, dove la banda preparava i colpi, predisponendo la sceneggiata per raggirare i malcapitati.
Insomma, il suo lavoro – quello rivendicato dal cugino - consisteva nel truffare e derubare le persone. «Perché? Perché me l’hanno ammazzato»,” ha chiesto la madre. La risposta è nella fedina penale del rom. Perché ha provato a svaligiare una villetta pensando che non ci fosse nessuno e invece si è trovato davanti un giovane. Avrebbe potuto arrendersi, oppure scappare, invece ha colpito il padrone di casa con una gragnola di pugni, provocandogli anche una ferita alla testa. E la vittima, invece di soccombere davanti all’aggressione, impugnava un coltello e lo ha usato per difendersi. «Non è giusto», ha detto il cugino di Adamo Massa, quello secondo cui il rapinatore era un tipo normale, che era lì, a Lonate Pozzolo, per lavorare. «Non è giusto essere ammazzati». Certo, siamo d’accordo, ma non è giusto nemmeno rubare e aggredire le vittime che non ci stanno a vedersi svaligiare la casa. E purtroppo, come da tempo cerchiamo di spiegare, è il delinquente che entrando in un’abitazione o in un negozio per saccheggiarli si assume il rischio di una reazione. Non può essere la vittima a salire sul banco degli imputati. È il criminale a mettere in pericolo la vita dei derubati prima ancora che la propria. E se ci scappa il morto la colpa non può che essere unicamente del balordo.
Le giustificazioni dei parenti di Massa, tuttavia, mettono in luce un aspetto che non si può e non si deve sottovalutare. Nei campi rom c’è chi pensa che rubare sia un lavoro. E che la reazione, anche violenta, a una rapina non sia contemplata: la vittima deve subire, non certo reagire. Ed è altrettanto evidente che troppo spesso i campi rom sono centri di illegalità, luoghi dove la legge non esiste e dove i malviventi godono dell’impunità. A loro di sicuro non tolgono i bambini perché non hanno il bagno in casa. Nelle loro baracche possono nascondere ogni cosa e nessuno ne chiede conto. Di recente, un turista straniero a cui avevano rubato la valigia, grazie a un Gps ha individuato l’accampamento in cui era finita, ma i vigili non hanno potuto recuperarla, come se il campo godesse del privilegio dell’extraterritorialità. Sì, è tutto incredibile, come solo in questo Paese può accadere. Rubare è rivendicato, nel silenzio generale, come un lavoro. Le baracche dei rom sono inviolabili. Le donne possono borseggiare a piacimento senza finire in galera, i figli vengono cresciuti nell’illegalità. E quando il governo, per garantire la sicurezza dei cittadini, vara un pacchetto di misure per combattere la criminalità, il giornale dei vescovi vi si mette contro. I titoli di Avvenire ieri sembravano quelli del Manifesto, con accuse di incostituzionalità e di criminalizzazione del dissenso. Poi uno si domanda perché le chiese si svuotino e perché gli elettori si buttino a destra.
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(IStock)
Questa truffa sulle liste di attesa serve solo per far raggiungere alle Asl gli obiettivi previsti e ai manager i relativi bonus. C’è materiale perché i pm indaghino: come mai non lo fanno?
Come se non bastassero le liste di attesa, ci sono anche le truffe sulle liste di attesa. Di che si tratta? In molte Asl si fissano esami, che sono molto urgenti, a distanza di mesi o anni, ma sulla prenotazione, per pararsi le terga, si scrive che il paziente ha rifiutato una data precedente. Ebbene, con questo escamotage i manager incassano i premi ma il paziente, in realtà, quella proposta non l’ha mai ricevuta. È qui che i manager incassano perché in questo modo si aggira la legge da una parte e dall’altra si taroccano le statistiche. In altri termini funziona così: «Io ti avevo proposto una data precedente ma, avendola tu rifiutata, ho dovuto dartene una molto più lontana».
Questa fogna è stata scoperta da Mario Giordano, e dalla trasmissione Fuori dal Coro, che l’ha brevemente illustrato ieri su questo giornale. Ha raccontato della signora Marisa che vive a Ischia e ha un figlio di 19 anni di nome Riccardo, con un grave problema agli occhi, che dovrà fare un trapianto di cornea e che, rivoltosi all’Asl il 12 dicembre 2025, gli è stato fissato l’esame il 7 gennaio 2027. Sul foglio di prenotazione c’è scritto: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per giovedì 26 marzo 2026» ma, come scrive Giordano, «con un piccolo particolare: Marisa e Riccardo non hanno mai rinunciato a quella visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. Li hanno presi in giro».
Di questi casi Giordano ne ha trovati, insieme alla sua brillante redazione, decine e nell’articolo si è rivolto al ministro della Sanità per chiedere conto di tutto questo. Io mi voglio rivolgere a un altro interlocutore che, con tutto questo materiale potrebbe intervenire e aprire un’indagine: il pubblico ministero, il cosiddetto pm. È successo altre volte e, dunque, ci sono precedenti di inchieste giornalistiche, divulgate dalla stampa o sulla televisione, che abbiano costituito materiale sufficiente perché i pm aprissero un fascicolo, iniziassero un’indagine che, tra l’altro, spesso, ha portato all’incriminazione dei soggetti indicati da chi aveva svolto l’inchiesta giornalistica; come si dice in gergo, «il precedente non manca».
In Italia, infatti, a nome del Codice di procedura penale e secondo il diritto processuale penale, a norma dell’articolo 335, appena ricevuta una notizia di reato (in gergo detta notitia criminis), cioè un’informazione che il pm riceve su fatti e circostanze che potrebbero costituire un reato, avvia le indagini preliminari e, magari, l’azione penale. Questa avviene dopo una denuncia, un referto o un’informativa della polizia giudiziaria e viene iscritta in un apposito registro. A mio modesto avviso, questi servizi potrebbero essere acquisiti dal pm attraverso la polizia giudiziaria per dare inizio, dopo le adeguate verifiche, alle indagini vere e proprie. In Italia esiste anche l’«obbligatorietà dell’azione penale» imposta al pm dall’articolo 112 della Costituzione. Esso impone al pm il dovere di avviare le indagini una volta che riceve una notitia criminis. Si è dibattuto molto in Italia su questo articolo-principio, soprattutto per i criteri di priorità e per la mancanza di risorse per le quali i pm non possono dare corso a tutte le notizie di reato ma, in questo caso specifico, si tratta di casi urgenti nei quali vi è in gioco la perdita di funzioni vitali e cognitive del corpo umano, quindi, non c’è dubbio che la priorità sia assolutamente assodata. Proprio per questo è utile citare l’articolo 112 della Costituzione che recita: «Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». È vero che il pm non può avviare le indagini se non viene a conoscenza di un fatto che potrebbe costituire reato - ovviamente -, ma nel caso in cui ne venisse a conoscenza, può avviare l’azione penale anche senza attendere una denuncia. Quest’azione non è discrezionale salvo, ovviamente, ciò che è stato oggetto di dibattito e cioè la priorità di alcune azioni su altre e le risorse a disposizione perché il pm possa occuparsene.
Ci pare che, nel caso descritto, la polizia giudiziaria possa acquisire questo materiale come notitia criminis da consegnare al pm stesso. È pur vero che il ministero della Salute ha poteri ispettivi e talora anche commissariali, cioè può inviare un commissario là dove, detto in termini semplici, c’è puzza di bruciato. In questo caso non c’è puzza di bruciato, c’è un incendio in cui vengono bruciati i diritti alla salute dei cittadini italiani per scopi ignobili e cioè di riscossione, da parte dei manager pubblici, di premi per l’efficienza delle strutture da loro gestite.
Peccato che, in questo caso, l’efficienza sia falsa o, meglio, falsata. In questo frangente ci preoccupa di più la possibilità che cittadini italiani siano privati del diritto alla salute con gravi conseguenze, come la perdita della vista nel caso che abbiamo citato all’inizio della signora Marisa e di suo figlio Riccardo di 19 anni, che una vera e propria truffa. Ovviamente attendiamo l’indagine della magistratura per confermare questa asserzione, per confermare la presenza di un reato molto grave.
Chi ripagherà questo ragazzo di 19 anni che rischia di perdere la vista? Chi ripagherà Liliana, che vive a Reggio Calabria, cardiopatica invalida che ha bisogno urgente di una visita pneumologica e che si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025 vedendosi concedere solo il 24 marzo 2026 la visita stessa? Anche in questo caso, come scritto da Giordano, «sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: l’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025. Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha proposta». Non c’è materiale a sufficienza perché qualcuno si sbrighi a denunciare questi fatti in modo che il pm possa procedere contro - se tutto verrà confermato dalle indagini stesse e dal rinvio a giudizio che ne seguirà - questi farabutti?
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Matteo Salvini. Nel riquadro, Jonathan Rivolta (Ansa)
- Matteo Salvini: «Una morte è sempre una sconfitta, ma non si può attaccare quel ragazzo».
- Un diciottenne egiziano pugnalato in classe da un diciannovenne marocchino a La Spezia. La vittima è deceduta in serata. Indagini sul movente. Valditara: «Gravissimo».
Lo speciale contiene due articoli.
Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa.
Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure.
Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. Se i rapinatori e i ladri facessero un mestiere onesto non rischierebbero di morire».
Lite tra nordafricani: ucciso a scuola
È mezzogiorno appena passato quando in un’aula dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, mentre il professore sta facendo lezione, uno studente di 18 anni di origini egiziane viene accoltellato da un compagno diciannovenne (origini marocchine ma nato in Italia), che si era portato da casa nello zaino un coltello da cucina. E, per questo, gli inquirenti, che l’hanno subito arrestato, hanno pensato di contestargli il tentato omicidio aggravato dalla premeditazione. Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
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