Iraq tra oleodotti e barili. Sinopec sempre più in profondità. L'Europa dipende troppo dal gas americano. Il solare spagnolo non ripaga il mutuo. Washington Post contro il Green Deal. Grano e zucchero sotto pressione.
Nelle prime cronache si è evitata la parola «terrorismo» e si parla già di pazzia: che sia colpa nostra pure stavolta?
Appena si è diffusa la notizia, i principali siti di informazione si sono affrettati a dire che l’autore «dell’incidente stradale» di Modena (così l’hanno definito fino a sera le tv) è un italiano, anche se di seconda generazione. Come se essere nato in Italia, avere la carta d’identità del nostro Paese, sia qualche cosa che possa tranquillizzare e allontanare da noi lo spettro del terrorismo che negli anni scorsi ha insanguinato il mondo.
Quanti sono gli attentatori che in Spagna, in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna avevano la cittadinanza del Paese che hanno colpito a morte? Alcuni degli autori della strage di Barcellona del 2017 erano nati in Catalogna, figli di immigrati di origine marocchina, come l’autore della tentata carneficina di ieri, ma questo non ha impedito loro di uccidere 16 persone e ferirne altre 130, travolgendole con un pulmino sulla rambla. Un anno prima, a Nizza, un nordafricano con passaporto francese aveva guidato il camion in mezzo alla folla sulla Promenade des Anglais , uccidendo 86 persone e ferendone altre 458. A Bruxelles, nel 2016 alcuni dei componenti della cellula criminale che uccise 32 persone e ne ferì 340 erano belgi, nati da famiglie immigrate marocchine. E che dire dell’attentatore di Manchester, in Gran Bretagna, che nel 2017 si fece esplodere in mezzo ai fan della cantante americana Ariana Grande, una strage che fece 22 morti e 250 feriti? Era nato nel Regno Unito, figlio di immigrati libici, accolti in Inghilterra come rifugiati politici in fuga dal regime di Muhammar Gheddafi. Anche lui, come l’autore dell’«incidente stradale» di Modena, aveva studiato economia all’università ma poi, invece di occuparsi di profitti e perdite, aveva imboccato la via del terrorismo, anzi, dello Stato islamico.
Nel caso di Modena, il sindaco della città emiliana, Massimo Mezzetti, si è affrettato a definire il marocchino che ha investito deliberatamente otto persone, alcune delle quali fino a ieri sera lottavano fra la vita e la morte, un «pazzo criminale», aggiungendo che l’uomo «non avrebbe tutte le rotelle a posto». In serata in effetti si è appreso che era stato in cura psichiatrica. Ma è un commento che gira al largo dalla questione principale, e che evita di usare termini come attentato, ma parla solo di atto scellerato o sciagurato. E cosa può essere se non un attentato la decisione di invadere ad alta velocità un marciapiede nel centro città, accelerando la corsa della vettura e dirigendola direttamente contro la folla? Come può essere definita la scelta di investire decine di passanti se non un attentato? Altro che pazzo, che automobilista a cui manca qualche rotella. A prescindere dalla motivazione, cioè che si tratti un attentato di matrice religiosa, culturale o ambientale (ho sentito che l’autore della tentata strage si giustificherebbe dicendo di essere bullizzato), è evidente che quanto è successo a Modena non è altro che terrorismo. Lo so, adesso ci diranno che, nonostante avesse la carta d’identità italiana, nonostante avesse studiato a Bergamo e fosse laureato in economia, il killer della città emiliana si sentiva emarginato. Colpa insomma della mancata integrazione e dunque, anche se aveva le carte in regola per trovare un lavoro e costruirsi un futuro in Italia, rispettandone le leggi, alla fine ci spiegheranno che la responsabilità è nostra, perché dobbiamo fare di più per far sentire queste persone a casa propria, altrimenti vivranno da estranei e matureranno un rancore contro di noi. Insomma, averli accolti non basta, lasciare che spesso la facciano da padroni a casa nostra neppure. Dobbiamo anche comprenderli e coccolarli, perché altrimenti rischiamo che salgano a bordo di una vettura e sfoghino la loro frustrazione contro di noi. Se questo è il modo di ragionare, tanto vale arrenderci. Tanto vale stabilire che hanno vinto loro. Le vittime non siamo noi, ma loro. È il ribaltamento della realtà, ma soprattutto del buon senso. Ed è la nostra fine.
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Le Forze dell'ordine durante la perquisizione della casa di Salim el Koudri (Ansa)
Salim El Koudri, 31 anni, nato in provincia di Bergamo, era in cura per problemi psichiatrici. È diventato dottore in Economia (con la triennale), avrebbe detto di sentirsi escluso. Attualmente è disoccupato. Il padre è in attesa di avere a breve la cittadinanza italiana.
Dopo aver fatto piombare l’Italia nell’incubo del terrorismo islamico, Salim El Koudri, 31 anni, origini marocchine ma cittadinanza italiana, ha dato una versione confusa agli investigatori che lo hanno arrestato: non ha giustificato con il fanatismo ideologico il suo terribile gesto. Ma avrebbe parlato di emarginazione, forse anche di bullismo. In pratica, se ha preso l’auto e l’ha lanciata a 100 all’ora nel centro di Modena, falciando otto persone (e amputando due gambe a una donna), la colpa è della società italiana.
Sembrerebbe questa la prima giustificazione che avrebbe offerto il ragazzo al momento dell’arresto. Su di lui il nostro Antiterrorismo non aveva alcuna segnalazione. Non era entrato in nessun database di radicalizzati. Così come la sua famiglia. «Non ci sono elementi per poter qualificare come gesto terroristico quello di El Koudri, inteso come ideologicamente o religiosamente orientato, ma siamo di fronte a un grave disagio», ci spiega un investigatore. Il padre, Mohamed, era in attesa di ottenere la cittadinanza italiana. Un iter che era in dirittura d’arrivo. Non è difficile immaginare che cosa avrà pensato ieri il genitore quando ha avuto la notizia che tutto quello che aveva costruito nel nostro Paese era andato in frantumi.
Il figlio, quando è stato fermato, dopo avere travolto i passanti e ferito con un coltello un uomo che aveva provato a bloccarlo, secondo alcune testimonianze, non ha pronunciato frasi rituali come Allah Akbar, ma è apparso subito in stato confusionale, anche se i test per verificare l’assunzione di droga e alcol hanno dato esito negativo. Quindi El Koudri avrebbe preso la decisione di lanciarsi sui passanti senza essere obnubilato da alcuna sostanza. Ma solo da un profondo disagio interiore. Il ragazzo, negli anni passati, sarebbe stato in cura almeno sino all’anno scorso presso un centro di salute mentale di Modena. Il trentunenne, nato a Seriate (Bergamo), è residente a Ravarino, un paese di poco più di 6.000 abitanti a cavallo delle province di Modena e Bologna. Il sindaco Maurizia Rebecchi, contattata dalla Verità, ci ha detto: «Il primissimo pensiero va alle vittime, ai gravissimi feriti di questo atto. Mi lasci esprimere la vicinanza. So che l’attentatore è un cittadino italiano nato a Bergamo. La sua famiglia non ci era nota, perché non si è mai rivolta ai nostri servizi sociali. Questo nucleo aveva la propria autonomia e la propria vita come tante altre famiglie del nostro territorio».
Le notizie ieri sera erano ancora frammentarie. Quello che siamo riusciti a sapere, grazie a Internet, è che Salim, dopo aver frequentato le scuole superiori a Modena (il liceo scientifico Tassoni), ha conseguito una laurea triennale in Economia. Il giovane aveva un profilo Instagram, che però, quando lo abbiamo cercato, risultava bloccato e i suoi contenuti rimossi. Restavano solo le tracce di scatti e reel da fotografo non professionista.
La sua attività social è stata rapidamente setacciata dagli specialisti dell’Antiterrorismo guidati da Lucio Pifferi, ma, nell’immediatezza, non ha offerto elementi d’interesse. Salim attualmente sarebbe disoccupato, anche se in passato è stato un lavoratore interinale. Da qui, forse, la sensazione di trovarsi in una condizione di emarginazione. Salim ha anche una sorella, Carmen, 33 anni, anche lei laureata. Su Internet appare come una ragazza dallo stile occidentale. In una foto compare con un tailleur e un top. In un’altra durante un viaggio all’estero. Indossa jeans occidentali e nessun velo islamico. Papà Mohammed ha 63 anni, la madre, Fatima, 57. Nessuno dei due compare nell’archivio della Camera di commercio per un qualche tipo di attività imprenditoriale svolta nel nostro Paese.
Entrambi i figli compaiono in un elenco degli alunni ammessi alle borse di studio per l’anno scolastico 2010-2011. Insomma, si tratterebbe di una famiglia insospettabile. Quasi invisibile. Nessun precedente penale, nessun problema di radicalizzazione.
Eppure proprio in quell’humus di apparente assoluta normalità, Salim avrebbe iniziato a covare una rabbia sorda contro il mondo che lo circonda. Che, a suo giudizio, non lo avrebbe accolto nel modo giusto. E che dopo la laurea gli avrebbe voltato le spalle.
Di fronte a un quadro del genere non è facile immaginare delle contromisure o dare un giudizio. Di questo dovrà occuparsi la magistratura. Ma di certo è un segnale preoccupante che nella ricca Emilia, un giovane italo-marocchino, apparentemente più inserito di tanti altri suoi coetanei, abbia deciso di lanciarsi contro ignari passanti per fare una strage, rovinando anche la propria vita e quella dei famigliari. Ieri sera, quando il giornale è andato in stampa, erano ancora in corso le perquisizioni a casa dell’uomo. L’analisi di cellulare e computer sarà fatta con le garanzie previste dalla legge e, quindi, occorrerà qualche tempo per sapere se emergeranno elementi che potranno chiarire il senso di un gesto che al momento sembra non averne.
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Monica Montefalcone durante un'immersione. Nel riquadro, con la figlia Giorgia (Ansa)
Morto pure un sub che stava cercando i corpi dei quattro turisti italiani deceduti in mare. Carlo Sommacal, che ha perso moglie e figlia: «Abbiamo delle piante sul balcone, che non sono mai fiorite. Nella notte sono apparsi due boccioli: erano loro».
C’è qualcosa di più scuro del nero della notte: è il profondo del mare. Alziamo il naso all’insù attratti dalla luminosità delle stelle, incastrate nel buio del cielo, ma poi ci interroghiamo su ciò che cela l’abisso, di cui sappiamo pochissimo, nonostante copra gran parte del nostro pianeta. Non siamo fatti né per volare né per stare sott’acqua, eppure ne siamo attratti. Lo erano certamente i quattro sub italiani che, tre giorni fa, hanno trovato la morte durante un’immersione alle Maldive
Si trovavano a Vaavu, un piccolo atollo con meno di 2.200 abitanti. Desideravano vedere una grotta a oltre 50 metri di profondità, nonostante le norme locali proibiscano di oltrepassare i 30. «Bisogna essere sub esperti per arrivare a quelle profondità e loro lo erano», racconta un incursore di Marina alla Verità. «Quando muore un gruppo in questo modo si tratta molto spesso di un’intossicazione da monossido e forse in questo caso potrebbe esserci stata una miscela di gas sbagliata», prosegue. Ma non è l’unica possibilità. Perché nelle grotte capita di perdersi: «Si solleva del sedimento e non si trova più la via per uscire». La pista sulla dinamica dei decessi si potrà iniziare a intuire guardando il contenuto delle bombole: «Se sono ancora piene è perché sono morti per intossicazione da monossido o per una miscela sbagliata. Se invece sono finite è perché si sono persi».
Recuperare i corpi, e quindi anche le bombole, non è facile. Nella serata di ieri, infatti, è partito un team finlandese specializzato in recuperi subacquei. Poche ore prima, però, è morto il sub che si era messo alla ricerca delle salme. Si chiamava Mohammed Mahdi, era un uomo delle Forze nazionali di difesa maldiviane e quel mare lo conosceva come le sue tasche. Come i quattro turisti italiani, anche lui è sceso nella grotta. Ha cercato ovunque per trovare un segno del loro passaggio. Nel momento in cui è risalito in superficie ha iniziato ad accusare i sintomi della malattia da decompressione. L’azoto crea bolle nel sangue e nei tessuti. Il corpo inizia a pesare, le vertigini danno alla testa, fino a quando, nelle forme più gravi, arriva il crollo e quindi la morte. Un altro decesso. I giornali parlano di maledizione della grotta. Non è così. Non c’entra la scaramanzia, la buona o la cattiva sorte. La maledizione vera la porta addosso chi è rimasto. Carlo Sommacal è due volte vittima. Ha perso sua moglie, Monica Montefalcone, e la loro figlia, Giorgia. Entrambe inghiottite dalla grotta: «Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto cinquemila immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà». Usa il presente. Non riesce a spingersi all’imperfetto o, peggio ancora, al passato remoto. «Mi hanno detto che il corpo ritrovato non è quello di mia moglie». Il corpo di madre e figlia è ancora lì. Nessuno sa dove. «Di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo», prosegue.
Carlo, anche se non vuole, deve cercare di farsi forza: «Lo devo a mio figlio Matteo. Ho perso tre persone in pochi mesi: prima mio fratello, adesso mia moglie e mia figlia. Io provo a resistere ma lui non so come reagirà». Continua, mentre parla, a pensare alla moglie: «È una “tedesca”: alle 11 si va a messa, alle 19.30 si cena. E guai a farla ritardare di un solo minuto. E anche su quelle cose lì delle immersioni. Sarà stato il destino, tutte le precauzioni possibili loro ce le hanno».
Eppure non è bastato. La morte arriva, prende e scappa, portando con sé amori, sogni e aspirazioni. Come quelli di Giorgia, che si doveva laureare tra un mese in ingegneria biomedica. Non potrà più farlo. E nemmeno suo fratello, Matteo, potrà festeggiare il compleanno con sua mamma e sua sorella. Racconta infatti Carlo: «Mio figlio fa il compleanno il 22 maggio. E intanto le stava preparando la festa di laurea di nascosto». Come è normale che sia, padre e figlio non hanno dormito. Il marito di Monica ha passato tutta la notte sul balcone. Pensieri, sigarette. E la carta che diventa rossa e poi fumo che corre verso il cielo: «Sul poggiolo», racconta Carlo, «abbiamo dei vasi di fiori e non ho mai visto un bocciolo. Oggi c’erano. È un segno per me, sono Monica e Giorgia che mi stanno parlando, che mi dicono di stare tranquillo». Ma farlo non è facile. «Non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui. Loro si erano trasferiti da Milano quando sono nati i miei figli. Giorgia stava sempre con loro. Li andava a trovare, giocava a carte con loro».
Di fronte alla morte si torna bambini. Ci si continua a chiedere: perché? Perché è successo? Perché proprio a loro? Perché è capitato mentre facevano una cosa che amavano? Un po’ come Cristo sulla Croce: «Padre, perché mi hai abbandonato?». Lo stesso fa Carlo: «Vorrei tanto incontrare Dio un giorno e chiedergli perché si è accanito con noi. Monica era sempre sorridente, sempre solare. Onesta e soprattutto scrupolosa». Perché? Orietta Stella, la legale del tour operator verbanese Albatros Top Boat che ha venduto il pacchetto per la crociera subacquea nella quale hanno perso la vita cinque italiani, è partita per le Maldive. «Voglio capire cosa è accaduto a queste povere persone», dice all’Ansa mentre entra in aeroporto, «e voglio seguire il recupero dei loro corpi». È il perché umano, quelle delle cause materiali e degli errori umani. Ma resta il perché più alto. Quello che Carlo chiede a Dio.
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