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La flessibilità europea non riguarda verde e diesel che rischiano un’altra impennata di prezzi. Giancarlo Giorgetti conferma il rinnovo del taglio delle accise «ma decideremo l’importo il 6 giugno». Scomparso (per ora) il contributo una tantum da 100 euro per chi è più disagiato.
Se fosse per Bruxelles, domani il costo della benzina e del gasolio dovrebbe aumentare rispettivamente di 6,1 e di 12,2 centesimi il litro, poiché scade il taglio delle accise. La Commissione europea ha, infatti, concesso la flessibilità nella spese energetiche solo per le rinnovabili.
Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Dall’8 maggio è in vigore il decreto-legge sul Piano Casa varato dal governo di Giorgia Meloni. Entro il 6 luglio il provvedimento dovrà essere convertito in legge dal Parlamento.
L’obiettivo è rendere disponibili, nell’arco di dieci anni, circa 100.000 alloggi a prezzi inferiori a quelli di mercato. Il piano punta a raggiungere questo risultato attraverso il recupero di circa 60.000 alloggi popolari già esistenti ma attualmente inagibili e mediante la realizzazione di nuove abitazioni a canone calmierato, ottenute con nuove costruzioni, riconversioni di immobili e recupero di strutture inutilizzate.
Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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Romano Prodi, Elly Schlein e Maurizio Landini (Ansa)
Progressisti novelli Robin Hood: rilanciano l’ideona di tassare i ricchi per dare ai poveri. Ma pure a sinistra c’è chi dice no.
Un tempo li chiamavano progressisti, ma le idee di questo Pd sono tutt’altro che nuove. La patrimoniale, ancora. Tassare i ricchi per distribuire ai poveri. Dovrebbe essere il collante di questo campo largo trainato dal padre nobile dei dem: Romano Prodi.
«La patrimoniale è una cosa bellissima», ripete nei salotti di La7, riconoscendo però che «non si può fare», non perché sia sbagliata, ma perché «fa vincere la destra». «Ribadisco che quando si parla di tasse e migrazione, poi vince la destra. O facciamo una riflessione seria su quale può essere un modello economico diverso, oppure vince la destra con il modello Thatcher, che va ancora avanti. Le disuguaglianze, però, aumentano sempre di più e prima o poi queste situazioni scoppiano», ha detto a Otto e mezzo.
Non sembrano d’accordo il segretario del Pd, Elly Schlein, né il suo più fido alleato, Maurizio Landini, formalmente a capo della Cgil ma di fatto braccio armato di questa nuova versione dei dem che sta via via allontanando tutti i riformisti da quella che un tempo era definita la loro «casa». Di nuovo insieme, di nuovo a farsi sponda a vicenda: insistono sulla patrimoniale con un secondario obiettivo di isolare il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte.
«Abbiamo una Costituzione che dice che la tassazione deve essere progressiva e chi più ha più deve pagare, adesso siamo al paradosso che la tassazione è più alta per lavoro dipendente e pensionati che sulla rendita», ha detto Landini, insistendo: «Abbiamo bisogno di una riforma fiscale vera per aumentare gli stipendi e fare gli investimenti, per creare lavoro. Che ci sia un intervento da fare è un tema che si sta discutendo in tutti i Paesi, è una questione di giustizia sociale». Sulla stessa linea, immancabilmente, anche Schlein che insiste pure sul salario minimo: «Abbiamo avuto un calo degli stipendi reali in 4 anni di nove punti percentuali, il costo dei beni alimentari è aumentato del 25%. C’è un drammatico calo del potere d’acquisto. Negli ultimi 30 anni in Italia gli stipendi reali sono diminuiti di tre punti percentuali. La buona notizia è che stiamo lavorando a proposte concrete per intervenire su lavoro e salari con le altre forze progressiste. Tra queste, il salario minimo». E a chi le chiede se il Pd non è più la casa dei riformisti, replica: «Non condivido questa lettura, il Pd continuerà a essere plurale e inclusivo», dichiarandosi poi «dispiaciuta» per l’addio al del vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno.
L’occasione è la presentazione di un libro a Roma nella libreria Feltrinelli di largo Argentina. Il volume si intitola: L’Italia che non arriva a fine mese. Lavoro e salari: una questione di sinistra. Scritto da Mimmo Carrieri, Cesare Damiano e Agostino Megale, visto il titolo potrebbe forse diventare il manifesto di questa nuova versione del Pd, modello assemblea studentesca e centro sociale. E mentre la sinistra continua a sognare le tasse, nell’esecutivo non ci si pensa neanche. «Non faremo la patrimoniale. Non ci pensiamo neanche», ha detto il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, liquidando l’argomento.
«A sinistra avanza un partito unico, quello della patrimoniale. Dal Pd di Schlein alla Cgil di Landini, passando per i 5 stelle di Conte e per i settori più ideologizzati del campo largo, la ricetta economica è sempre la stessa, immutabile da trent’anni. Una nuova tassa su patrimoni, case e risparmi», ha scritto il presidente dei senatori di Forza Italia, Stefania Craxi, in una lettera al Tempo. Per Craxi, «una patrimoniale non renderebbe l’Italia più giusta ma solo più povera», perché c’è bisogno «di liberare energie, non di soffocarle; di ridurre la pressione fiscale su chi produce e su chi ha meno, non di inventare nuovi prelievi più o meno diretti e forzati; ha bisogno di attrarre investimenti, non di metterli in fuga».
Il più duro è Federico Mollicone, deputato Fdi: «Altro che centrosinistra: il Pd ha programma di un centro sociale. Continua a perdere moderati e pezzi di moderatismo e tenta di fermare questa emorragia con proposte fatte in laboratorio e operazioni come quella di Goffredo Bettini di un altro finto centro civico», ha aggiunto.
Ma all’interno delle opposizioni non sono pochi a credere che riproporre una patrimoniale sia un errore. «Spiegherò in un video perché la patrimoniale non ha senso. Anzi: è un autogol», ha spiegato l’ex premier e leader di Italia viva, Matteo Renzi. «È la classica misura che piace e che funziona sui social. Ma governare un Paese è un’attività più complicata di ideare uno slogan».
Intanto, mentre si discute (ancora) di patrimoniale, il Consiglio dei ministri ieri ha approvato in via definitiva il Testo unico sulle imposte sui redditi (Tuir), «settimo degli otto provvedimenti di riordino del sistema tributario italiano previsti dalla riforma fiscale», ha spiegato il viceministro dell’Economia e delle finanze, Maurizio Leo. «I testi unici garantiranno a cittadini, imprese e professionisti un quadro di norme organico, chiaro e moderno».
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Manifestanti a sostegno di Henry Nowak (Getty Images)
Chiesta altra perizia sulla morte di Henry Nowak, ammanettato mentre agonizzava. I poliziotti: «Temevamo giudizi negativi ai corsi d’inclusione». Keir Starmer: «Elon Musk fomenta le divisioni».
L’omicidio di Henry Nowak, lo studente di 18 anni accoltellato a Southampton nel dicembre scorso, continua a infiammare il dibattito politico nel Regno Unito. Dopo la condanna all’ergastolo dell’assassino, il sikh Vickrum Digwa, l’attenzione si è infatti spostata sul comportamento della polizia intervenuta quella notte. Un’inchiesta pubblica, richiesta dal coroner, dovrà stabilire se la condotta «anti razzista» degli agenti abbia contribuito alla morte del ragazzo.
Il caso, ormai noto a livello mondiale, ha suscitato profonda indignazione dopo la recente diffusione dei filmati delle bodycam dei poliziotti. Le immagini mostrano Nowak che ripete più volte di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, mentre gli agenti lo ammanettano dopo che Digwa aveva sostenuto di essere stato vittima di un’aggressione a sfondo razziale. Nel corso del processo, tuttavia, questa versione è stata smentita dalle prove presentate dall’accusa, che hanno portato alla condanna dell’aggressore.
Il capo della polizia dell’Hampshire, Alexis Boon, ha chiesto pubblicamente scusa alla famiglia del giovane, definendo il video «una tragedia assoluta». Boon ha riconosciuto l’errore commesso nell’ammanettare Nowak, ma ha respinto le accuse di una «politica dei due pesi e due misure». Dopo lo scoppio di numerose proteste in tutto il Paese, la vicenda è arrivata fino a Downing Street. Ieri il premier Keir Starmer ha incontrato la famiglia di Nowak, così come ha fatto la leader conservatrice Kemi Badenoch. Entrambi hanno espresso vicinanza ai familiari e chiesto che sia fatta piena luce sull’accaduto.
Sul piano politico, tuttavia, le letture restano profondamente diverse. Nigel Farage, leader di Reform Uk (oggi primo partito nei sondaggi britannici), ha accusato le forze dell’ordine di aver dato credito alle accuse di razzismo formulate da Digwa senza verificare adeguatamente i fatti, denunciando una «politica dei due pesi e due misure» destinata a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Starmer, da parte sua, ha replicato accusando Farage, Elon Musk e altri commentatori di «alimentare le divisioni» nel Paese. Il premier ha ribadito che la Gran Bretagna resta una nazione composta in larga maggioranza da persone «ragionevoli e tolleranti», invitando a non strumentalizzare la tragedia.
Mentre Starmer tenta di gettare acqua sul fuoco, il dibattito si è già esteso all’intera architettura delle «politiche di diversità, equità e inclusione» (Dei) adottate negli ultimi anni dalle forze dell’ordine britanniche. Un sondaggio dell’Università di Reading, condotto su oltre 2.600 membri della polizia dell’Hampshire, ha rilevato che una parte degli agenti sottoposti ai corsi obbligatori del programma «L’inclusione conta» si sentiva «sotto pressione» e temeva di «dire la cosa sbagliata» o di subire conseguenze professionali in caso di errori.
Le critiche, peraltro, non arrivano soltanto dall’opposizione conservatrice. Jack Straw, ex ministro laburista dell’Interno e tra i principali promotori delle riforme antirazziste introdotte negli ultimi decenni, ha sostenuto che queste politiche sono «andate troppo oltre». Straw ha inoltre criticato alcune linee guida emanate dal National police chiefs’ council che, nel perseguire la cosiddetta «equità razziale», sostengono che trattare tutti allo stesso modo non sempre produrrebbe risultati equi. Anche il ministro della Polizia, Sarah Jones, ha definito quel documento «sbagliato», mentre lo stesso organismo ha annunciato una prossima revisione del testo.
Le accuse più dure, però, sono arrivate dalle pagine del Telegraph. In un editoriale destinato a far discutere, la nota opinionista Allison Pearson ha affermato che la morte di Nowak rappresenta il risultato estremo di una cultura istituzionale ormai ossessionata dalle accuse di razzismo. La Pearson ha parlato apertamente di «razzismo antibianco», accusando i programmi Dei di aver fatto «il lavaggio del cervello» agli agenti e chiedendo una profonda riforma del College of policing, l’organismo che sovrintende alla formazione delle forze dell’ordine britanniche.
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