Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 marzo con Flaminia Camilletti
Il Belgio rompe il muro: aprire un dialogo con Putin. Senza idrocarburi da Mosca rischiamo la recessione. Il diesel sfiora i 2,1 euro al litro, il governo studia sconti selettivi. Ursula apre all’abolizione delle tasse sulle bollette, però a spese nostre. Intanto rincara l’acqua.
Urge una decisione. Ormai è chiaro che i prezzi di gas e petrolio non torneranno presto alla normalità. Per quanto sia auspicabile il contrario, la guerra in Iran è destinata a durare mesi e di conseguenza anche l’instabilità politica dell’intera regione da essa generata. Per altro, comunque vada, ovvero sia che le bombe americane e israeliane vincano la resistenza di Pasdaran e ayatollah, sia che Trump e Netanyahu decidano di fermare il conflitto, lo stretto di Hormuz non sarà liberato in poche settimane. Migliaia di petroliere sono in fila in attesa di avere la certezza di non essere fatte colare a picco dagli iraniani e prima che questo collo di bottiglia sia liberato dall’intasamento ci vorrà tempo. Ma questo è proprio ciò che manca all’Occidente e in particolare all’Europa. L’industria non può assecondare i comodi della politica e nemmeno quelli della guerra. Dunque, oltre a mancare diverse materie prime, c’è il problema dei combustibili, il cui prezzo rischia di diventare insopportabile sia per il mercato sia per i consumi.
Quindi, che si fa? Al momento l’Unione europea balbetta, mostrando di non aver chiara la strada da seguire. C’è un auspicio a risolvere la questione con una mediazione, c’è qualche ripensamento sul fronte delle centrali nucleari, c’è addirittura qualcuno che spinge per accelerare l’introduzione delle rinnovabili. Ma tutte queste presunte vie d’uscita non servono a garantire una soluzione rapida al problema energetico. Impianti a fissione o campi per la produzione di energia solare o eolica richiedono tempo per essere realizzati e questo è ciò che manca per ottenere risultati velocemente.
Su queste pagine abbiamo suggerito la risposta più immediata e anche più sensata: riaprire i canali con Mosca, per assicurarci una fornitura costante di gas e petrolio. Qualcuno pensa che bussare alla porta del Cremlino sarebbe una resa a Putin, un via libera alla brutale aggressione dell’Ucraina. In realtà si tratterebbe di una mossa politica di grande realismo. Innanzi tutto, bisogna prendere atto che, dopo quattro anni di sanzioni, le misure adottate dalla Ue per fermare la brutalità delle truppe russe non sono servite a molto. Anzi: con il rialzo dei prezzi dovuto alla crisi iraniana, Mosca ha la possibilità di incassare degli extra profitti senza neppure fare la fatica di incrementare le vendite di greggio. Paradossalmente la guerra sta rendendo ricco Putin e immettere gas e petrolio russi contribuirebbe ad abbassare le quotazioni, limandone i guadagni.
Del resto, è ciò che sta provando a fare lo stesso Trump, che, di fronte alla fiammata dei prezzi, ha deciso di sospendere le sanzioni per un mese, aprendo all’India ma anche a chiunque altro voglia comprare i combustibili di Mosca. Tuttavia il presidente americano non è il solo a pensarla così. Ieri anche il premier belga, l’indipendentista Bart De Wever, ha detto che l’Europa deve negoziare con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina e ripristinare l’accesso all’energia a basso costo. Una posizione che certo rompe il fronte di chi vorrebbe proseguire a oltranza il conflitto tra Mosca e Kiev, ma che svela un sano pragmatismo che non è più limitato a poche voci isolate.
Del resto, se la strada più logica non si vuole percorrere per un posizionamento pregiudiziale, le altre soluzioni non soltanto non sono più immediate, ma richiedono di mettere da parte altri pregiudizi. Il primo dei quali è quello che ci ha imposto la transizione verde, ovvero un piano per eliminare le emissioni di CO2, costringendo l’industria dentro regole che rischiano di far precipitare il Pil dei Paesi europei.
C’è poi un’altra possibilità, ma anche in questo caso si tratta di mettere da parte alcuni irragionevoli dogmi, come ad esempio i vincoli di bilancio e il debito comune. Se non si può riaprire il rubinetto del gas russo e nemmeno tumulare il Green deal, non resta che mettere mano ai soldi, per finanziare la ripresa europea. In questi anni si sono trovate montagne di miliardi per sostenere Kiev, ma adesso invece di staccare assegni a favore dell’Ucraina è necessario spenderli per l’Europa, rinunciando ai parametri della burocrazia di Bruxelles e anche alle regole studiate a tavolino. Siamo in emergenza, servono misure di emergenza, perché non si può combattere una guerra (perché quella in cui siamo coinvolti è una guerra) con le stesse armi che si usano in tempo di pace.
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L’ad Andrea Orcel annuncia un’offerta di scambio sulle azioni di Commerzbank (premio del 4%) per superare il 30% e aprire «un confronto costruttivo». Il cancelliere Merz: «Vogliamo mantenere l’indipendenza». Ma Bruxelles non la vede così: serve il consolidamento.
Unicredit riprende l’offensiva su Commerzbank. Ieri mattina, prima dell’apertura dei mercati, l’amministratore delegato Andrea Orcel, ha annunciato un’Offerta pubblica volontaria di scambio sulla totalità delle azioni dell’istituto tedesco. Un’operazione in grande stile ma che però, non serve a prendere il controllo.
L’obiettivo - spiega Orcel nel corso della conference call con gli analisti - è molto più sobrio e dialogante: superare la soglia del 30% prevista dalla legge tedesca e, magari, aprire «un confronto costruttivo». In altre parole: bussiamo alla porta con un piede già dentro, ma solo per riprendere a parlare. La mossa non è esattamente improvvisata. Unicredit possiede già circa il 26% di Commerzbank e un ulteriore 4% in derivati. Insomma è come se qualcuno si si presentasse a cena avendo già mangiato. L’Ops serve a superare la soglia fatidica del 30% e trasformare una partecipazione robusta in un potere negoziale ancora più robusto. Orcel lo dice senza molti giri di parole: l’offerta è formalmente sul 100% perché la normativa tedesca lo impone, ma l’aspettativa è di non arrivare al controllo. Insomma, una scalata che non vuole scalare. Serve solo a riprendere la campagna acquisti. Un passaggio obbligato. Piazza Affari resta un po’ disorientata: all’inizio manda il titolo in territorio negativo. Tranne poi farlo crescere dello 0,54% a 63,8 euro quando realizza che si tratta solo di tattica negoziale.
Il dettaglio tecnico non è irrilevante. Il concambio ipotizzato — circa 0,485 azioni Unicredit per ogni azione Commerzbank — valorizzerebbe il titolo tedesco intorno ai 30,8 euro, con un premio modesto del 4% rispetto alle quotazioni di metà marzo. Un’offerta timida. Talmente timida che a Francoforte il mercato non fatica a reagire portando subito il titolo Commerz sopra la soglia dell’Ops: +7,71% a 31,870 euro. Segnale piuttosto eloquente: se qualcuno vuole davvero comandare, forse dovrà mettere sul tavolo qualcosa più di un sorriso.
E qui comincia il secondo atto della rappresentazione. Titolo: la reazione tedesca. Il governo possiede ancora circa il 12% della banca ereditato dalle stagioni turbolente del passato quando l’istituto era stato salvato dall’intervento pubblico. La posizione, per il momento non cambia: «Vogliamo mantenere l’indipendenza della Commerzbank», dice il cancelliere tedesco Friedrich Merz «Ma adesso Commerzbank deve dare una risposta e tutto il resto si vedrà nelle prossime settimane e mesi». Per la serie: grazie per l’interesse ma la porta resta chiusa. Molto più netto il ministro delle Finanze Maximilian Kall. Definisce «inaccettabile» l’acquisizione ostile di un istituto considerato sistemico per il Paese.
Non meno diretta la replica dell’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, che ha chiarito due punti con precisione: l’operazione non è stata concordata e la banca farà di tutto per difendere la propria indipendenza. Come dire: non abbiamo bisogno di salvatori stranieri, soprattutto se arrivano senza un bel regalo per gli azionisti.
Dalla Commissione europea arriva però, una bacchettata per i tedeschi. La portavoce per i servizi finanziari, Siobhan McGarry, ricorda che il settore bancario europeo avrebbe bisogno di più consolidamento, anche transfrontaliero, per diventare competitivo su scala globale. Vuol dire che Bruxelles considera le fusioni utili per competere con i colossi di Usa e Cina. Lamenta che poi, ogni Paese difende la propria banca come fosse la ricetta segreta della nonna. Tutti vogliono campioni europei. Purché restino a casa degli altri.
Orcel detta i tempi. L’offerta dovrebbe partire all’inizio di maggio, con quattro settimane di adesione e un’assemblea straordinaria di Unicredit per autorizzare l’aumento di capitale necessario. Il regolamento finale è previsto entro metà 2027, segno che la partita è lunga e tutt’altro che lineare.
A rendere il quadro ancora più colorato c’è un dettaglio che racconta molto del momento: secondo il Financial Times, Orcel nel 2025 ha incassato circa 16,4 milioni di euro, (+24% sul 2024), che gli permette di superare Ana Botin di Santander (14,8 milioni incassati l'anno scorso) e di avvicinare Sergio Ermotti, capo di Ubs che ha guadagnato 16,5 milioni.
Al mercato non resta che guardare la girandola di numeri aspettando di capire chi sta bluffando. Perché in Europa le scalate bancarie sono come certe dichiarazioni d’amore: cominciano sempre con un «non voglio niente da te». Poi, lentamente, qualcuno finisce per prendersi tutto.
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Raffaella Carrà (Ansa)
Gian Luca Pelloni Bulzoni era il manager e segretario della cantante scomparsa nel 2021. Ora, dai faldoni di una causa contro la produzione di un musical, emerge che la showgirl ne era divenuta legalmente madre.
Carràmba che sorpresa, Raffaella Carrà aveva un figlio segreto. La showgirl più amata dagli italiani (soprattutto dai boomer) l’aveva adottato, ne aveva protetto l’identità e prima di morire (a 78 anni nel 2021) l’aveva nominato «erede legittimo del patrimonio, oltre che dei diritti d’immagine e d’autore di tutte le sue opere». Si tratta di Gian Luca Pelloni Bulzoni, 62 anni, per lungo tempo segretario personale e manager dell’artista, una delle persone a lei più vicine nei chiaroscuri della vita.
La rivelazione è emersa casualmente in un contenzioso giudiziario approdato al tribunale di Roma, chiamato a dirimere un contenzioso con la società spagnola che aveva portato sul palcoscenico il musical Ballo Ballo sui successi della Raffa Nazionale.
Pelloni Bulzoni, ferrarese di nascita ma romano da sempre, titolare della società di produzioni musicali Arcoiris, attraverso il legale Barbara Giaquinto aveva chiesto al giudice di bloccare quello spettacolo per «assenza del suo consenso» e perché aveva individuato modalità di promozione «con un elemento gravemente offensivo per la memoria dell’artista». Praticamente la vendita dei biglietti con patatine e Coca cola come omaggio per il pubblico. Al di là dell’appiglio, una richiesta di inibitoria legittima da parte di colui che - come scrive il Corriere della Sera - si presentava da «erede di Raffaella Carrà, titolare dei diritti sull’immagine, sulla voce e sul nome, nonché dei dati, delle informazioni sulla sua vita personale e professionale perché altresì titolare del diritto morale e dei diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno dell’artista».
Il passaggio contenuto nelle carte è decisivo per determinare il suo ruolo anagrafico di figlio adottivo ed è stato confermato dalla Fondazione Raffaella Carrà con una nota. «La scelta della signora Carrà di adottare Gian Luca Pelloni Bulzoni era finalizzata a proseguire la sua attività e a portare avanti in suo nome tutte le iniziative benefiche a lei care. Pelloni Bulzoni ha già istituito la Fondazione, destinando il suo impegno a numerosi progetti di solidarietà, oltre a patrocinare anche eventi culturali e musicali in onore dell’artista». La showgirl, che non ha mai avuto un figlio naturale, è stata nei 50 anni di carriera cantante, attrice, ballerina e star della televisione. Ha collezionato 25 album in 46 Paesi del mondo, con oltre 60 milioni di dischi venduti. Nel 2024, con il remix del brano Pedro, è stata la prima donna italiana a entrare nella top 50 di Spotify. Un tesoro in diritti d’autore e di immagine.
Oltre alla presenza da mattatrice in Canzonissima, Ma che musica maestro, Pronto Raffaella?, Fantastico, Carràmba che sorpresa!, il Festival di Sanremo (era il principale volto femminile del piccolo schermo), nel bilancio d’una carriera straordinaria vanno inseriti i numerosi film con registi e attori di primo livello come Mario Monicelli, Marcello Mastroianni, Frank Sinatra, Trevor Howard, Jean Marais, James Coburn e Bill Cosby. Per dare un’idea del tesoro della Carrà basti ricordare la polemica con Bettino Craxi nel 1984, quando la Rai le rinnovò un contratto che le avrebbe assicurato sei miliardi di vecchie lire in due anni, cifra definita «immorale e scandalosa» dall’allora presidente del Consiglio.
Amatissima dal pubblico, protagonista di duetti immortali con Alberto Sordi e Roberto Benigni, Mina e Madonna, Carrà è sempre stata molto gelosa della propria privacy, ha sempre saputo tenere distinti il palcoscenico e la vita con gli affetti più cari, fra i quali l’ex coreografo e compagno Sergio Japino e i due nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Vincenzo, scomparso prematuramente. Protetto da questa estrema discrezione, Pelloni Bulzoni era sempre rimasto un passo indietro, nel ruolo di segretario devoto e professionale. E l’adozione non era mai stata resa pubblica.
Riguardo al contenzioso con i titolari di Ballo Ballo, la giudice Laura Centofani non ha accolto la richiesta dell’erede e non ha concesso l’inibitoria dello spettacolo per un motivo molto semplice: le 36 rappresentazioni dello show teatrale, seguito naturale dell’omonimo film del regista Nacho Alvarez uscito nel 2020, si erano già svolte e non ne erano previste altre. Per eventuali risarcimenti del presunto danno per la «realizzazione, distribuzione, pubblicizzazione e rappresentazione, in qualsiasi forma e tramite qualunque mezzo, per l’assenza del suo consenso», il querelante dovrebbe promuovere una nuova azione legale nel merito.
A margine bisogna aggiungere che secondo il fascicolo giudiziario, Pelloni Bulzoni sarebbe stato a conoscenza del tour teatrale successivo al film, allestito per «portare nel mondo l’eredità morale di Raffaella», con prossime tappe soprattutto nell’America Latina che la adorava. Ovviamente è tutto in bilico e sarà ancora una volta un tribunale a decidere. Di sicuro, anche a cinque anni dalla conclusione della sua avventura terrena, Maga Maghella non finisce di sorprendere.
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