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Emmanuel Macron (Ansa)
Per rimediare a una voragine da 1,5 miliardi, la presidente macroniana della Corte dei Conti vuole mettere le mani nei portafogli dei contribuenti. Esentati gli stranieri irregolari coperti da assistenza. Per aborti (e un domani gli uteri in affitto) paga Pantalone.
I conti pubblici francesi non tornano più e c’è chi pensa di mettere le mani nelle tasche dei contribuenti d’Oltralpe per ripianare i debiti. L’idea è venuta alla Corte dei Conti di Parigi per recuperare il miliardo e mezzo rappresentato da certe prestazioni sanitarie non pagate dagli utenti dell’Assurance maladie, il sistema pubblico di assicurazione sanitaria francese.
In effetti, una parte delle spese mediche (visite, esami, medicinali, eccetera) resta a carico degli utenti. Si tratta di franchigie che, in generale, ammontano a pochi euro e che sono comunque anticipate dal sistema sanitario, ma non sempre rimborsate da chi ne ha beneficiato. E così, 1 euro di qua, 10 euro di là, si è formato un buco da 1,5 miliardi di euro che zavorra il bilancio della Sécu, la previdenza sociale francese. Della legge di bilancio della Sécu si discuterà in Parlamento solo in autunno ma, ieri, la Corte dei Conti ha già proposto alcune misure per recuperare almeno 500 milioni di euro.
Come riportato da Le Figaro, la Corte dei Conti consiglia di realizzare una «procedura di prelievo sul conto corrente bancario (dei beneficiari di prestazioni sanitarie, ndr) e l’estensione a questi dispositivi della procedura di recupero coattivo, già esistente per gli importi indebitamente percepiti». Certo, come ricorda il quotidiano, tra il 2020 e il 2024, solo il 78% delle franchigie sanitarie è stato rimborsato. Ed è anche vero che i giudici contabili auspicano anche una semplificazione del meccanismo delle franchigie.
Tuttavia non si può non constatare che, in Francia, non tutti pagano questi piccoli contributi. Come si legge sul sito dell’Assurance maladie, ameli.fr, «tutte le persone sono soggette alla franchigia, tranne: i bambini e i giovani di età inferiore ai 18 anni; i beneficiari della Complémentaire santé solidaire (Css) o dell’assistenza medica statale (Ame); le donne incinte [...]; le minorenni per la contraccezione e la contraccezione d’emergenza senza il consenso dei genitori; le vittime di un atto terroristico, per le spese sanitarie legate a tale evento». Poco dopo, si legge anche questa precisazione, «i titolari di una pensione militare d’invalidità [...] e delle vittime di guerra sono esentati dal pagamento della franchigia, ma soltanto per le cure fornite gratuitamente dallo Stato e rese necessarie dalle infermità che danno diritto alla pensione. Per le altre cure, cioè quelle non legate a malattie, invalidità o ferite di guerra, essi sono esonerati dal ticket moderatore ma non dalla franchigia».
In estrema sintesi, stranieri irregolari beneficiari dell’Ame, curati in modo gratuito, oppure una ragazzina che scopre di essere incinta e vuole abortire, non dovranno spendere nemmeno 1 euro, per ricevere le prestazioni previste dal sistema sanitario. Invece un francese che non ha un reddito abbastanza basso per essere considerato «povero» o un militare tornato mutilato da un’operazione, tipo in Afghanistan, che deve magari farsi otturare un dente, dovrà pagare la franchigia. Questo anche se il primo paga i contributi e il secondo ha rischiato la vita per il suo Paese. Le Figaro ricorda anche che i residenti dell’isola di Mayotte, il dipartimento francese d’Oltremare situato tra il Mozambico e il Madagascar, sono compresi tra i 18 milioni di assistiti esenti dalle franchigie sanitarie.
È interessante ricordare che la Corte dei Conti transalpina è guidata dallo scorso febbraio da Amélie de Montchalin, macronista di ferro e che, fino a quella data, era ministro dei Conti pubblici. È lo stesso Emmanuel Macron che l’ha nominata, come previsto dalla legge francese.
Ma nonostante il fatto che sia sempre più difficile riempire le casse statali transalpine e che il Paese non attraversi un bel periodo, la priorità sembra essere una sola: la dolce morte. Il presidente dell’Assemblea nazionale, la macronista Yaël Braun-Pivet, vorrebbe arrivare all’approvazione della legge sul fine vita prima del 14 luglio. Il Senato ha già respinto precedenti versioni del testo. Serviranno quindi altri passaggi nelle due Camere e un voto in quella bassa, che avrà l’ultima parola. Qui il premier, Sebastien Lecornu, potrà giocare un ruolo importante a favore o contro la legge. Anche per questo il collettivo Soins de vie, composto da sanitari contrari a eutanasia e suicidio assistitito hanno chiesto un’«udienza urgente» a Lecornu.
Se la dolce morte venisse legalizzata Oltralpe, qualcuno potrebbe arrivare anche a proporre che eutanasie e suicidi assistiti siano rimborsati al 100% dall’Assurance maladie come già avviene con gli aborti. E magari anche la Gpa, l’utero in affitto. D’altra parte, l’ex premier macronista, Gabriel Attal, che ha ufficializzato recentemente la sua candidatura all’Eliseo, su Le Parisien si è detto favorevole alla riapertura del dibattito su questa pratica.
Chissà, magari, in un futuro distopico, la sanità francese ritroverà un equilibrio finanziario pescando direttamente nei conti correnti dei contribuenti invece di smettere di rimborsare la morte legalizzata dei più vulnerabili.
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Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Il 28 maggio 1896 la Marina italiana intervenne a Creta assieme a francesi e inglesi guidando la prima coalizione militare internazionale. Anche i Carabinieri furono impiegati per garantire l'ordine pubblico nei violenti scontri tra cristiani e musulmani, rimanendo fino al 1914.
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Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier rivendica: «Abbiamo il primato nell’attuazione». Ma gli effetti sono minimi.
Anche sul Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che vede l’Italia protagonista assoluta a livello europeo, le polemiche prendono quota. Certo, manca ormai solo un mese alla conclusione del programma europeo, che si chiuderà il 30 giugno, quando tutti i progetti e le riforme strutturali dovranno essere ultimati.
L’ultima richiesta di pagamento alla Commissione Ue va presentata entro il 30 settembre, e con il 31 dicembre ci sarà la chiusura definitiva, con l’erogazione finale dei fondi. L’Italia ha giocato un ruolo da protagonista all’interno di questo programma e legittimamente il premier Giorgia Meloni ha rivendicato il lavoro straordinario fatto dal suo governo «per mettere a terra le risorse, gli investimenti e le riforme».
In un evento organizzato dal ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, Meloni ha ricordato che poco meno di quattro anni fa il suo governo ha ereditato la grande responsabilità di attuare il piano più consistente d’Europa, sia dal punto di vista finanziario sia degli obiettivi da raggiungere. Dialogando con la Commissione, il governo ha adattato il piano alle nuove priorità dell’Italia e lo ha integrato con il piano RePower Eu, cioè con gli investimenti sulla sicurezza energetica. «Con l’impegno corale del sistema Italia», ha detto, «abbiamo raggiunto e mantenuto nel tempo il primato europeo nell’attuazione del piano». Primato confermato dai numeri conseguiti e che «continueranno a crescere nei prossimi mesi: 166 miliardi di euro ricevuti, 416 traguardi raggiunti, 660.000 progetti finanziati, di cui 550.000 conclusi e circa 100.000 in fase avanzata di realizzazione». Ora - ha detto il a premier - resta da fare l’ultimo miglio, quello della piena attuazione del piano, una sfida certamente assai impegnativa ma alla nostra portata.
Ma se tutto in Italia è stato fatto secondo gli impegni assunti e le caratteristiche del piano, da più voci cominciano a levarsi riflessioni critiche. Certamente autorevole, quella della Corte dei conti europea, che ha parlato di lacune significative sulla tracciabilità e la trasparenza degli stanziamenti del Pnrr, che a livello europeo ha previsto un maxi fondo da oltre 570 miliardi. Oggetto dei rilievi anche il sistema di finanziamento con «pagamento a fronte dei risultati» e non con rimborso dei costi effettivi. Molto critico anche il Financial Times, il quotidiano internazionale del mondo finanziario, che ha parlato di un piano «caduto nel vuoto», perché non avrebbe dato alla crescita economica la spinta aggiuntiva che ci si aspettava a causa dei vincoli spesa. Secondo il FT, l’Italia è stata la principale beneficiaria del fondo di ripresa post pandemia, ma la crescita dell’economia è rimasta stagnante. E anche secondo Il Sole 24 Ore, il piano sembra «non mantenere del tutto le promesse ambiziose in termini di impatto macro economico». Tra il 2021 e il 2026 l’Ifel, l’istituto dell’Anci per la finanza e l’economia locale, attribuisce al Pnrr una crescita aggiuntiva pro capite del 2,2%, come risultato medio di un +1,5% nel centro nord e di un + 3,26% nel Mezzogiorno.
Va però considerato - ha detto l’amministratore delegato del gruppo Ferrovie, Stefano Donnarumma - che le progettualità avviate con il Pnrr non si esauriscono con la scadenza del piano e devono essere accompagnate fino al completamento. Il Pnrr - ha spiegato - ha aperto una fase decisiva per le infrastrutture che sono una leva di crescita per il Paese e una colonna portante dell’economia italiana, con un impatto diretto su sviluppo industriale, occupazione e qualità della vita.
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«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
















