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A Pisa un magrebino è accusato di violenze su una 14enne ubriaca, poi salvata dal padre. Il giudice però gli dà solo l’obbligo di dimora. A Bologna un albanese, durante una rapina con due complici, sequestra un ragazzino che si trovava in casa da solo.
A Pisa passano due mesi e, davanti a un’indagine per violenza sessuale aggravata su una quattordicenne, la risposta è un obbligo di dimora. Solo un confine geografico da non superare. A Bologna, invece, passa più di un anno e, per una rapina in abitazione con un diciassettenne immobilizzato con delle fascette da elettricista, viene individuato e arrestato uno dei tre aggressori. Gli altri restano un’ombra.
In entrambe le vicende i protagonisti sono degli stranieri e le vittime dei minorenni. E in entrambi i casi, considerati gravi dagli stessi inquirenti, la reazione non appare capace di restituire l’idea di una tutela effettiva delle vittime. Ma per comprendere cosa intreccia le due storie bisogna andare per gradi. E tornare, nel primo caso, alla notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre scorso. Halloween. Lei, dopo i festeggiamenti, è sbronza. Priva di lucidità, si dirige verso la stazione di Pisa barcollando. Si accascia perfino, attirando l’attenzione dei passanti. Lui, nordafricano, 30 anni, 16 più di lei, è il primo ad avvicinarsi. Finge di volerla soccorrere. Poi, però, hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Grosseto, avrebbe approfittato della condizione della ragazzina tentando contatti fisici. È in questo scarto, tra l’aiuto apparente e l’abuso ipotizzato, che si concentra il procedimento giudiziario. La ragazza appare vulnerabile, incapace di opporsi. La situazione evolve rapidamente. Stando all’accusa, lo straniero avrebbe anche provato a baciarla sul corpo. La situazione si spinge oltre quando tenta di farla salire sulla propria auto. È in quel momento che arriva il padre della ragazza. E interviene. Impedisce che la figlia venga portata via. La mette in salvo. Era in auto con un amico della quattordicenne, proveniente dalla stessa festa. Mentre il nordafricano si allontana, i due, con i loro smartphone, fotografano e filmano l’auto e la targa, ma anche tutte le persone presenti al momento del loro intervento. L’episodio si interrompe così, davanti a chi assiste. Da lì comincia il lavoro degli investigatori.
Le testimonianze diventano centrali. Quella del padre. Quella dell’amico. E anche le dichiarazioni dei testimoni presenti. Grazie ai filmati dell’auto e alla targa è stato possibile risalire all’indagato con una certa facilità. Il passaggio successivo è stato identificarlo. E a due mesi dalla denuncia sono scattate le accuse di violenza sessuale aggravata e di omissione di soccorso. Ma la misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa (e richiesta dalla Procura), nonostante il quadro indiziario è stato definito «grave» dagli stessi inquirenti, è l’obbligo di dimora a Grosseto, dove risiede il maghrebino, che non potrà allontanarsi dal territorio comunale senza prima aver ottenuto un’autorizzazione giudiziaria. È qui che la ricostruzione del primo caso si ferma. Non perché sia conclusa. Ma perché, per ora, si è cristallizzata in questo provvedimento.
Per l’altra vicenda bisogna spostarsi a Bologna, tornare indietro di un anno ed entrare in un appartamento di via Emilio Lepido. Dentro c’è solo un minore (i genitori sono in vacanza all’estero). È lì che compare il gruppo. Sono almeno in tre. Arrivano a volto coperto. Non bussano. Si introducono nell’abitazione da una finestra e in pochi istanti la situazione precipita. Il ragazzo viene immobilizzato. Mani e piedi legati con fascette di plastica. E un uomo che si ferma con lui durante tutta l’operazione. Un sequestro di persona, prima ancora che una rapina. Gli oggetti spariscono uno dopo l’altro: orologi, gioielli, accessori e abiti di lusso, un televisore, elettrodomestici. E soprattutto una cassaforte. Viene forzata con un flex. I rapinatori fuggono con una Fiat Panda Cross che avevano lasciato in sosta davanti all’abitazione. Risulterà rubata pochi giorni prima a San Lazzaro di Savena. L’azione è rapida, violenta, organizzata. Lascia dietro di sé una casa devastata e un minore legato e sotto choc. Che, però, alcune ore dopo riesce a liberarsi e a chiamare i soccorsi. L’indagine viene affidata alla Squadra mobile. Gli investigatori seguono una pista precisa: il traffico telefonico. Un lavoro lungo, meticoloso. Centinaia di migliaia di dati analizzati provenienti dai ripetitori della telefonia cellulare agganciati in quel punto e a quell’ora. A questo si aggiungono le analisi tecniche dei reperti raccolti sulla scena. E quelle scientifiche sulle impronte lasciate dai tre. Non solo. Le telecamere di sicurezza dell’abitazione riprendono due dei tre rapinatori nel piazzale, intenti a ispezionare, con l’aiuto di una torcia, perfino le automobili della famiglia. In un altro video si vedono tutti e tre passare in un vialetto, accanto al giardino, mentre si dirigono verso l’ingresso. Due di loro indossano lo stesso giubbotto con cappuccio con bordo di pelliccia. Eppure, anche con le immagini, il cerchio non si chiude completamente. Dall’incrocio del materiale raccolto emerge un nome. Uno solo. È di un albanese diciannovenne con precedenti specifici per reati predatori. Gli elementi raccolti consentono di identificarlo come il presunto autore della violenta rapina in abitazione con sequestro di persona. Gli agenti della Squadra mobile lo catturano a Bologna. Ora è in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. E anche qui, come a Pisa, resta la sensazione che non si sia arrivati fino in fondo.
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2026-01-06
In stazione il carico di balle dell’Anm: «Temi che la politica ci controlli? Vota no»
Nel riquadro, il manifesto affisso all'interno della Stazione Centrale di Milano (IStock)
Alla Centrale di Milano un manifesto per deviare i cittadini. Di Pietro: «Chi ha in mano il nostro destino trucca le carte».
Pronti a tutto, anche a mentire, pur di arrivare al risultato. L’obiettivo del Comitato del No è convincere gli elettori a recarsi al referendum per votare contro la riforma della giustizia approvata in Parlamento. Disinnescare le tesi del Sì portando gli argomenti di chi è contro. Almeno dovrebbe essere così, eppure sorprendono i mezzi utilizzati dal Comitato del No. «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota no», si legge a caratteri cubitali su un manifesto appeso in stazione Centrale a Milano. Una menzogna che può far presa su chi di giustizia sa poco o nulla.
A denunciare il fatto per primo, Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale «Sì Riforma». «Dal fronte del No continuano a fioccare falsità plateali», accusa. Poi spiega: «Un’associazione che si proclama paladina della Costituzione non può fondare la propria campagna su paure inventate. Così facendo, l’Anm arreca un danno grave all’articolo 48 della Costituzione, che tutela il diritto dei cittadini a votare in modo libero e consapevole, non sotto il ricatto della falsa propaganda. Il confronto politico è legittimo. La manipolazione no». Una vera e propria fake news che non supererebbe alcun fact checking, di quelli che tanto piacciono alla sinistra. Non le manda a dire, come è giusto che faccia il promotore del Sì, ma a indignarsi sono in moltissimi. Per il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè si tratta della «madre di tutte le menzogne». Critiche che arrivano anche dalle opposizioni: «Onestamente non pensavo che un comitato promosso da magistrati arrivasse a usare tali metodi», commenta Luigi Marattin, deputato e segretario del Partito liberaldemocratico.
Per l’ex magistrato di Mani pulite ed ex guardasigilli Antonio Di Pietro, si possono «capire i colpi bassi che la propaganda politica ci riversa ogni giorno per far passare per valide le proprie idee. Ma che anche i magistrati si mettano a raccontare bugie pur di inoculare nei cittadini elettori l’errata convinzione che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere metterebbe i magistrati sotto il controllo politico è di ben altra gravità. È molto più ingannevole, perché l’Anm sta approfittando della credibilità intrinseca che giustamente aleggia da sempre intorno alla figura del magistrato per far credere ai cittadini quel che è utile ai loro interessi di bottega. Spiace che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai». Severo Di Pietro, ma innesca un ragionamento cruciale: possibile che chi ci giudica menta?
Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali italiane, ha spiegato che «l’articolo 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario da ogni altro potere, non viene in questo minimamente modificato. L’articolo 101, comma secondo, secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, resta intatto. Parlare di giudici assoggettati alla politica significa fingere di ignorare il testo di riforma costituzionale, sperando che lo facciano anche i cittadini». E infine chiosa: «Ci si presenta come tecnici, ma si agisce da politicanti. Ci si invoca come garanti, ma si utilizzano slogan che deformano la realtà. Non è informazione, è un uso improprio dell’autorevolezza istituzionale».
Impacciata la risposta del Comitato del No: «Da Zanon lettura fuorviante della nostra campagna», commenta il presidente onorario del Comitato referendario «Giusto dire No» Enrico Grosso, che insiste: «Gli elettori hanno il diritto di sapere che il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto».
Senza pudore Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile: «Le reazioni dei Comitati per il Sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Mezzi e mezzucci, mentre prosegue il vero piano per compromettere una riforma fortemente voluta dagli italiani. Non si è ancora chiusa la quadra, infatti, sulla data del voto. L’ultima decisione spetta al capo dello Stato, ma il sospetto sollevato da Alessandro Sallusti su queste colonne è legittimo e centrato. Far slittare il voto significa soprattutto indirizzare la rielezione del Csm, perché se la riforma dovesse entrare in vigore troppo a ridosso del rinnovo dei componenti del Consiglio, questi potrebbero essere legittimati a chiedere che si voti con le vecchie regole (quelle legate alle correnti per intenderci) assicurando un altro giro di boa alle solite toghe politicizzate. Quelle vere però.
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Donald Trump (Ansa)
Da Bogotà Petro replica agli States: «Narcotrafficante? Falso, riprendiamo le armi».
L’operazione Absolute resolve che ha portato alla cattura del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e della moglie, Cilia Flores, è soltanto la concretizzazione di una nuova fase della politica estera statunitense. Donald Trump lo ha chiaramente spiegato ripartendo dalla cosiddetta Dottrina Monroe, risalente al 1823 e che prende il nome dal presidente americano James Monroe. Questa teoria affermava che gli Stati Uniti dovevano avere una supremazia incontrastata sull’emisfero occidentale, cioè di fatto sulle Americhe.
Il tycoon ha fatto di più accettando il neologismo «Donroe», creato dal New York Post, che aveva inserito la D come firma dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Trump ha citato questa dottrina anche nella nuova Strategia per la sicurezza nazionale, il documento programmatico che comunica le priorità di politica estera e di sicurezza di Washington rivedendola con l’aggiunta di un corollario Trump. Nella sua idea, il presidente statunitense considera tutta la regione come un’estensione della propria nazione ed è così autorizzato a colpire chiunque. Il Venezuela è il primo atto di questa politica, fortemente appoggiata anche dal Segretario di Stato, Marco Rubio, che non ha mai nascosto le sue attenzioni verso il Centroamerica e il Sudamerica, tanto che il Washington Post lo ha già definito come il nuovo viceré del Venezuela. L’operazione vista a Caracas è stato l’atto più eclatante, ma durante l’anno non erano mancati i segni di questo nuovo passo in politica estera. A fine 2024 e inizio 2025 Donald Trump aveva dichiarato più volte che gli Stati Uniti avevano la necessità di riprendere il controllo del Canale di Panama prima che finisse in cattive mani, intendendo ovviamente quelle di Pechino. Questa vitale arteria rimane estremamente interessante per l’amministrazione americana, che da tempo accusa Panama di applicare tariffe eccessive alle navi statunitensi, ribadendo l’importanza di averne un controllo diretto.
Ma l’attenzione trumpiana si è rivolta soprattutto a Cuba e alla Colombia, assoluti protagonisti degli strali del presidente americano. Il presidente colombiano, Gustavo Petro, definito come un uomo malato a cui piace fabbricare cocaina e spedirla negli Stati Uniti, è stato minacciato di guardarsi alle spalle perché il suo comportamento non sarebbe più stato tollerabile. Il leader di Bogotà aveva inviato truppe al confine con Caracas, temendo un’escalation e aveva richiesto un’immediata riunione dell’Organizzazione degli Stati americani per stabilire la legittimità dell’aggressione ai danni del Venezuela. Gustavo Petro ha un passato da guerrigliero con il gruppo socialista e bolivariano M19 e si è detto pronto a riprendere la armi per difendere la Colombia e rispondere alle minacce di un’operazione militare statunitense. «Non sono un narcotrafficante», ha dichiarato Petro, «e non sono un presidente illegittimo. Ho una grande fiducia nel popolo colombiano a cui ho chiesto di difendermi. L’ordine al nostro esercito non è sparare al popolo, ma all’invasore».
Uno scontro totale quello con Bogotà, addirittura più forte di quello con Cuba, storica antagonista di Washington nel Mar dei Caraibi. Donald Trump ha dichiarato che non sarà necessario intervenire a Cuba, perché vista la sua situazione economica il regime cadrà da solo, non potendo più contare sui flussi finanziari e sul petrolio provenienti da Caracas. La minaccia più esplicita a L’Havana è però arrivata da Marco Rubio, che ha detto che il presidente Miguel Díaz-Canel è in un mare di guai, dato che spalleggiava Maduro e gli aveva inviato le guardie del corpo. Díaz-Canel, parlando in piazza della Rivoluzione, aveva definito criminale l’aggressione al Venezuela, parlando di terrorismo di Stato e inaccettabile attacco imperialista. Trump non ha tralasciato nemmeno il Messico, in questa sua panoramica latinoamericana. Nonostante l’utilizzo di toni sempre concilianti e lusinghieri riservati alla presidente Claudia Sheinbaum, definita una persona fantastica, il tycoon ha ammonito la nazione confinante di darsi una regolata sul fronte del narcotraffico. «Ci piacerebbe molto che il Messico facesse qualcosa, visto che la droga negli Usa arriva proprio da lì», ha sottolineato il presidente statunitense, «siamo convinti che siano in grado di farlo, ma i cartelli sono molto forti. Ho offerto più volte alla presidente Sheinbaum supporto militare, ma fino a oggi ha sempre rifiutato il nostro aiuto».
Tralasciando il cosiddetto cortile di casa, l’uomo forte di Washington ha minacciato anche l’Iran ammonendo la Repubblica islamica che nel caso di vittime fra i manifestanti che protestano per il carovita, l’America sarebbe subito intervenuta. Il Dipartimenti di Stato ha anche pubblicato sul suo sito un avvertimento in lingua farsi diretto agli Ayatollah di evitare di fare giochetti con Trump, un uomo d’azione, facendo un chiaro riferimento a ciò che è appena accaduto a Nicolás Maduro, stretto alleato di Teheran. Un autentico terremoto agli equilibri globali firmato The Donald.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
L’arresto di Maduro svela gli obiettivi del tycoon: limitare l’influenza del Dragone sul mondo e accaparrarsi le materie prime. Davanti al braccio di ferro tra Usa e Cina, l’Ue sta a guardare. Mentre si suicida con il green.
Dimenticate gli ideali dell’Occidente. Democrazia, libertà, diritto internazionale non sono mai stati al centro di Absolute resolve, nome in codice con cui gli Stati Uniti hanno chiamato la loro operazione speciale in Venezuela. L’arresto di Maduro ha come unico motivo ispiratore gli affari e il controllo geopolitico delle materie prime che consentono all’America di mantenere il predominio economico sul mondo. Trump ha deciso di intervenire in Sud America e minaccia di prendersi, con le buone o le cattive, la Groenlandia perché vuole limitare l’attivismo della Cina a livello globale. In discussione c’è la cosiddetta Via della seta, che non è un’autostrada ma una strategia commerciale e politica per estendere l’influenza di Pechino sul resto del mondo, a partire dall’Africa e dall’Europa per finire appunto alla parte meridionale del continente americano.
Quando per prima cosa, appena ritornato alla Casa Bianca, Trump decise di «espropriare» il Canale di Panama, strappandone il controllo al gruppo cinese che lo gestiva, fu un gesto di forza che anticipava le linee guida del suo mandato. Se si analizzano le mosse che ha compiuto dopo il suo insediamento, si comprende qual è l’obiettivo del presidente Usa: ridurre la dipendenza del mondo da Pechino e aumentare la dipendenza dall’America. Togliere ai cinesi il controllo della porta d’ingresso commerciale è stata la decisione più importante, a cui ha fatto seguito l’intervento contro TikTok, il social network che per contatti ha scavalcato Meta. Anche l’apertura nei confronti di Putin per raggiungere un cessate il fuoco in Ucraina, fa parte della strategia per imporre un nuovo ordine mondiale. Raggiungere una tregua, anche a costo di sacrificare la sovranità di Kiev, serve a consentire di ripristinare i rapporti con la Russia, riducendo la dipendenza di Mosca dai cinesi. E, a pensarci bene, anche le minacce contro l’Iran hanno come nodo centrale il gigante asiatico, che di Teheran è fornitore per quanto riguarda la tecnologia ma è anche cliente, per l’acquisto del petrolio necessario a tenere in piedi l’industria cinese.
Tuttavia, la mossa che più aiuta a comprendere la filosofia americana è forse l’intervento in Venezuela. Caracas rischiava di diventare la stazione di rifornimento delle imprese di Pechino che, pur essendo all’avanguardia nella produzione di turbine eoliche e pannelli solari, continua ad alimentarsi con fonti fossili, tanto da essere uno dei Paesi che nel mondo ha le più alte emissioni di CO2. Xi Jinping compra petrolio e gas dalla Russia, dall’Iran e dal Venezuela e chiudere i rubinetti significa togliere energia al più grande concorrente degli Stati Uniti. Senza il combustibile necessario a far viaggiare la macchina, la fuoriserie cinese rischia di fermarsi, anche se le sue vetture sono alimentate da una batteria elettrica. Così come è importante mettere le mani sui giacimenti petroliferi del Venezuela, è indispensabile garantirsi le forniture di materie prime, soprattutto di quelle terre rare imprescindibili per assicurarsi il predominio nelle nuove tecnologie. Dunque, dopo Caracas ecco che nel mirino di Trump finisce la Groenlandia. La grande isola danese è uno dei territori più promettenti per l’estrazione delle cosiddette terre rare, ovvero di quei metalli che servono per la produzione di microchip, batterie e mezzi per la difesa. Oggi la Cina ha quasi il monopolio nell’estrazione e nell’impiego di questi materiali, ma secondo uno studio la Groenlandia possiede più di 40 dei 50 minerali che gli Stati Uniti hanno classificato come essenziali per la sicurezza nazionale e la stabilità economica. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea, nel sottosuolo dell’isola si troverebbe il 18 per cento delle riserve globali di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, all’incirca il 25 per cento della domanda globale. Gli aerei e i droni militari, i motori elettrici, gli schermi piatti e le apparecchiature mediche: tutta la moderna tecnologia, per funzionare, ha bisogno di questi materiali e il fatto che il controllo dell’estrazione e la lavorazione siano nelle mani della Cina non promette nulla di buono per l’America, ma nemmeno per l’Europa.
Ieri Paolo Gentiloni, ex premier ed ex commissario Ue, si è accorto che di fronte a un cambiamento mondiale l’Unione balbetta. Beh, benvenuto nel mondo reale e non in quello artificiale di Bruxelles, fatto di regole inutili e di transizioni che portano alla distruzione dell’industria. Se l’Europa esistesse, invece che alla Bulgaria avrebbe aperto le porte alla Groenlandia, investendo nei suoi immensi giacimenti e anche oggi, al posto di preoccuparsi per il milione e mezzo di abitanti del Kosovo, si darebbe da fare per i 55.000 nativi groenlandesi. Ma, appunto, vorrebbe dire che ha smesso di balbettare.
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