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Luca Zaia (Ansa)
Nessuna nomina eclatante nel Consiglio federale di ieri: Zaia e Fedriga rimangono senza incarichi. Almeno per ora. Il modello caldeggiato dal Doge resta quello «bavarese» autonomista e legato alle imprese. Ma serve un cambio di statuto per il Carroccio.
Da qualche parte bisogna pur partire. È iniziato il dialogo, ma la soluzione non è a portata di mano. Ieri l’atteso Consiglio federale della Lega, convocato a Roma dal segretario Matteo Salvini, è stato interlocutorio. Nel senso: chi si aspettava nomine di vice o novità eclatanti, è rimasto deluso.
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, rimane al suo posto senza incarichi nel Carrocio. Per ora. Così come Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni. L’idea, caldeggiata proprio dal segretario qualche settimana fa, è quella di puntare sui due fuoriclasse del Nordest, in particolar modo sul Doge, per rispondere a Roberto Vannacci, ma anche per risalire nelle intenzioni di voto all’interno del centrodestra in vista delle elezioni politiche. Manca un anno e passa al voto, però prima si comincia, prima si può risalire. Come?
Zaia ha la sua ricetta: «Io ho sempre sostenuto che l’identità sia assolutamente legata al consenso. Più identità c’è, più consenso c’è». E identità vuol dire quel modello bavarese (Csu alleata alla Cdu nazionale) autonomista, legato alle imprese e alle sfide dei lavoratori soprattutto con l’Intelligenza artificiale, che sia più amministrativo che politicante. Solo che per fare la Csu - che in Veneto fanno presente essere una idea del 1982 targata Toni Bisaglia, dominus dei Dorotei democristiani - serve un cambio di statuto del Carrocio. Cosa che si può anche fare, ci sta lavorando il numero uno delle regole, Roberto Calderoli. Peccato che non si improvvisa una rivoluzione in una settimana. Ma, soprattutto: non è che Salvini può cedere di fatto il controllo del partito al Nord, culla del movimento più vecchio in Parlamento, a Zaia. Così. Gratis. Ci sarebbero troppi scontenti, adesso.
«È andata bene. Quando parlo di Lega sono sempre felice», ha commentato Salvini dopo oltre tre ore di confronto. «Ho ascoltato con attenzione gli interventi nel Consiglio federale» e «sono determinato a rafforzare sempre di più la Lega, valorizzando il grande impegno degli amministratori, apprezzati in tutti i territori, all’interno del partito». Come dire: ci siamo parlati, ci siamo anche dette cose non belle e ora vediamo cosa si può fare.
In effetti, secondo quanto riportato dall’agenzia Adnkronos, il confronto è stato bello schietto. Quando Armando Siri ha ricordato ai presenti l’errore della partecipazione della Lega nel governo Draghi, sarebbe stato subito stoppato da Zaia, che si è lasciato sfuggire un: «Ha parlato il teologo... ». Contro il responsabile dei dipartimenti, l’ex socialista, si sono scagliati pure i governatori, che non digeriscono le accuse di «non essersi candidati alle europee, lasciando spazio a Vannacci». Contro i presidenti delle Regioni del Nord l’accusa è quella di una «mancata assunzione di responsabilità nei confronti del partito». A Siri, che avrebbe parlato anche degli investimenti, sottolineando l’importanza del tema delle finanze pubbliche, qualcuno ha ricordato che «non è bello parlare di soldi, senza Giancarlo Giorgetti». Parole a cui il capo dei dipartimenti avrebbe replicato: «Mi pare che fosse stato invitato pure lui, ma non c’è...». Assenza, quella del titolare del Mef, che non è passata inosservata benché legata alla concomitante audizione dello stesso Giorgetti in Commissione sulla riforma Rai, con il ministro presente, invece, a inizio dei lavori del Federale. Silvia Sardone, attuale vicesegretaria del Carroccio, ha poi bollato come «falsità», sempre all’agenzia Adnkronos, i rumors che la darebbero in procinto di passare con Futuro nazionale.
«Abbiamo fatto un bellissimo Federale, tutti hanno potuto esporre le proprie idee e penso che sia stato costruttivo, visto e considerato che moltissimi interventi sono stati in linea con l’idea di essere vicini ai cittadini. E si va in questa direzione, poi ci rincontreremo ancora», ha sottolineato ancora Zaia parlando con i cronisti dopo la riunione. Una precisazione, però, è stata fondamentale: «Non esistono due Leghe», ha proseguito il Doge, «e non sono mai esistite. La Lega è una sola. Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma, ha scritto “mia madre è mia madre”». Mamma Lega, insomma, non si discute. E mamma Lega, nonostante l’abbiano data per spacciata tante volte, ha resistito a tutto in oltre 35 anni.
Chi, invece, non resiste ad attaccare Marina Berlusconi ogni giorno è Vannacci. Anche ieri da Lilli Gruber su La7 ha detto che non sa «sa che titolo parla: non ha un ruolo politico. Come finanziatrice di Fi? Nel caso», ha aggiunto il generale, «prendiamo atto che è un partito eterodiretto dalla finanza e dall’editoria». Parole forti che allontano in un certo senso il leader di Futuro nazionale dal centrodestra anche se, ha sottolineato Vannacci, «le alleanze si faranno a ridosso delle elezioni».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier a Confcommercio: «Altri tagli per il ceto medio». Ok in cdm alle nuove norme per un’IA a servizio dell’uomo.
«L’Italia non è la repubblica delle banane». Non le manda a dire il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’assemblea di Confcommercio che si è tenuta ieri all’auditorium della Conciliazione di Roma. «Qui si rispettano le regole: come ricordava il presidente Sangalli, non c’è mercato senza regole, e senza regole non ci sono imprese sane e non c’è crescita».
E per «qui» si intende in Italia, perché «l’Italia», ha detto Meloni, «malgrado le profezie di chi la dipinge come “spacciata”, sta scalando le classifiche globali del turismo e dell’export. E Confcommercio si conferma, in questo scenario, il ponte necessario per trasformare la resilienza in uno sviluppo duraturo, capace di guardare alle sfide dell’Intelligenza artificiale e della transizione ecologica senza smarrire la propria identità profonda».
Per il presidente del Consiglio, «il commercio di vicinato non è un retaggio del passato ma l’ossatura indispensabile per costruire il futuro del Paese», perché «ogni serranda alzata è una luce, un punto di riferimento, un presidio di sicurezza e socialità: è qualcosa che nessuna piattaforma come l’IA potrà mai sostituire». Meloni ha elogiato il pragmatismo di Confcommercio: «Colonna del sistema Italia che non ha mai anteposto l’interesse di categoria a quello generale». Poi ha risposto anche a chi critica il governo per aver fatto poco per il ceto medio: «Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio», ha sottolineato rivendicando quanto fatto fin qui. «Con il taglio del cuneo e la riforma Irpef rimettiamo nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro l’anno». E poi la stoccata a distanza alla segretaria del Pd, Elly Schlein: «Il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo. Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo affinché gli italiani possano avere un patrimonio dopo decenni di lavoro e di sacrifici».
Meloni ha poi puntato su un «patto tra generazioni», incentivando la trasmissione delle competenze attraverso sgravi contributivi per chi assume giovani affiancandoli a lavoratori esperti. Il premier ha parlato anche di IA. «Andiamo verso un mondo nel quale diventa difficile distinguere quello che è vero da quello che non lo è. Noi abbiamo fatto una proposta a livello internazionale, cioè che quando tu vedi qualcosa che è prodotto dall’intelligenza artificiale, deve essere scritto in sovraimpressione “è prodotto dall’intelligenza artificiale”». E ancora: «Se vedi la Meloni in camicia da notte, sul letto, mezza nuda, non puoi pubblicare la foto dicendo: “Si può un presidente del Consiglio dei ministri presentare così?”, perché ci sarà scritto “la Meloni è nuda perché l’immagine è stata creata con l’intelligenza artificiale”». E proprio di intelligenza artificiale si è occupato il Consiglio dei ministri di ieri, dove è stato emanato un pacchetto attuativo per dare «una risposta normativa organica alla trasformazione tecnologica in corso».
«L’Italia è la prima nazione che si dota di una normativa nazionale organica in materia», ha sottolineato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che tra le misure approvate ha citato la novità «della responsabilità civile» per danni da IA. I decreti attuativi (che andranno al vaglio delle commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e delle Authority competenti) da una parte disciplinano i poteri delle autorità nazionali, dall’altra introducono un quadro giuridico per l’impiego dell’IA nelle attività di polizia, nel lavoro, nella giustizia, nell’istruzione e nella ricerca. Il filo conduttore è l’impostazione antropocentrica, un’IA governata da una visione etica e umanistica, in sintonia con l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas. Per l’intelligenza artificiale nell’ambito della sicurezza, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato che «non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “Grande fratello” generalizzato, ed è vietato l’utilizzo di grandi banche dati biometriche».
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha spiegato che «tutte le attività di rilievo biometrico possono avvenire solo con il controllo della magistratura e su richiesta del pubblico ministero al gip. Solo in caso di urgenza possono essere adottate dal pm, con successiva convalida da parte del gip».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Ancora nulla di fatto nei negoziati. Il tycoon, che minaccia ulteriori raid, inveisce: «L’Iran fa il bullo, vuole farci fessi». Il capo della Casa Bianca e Netanyahu allineati sugli ultimi attacchi contro il regime.
Torna a traballare il processo diplomatico tra Washington e Teheran. Ieri mattina, gli Stati Uniti hanno effettuato alcuni attacchi contro l’Iran come ritorsione all’abbattimento di un elicottero statunitense da parte del regime khomeinista. I pasdaran, per reazione, hanno usato dei droni contro la Quinta flotta americana in Bahrein per poi lanciare missili ai danni delle basi di Washington presenti in Giordania e Kuwait.
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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