I precursori di questo distillato a base di orzo e frumento fermentati (e aromatizzati al ginepro) si possono rintracciare nella nostra penisola. Nel Seicento un medico olandese lo propose come farmaco per curare dolori di stomaco, reumatismi e gotta. Ma fu in Gran Bretagna che il superalcolico trovò infine la sua patria d’elezione.
Sapete che molto probabilmente noi italiani abbiamo inventato il gin, il distillato a base di frumento e orzo fermentati ed aromatizzati al ginepro? Il protogin parrebbe proprio essere nato in Italia, lo dimostrerebbe un testo alchemico del 1555 di Alessio Piemontese, Secreti del Reverendo Donno Alessio Piemontese. E comunque pare che, qualche secolo prima, i monaci benedettini distillassero già il vino insieme con le bacche di ginepro e altre botaniche per ottenere una bevanda alcolica ad effetto tonico e curativo. Un vino «gineprato», insomma, che era una sorta di proto-protogin, di cui parla anche il Compendium Salernitanum, opera medica del 1055.
Abbiamo detto «altre botaniche». Cosa sono? In distilleria, le botaniche, anche dette in inglese botanicals, sono le erbe, le spezie, le radici, i fiori, le cortecce e i frutti che possono essere impiegati nei distillati allo scopo di aromatizzarli, aggiungendovi profumi e sapori particolari che li distinguono da altri distillati. Ciò è particolarmente vero col gin. Ingredienti naturali, come bacche di ginepro necessariamente, e poi a scelta coriandolo, agrumi e quant’altro vengono infusi, macerati o distillati con la base alcolica, per creare il profilo organolettico finale specifico di ogni gin: un particolare ingrediente non solo aromatizza in maniera unica quel gin, ma lega anche il gin al territorio di provenienza.
Particolare ingrediente a parte, l’ingrediente imprescindibile del gin è il ginepro: ne è la botanica «chiave», la botanica oggi obbligatoria per legge perché, tradizionalmente e filologicamente, non c’è gin senza ginepro. I galbuli di ginepro, per la precisione. Il galbulo, anche detto coccola o gazzozzola, è lo strobilo legnoso che è caratteristico delle Cupressacee, la famiglia di piante gimnosperme, tra cui il ginepro (Juniperus), famiglia che prende nome dal genere Cupressus, cioè il cipresso, che è il genere più rappresentativo. Poi, ci si abbinano altre botaniche come semi per esempio di coriandolo o di cardamomo, radici come quelle di liquirizia, di giaggiolo, di angelica, spezie come la cannella, erbe aromatiche come rosmarino e salvia, fiori. Ginepro obbligatorio, dicevamo: infatti il nome deriva proprio dal nome di questo aroma senza il quale il distillato in questione non è gin. Le bacche di ginepro, infatti, gli conferiscono il profumo ed il sapore tipico del gin. Questa predominanza del ginepro è stabilita, dicevamo, anche dalla legge, a tutela della tradizionale produzione di gin: il regolamento Ce n. 110 del 2008 stabilisce che il sapore del ginepro deve essere dominante.
Esso definisce norme europee per la produzione, etichettatura e protezione delle indicazioni geografiche delle bevande spiritose. Sebbene in gran parte abrogato e sostituito dal Regolamento (Ue) 2019/787, ha rappresentato una normativa fondamentale per il settore. Il Regolamento (Ue) 2019/787 stabilisce 4 tipi di gin: gin, gin distillato, gin London Dry, e sloe gin. Come spiega Wikipedia, il gin è la bevanda ottenuta mediante aromatizzazione, con bacche di ginepro comune (Juniperus communis) ed altre botaniche, di un distillato neutro di origine agricola, con una gradazione minima del 96%, con gusto predominante di ginepro. La bevanda può essere prodotta per infusione oppure aggiungendo aromi ed essenze all’alcol, senza prevedere una distillazione dell’intera miscela. La bevanda finale deve essere poi imbottigliata con un rapporto alcol/volume di almeno 37,5%. Il gin, insomma, è un superalcolico e in quanto tale va bevuto, eventualmente: occasionalmente e a piccole dosi. Il gin distillato si ottiene distillando nuovamente uno spirito rettificato al 96%, assieme a bacche di ginepro e altre botaniche e aromi naturali, a condizione che il sapore di ginepro sia sempre predominante.
Il prodotto finale deve avere almeno il 37,5% di alcol, e prima di essere imbottigliato può essere diluito o con acqua o addizionato con altro spirito rettificato. Nella precedente normativa era presente anche il Plymouth Gin, che può essere prodotto solo a Plymouth, da una sola distilleria. Il London Dry Gin è identico a un gin distillato, ma non si possono aggiungere aromi o altri ingredienti prima dell’imbottigliamento; inoltre, anche se ha il toponimo London nella sua denominazione, può essere prodotto ovunque. Se contiene la parola «dry», vuol dire che gli è stato aggiunto (al massimo) 0,1 g di dolcificante per litro. Oggi la normativa non prevede che il London Gin sia prodotto solo con alambicchi classici, come era invece in origine. Lo Sloe Gin, che è infuso con prugnole selvatiche, non si può considerare un gin aromatizzato ma deve essere considerato un liquore, in primo luogo per la sua dolcezza, in secondo luogo perché presenta una gradazione alcolica inferiore rispetto al canonico gin, una gradazione che si attiene a circa 28%.
Un’altra tipologia di gin, non prevista dal regolamento Ue, è l’Old Tom Gin, che è un London Dry Gin aggiunto di sciroppo di glucosio. Il regolamento europeo prevede inoltre vari altri spiriti aromatizzati al ginepro, come il jenever, prodotti aggiungendo aromi naturali, o identici a quelli naturali, che vanno imbottigliati con un rapporto alcol/volume del 30%. Sovente, i gin più particolari presentano un rapporto alcol/volume superiore al 37,5%.
A livello di storia del gin, eravamo rimasti al Sedicesimo secolo, Italia. La storia successiva del gin ci porta in Olanda: qualcuno dice nel 1658, chissà, comunque a metà del 1650, pare che il dottor Franciscus de le Boë, noto come Sylvius (1614-1672), medico e professore all’Università di Leida, creò un rimedio medicinale a base di ginepro. Conoscendo le proprietà diuretiche e purificanti delle bacche di ginepro, decise di unirle all’alcol puro, creando un infuso per curare dolori di stomaco, gotta e reumatismi. Questo preparato, chiamato «Jenever» (che in olandese vuol dire appunto ginepro) e anche «Aqua juniperi», era in vendita nella sua farmacia/laboratorio di Leida. Alcuni storici, va detto, hanno suggerito che la bevanda potesse essere già nota prima di Sylvius, comparendo la parola genever in manoscritti olandesi del XVI secolo. Poi, il gin si diffuse nel resto d’Europa, trovando in Gran Bretagna una sua patria elettiva.
Alla fine del Seicento, Guglielmo III d’Orange vi vietò l’importazione di spirits e questo determinò l’affinamento e l’aumento della produzione di gin locale. Fu un aumento davvero spropositato, che portò vantaggi e danni. Se da una parte, infatti, evitando di importare distillati stranieri (per esempio anche il cognac francese, oltre che il gin olandese) si sfruttava tutto il prodotto locale cerealicolo della Gran Bretagna, eccedenza compresa, dall’altra parte si produceva così tanto gin che a un certo punto si impiegava anche come parte della paga degli operai, remunerati, quindi, in soldi e bottiglie di gin. Ciò condusse anche a un certo alcolismo, problema da cui derivavano anche questioni, non meno importanti della dipendenza dal gin, di ordine pubblico. A ciò si tentò di ovviare con le Gin Acts, cinque leggi emanate tra 1729 e 1751 nel tentativo di arginare il consumo di gin. Tra i provvedimenti, ci fu quello di innalzare la tassa di distillazione, che fu portata a 50 sterline. William Hogarth, pittore, incisore e autore di stampe satiriche e morali, incise Beer Street e Gin Lane nel 1751 a sostegno dell’allerta nei confronti del gin: sono due stampe che vanno osservate una accanto all’altra e descrivono i mali del consumo di gin in confronto ai pregi del bere birra. Sono passati quasi 300 anni da allora, ma non è cambiata la saggia idea, che vi ribadiamo, di non esagerare mai con l’alcol.
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L’ex ministro Marco Minniti: «L’Europa diventi punto di riferimento dei Paesi che sono spiazzati da Trump ma non vogliono finire sotto la Cina».
«La leadership europea deve comprendere una cosa: tutto quello che sta avvenendo - dall’Ucraina all’Iran - è la fine di un vecchio ordine mondiale. E quel vecchio ordine non tornerà. Non è una parentesi. Non va vissuta come “mettiamo a punto qualcosa, poi torna tutto come prima”. Non tornerà più. E quindi non è più il tempo degli zerovirgola di bilancio».
Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e presidente della Fondazione Med-Or: l’Italia chiede maggiore flessibilità all’Europa, per poter affrontare la doppia sfida, militare ed energetica. Alcune componenti della maggioranza di governo spingono per lo scostamento di bilancio. Ma Bruxelles per ora non vuole saperne.
«Abbiamo sempre pensato che l’elemento di forza di un Paese fossero i fondamentali dell’economia. Poi abbiamo imparato, in questi mesi, un’altra cosa: che al pari dell’economia conta la collocazione geostrategica. Prendiamo la Turchia: fino a due anni fa aveva il 90% di inflazione, e abbassava il tasso di sconto invece di alzarlo, infischiandosene delle raccomandazioni del Fondo monetario internazionale. Ciò nonostante, nessuno ha fatto fallire la Turchia, perché nessuno poteva permetterselo, dal momento che controlla lo stretto dei Dardanelli, ha fatto da intermediario per i corridoi del grano con i russi, e in definitiva svolge un ruolo di mediazione in tutte le partite più delicate aperte nel mondo».
Dunque è tempo di pensare ai rapporti di forza, e non solo ai bilanci, come continua a fare una parte della dirigenza europea?
«Sì, per questo guardo con interesse al ruolo geostrategico dell’Europa: il fatto di esprimersi come una potenza di soft power, in un momento in cui sembra prevalere l’hard power, può consentire la costruzione di opportunità economiche che rendono meno schematico l’approccio ai conti pubblici».
Un esempio concreto?
«Di fronte alla politica dei dazi di Trump, l’Europa ha risposto trattando come un’entità unica, e poi ha allargato il mercato. Da qui gli accordi con il Mercosur, con l’Indonesia, con l’Australia, con l’India. Nel momento in cui l’Europa, invece di ripiegarsi su sé stessa, pensa al suo ruolo geostrategico come interlocutore positivo del Sud del mondo, può trovare chance economiche senza precedenti.
Anche in Africa?
«Sì, un continente cruciale per materie prime, agricoltura, e quelle terre rare decisive per l’intelligenza artificiale, di cui al momento la Cina detiene il monopolio mondiale. E non dimentichiamo che il Sahel, a pochi chilometri da noi, è il principale incubatore del terrorismo internazionale. Il Piano Mattei, giusta intuizione dell’Italia, deve diventare europeo, per avere un’Africa stabilizzata e prospera».
Tornando alle regole europee: si possono sostenere gli aumenti di spesa per la difesa senza rompere i vincoli di bilancio comunitari?
«C’è una contraddizione che vale la pena nominare: giustamente Italia ed Europa hanno sbloccato 90 miliardi di euro per l’Ucraina. Ma questa è già una scelta di autonomia strategica, perché se facessimo un calcolo puramente economico, dovremmo invece riprendere le importazioni di gas russo. Dunque, ci deve essere in Europa un sistema di mutuo riconoscimento: io posso chiedere a un Paese di assumersi responsabilità su un terreno, sapendo che gli altri si assumeranno responsabilità su altri terreni»,
Ma perché è scoppiata questa guerra?
«L’idea dell’amministrazione Trump era di replicare l’intervento in Venezuela: un passaggio rapido e indolore, magari approfittandone per fare gli interessi americani nel settore petrolifero. Si immaginava una rivolta popolare in Iran, che avrebbe consentito a Trump di presentarsi come liberatore. Ma la storia, a cominciare dall’Iraq, insegna che non si può costruire una democrazia soltanto con gli interventi militari. Serve un’idea di futuro».
Gli Usa sono rimasti spiazzati dalla chiusura di Hormuz?
«C’è stata una clamorosa sottovalutazione. Gli iraniani avevano sempre minacciato di chiudere lo stretto, e stavolta l’hanno fatto davvero. Eppure, l’umanità conosce da sempre quanto cruciali siano certi punti strategici. Per concludere le lunghe guerre del Peloponneso, Sparta paralizzò lo stretto dei Dardanelli con un blocco navale, sconfiggendo Atene».
Oggi quanto è pesante lo shock energetico?
«Se il blocco di Hormuz si prolunga ancora di un mese, si schiuderanno scenari imprevedibili. E se nel frattempo gli Huthi chiudessero lo stretto di Bab el Mandeeb - in italiano “porta delle lacrime” - la situazione finirebbe fuori controllo. Non parlo solo dell’energia, ma anche di risorse alimentari e fertilizzanti. Pensiamo all’elio, derivante dalla lavorazione del gas: con l’attacco ai giacimenti in Qatar è in pericolo un elemento fondamentale per la lavorazione dei microchip».
Qual è la strategia iraniana?
«Possiamo sintetizzarla in due parole: “caos” e “attrito”. Il caos è stato raggiunto colpendo i Paesi del Golfo, che erano impegnati in una mediazione, per dimostrare che toccare l’Iran avrebbe implicato conseguenze internazionali immediate. L’attrito significa prepararsi a una guerra di lungo periodo, dove ogni reparto delle milizie è in grado di reagire “a mosaico”, definendo da solo i propri obiettivi. Questo consente alle forze iraniane, pur con grandi perdite, di reggere nel tempo».
Il 1° maggio è scaduto il termine di 60 giorni previsto dalla legge americana entro cui il presidente deve notificare al Congresso l’operazione militare e ottenere la sua approvazione. Subito dopo, Trump ha dichiarato che il conflitto è concluso.
«Probabilmente è un escamotage tecnico per aggirare i controlli del Congresso, anche perché, se la guerra fosse davvero finita, Trump lo avrebbe annunciato con ben altra enfasi. In ogni caso, alcuni repubblicani hanno già fatto sapere che non daranno ancora carta bianca a Trump. L’opinione pubblica non comprende le vere ragioni dell’attacco. Intanto l’indice di approvazione dei cittadini americani è ancora in discesa. Sullo sfondo, inflazione e caro benzina».
E l’amministrazione Trump continua a perdere pezzi, mentre la base Maga rumoreggia.
«Ricordiamoci le elezioni di mid-term all’orizzonte, mentre è pendente una richiesta di impeachment da parte dei democratici nei confronti del segretario alla Guerra, per abuso di potere e crimini di guerra. Tucker Carlson, uno degli storici sostenitori di Trump, si è dichiarato pentito di averlo appoggiato. Tutto ciò preoccupa il presidente».
Come reagirà Trump a una sconfitta elettorale, e a un successivo, eventuale, assedio?
«Questo è il grande punto interrogativo. Uno come Trump potrà davvero fare la parte dell’“anatra zoppa”, mentre la sua base si sta rompendo? Intanto il fattore tempo gioca tutto a favore dell’Iran, che è una teocrazia in lotta per la sopravvivenza, e deve semplicemente resistere. Trump invece deve fare i conti con l’opinione pubblica, con il conto alla rovescia elettorale che avanza inesorabile».
È difficile essere ottimisti sulle trattative con Teheran. A che punto siamo?
«Siamo in una fase di “stallo minaccioso”: tutte e due le parti adottano un linguaggio radicale. Si è consumato il rapporto di fiducia tra i negoziatori, ed è inevitabile. Si dovrebbe procedere step by step, tenendo insieme i due obiettivi strategici: primo, garantire libera navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, senza vincoli né pedaggi. Secondo, pieno controllo internazionale del programma nucleare iraniano, con un ruolo cruciale per l’Aiea. Non può essere concesso all’Iran di avere un’arma nucleare».
Intanto in Libano proseguono i raid israeliani.
«È un altro pezzo del mosaico. Va sostenuto il dialogo tra la presidenza libanese e Israele. La tregua è fragile, e Hezbollah sta facendo di tutto per far saltare i colloqui, perché consapevole che rappresentano la via maestra per disarmare i loro guerriglieri».
I Paesi del Golfo si sono divisi?
«L’uscita degli Emirati arabi dall’Opec rappresenta una “separazione” strategica tra due grandi Paesi sunniti. Si cominciano a intravedere due schieramenti: da un lato l’asse Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, dall’altro Emirati-Israele-Stati Uniti».
Quale dovrebbe essere il ruolo europeo, se davvero si avviasse un percorso di pace?
«Il progetto dei “Volenterosi per Hormuz” è molto importante, e ritengo fondamentale che l’Italia ne faccia parte. Di fronte alla scelta degli Usa per l’unilateralismo radicale in politica estera, l’Europa non deve rompere il rapporto con Washington, ma in questa era dell’incertezza occorre un’autonomia strategica europea che consenta di avere un rapporto con gli Usa tra pari».
Una nuova visione del mondo?
«L’Ue può diventare il punto di riferimento di quella parte del mondo - Paesi del Golfo, Turchia, India - che ha buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma è preoccupata delle loro oscillazioni, e non vuole finire all’ombra della Cina. In questo contesto, mentre Trump invita la Russia al G20, l’Europa – come dicevo all’inizio – non può continuare ad arrovellarsi sullo zerovirgola».
E l’Italia?
«Deve avere piena consapevolezza del proprio ruolo ineludibile. Non quello di mediare tra Stati Uniti ed Europa, ma fare da congiunzione tra l’Occidente e il Sud del mondo. Questa è la nostra collocazione geostrategica da sempre. I recenti attacchi di Trump nei confronti dell’Italia non mortificano il nostro ruolo internazionale: al contrario, ci liberano».
Da cosa?
«Ci consentono di essere fino in fondo protagonisti, a 360 gradi. Con tre pilastri: alleanza transatlantica, Europa, Mediterraneo e Africa. E tutto questo, avendo le mani libere».
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Marina Calderone (Ansa)
Il ministro del Lavoro Marina Calderone: «Con la retribuzione non inferiore ai contratti più rappresentativi eliminiamo gli accordi pirata. L’IA si gestisce soltanto trasformando le competenze».
Passato il Primo maggio, incardinato il decreto da un miliardo circa per sostenere soprattutto donne e giovani al lavoro, ministro Calderone è già tempo di consuntivi. Ci dice di cosa va particolarmente fiera rispetto a quanto fatto per l’occupazione?
«La scelta più significativa è aver introdotto il principio del salario giusto. Una scelta di sistema, non ideologica. Non ci siamo limitati a discutere di salario minimo. Abbiamo affermato che il salario giusto ha un valore almeno pari, e sottolineo almeno, a quella prevista dai contratti collettivi delle organizzazioni più rappresentative. Questo significa valorizzare il lavoro delle parti sociali e, allo stesso tempo, decidere di rendere il sistema più trasparente e verificabile attraverso sistemi di monitoraggio. Abbiamo visto crescere l’occupazione stabile, con più donne e più giovani in attività, ma il lavoro non è mai un risultato definitivo: serve continuità».
C’è invece un rimpianto, qualcosa che è rimasto in sospeso? Un provvedimento che proprio avrebbe voluto fare e che invece non è riuscita a portare a casa?
«Avrei voluto fare di più sulle competenze, accelerando ancora gli investimenti. Solo con il Fondo Nuove Competenze 3 abbiamo stanziato oltre un miliardo di euro nell’ultimo anno e credo si debba continuare su questa strada».
Landini dice: il governo ha stanziato 930 milioni a favore delle aziende, non c’è invece nulla per i lavoratori. È così?
«È una lettura che non condivido. Le imprese che assumono generano reddito per i dipendenti. Non c’è contrapposizione tra sostegno alle aziende e tutela dei lavoratori, se gli incentivi sono legati a occupazione vera e di qualità. Ed è proprio così: gli incentivi scattano solo con un incremento occupazionale reale e se vengono applicati i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale. Nessun sostegno a chi sfrutta o sottopaga. Quest’ultimo decreto, quindi, è parte di una strategia complessiva e va letto in quella cornice. Per esempio ricordandosi che solo nella ultima legge di bilancio abbiamo destinato due miliardi direttamente ai lavoratori».
Dal decreto è saltata in extremis la norma che prevedeva gli aumenti contrattuali retroattivi. Sarebbe stata una bella scossa per i salari e un incentivo a firmare i contratti non rinnovati. Cos’è successo?
«Abbiamo scelto di non sostituirci alle parti sociali: la contrattazione resta il luogo naturale per decidere come rivedere il contratto. Abbiamo però inserito un correttivo: dopo 12 mesi di vacanza contrattuale scatta un adeguamento forfettario dei compensi pari al 30% dell’indice dei prezzi al consumo. È un aiuto mirato, che accompagna la dinamica negoziale ma non la sostituisce. Il senso del decreto è proprio questo: creare un patto di responsabilità condivisa».
Ritiene che sia sufficiente? Non pensa che nel decreto manchi qualcosa che incentivi i rinnovi contrattuali?
«Il messaggio è chiaro: i contratti vanno rinnovati nei tempi. Il governo sta investendo nel creare le condizioni migliori per promuovere e accompagnare la contrattazione. Siamo sempre stati coerenti sul ribadire che la contrattazione collettiva per noi è lo strumento più efficace per intervenire sulle retribuzioni. Il concetto del salario minimo è facile da comunicare ma troppo alto è il rischio di un effetto contrario, di un peggioramento delle retribuzioni complessive e di una diminuzione delle garanzie contrattuali».
Uscendo dalla teoria, può farci un esempio concreto?
«Il rinnovo del contratto metalmeccanici. A giugno dello scorso anno abbiamo fatto un incontro al ministero su una trattativa bloccata: l’istituzione ha facilitato il dialogo tra le parti sociali, offerto assistenza tecnica, ma ha lasciato quello spazio necessario di confronto che ha portato al buon risultato raggiunto. Ecco, questa è la linea da seguire. La stiamo sostenendo con strumenti concreti, come la tassazione al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi prevista dalla legge di bilancio per il 2026. Ci aggiungiamo due ulteriori leve: l’autonomia delle parti chiamate a stipulare i contratti e la clausola di adeguamento automatico dopo 12 mesi. Il decreto passa ora nelle mani del Parlamento che, in fase di conversione, potrà ulteriormente rafforzare questi elementi».
Che peso hanno avuto in questa decisione Confindustria e le parti sociali?
«Il confronto nelle ultime settimane è stato ampio, ma il metodo è sempre lo stesso: ascolto e decisione nell’interesse generale. Dal dialogo sono emerse indicazioni importanti, inserite nel decreto Primo maggio. Soprattutto, sono emersi i presupposti per lavorare insieme e costruire un mondo del lavoro ancora più inclusivo: in questo periodo storico di profondi cambiamenti, il dialogo sociale e la collaborazione possono fare la differenza su molti fronti, compreso quello retributivo. Noi abbiamo dato un perimetro chiaro e sostenuto il lavoro di qualità, riservando a sindacati e associazioni datoriali il tempo di portare avanti il loro confronto sulla rappresentanza. È un equilibrio che, a mio avviso, rappresenta un risultato senza precedenti».
Il salario giusto è la vostra risposta al salario minimo invocato dalle opposizioni. Perché con il primo gli italiani ci guadagnano?
«Perché è più ampio e valorizza il complesso delle tutele offerte dai contratti. Il salario minimo rischia di semplificare troppo e di comprimere sistemi complessi. Il salario giusto, invece, considera il trattamento economico complessivo: non solo la paga oraria, ma anche istituti contrattuali come il welfare, le mensilità aggiuntive, il Tfr. Valorizza la contrattazione, contrasta l’uso dei contratti pirata e collega gli incentivi pubblici al rispetto dei lavoratori. È una risposta più completa e più rispettosa della qualità del lavoro».
Il problema del Paese, non certo da adesso, è la retribuzione media che soprattutto nelle grandi città e al Nord non è sufficiente per garantire un tenore di vita adeguato. Impressionanti i dati della Meloni sui 13 metri quadri che si riescono ad acquistare a Milano investendo il 30% dello stipendio per stipulare un mutuo a 30 anni. Cosa riuscirete a fare nell’ultimo anno di legislatura per migliorare questa situazione?
«Il sostegno del potere d’acquisto è una priorità che non abbiamo mai messo in discussione. Negli ultimi tre anni i salari medi sono cresciuti di circa quattro punti, con un’accelerazione nell’ultimo anno intorno al 2,8%, soprattutto grazie al rinnovo dei contratti. Ma è chiaro anche che non basta intervenire su una singola voce per avere effetti realmente percepiti dai cittadini. Soprattutto quando crescono le spese che le famiglie devono affrontare per via della situazione internazionale e degli impatti sui costi dell’energia».
Quindi?
«Serve quindi un mix di interventi: taglio del cuneo fiscale, detassazione dei premi di produttività, welfare aziendale, fino al piano casa e al taglio delle accise esistono già ma continueremo a valutare quali misure rafforzare o introdurre. La stabilità del governo ci consente di intervenire con continuità. Ed è un fattore decisivo».
Altro grande tema del presente e del futuro: l’intelligenza artificiale. Lei giustamente ha detto che chiudersi ed «evitare» i progressi tecnologici non si può. Cosa state facendo per evitare un’ecatombe di posti di lavoro?
«Il punto non è fermare l’innovazione, ma governarla. La nostra direzione mette l’uomo al centro sapendo che la vera sfida, più che tecnologica, è quella che riguarda le persone. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che, entro il 2030, risulterà trasformato il 22% dei posti di lavoro. La parola chiave di questo processo è quindi “trasformazione”. Per questo stiamo lavorando su due fronti: monitoraggio degli impatti sul mondo del lavoro e formazione continua delle competenze. L’Osservatorio sull’adozione dell’IA nel mondo del lavoro del ministero (in via di composizione) sarà la cabina di regia, mentre investiamo sulle competenze digitali con progetti trasversali e digitali dedicati alla formazione delle persone».
Avete stilato un elenco dei settori più a rischio?
«Insieme all’Inapp, stiamo studiando quali siano le figure professionali maggiormente esposte. È un monitoraggio continuo che ha un suo primo riflesso in un elenco pubblicato sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nella parte riservata all'Osservatorio sull'impatto dell’IA (ancora in versione beta). Lo stesso elenco indica però anche quali siano le professioni che restano meno esposte agli impatti dell’IA e verso quali lavori orientarsi. Il punto non è difendere ogni singola mansione, ma accompagnare le persone nella transizione».
Ci sono invece delle nuove professioni collegate all’Ia che potrebbero garantire un adeguato ricambio?
«Ci sono segnali chiari: crescerà la domanda di competenze tecnico-scientifiche, digitali e nei settori legati alla sostenibilità. Stiamo osservando qualcosa che già il Rapporto Draghi aveva individuato, richiamando come nodo critico la carenza di competenze in quelle aree. Ed è proprio questo il nodo: colmare il gap di competenze. Una questione che inciderebbe anche sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, per cui le previsioni di assunzioni trimestrali si aggirano su 1,5 milioni di ingressi ma quasi un lavoratore su due è considerato “di difficile reperibilità».
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Elly Schlein (Ansa)
Antonio Padellaro si interroga su un’anomalia italiana. Com’è possibile, si chiede l’ex direttore del Fatto Quotidiano, che il governo Meloni, il peggiore del Dopoguerra, brutto sporco e cattivo, possa iscriversi nel Guinness dei primati per la durata?
Tutto parte da un titolo di Repubblica, con cui si riferisce che l’esecutivo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia è il secondo più longevo nella storia della Repubblica. Benché l’opposizione (politica e mediatica) accusi il premier di ogni nefandezza, ‘sto disastro - osserva Padellaro - resiste da 1.288 giorni e si appresta ad avvicinarsi al record storico detenuto da Silvio Berlusconi: 1.412 giorni. E qui arriva una domanda per Elly Schlein, Giuseppe Conte e per i gemelli siamesi di Avs, Bonelli e Fratoianni: com’è che ’sta iattura resiste? È possibile che, nonostante i fallimenti denunciati dalla sinistra, i sondaggi continuino a segnare il centrodestra poco sotto o poco sopra il campo largo? Quella dell’ex direttore del Fatto, nella rubrica che tiene sul giornale diretto da Marco Travaglio, è un’ottima domanda. E ancor meglio è la risposta che fornisce lo stesso Padellaro, secondo il quale se il governo di Giorgia Meloni gode ancora di ampio seguito fra gli italiani è perché - uso le sue parole - una crisi dell’attuale maggioranza «farebbe trovare il fronte progressista nelle classiche brache di tela». Senza un leader, senza un programma, privo di un’idea di futuro e solo dotato di un armamentario di improperi da scagliare contro chi sta a Palazzo Chigi. Basta per candidarsi a governare un Paese di 59 milioni di abitanti e tra le principali potenze economiche del pianeta? La risposta, implicita fin dalle prime righe della domanda formulata sul Fatto, è no. Padellaro, oltre a riconoscere la mancanza di un’alternativa credibile all’attuale maggioranza, si spinge anche oltre e ipotizza che i primi ad augurarsi che l’esecutivo di centrodestra duri fino al 2027 siano proprio gli esponenti del campo largo. Anzi, l’ex direttore parla di «assoluta necessità» che l’esecutivo regga fino alla scadenza della legislatura, per evitare di far emergere lacune e divisioni del fronte progressista.
Il commento è stato pubblicato proprio nel giorno in cui Elly Schlein, su Repubblica, dava conto della pochezza dell’opposizione. In un’intervista a tutta pagina, la segretaria del Pd spiegava qual è la sua ricetta per il futuro. E a parte le critiche a Meloni le indicazioni sulle cose da fare sono davvero poche. Per colei che si candida a guidare la coalizione di centrosinistra (ammesso e non concesso che vinca l’opposizione di Giuseppe Conte), il modello è Pedro Sánchez. Peccato che, per quanto riguarda occupazione e crescita, ma anche sviluppo energetico, il premier spagnolo mostri dati peggiori di quelli italiani. Quanto al resto, Schlein non sa fare altro che parlare di Israele e Flotilla, come se i problemi italiani si risolvessero a Tel Aviv o con una crociera nel mar Egeo?
È difficile dare torto a Padellaro. L’esecutivo di centrodestra ha un suo naturale alleato nell’opposizione e nella pochezza dei suoi leader. Al momento, la sinistra non ha chi sia in grado di parlare a nome di tutti i partiti che ne fanno parte e allo stesso tempo non esiste un programma comune che possa essere opposto a quello del centrodestra. L’attuale maggioranza ha visioni diverse sulle nomine o su alcuni singoli provvedimenti, ma alla fin fine su tasse, sicurezza, immigrazione e posizionamento internazionale non ha divisioni. Al contrario, il campo largo è sempre più un campo minato. C’è chi è a favore della patrimoniale e chi no. Chi invoca misure assistenziali tipo reddito di cittadinanza e chi le contrasta. Chi vorrebbe dare più potere alle forze dell’ordine e chi le vorrebbe disarmate. Chi vuole più opere pubbliche e chi le avversa. Perfino sul leader non c’è unità. Conte sogna di fare le scarpe a Schlein e la segretaria del Pd si confronta con le Louboutin di Silvia Salis, la sindaca di Genova che Renzi e compagni vorrebbero al suo posto come candidata premier.
La verità è che, nonostante le promesse, il fronte progressista non è affatto unito. Del resto, se Meloni ha buone possibilità di passare alla storia della Repubblica come la prima premier che è riuscita tagliare il traguardo dell’intera legislatura, la sinistra può opporre un passato in cui nessun governo è mai riuscito ad arrivare fino in fondo. Romano Prodi è caduto dopo due anni e Massimo D’Alema, che lo sostituì, fu costretto a farsi votare due volte la fiducia prima di gettare la spugna lasciando il posto a Giuliano Amato. Poi sono venuti Enrico Letta e Matteo Renzi, quindi Paolo Gentiloni. In 12 anni otto governi e sette presidenti del Consiglio. In qualche caso, neanche il tempo di abituarci che era già arrivata l’ora del successivo. Per questo, secondo Padellaro, il governo regge. Mentre la sinistra al massimo «pigola».
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