Carlo Calenda (Ansa)
Il senatore contro il conduttore: voleva garanzie che attaccassi la Meloni sulla manovra.
La polemica più aspra delle ultime ore del 2025 vede come protagonisti il leader di Azione Carlo Calenda e il conduttore di Piazzapulita, programma di La7, Corrado Formigli. Un botta e risposta tramite social che, almeno a quanto affermato dai protagonisti, potrebbe avere uno strascico in tribunale.
Veniamo ai fatti: il 30 dicembre Calenda, ospite del podcast di Ivan Grieco, sgancia la bomba, descrivendo i contatti tra il suo staff e quello di Formigli per un’ospitata in trasmissione: «Gli autori di Formigli», racconta Calenda, «dicono ai miei: “Ma ci garantisce che attacca Giorgia Meloni sulla legge di bilancio?”. E loro gli rispondono: “Ti garantiamo che dice ciò che pensa sulla legge di bilancio”. Quindi la risposta: “No, allora non viene sulla legge di bilancio, ma viene a fare un confronto con Jeffrey Sachs”. A me non è mai capitato in una trasmissione televisiva che mi dicessero: prima mi deve garantire che attaccherà la Meloni. Non è mica normale, non è una cosa democratica».
A stretto giro arriva la risposta di Formigli: «Mentire per un politico ed ex ministro è una cosa seria», scrive sui social il giornalista, «altrove ci si dimette. E con questo credo che sul senatore Calenda sia tutto. La prossima volta, se accetterà di rinunciare all’immunità, ci vediamo in tribunale». Poi Formigli fornisce la sua versione dell’accaduto: «Sostiene il senatore che “i miei autori” prima di una puntata gli abbiano detto “ci deve garantire che attaccherà Meloni” e che la partecipazione alla parte di puntata sulla manovra economica sia saltata perché lui non avrebbe dato disponibilità ad attaccare il presidente del consiglio. Questa affermazione è falsa e diffamatoria. Gli autori di un programma», aggiunge Formigli, «quando sentono un ospite prima della puntata, chiedono a lui o, come nel caso di Calenda, al suo portavoce, che posizione abbia sui temi da dibattere al fine di comporre un parterre equilibrato e dialettico. Nel caso di specie essendo stato invitato Italo Bocchino, sostenitore della manovra, gli autori si sono sincerati su quale fosse l’opinione in merito di Calenda per evitare posizioni troppo sovrapponibili. Si tratta del normale lavoro di qualunque autore televisivo, mestiere le cui regole Calenda evidentemente ignora o finge di ignorare. Non è però consentito al senatore mentire spudoratamente per farsi pubblicità: la sua presenza al talk sulla manovra, dopo vari scambi di messaggi tra i miei autori e il suo portavoce, è stata confermata alle 10.33 di giovedì mattina».
E quindi? «Successivamente», ricostruisce ancora Formigli, «è però avvenuto un imprevisto: Monica Maggioni, invitata per un confronto col professor Jeffrey Sachs, è stata costretta a cancellare la sua presenza per ragioni strettamente personali. A quel punto, essendo rimasto Sachs senza interlocutore, abbiamo chiesto se fosse disponibile a spostarsi dal blocco sulla manovra a quello con Sachs per dibattere con lui di Ucraina e situazione internazionale. Il senatore ha accettato di buon grado. Ultima nota: il senatore Calenda sa benissimo di essere stato spostato con Sachs per via del forfait di Maggioni, eppure», conclude il conduttore de La7, «sostiene pubblicamente che la ragione siano le sue posizioni non abbastanza anti meloniane sulla manovra».
Calenda non ci sta e controreplica: «Nel disperato tentativo di buttare la palla in calcio d’angolo», scrive su X, «parli d’altro Corrado. Confermo parola per parola quando ho detto. Rinuncio volentieri all’immunità parlamentare e ci vediamo in tribunale».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Se la Costituzione non vieta esplicitamente le carriere separate, la decisione finale spetta al Parlamento. Intanto, con l’attuale rappresentanza organizzata, si condizionano l’autonomia e gli equilibri nel Csm.
Gaetano Azzariti dell’Università La Sapienza di Roma ha detto no alla riforma per due motivi. Primo motivo: la Costituzione non contiene alcun principio che imponga o al contrario escluda le carriere separate fra i magistrati. Sicché - conclude il professore - se la Costituzione dice «nì» perché separare? Risposta uguale e contraria: se la Costituzione dice «nì», perché non separare?
È evidente che, in mancanza di argomenti preclusivi, l’ultima parola spetta al parlamento legittimamente insediato e che proprio il «nì» della Carta manda a ramengo le teatrali accuse di «attacco alla Costituzione» e di «ritorno alla dittatura» dello schieramento antiriforma.
Non sembra granitico nemmeno il secondo motivo: «Ci potrebbero essere altre soluzioni: per esempio intervenire sul sistema elettorale del Csm procedendo con leggi uninominali… Il correntismo si può combattere in altri modi». Non vorremmo sbagliare, ma il sistema elettorale del Csm non è cambiato già otto volte, di cui l’ultima appena tre anni fa (riforma Cartabia)? E gran parte di queste riforme, almeno a partire dagli anni Ottanta, non hanno avuto sempre lo scopo dichiarato di combattere la degenerazione associativa? La verità è che gli accrocchi elettoralistici non servono a nulla; e questo per l’ottima ragione che l’efficacia vincente degli esperimenti di ingegneria elettorale dipende sia dalla loro reale consistenza di fondo sia dalle caratteristiche del corpo ricettore, che in questo caso è il correntismo. Il quale - dal canto suo - ha sempre dimostrato una abilità serpentina nell’interpretare e applicare le nuove regole al fine di garantirsi la propria autoconservazione biologica.
Cambiare il modello per la nona volta ripetendo gli stessi slogan sarebbe una coazione a ripetere tipica più della routine impiegatizia che della lotta politica. Ma - come si vede - c’è ancora chi propone imperterrito per la nona volta una ricetta fallita già otto volte. Insomma, se gli argomenti sono questi, vuol dire che non ci sono.
E poi urge un centro di gravità permanente : da un lato il professor Enrico Grosso (comitato del No) a dire che il correntismo è stato sconfitto quando è stato espulso il magistrato cattivo (uno solo); dall’altro il professor Azzariti, secondo cui, invece, il correntismo esiste ancora, tanto che propone l’ennesima arzigogolatura elettoralistica perché «il correntismo si può sconfiggere in altri modi».
Domanda: ma allora questo benedetto correntismo è stato «sconfitto» o è ancora ricco e panciuto? Ma soprattutto: è un fenomeno collettivo oppure la semplice parentesi personale di un malvagio dottor Mabuse (uno solo) capace di dominare ipnoticamente i ceti dirigenti di tutti i gruppi? Inutile andare con chi non sa dove andare: il legislatore, sapendo bene che il correntismo esiste eccome e volendo troncare i troppi indugi, ha preso una decisione finalmente guerriera: sorteggio-bisturi e al diavolo tutti i cavilli dei temporeggiatori.
Ma il sorteggio non piace ai ceti proprietari del sistema: nel dibattito di Atreju gli esponenti del no hanno ripetuto come un mantra che per fare i consiglieri Csm ci vuole ben altro titolo che il sorteggio. Hanno ragione: a partire almeno dalla legge 695 del 1975, che strutturò il sistema elettorale in senso proporzionale a liste contrapposte, il titolo più gettonato è sempre stato quello della fedeltà correntizia. D’altro canto, se il Csm deve avere una funzione rappresentativa delle diverse «istanze culturali presenti nella magistratura» (le chiamano così), è evidente che lì dentro devono andarci appunto i fedeli più osservanti delle «istanze» suddette.
Il sistema della «rappresentanza« però è cancerogeno: in primis, la Costituzione (articolo 104) vuole che i consiglieri togati vengano eletti «tra gli appartenenti alle varie categorie». Dove «categorie» però non è sinonimo di «correnti», cioè di partitini politico-giudiziari mai citati nella Carta, alcuni dei quali ormai ostentano esplicitamente una precisa collocazione ideologica. La sostituzione delle «categorie» con le «correnti» è stata solo un artificio illusionistico che ha prodotto guasti. Nel dibattito di Atreju il presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano, ha sentenziato solennemente però che «i Costituenti hanno voluto garantire nel Csm il pluralismo delle idee». Quali Costituenti? Mistero. Quali idee? Mistero doppio.
Secondo punto: Il 29 dicembre è giorno intitolato a San Tommaso Becket. Il quale era un fedele gregario di re Enrico II, che brigò per farlo diventare primate della Chiesa d’Inghilterra, sicuro di poterlo manovrare a piacimento. Con una incredibile rinascita spirituale, Tommaso Becket, fatto arcivescovo, prese a difendere vigorosamente l’autonomia della Chiesa proprio contro i condizionamenti del re al quale doveva di fatto l’investitura. Finì ucciso. San Tommaso Becket è oggi un po’ il patrono di certe indipendenze difficili, difese spes contra spem, contro tutto e tutti. E nell’attuale consiliatura, proprio la forza di Becket ha aiutato i consiglieri togati a resistere in almeno due occasioni a un assedio associativo di massa. Tuttavia, se è vero - come rivendicano gli stessi «pluralisti» - che i consiglieri togati devono «rappresentare» la loro corrente di appartenenza, è fatale che essi abbiano difficoltà a sganciarsi dalle proprie leadership associative esterne (alle quali devono candidatura ed elezione). E se la leadership esterna è non solo associativa ma anche burocratico-giudiziaria, essa diventa un enorme centro di potere capace di incidere sull’ autonomia dell’organo. E San Tommaso Becket non sempre fa i miracoli.
Inoltre, uno dei guasti del Csm «rappresentativo delle correnti» sono infatti proprio i fenomeni di concentrazione personale del potere. Secondo Max Weber, il potere carismatico (cioè fondato sul seguito volontario) e il potere legale (cioè basato sull’investitura formale e burocratica) non devono mai coincidere. Se non coincidono c’è un controllo bilanciato e reciproco; se coincidono, la mancanza di contrappeso rischia invece di creare delle monocrazie personali. Nel nostro sistema, capita spesso (non sempre) che il dirigente giudiziario sia anche un influente leader correntizio. In tal caso i due poteri coincidono e si amplificano.
Infine, se così è, nell’ ipotesi che il Csm «pluralista» debba dirimere il contrasto fra un leader correntizio-giudiziario da una parte e - dall’ altro - un magistrato «normale», il finale della partita è probabilmente già scritto in anticipo. Qualcosa di simile si registrò tanti anni fa in una contesa interna alla Procura di Milano fra un capufficio/leader associativo e un altro magistrato: «Avrei potuto dire a uno dei miei colleghi al Csm … di andare a fare la pipì al momento del voto …» (Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2014). La frase non risulta smentita e il merito del contrasto non ci interessa, ma lo squilibrio delle forze era evidente. Le monocrazie personali e l’esposizione eccessiva del singolo consigliere togato alle sollecitazioni esterne (che però sono interne) rappresentano una delle patologie del Csm «pluralista« (o meglio: «pluri-liste»), cioè di questo vischioso sistema di vasi comunicanti fra un organo pubblico di rilievo costituzionale come il Csm e quel reticolo di gruppuscoli privati che sono le correnti. Se alcuni di questi gruppi privati assumono poi perfino una natura militante ed ideologica, il rischio di snaturamento dell’organo pubblico è notevole.
Sarebbe bene che il fronte del no rispondesse criticamente su questi aspetti di malattia sistemica piuttosto che limitarsi alle messe cantate «anti-dittatura» che - nella cieca autoreferenzialità dei loro officianti - rischiano solo di riportare in vita i demoni che pensano di esorcizzare.
Giuseppe Bianco, magistrato penale
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- Un incendio improvviso divora un locale esclusivo di Crans-Montana, tempio dello sci, durante la festa di Capodanno frequentata da under 17. Quasi 50 vittime, però riconoscere i corpi è complicato. Un centinaio i feriti con gravi ustioni, trasferiti pure a Milano.
- Farnesina al lavoro per gestire l’emergenza e dare tutte le informazioni possibili ai parenti. Bertolaso: «Stiamo facendo un censimento per capire quanti sono coinvolti». Meloni: «Sto seguendo la situazione».
- Le candeline avrebbero innescato il «flashover», la propagazione fulminea delle fiamme.
- Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia subito in campo per assistere la Confederazione. Primi trasferimenti a Milano. Musumeci: «Siamo pronti alla mobilitazione nazionale».
Lo speciale contiene quattro articoli.
È la notte di Capodanno, il locale è pieno di ragazzi, la musica, le voci, le risate. All’improvviso, le fiamme: lingue di fuoco che avvolgono il soffitto, prima dietro il bancone del bar e, in pochi secondi, su tutti gli arredi. I ragazzi non se ne accorgono subito, non capiscono cosa stia accadendo, qualcuno riprende i primi istanti con il cellulare e, in sottofondo, le voci sono ancora di festa.
Qualche attimo dopo il locale si trasforma in una trappola mortale: il fuoco si propaga velocemente, tutti lasciano i tavoli gridando di terrore e cercano le scale che portano all’esterno, avvolti dal fumo sempre più denso. Si calpestano, si ostacolano a vicenda, atterriti, si feriscono. Poi qualcosa nel locale esplode, un boato fortissimo forse due e la tragedia diventa una strage.
Sono 47 i morti e oltre 115 i feriti, molti dei quali gravi, nella tragedia di Crans-Montana località sciistica del Canton Gallese in Svizzera frequentatissima in questa stagione da turisti che arrivano da tanti Paesi diversi. Intorno all’1.30 della notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, forse a causa di alcune candeline accese e posizionate sui tappi delle bottiglie di spumante, il soffitto del bar discoteca Le Constellation, nel centro del paese, ha preso fuoco mentre era in corso una serata di Capodanno dedicata ai giovanissimi. Il longue bar è una struttura nota in paese, aperta da anni, molto frequentata dai ragazzi che arrivano anche dalle località vicine. È un locale a due piani: a quello terreno c’è una terrazza chiusa e coperta che affaccia direttamente sulla via. Da lì si accede al piano seminterrato, dove si stava svolgendo la festa. All’interno, secondo le testimonianze, c’erano circa 200 persone, quasi tutte sedute ai tavoli, e tanti ragazzi erano in fila, fuori al freddo, ancora in attesa di entrare.
Secondo uno dei primi racconti di ieri, quello di due giovani francesi che hanno parlato alla tv transalpina Bfm, le fiamme sarebbero partite da candeline accese su bottiglie di champagne che avrebbero appiccato il fuoco al soffitto in legno. «Una delle candeline è stata avvicinata troppo al soffitto, che ha preso fuoco e nel giro di poche decine di secondi tutto era in fiamme», hanno spiegato le due giovani che sono riuscite a mettersi in salvo. «Abbiamo cominciato a vedere del fumo e delle fiamme molto alte, ho provato a fuggire ma non riuscivamo ad uscire dalla porta», ha raccontato un altro giovane testimone, «c’era il caos, ho messo un tavolo a terra per proteggermi e per evitare che le persone in fuga mi schiacciassero, ho pensato che sarei morto così. Poi ho capito che l’unico modo per uscire era rompere una finestra, l’ho fatto e mi sono ritrovato fuori senza scarpe e senza vestiti».
Fuori del locale, dopo lo scoppio, una scena surreale: decine di persone a terra, bruciate sul corpo e sul volto, alcune senza vita. «L’aria era irrespirabile, tanti ragazzi insanguinati senza vestiti, stavano riversi sul marciapiede con i volti nascosti», racconta chi si è trovato davanti alla tragedia.
L’allarme che ha avvisato le forze dell’ordine dell’incendio è stato lanciato da una persona che abita accanto al locale: «I soccorsi sono arrivati in pochi minuti e molto rapidamente è stato attivato il dispositivo di sicurezza per fare in modo che gli agenti potessero agire al meglio», ha spiegato il capo della polizia del Canton Gallese, Frederic Gisler, in conferenza stampa, «Per prima cosa abbiamo soccorso le vittime e le abbiamo smistate nei quattro ospedali della zona, poi i vigili del fuoco hanno circondato l’area e abbiamo attivato un numero verde per le famiglie dei dispersi e un servizio di supporto psicologico per i feriti e i loro familiari». La macchina dei soccorsi è stata efficiente: solo nelle prime ore dopo la tragedia erano già in attività dieci elicotteri, 40 ambulanze e oltre 150 sanitari. Ma lo strazio non è finito per le tante famiglie che restano in attesa di notizie dai loro cari. «Purtroppo il lavoro di identificazione delle vittime sarà lungo e richiederà molto tempo perché molti corpi sono carbonizzati o con ustioni gravissime», ha chiarito ancora il capo della polizia, mentre sulle cause che hanno scatenato l’incendio è stata aperta una inchiesta.
Quello che appare certo è che il fuoco si sia propagato velocemente perché l’incendio è scoppiato all’interno di un locale chiuso e ha provocato a sua volta l’esplosione, un fenomeno ad altissimo impatto definito con il termine tecnico «flashover», ossia il passaggio improvviso da un incendio localizzato in uno spazio chiuso a uno più ampio.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Corse Matin i proprietari e gestori de Le Constellation sarebbero una coppia di francesi originari della Corsica, Jessica e Jacques Moretti. A quanto risulta, la donna, proprietaria anche di un altro locale nella zona, era all’interno del bar quando è scoppiato l’incendio ed è rimasta ferita a un braccio. «Quello che è accaduto è tra le peggiori tragedie del nostro Paese e ci impegneremo al massimo per capire le cause e le responsabilità», ha dichiarato il presidente della Confederazione elvetica che ha invitato turisti e sciatori a prestare particolare attenzione nei prossimi giorni e ad adottare comportamenti prudenti al fine di non impegnare i soccorsi e le unità operative degli ospedali in nuove emergenze. Dichiarati cinque giorni di lutto «per rispetto alle vittime».
Dispersi 6 connazionali, 13 ricoverati. Tajani oggi sul luogo dell’ecatombe
La notizia dell’esplosione e i telefoni che squillano a vuoto. È questa la rappresentazione plastica dell’incubo di ogni genitore, incubo divenuto realtà per decine di loro nella notte del primo gennaio 2026. La Farnesina è al lavoro ma ci vorranno giorni per avere numero e nomi precisi dei morti nella tragica esplosione di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. Lo ha spiegato l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado accorso sul posto: «L’accertamento delle vittime richiederà dei giorni a causa delle gravi ustioni subite dalle persone che si trovavano all’interno del locale».
A dilaniare i parenti dei dispersi è soprattutto l’incertezza, le prime notizie trapelate parlavano di un numero di italiani coinvolti ben superiore a 19. Molti minorenni, i più grandi superano appena i 25 anni. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che questa mattina si recherà a Crans Montana, ha disposto l’allestimento di una piccola unità di crisi del consolato generale di Ginevra sul posto «per rispondere alle domande dei connazionali ma anche per assistere le famiglie».
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tenuta in costante aggiornamento dal vicepremier Tajani, al mattino ha espresso, a titolo personale e a nome del governo, le più sentite condoglianze per il drammatico incendio ringraziando le risorse della Protezione civile operative ed esprimendo la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti, alle istituzioni e al popolo elvetici.
Dieci i nomi dei dispersi raccolti dalle prime testimonianze dei familiari che hanno raggiunto il centro per avere notizie, ma ieri sera erano in sei a risultare dispersi: Achille Osvaldo Giovanni Barosi (nato il 17 luglio del 2009), Riccardo Minghetti (02/09/2009), Chiara Costanzo (05/06/2009), Giovanni Raggini (26/09/1997), Giovanni Tamburi (21/12/2009), Giuliano Biasini. Tredici fin qui i ricoverati, molti di questi gravi. Leonardo Bove, Alessandra Galli De Min ed Eleonora Palmieri nel nosocomio di Sion, Antonio Lucia e Filippo Leone Grassi all’ospedale di Losanna, Francesca Nota in quello di Zurigo, Manfredi Marcucci nell’ospedale di Sion e Talingdan Kian Kaiser. Tragica la sorte di un gruppetto di sedicenni milanesi che, come gli altri, avevano raggiunto il locale Le Constellation per festeggiare il Capodanno. Una di loro è in coma all’ospedale di Zurigo, un altro è stato trasportato con l’elicottero a Zurigo con diverse ustioni alla testa e a una mano. Gli altri tre si sono salvati perché non sono stati fatti entrare.
«Mi hanno respinto all’ingresso e ho deciso di prendere il bus che stava passando in quel momento per andare al Montana (un altro locale)», ha raccontato un ragazzo ai microfoni di Rainews. Un altro, Battista Medde di Oliena ha risposto alle domande del Messaggero: «Dovevo andare anch’io ma ho preferito un altro locale dove si poteva entrare gratuitamente, visto che La Constellation aveva un biglietto di ingresso». Poi ha spiegato: «Io sono italiano e ho sempre frequentato quel locale, tanti italiani vanno là perché è un locale che chiudeva abbastanza tardi, che aveva il biliardo e le freccette e lo spazio era abbastanza grande per stare tutti insieme».
Guido Bertolaso, che dopo aver guidato la Protezione civile oggi è assessore al Welfare della Regione Lombardia, ai cronisti ha detto: «Ci sono altri due giovanissimi italiani ricoverati negli ospedali di Zurigo e Berna che però al momento non sono trasportabili per le gravi condizioni». Bertolaso illustra ai cronisti anche le condizioni di salute del primo ferito italiano arrivato al Niguarda la cui situazione sarebbe seria e per il quale il primo bollettino è stato emesso dopo le 20 insieme a quello di altri due connazionali, anch’essi giovani come la prima vittima, che hanno raggiunto anche loro l’ospedale milanese in serata, tutti intubati e con ustioni stimate tra il 30 e il 40% del corpo. Tra i feriti arrivati anche una donna: «Era cosciente e le sue condizioni non apparivano particolarmente critiche. So che ha subito un fortissimo trauma, probabilmente toracico stava mentre uscendo di corsa come tutti gli altri per salvarsi. Ha anche delle ustioni ma non mi sono sembrano gravissime. Sono arrivati anche altri due ragazzi che adesso stanno facendo il triage», ha spiegato Bertolaso.
Le notizie, tuttavia, arrivano confuse tanto che l’ex uomo forte della Protezione civile nazionale precisa: «Siccome sappiamo che ci sono altri italiani, stiamo facendo il censimento da un lato per sapere tutti quelli che sono ricoverati negli ospedali del Paese svizzero e poi per capire con il “team” di medici esperti che dovrebbe partire nella notte chi può essere trasportato, lo prendiamo e lo portiamo subito qui».
«Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l’elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina», ha aggiunto l’ambasciatore italiano Cornado, che al Tg4 ha spiegato: «Ci manca questo dato: l’elenco dei feriti e dove sono ricoverati».
Anche la Commissione europea, al pomeriggio, si espone per proporre il suo aiuto: «Profondamente rattristata dall’incendio a Crans-Montana. I miei pensieri sono con le vittime, le loro famiglie e tutti coloro che sono stati colpiti. Stiamo collaborando con le autorità svizzere per fornire assistenza medica alle vittime attraverso il Meccanismo di Protezione civile dell’Ue. L’Europa è pienamente solidale con la Svizzera», ha scritto su X il presidente Ursula Von der Leyen.
La discoteca era in un seminterrato. Una trappola con un’unica via d’uscita
Centinaia di persone in un seminterrato con una sola scala per risalire all’esterno. Una uscita di sicurezza sul fondo del locale, ma poco segnalata. Il soffitto in legno, i materiali non ignifughi e i giochi pirotecnici con le «stelle di natale» infilate nelle bottiglie di champagne per fare festa. Ci sarebbero anche questi tra gli elementi che hanno trasformato la festa di capodanno nell’apres- ski Le Constellation, meglio conosciuto come Le Conste, in una strage di giovani, rimasti intrappolati e bruciati vivi all’interno della discoteca più nota di Crans-Montana.
Sulle dinamiche dell’accaduto è stata aperta una inchiesta e il procuratore generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha annunciato l’avvio di una indagine per accertare cause e responsabilità. I racconti dei giovani che si sono salvati insistono, però, tutti, su alcuni fatti drammatici: l’utilizzo delle candeline scintillanti nella sala con il soffitto in legno, i pochi secondi passati tra le prime fiamme e la strage e la difficoltà dei presenti a raggiungere l’uscita per mettersi in salvo.
«Poco prima che scoppiasse l’incendio ho visto ragazze del servizio che portavano ai tavoli le bottiglie con dentro le candeline scintillanti», racconta uno dei giovani che si è salvato. «A un certo punto, uno dei clienti a cui era stata servita la bottiglia è salito sulle spalle di un amico, tenendo la bottiglia in mano e alzando le braccia ha quasi toccato il soffitto», racconta un altro «e pochi secondi dopo, tutto era avvolto dalle fiamme». Ma come è possibile? In gergo tecnico di chiama «flashover» e si tratta di un rogo che divampa velocemente in un locale chiuso e che crea esplosioni a ripetizione, senza lasciare scampo a chi si trova all’interno. Non serve una fiamma libera, per avviarlo bastano le temperature elevatissime e la concentrazione di materiali infiammabili, la reazione a catena che si innesca è incontrollabile e la temperatura sale così rapidamente da non lasciare ai presenti il tempo di fuggire. Le Constellation è aperto dal 2015, dopo una completa ristrutturazione che lo ha trasformato da locale fatiscente in meta chic delle vacanze sulla neve. Al piano seminterrato, che è il cuore del locale, tra schermi, luci psichedeliche e dj set, la pratica delle candeline pirotecniche, come dimostrano alcuni video girati nel locale, era usuale e quindi evidentemente, ritenuta sicura, nonostante l’ambiente senza sbocchi diretti sull’esterno.
Poi c’è la questione della scala e dell’uscita di sicurezza e, anche in questo caso, i racconti dei superstiti lasciano attoniti. Come quello di tre amici che quella sera dovevano festeggiare a Le Conste ma, all’ultimo momento, hanno rinunciato perché fuori dal locale c’erano decine di giovani in fila per entrare: «Appena è scoppiato l’incendio, i body guard che erano all’ingresso sono stati avvisati e sono scesi di sotto», raccontano, «a quel punto quelli che erano in fila ne hanno approfittato per riversarsi dentro ostacolando la fuga di chi tentava disperatamente di uscire per salvarsi la vita». Un altro testimone ha raccontato di essere passato nei pressi del locale proprio dopo lo scoppio dell’incendio e di aver visto «decine di giovani accalcati che cercavano di uscire dal locale senza riuscirci» mentre il fuoco devastava i loro corpi.
A quanto risulta sulle piattaforme di promozione turistica, Le Conste non brillava alla voce «sicurezza»: aveva collezionato alcune recensioni negative. Da ieri, inoltre, le pagine social del locale sono state chiuse.
Aiuti dall’Italia, ustionati al Niguarda
«Se le autorità elvetiche dovessero farne richiesta, attraverso il nostro ministero degli Affari esteri, non esiteremmo a dichiarare lo stato di mobilitazione nazionale delle nostre strutture di Protezione civile a supporto di quelle operative in Svizzera»: così il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ha voluto ribadire lo sforzo straordinario che le autorità e i soccorritori italiani hanno fin da subito messo in campo per assistere la Svizzera nelle operazioni di soccorso a Crans-Montana. Fin da subito, infatti, Regione Lombardia si è prontamente messa a disposizione per «accogliere i giovani rimasti feriti nella notte nel tragico incidente mettendo a disposizione tutte le competenze e le risorse necessarie», hanno fatto sapere da Palazzo Lombardia con una nota. Ieri sera sono stati trasferiti in Italia i primi pazienti coinvolti nel rogo: si tratta di tre connazionali portati al centro grandi ustioni del Niguarda di Milano, dopo sono stati resi disponibili 18 posti letto. Lo ha riferito a Rainews 24 il direttore del Cross 118, Andrea Nicolini. «Sono intubati e hanno ustioni sul 30-40% del corpo, non sappiamo se sono lombardi», ha aggiunto l’assessore lombardo al Welfare, Guido Bertolaso, accettiamo e siamo pronti a farci carico di feriti di qualsiasi nazionalità. Manderemo un team di nostri esperti di grandi ustioni che gireranno tutti gli ospedali della Svizzera per controllare tutti i nostri connazionali. Manderemo anche un team di psicologi per i genitori dei ragazzi ricoverati negli ospedali e per quelli ancora non riconosciuti». Solidarietà lombarda ribadita, ieri sera, anche dal governatore Attilio Fontana. Anche una squadra del soccorso alpino valdostano sta operando nella cittadina svizzera: da Aosta è partito all’alba di ieri un elicottero della Protezione civile regionale con a bordo i tecnici del soccorso alpino e un medico.
E pure il Piemonte è sceso in campo: «Abbiamo attivato il nostro sistema sanitario, offrendo posti letto per ricoverare i pazienti negli ospedali del nord del Piemonte, medici e personale sanitario in grado di gestire situazioni di emergenza Azienda zero è già in contatto con i diversi soggetti interessati per mettere a disposizione gli elicotteri del servizio regionale di elisoccorso per il trasporto di eventuali pazienti critici negli ospedali regionali sulla base delle richieste che perverranno dal ministero degli Esteri e dagli organi sanitari europei. Anche il nostro sistema di Protezione civile è pronto a collaborare», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. L’Emilia-Romagna ha messo a disposizione 50 posti di terapia intensiva, da Genova è pronto a partire un expert-team per le grandi ustioni.
«Vogliamo ringraziare Italia, Francia e Germania per l’aiuto dopo la tragedia», ha commentato commosso Guy Parmelin, presidente della Confederazione elvetica, in conferenza stampa.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Al posto di pensare al futuro, il capo dello Stato ha fatto un’inutile predica sul passato. Tornando addirittura alla fondazione della Repubblica. E per strizzare l’occhio ai ragazzi, ha trascurato l’allarme delle forze dell’ordine sulla violenza giovanile.
Marcello Veneziani su questo giornale aveva suggerito un argomento per il discorso di fine anno del presidente della Repubblica. Ovviamente, invece di mettere al centro del suo intervento il futuro che ci attende, il capo dello Stato ha preferito parlare del passato. Così, se c’era un modo per evidenziare la distanza che regna fra la più alta carica del Paese e le sfide che attendono gli italiani nel 2026, diciamo che Sergio Mattarella lo ha trovato. Il suo messaggio, interamente improntato sulla nascita della Repubblica, sarebbe andato bene in un libro di storia, non certo in un discorso al Paese in vista dei problemi con cui ci dovremo confrontare. Purtroppo la predica inutile del Colle è un format (che riconosco non essere stato inaugurato dall’attuale inquilino del Quirinale) a cui siamo abituati da anni, e dunque quella del 31 dicembre, come il panettone e lo spumante, fa ormai parte delle tradizioni, anche se meno gradevole delle altre due.
Ciò detto, del discorso di Mattarella mi ha colpito il riferimento ai giovani, liquidati in poche parole proprio in chiusura dell’intervento. «Qualcuno - che vi giudica senza conoscervi davvero - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati». Il capo dello Stato poi ha esortato la «generazione Z» a non rassegnarsi e a essere esigente e coraggiosa. Tuttavia, se c’è qualcuno che con le sue parole ha dimostrato di non conoscere davvero i giovani, questo è proprio il presidente della Repubblica, che dopo il pistolotto con cui ha rievocato 80 anni di storia, ha deciso di chiudere con un riferimento ai ragazzi, appiccicato al resto del messaggio quasi per caso, senza alcuna reale intenzione né di approfondire il disagio giovanile e men che meno di capire le aspirazioni di adolescenti e ventenni.
Se solo il capo dello Stato avesse avuto notizia delle recenti riflessioni fatte dagli organi di polizia, preoccupati dalla recrudescenza della delinquenza giovanile, si sarebbe risparmiato di parlare di giovani «diffidenti, distaccati e arrabbiati». Se c’è un fenomeno che nel corso del 2025 si è evidenziato è quello dell’aumento dei reati da parte dei ragazzini. Minorenni con il coltello in mano, branchi pronti ad aggredire e derubare i coetanei, gruppi determinati a scontrarsi con le forze dell’ordine. Certo, i maranza non sono rappresentativi dell’intero universo degli adolescenti e dei ventenni, però se i questori denunciano con preoccupazione la crescita di queste bande è evidente che non si tratta di una percezione dell’opinione pubblica e nemmeno della valutazione di qualche osservatore politicamente orientato. Altro che ragazzi dipinti da chi non li conosce bene come «diffidenti, distaccati e arrabbiati». Qui stiamo tenendo a battesimo le gang che altri Paesi, per esempio la Francia, hanno già visto all’opera. Banditi in erba, quasi sempre di origine straniera, spesso di seconda generazione, che in Italia ritengono di poter fare ciò che nei loro Paesi sarebbe represso senza esitazione. Solo a fine anno, mentre Mattarella parlava, a Roma la zona del Colosseo era segnalata come off limits per aggressioni e risse, a Torino la gang di Askatasuna si scontrava con la polizia e a Milano il centro era di fatto chiuso ai festeggiamenti per il timore di violenze come in passato. Altro che inclusione, come invoca il capo dello Stato: qui sarebbe necessaria la repressione, ma il sistema buonista spesso invocato dal Colle rischia di regalarci la rassegnazione, ovvero un cedimento alla violenza di chi è giudicato «diffidente, distaccato e arrabbiato».
Certo, sarebbe stato interessante se, invece che parlarci del passato, degli 80 anni della Repubblica e di tutte le conquiste raggiunte, dalla riforma sanitaria a quella agraria, dal voto alle donne allo statuto dei lavoratori, Mattarella ci avesse raccontato del presente e del futuro. Sarebbe stato un segno di modernità, di uno sguardo aperto verso le sfide che ci attendono, di una vera vicinanza nei confronti dei giovani. Invece Mattarella ha scelto di voltarsi indietro, di commemorarsi e di rallegrarsi, dimostrando ancora una volta non solo di non comprendere le giovani generazioni, ma neppure il secolo che ha di fronte e i cambiamenti con cui l’Italia e l’Europa si dovranno confrontare nel 2026 e negli anni a venire. Non proprio un messaggio ben augurante per la più alta carica dello Stato.
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