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Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
- Per Zuppi, che batte cassa, «probabilmente» la Chiesa farà concessioni sul celibato. Eppure, Leone XIV ha invitato i sacerdoti a «custodire» e «rinnovare» questa regola.
- La consueta iniziativa del gruppo Gionata raccoglie adesioni in diverse diocesiAltre (da Venezia a Parma a Reggio Calabria), sollecitate da Pro vita, si dissociano.
Lo speciale contiene due articoli.
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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Brigatisti rossi (Ansa). Nel riquadro, il libro di G. Fasanella e A. Franceschini
L’ex Br Alberto Franceschini nel libro di Giovanni Fasanella: «Fummo il frutto di una precisa cultura, i cui alfieri si trincerarono dietro teorie del complotto e rimossero il problema». La patologia è rimasta: la pretesa di superiorità morale.
Giampaolo Pansa fu il primo a comprenderlo, almeno tra le grandi firme del giornalismo italiano. Quando a Genova un gruppetto di rivoluzionari comunisti lasciò un morto sul terreno, il formidabile cronista lo affermò senza mezzi termini: ad avere aperto il fuoco erano stati dei «tupamaros» italiani. Non criminalità comune, come scriveva soprattutto l’Unità a cui poi si accordavano i giornali borghesi. No, a uccidere erano terroristi. Rossi.
Non furono in molti a credergli. Anzi i più - a partire da Giorgio Bocca che poi fece pubblica autocritica - ripetevano che i guerriglieri dovevano essere banditi affamati di soldi, o provocatori fascisti, o fascisti al soldo dei servizi segreti. Comunque fascisti. Perché la regola, negli anni di piombo come oggi, allora è sempre, è la medesima: la violenza è soltanto nera, i rossi sono incapaci di fare male. E anche quando lo fanno, è a fin di bene dunque perdonato.
Pansa stigmatizzò questo atteggiamento in un libro straordinario, Carte false, uscito nel 1986. Era vicedirettore di Repubblica, e viene il sospetto che adesso una voce come la sua su quelle pagine, ormai militarizzate, non la si potrebbe udire. Lo ripeté poi in un altro volume intitolato L’utopia armata. «Quelli che sparavano», scrisse, «non venivano da una terra di nessuno né ci erano sconosciuti. Li avevamo incontrati nelle università occupate, nei cortei contro la repressione, negli “scazzi” durante le assemblee. Erano giovani leninisti o cattolici radicali o anarchici disperati, o niente di tutto questo e tutto questo assieme. Passati attraverso le allucinazioni ideologiche dell’era contestativa e convinti davvero che «lo Stato si abbatte e non si cambia», alla fine della grande festa si erano ritrovati vittime della frustrazione per quel Sessantotto passato invano, profughi di una politica senza pazienza e senza modestia, impegnati in una corsa cieca lungo la scorciatoia pericolosa del “mai più senza fucile”».
Gli armati erano tutti - lo avrebbe scritto molto dopo Rossana Rossanda - nell’album di famiglia. Ma la sinistra, soprattutto quella borghese o addirittura aristocratica, in superficie fingeva che la parentela non esistesse. Ma sotto sotto si eccitava, copriva, appoggiava, talvolta collaborava attivamente. «Fu l’epoca del camuffamento», scrisse Pansa. «Per non confessare che il terrorismo veniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di «sedicenti» Brigate rosse, di fascisti travestiti, di provocatori organizzati dal padrone, di agenti dei servizi segreti addetti alla strategia della tensione, di mercenari al seguito di qualche complotto straniero. Più tardi si ricorse a un camuffamento meno lontano dalla verità: i terroristi, in fondo, sono soltanto dei compagni che sbagliano. Quel “compagni” suggeriva molte cose e avrebbe dovuto condurre le sinistre a un esame accurato dei rispettivi album di famiglia, primo passo verso un giudizio politico netto su chi si era dato alla macchia. Ma l’immagine aveva anche un suono quasi affettuoso, vi si sentiva la voce di chi è disposto a comprendere e poi a giustificare e infine a perdonare, una voce che diceva: tu spari, però sei uno dei nostri, io non condivido ma sono pronto a capire. Così il compagno che sbaglia non rappresentò soltanto un’altra figura di comodo: fu l’alibi per rimandare sempre la condanna politica e morale dei gruppi clandestini».
Di questo camuffamento si accorsero osservatori destrorsi, ma anche qualcuno a sinistra. Tra questi un giovanissimo Giovanni Fasanella, al tempo militante comunista con un breve trascorso nei gruppi extraparlamentari, poi divenuto firma di Panorama e maestro del giornalismo che indaga le trame oscure della Repubblica. Lui e altri comunisti torinesi, prima ancora della Rossanda, seppero intuire e poi riconoscere che l’album di famiglia esisteva eccome, ed era pieno di figurine.
Fasanella, che da cronista dell’Unità fu minacciato dalle Br, anni dopo conobbe e intervistò a lungo uno dei fondatori delle Brigate rosse, Alberto Franceschini. Da quegli scambi nacque un libro che ora torna in nuova edizione per Fuoriscena e che meriterebbe d’essere obbligatoriamente diffuso nelle scuole. Non solo perché parla dello stagno putrido di ideologia in cui il brigatismo attecchì e poi si riprodusse. Ma soprattutto perché offre un quadro vivido e sconvolgente di una epoca che oggi sembra lontana e che invece ci è più intima di quanto pensiamo.
Fasanella rievoca ad esempio la vicenda terribile di Maurizio Puddu, esponente torinese della Dc che fu ferito dalle Br. Prima fu esibito dai suoi alla stregua di un eroe, poi quando smise di essere un utile simbolo lo mollarono. E intanto lui continuava a girare in fabbriche e incontri pubblici in cui l’estrema sinistra lo fischiava e minacciava. Puddu si ritirò dalla politica e torno in università, adulto e invalido. Mentre saliva faticosamente le scale della facoltà gli studenti attivisti lo insultavano, gli facevano capire che non era il benvenuto.
Anche alla luce di questi episodi non stupiscono le parole - fatali, terribili, di pietra - pronunciate da Alberto Franceschini nel libro-intervista: «Le Brigate rosse non sono nate dal nulla. Non sono un prodotto da laboratorio, magari di qualche Servizio segreto, ma il frutto di una cultura e di una tradizione politica della sinistra italiana. Quindi, hanno radici nella storia di questo Paese. Questo voglio dirlo senza ambiguità e senza reticenze. Perché l’errore più grande, le cui conseguenze paghiamo ancora oggi, è stato quello di aver rimosso il problema, evitando di fare i conti ognuno con le proprie responsabilità. Insomma, se oggi c’è ancora qualcuno che spara, è anche perché c’è stata una rimozione. [...] È un errore innanzitutto della sinistra. Pur sapendo chi eravamo e da dove venivamo, per anni a sinistra ci hanno definito “sedicenti rossi” o “fascisti camuffati”. E hanno cercato di spiegare tutto in chiave dietrologica: era più facile dare la colpa alla Cia, a un «complotto anticomunista», che ammettere una responsabilità propria».
Certo, ci fu anche il terrorismo nero, e ci furono le trame occulte degli apparati statali. Ma il terrorismo rosso, quel terrorismo rosso, aveva una origine diversa. Era la forma estrema di una patologia mortale: la pretesa di superiorità morale e antropologica, la convinzione di dover redimere il mondo a ogni costo, spazzando via i nemici mortali che impedivano la realizzazione del paradiso in terra. È la stessa patologia che, in forme diverse e meno tragiche, si manifesta oggi. I compagni che sbagliano esistono ancora in ogni corteo di conclamati violenti - dal centro sociale Askatasuna in giù - a cui viene concessa agibilità politica. Si ode ancora il ritornello secondo cui «il male è di destra», e in nome di questa convinzione ancora si censura, ancora si discrimina. Il disprezzo e l’intolleranza arrogante a sinistra ci sono ancora, anche senza pistole.
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Oltre alla legge è necessario allargare il consenso sulla necessità di un mix con il green.
Lo scorso 13 maggio Giorgia Meloni ha annunciato in Senato che entro l’estate verranno avviati i decreti attuativi, basati sull’approvazione di una legge delega in fase di esame parlamentare, e completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione di energia nucleare in Italia, probabilmente entro il 2026 come auspicato/previsto dal ministro per l’Energia. Finalmente l’Italia sta accelerando il ritorno al nucleare.
Il mio «finalmente» è dovuto sia alla necessità di ridurre i costi dell’energia in Italia -superiori dal 10 al 30% a quelli in altre nazioni europee -che sono causa di gap competitivo per il sistema industriale residente, sia alla necessità di ridurre la dipendenza dall’importazione di gas e petrolio fossili che genera vulnerabilità geoeconomiche/geopolitiche. Tale accelerazione non porterà risultati immediati di riduzione delle bollette, ma promette una forte competitività ed autonomia energetica entro il 2050 che sarà avvertibile già nel decennio 2030-40. Avendo come oggetto delle mie attività di ricerca la scenaristica sia previsiva sia strategica, ho chiesto al gruppo di ricerca che coordino di attivare un’analisi sul governo di tale profezia affinché diventi possibile estrarre valori finanziari, politici e tecnologici dal futuro per usarli nel presente. Il metodo si chiama analisi della retroazione dal futuro (feedforward).
Il punto più delicato è il consenso interno, a due livelli. Primo, la paura di incidenti nucleari è annullata dalla nuova tecnologia dei piccoli reattori modulari a sicurezza intrinseca (Smr) se questa viene ben spiegata dai produttori. I sondaggi già mostrano un notevole consenso per il nuovo mininucleare, ma è importante consolidarlo via comunicazione/divulgazione scientifica appropriata. Secondo, è già osservabile una reazione ostile al nucleare, pur di minoranza, da parte di chi ritiene sufficiente espandere l’energia solare ed eolica, nonché geotermica, perché tecnologie già esistenti ad applicabilità immediata. In questo caso va esplicitata una formula strategica basata sul mix tra fonti intermittenti/discontinue (come il solare e l’eolico) e nucleare che è continuo e non dipendente dalla variabilità meteo.
Ora la fonte continua è assicurata da combustibili fossili per lo più importati e quindi il nuovo nucleare ha il compito di sostituirli gradualmente per la produzione di elettricità rendendola più ambientalmente pulita ed economicamente meno pericolosa. Personalmente ho molta attenzione sulla generazione idroelettrica, sull’energia geotermica e su nuove tecnologie di produzione energetica delle maree e ipotizzo aumenti dell’elettricità a basso costo da queste fonti. Ma ciò non cambia la necessità del nuovo mininucleare a fissione perché le fonti citate tendono ad essere locali e non diffuse. In sintesi, il buongoverno della profezia di autonomia energetica a basso costo si basa, oltre che sulla giusta comunicazione del nuovo mininucleare, sull’aggiornamento continuo di una formula mixata tra diverse fonti energetiche, ciascuna caratterizzata come complementare. In tal senso la critica al nucleare dai proponenti del solare e simili è infondata con un odore sgradevole di ideologismo: il realismo non vede il conflitto tra energia nucleare e non, ma la loro integrazione complementare.
Tale enfasi sul mix energetico con crescita nel tempo delle fonti nucleari ha un motivo già prevedibile da dati iniziali: l’aumento nel futuro della domanda di energia elettrica a causa del numero crescente di centri dati che forniscono prodotti di intelligenza artificiale e simili. Personalmente inserirei anche l’aumento della domanda di energia elettrica per dissalatori, microclimatizzazione diffusa di ambienti chiusi, ecc. Ed anche per mobilità elettrica.
In questa bozza di scenario non c’è ancora un calcolo di quando sarà possibile ottenere la produzione da centrali a fusione nucleare, pur in accelerazione la ricerca: già entro il 2040 i primi impianti o dopo? Ma i dati disponibili mostrano che una diffusione il più rapida possibile del mininucleare a fissione è comunque un fattore di efficienza e sicurezza inevitabile nel prossimo trentennio. Anche per vantaggi ambientali di una decarbonizzazione non depressiva, della possibilità di costruire in serie (catena di montaggio) le minicentrali riducendone i costi e, soprattutto, di usare scorie radioattive esauste rigenerandole come combustibile attivo entro alcune tipologie delle minicentrali stesse. Inoltre, queste possono essere miniaturizzate (sotto i 2 ettari di spazio comprese le appendici).
La riduzione delle importazioni di gas e petrolio pone problemi? Sarà graduale per alcuni decenni permettendo una gestione (geo)politica della transizione, valutando come il ciclo dell’importazione di gas, in particolare, possa e debba essere ridotto. Così come la sostituzione del petrolio con combustibili sintetici o bio per la persistenza di motori termici, per esempio grandi camion. In conclusione, c’è tantissima ricerca da fare per le valutazioni di uno scenario molto mobile. Ma la più urgente è la zonazione (permessi, vincoli e connessioni in rete) per dove mettere più minicentrali nucleari a fissione sul territorio e così permettere il montaggio di investimenti industriali/finanziari privati. Il destino economico dell’Italia dipende da quanto consenso ci sarà sul ritorno all’energia nucleare.
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Mohamed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan (Ansa)
Da anni, decine di milioni della Pac finiscono nelle casse della famiglia reale Al Nahyan (Emirati Arabi) attraverso aziende in Romania, Spagna e Italia. Interrogazione della Lega: «Perché l’Europa finanzia la sicurezza alimentare di un Paese extra-Ue?».
Quando comprerete un etto di prosciutto sappiate che state pagando la colazione a un emiro affacciato sullo stretto di Hormuz che fa scatenare l’inflazione e lo rende ancora più salato. Un paradosso? Niente affatto: un po’ dell’Iva va a finanziare le albagie di Ursula von der Leyen che pensando solo alle armi vuole distruggere l’agricoltura europea.
È convinta che con il pollo alla salmonella del Brasile, il grano al glifosato del Canada e il Parmesan argentino e australiano ce la caviamo. O meglio se la cava la sua Germania che a questi paesi vende le sue vecchie Mercedes. Ma ora c’è qualcosa di più e di molto più grave: mentre la Von der Leyen non si preoccupa minimamente della sicurezza alimentare e vuole solo quella militare - ancora una volta per finanziare le fabbriche tedesche - in molte parti del mondo pensano: primum vivere deinde philosophari. Si è scoperto – lo rivela Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo che ha già predisposto un’interrogazione, ma lo sanno anche gli europarlamentari Verdi che hanno sollevato la questione mentre il Pd applaude comunque Ursula – che i primi beneficiari della Pac sono gli Emirati arabi uniti. I signori del petrolio si sono messi in tasca in cinque anni 71 milioni di euro di contributi agricoli.
La loro azienda rumena, la Agricost che ha 57.000 ettari sulla l’Insula Mare a Brăilei sul Danubio, è la prima beneficiaria di contributi europei: 10,5 milioni di euro solo nel 2024. Mentre l’Europa ha perso in trent’anni 120 milioni di ettari coltivati dalle parti di Dubai si sono accorti che non di solo petrolio vive l’uomo. E hanno varato un piano straordinario di acquisizione di terreni visto che loro hanno solo deserto (agli israeliani, ma restano unici, è riuscito però di fertilizzarlo). Il progetto lanciato nel 2012 si chiama Al Dahra ha sede a Dubai e ha messo insieme in 17 paesi circa mezzo milione di terreni coltivati. In Europa possiede aziende agricole in Romania, in Spagna dove si è buttata anche nel business dell’olio d’oliva e in Italia dove ha la proprietà della Unifrutti. Secondo un’inchiesta di DeSmog, organizzazione no profit che monitora i mercati alimentari, condivisa con The Guardian, El Diario e G4Media attraverso il fondo sovrano emiratino ADQ la famiglia Al Nahyan sta controllando non solo i terreni, ma tutta la filiera agroalimentare connessa e ha ricevuto negli ultimi cinque anni 110 pagamenti di fondi Pac (politica agricola comunitaria) da Bruxelles appunto per 71 milioni di euro.
Oltre all’aspetto economico che fa risultare come l’Ue sia in mano a eurocrati ciechi e sordi capaci solo di seguire i regolamenti senza domandarsi dove vanno a finire i soldi (il Pnrr è un caso emblematico) c’è un aspetto politico decisivo. Quando Ursula von der Leyen si è presentata col nuovo bilancio comunitario – quello che lei vorrebbe finanziare con altre tasse a carico dei cittadini europei per poi stornare i contributi ai signori del petrolio – ha affermato che bisognava ridurre i fondi della Pac (cancellando per esempio quelli per lo sviluppo rurale) per destinarli al riarmo, salvo girarne il 20% all’Ucraina quando entrerà nell’Ue. Alla baronessa hanno spiegato che la sicurezza alimentare è indispensabile tanto quanto quella militare. Lei al contrario degli emiri non l’ha capito. A Dubai il progetto Al Dahra è stato varato perché gli Emirati importano il 90% del loro fabbisogno alimentare e non vogliono più dipendere dall’estero. Ma l’Europa è generosa ha dato loro una mano versando i famosi 71 milioni.
Che sono sottratti ai coltivatori europei e segnatamente a quelli italiani. Dopo una lunga battaglia l’Italia è riuscita a ottenere che il taglio ai contributi Pac deciso dalla Von der Leyen venisse azzerato, anzi il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha ottenuto una maggiore rapidità nell’erogazione dei fondi e il limite dei centomila euro per singolo contributo. Ma è limite, come si vede, facilmente aggirabile. L’idea della presidente della Commissione è ancora quella di usare i prodotti agricoli come merce di scambio (come col Mercosur, il Ceta, l’FTA con l’Australia) in danno dei piccoli coltivatori. Per questo Paolo Borchia nella sua interrogazione alla Von der Leyen insiste: «Trovo riassunte, in un unico caso, numerose storture della Pac. Impressiona come l’Ue finanzi un regime autoritario che limita la libertà d’espressione, imprigiona i dissidenti e criminalizza l’omosessualità. Questi fondi Pac finiscono per sostenere la sicurezza alimentare di un Paese extra-Ue, piuttosto che garantire quella dei Paesi europei. Voglio perciò sapere se la Commissione è a conoscenza di questi fatti e se non pensa che si debbano introdurre obblighi di maggiore trasparenza ed eventuali limiti per i fondi sovrani di Paesi terzi». Per ora i soldi dell’Ue a Dubai sono una Pac-chia!
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