
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2655318706.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2655318706" data-published-at="1634584295" data-use-pagination="False">
Kaja Kallas e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Al via il ventunesimo (e inutile) pacchetto di Bruxelles per provare a piegare Mosca. Il capo di Kiev propone un incontro tra i leader di Ucraina, Russia, Unione europea e Usa per raggiungere la tregua.
«L’Ue continuerà a colpire le entrate russe per costringere Mosca a porre fine alla sua guerra, ma dobbiamo privare la Russia non solo del denaro, ma anche delle risorse di cui ha bisogno per finanziare questa guerra». È questo il messaggio, di fatto diretto al presidente russo Vladimir Putin, con cui l’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha commentato l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca (il ventunesimo dal 2022) presentato ieri dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Tra i provvedimenti varati spicca la sospensione del meccanismo di adeguamento del price cap sul petrolio russo, che avrebbe comportato una sensibile revisione al rialzo del tetto, a causa dei rincari innescati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
«Questo» continua von der Leyen, «darà ai mercati petroliferi il tempo di stabilizzarsi, pur mantenendo la pressione sulle entrate della Russia. Allo stesso tempo, continueremo a colpire la flotta ombra. Oggi proponiamo di aggiungere altre 30 navi alla lista delle sanzioni, oltre alle 632 già sanzionate. Per la prima volta, prendiamo di mira anche le navi che supportano la flotta ombra, ad esempio quelle che forniscono bunkeraggio e altri servizi». «Proponiamo inoltre», prosegue, «di colpire le infrastrutture critiche, come porti, aeroporti o raffinerie che commerciano o lavorano petrolio russo». Il secondo punto, continua Von der Leyen, «riguarda le restrizioni finanziarie e alle criptovalute. Estendiamo i nostri divieti di transazione ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società o piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi di Paesi terzi». Previste anche nuove restrizioni all’esportazione di beni e tecnologie utilizzati dall’industria militare russa. Limitazioni anche alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale per altri, incluso il merluzzo.
Contestualmente, la Ue ha di nuovo aperto il portafogli a favore di Kiev. La presidente della commissione Ue ha infatti annunciato: «Entro la fine del mese, erogheremo la prima tranche del nostro prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina. Forniremo 6 miliardi di euro per i droni e oltre 3 miliardi di euro di aiuti macrofinanziari, e naturalmente seguiranno presto ulteriori erogazioni».
Soldi che il leader ucraino Volodymyr Zelensky sembra aver già idea di come investire, visto che ha annunciato di aver raggiunto un accordo proprio sui droni, con la Lettonia: «Prima riunione con il nuovo Primo ministro lettone Andris Kublbergs e un risultato importante per i nostri Paesi: abbiamo firmato un accordo sui droni. Si tratta di misure concrete per rafforzare la nostra difesa comune e la coproduzione e ciò significa anche che le competenze e l’esperienza dell’Ucraina contribuiscono a rafforzare i nostri partner. Questo è esattamente il tipo di cooperazione sistematica che stiamo costruendo con coloro che ci hanno sostenuto con coerenza durante tutti gli anni della guerra russa. L’Ucraina è interessata a garantire che ogni regione d’Europa disponga di una protezione sufficiente contro le minacce russe».
Inoltre, ieri, il leader ucraino ha anche alzato il tiro sull’ingresso del suo Paese nell’Ue: «L’Ucraina ha fatto tutto il necessario per l’apertura dei cluster negoziali sul processo di adesione all’Ue; è importante che ci sia progresso nella loro apertura, affinché i russi vedano che l’Europa mantiene le promesse e non cede sui propri interessi».
Parole che non potranno che alzare una tensione già alta, certificata anche dalle dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Il processo di mediazione» russo-americano «sulla questione ucraina è stato sospeso». Peskov ha poi aggiunto che una telefonata tra Putin e Donald Trump non è al momento in programma. «Il presidente Putin e il presidente Trump si parlano al telefono quando necessario», ha detto il portavoce del Cremlino.
Zelensky però sembra puntare anche sull’Europa per arrivare a un accordo con Mosca: «La soluzione ideale nei negoziati di pace è porre immediatamente fine alla guerra. Come minimo, occorre compiere il primo passo: un cessate il fuoco incondizionato e totale. Per raggiungere un cessate il fuoco, sarebbe auspicabile organizzare un incontro tra i leader di Ucraina, Russia, ovviamente Europa e Stati Uniti. L’Ucraina ha la volontà di fare tutto questo. Vedremo se anche la Russia ne avrà la volontà. Finora non l’ha dimostrata». A voler allargare il campo dei negoziati è anche il primo ministro polacco Donald Tusk, che ha dichiarato di aver parlato con la premier Giorgia Meloni che, a suo dire, «non è entusiasta del formato E3 (Gran Bretagna, Francia e Germania, ndr)» dei colloqui sull’Ucraina tenutisi a Londra con Zelensky, annunciando che nei prossimi giorni verrà organizzato un incontro nel formato E5, con la partecipazione di Polonia e Italia. «Ho parlato con il primo ministro italiano Giorgia Meloni, che non è entusiasta di questo formato E3», ha detto Tusk.
E in un’intervista al Guardian il leader ucraino ha spiegato di essere convinto che la Russia stia perdendo progressivamente l’iniziativa sul campo di battaglia e che il conflitto stia lentamente evolvendo a favore di Kiev, mentre Mosca si trova sempre più isolata sul piano internazionale: «Non possiamo dire che la Russia stia perdendo questa guerra, ma possiamo dire che sta perdendo l’iniziativa giorno dopo giorno». Ieri, però, il ministro della difesa bulgaro, Dimitar Stoyanov, ha annunciato che il suo Paese non invierà più armi a Kiev perché è il momento di negoziare. Lo scenario, quindi, potrebbe cambiare ancora.
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Enrico Letta (Ansa)
L’ex premier tesse le lodi dell’offerta all’ex istituto «rosso», salvato dai miliardi dei contribuenti: «La dimensione è fondamentale, fare scala». Ma a questi livelli si è arrivati grazie a un lavoro che ha rimediato ai guai dei dem.
Quando si tratta di Intesa Sanpaolo o di Benetton e Autostrade, il Pd non riesce mai a trattenersi. E così, dopo un ventennio di coscienza diversamente pulita sul Monte dei Paschi di Siena, la banca dei compagni per eccellenza, il giorno dopo la mossa di Carlo Messina arriva Enrico Letta e benedice urbi et orbi i piani di Intesa su Mps, Mediobanca e Generali.
L’ex premier ed ex segretario del Pd plaude all’offerta pubblica di scambio e osserva che «la dimensione è fondamentale» e che anche in Europa «bisogna fare scala».
C’era una volta il centrosinistra invaghito delle regole antitrust di Guido Rossi, dei territori e dei distretti cari a Romano Prodi. Oggi si sale sul carro dei vincitori e delle concentrazioni bancarie, dopo aver lasciato che fossero altri a salvare e rivitalizzare Mps e dopo aver guardato dall’alto in basso la stagione dei Caltagirone e dei Del Vecchio, che oggettivamente hanno fatto schizzare al rialzo i valori non solo di Mps, ma anche di Mediobanca e delle stesse Generali.
A margine di una riunione a Bruxelles, Letta, oggi presidente dell’Istituto Jacques Delors, ha affermato che «la dimensione è fondamentale, bisogna salire di livello e mi fa piacere vedere che l’Italia è protagonista, che le due più grandi banche italiane sono entrambe protagoniste nella direzione di una crescita dimensionale». Il riferimento, oltre a Intesa Sanpaolo, è per Unicredit, impegnata in una scalata a Commerzbank che la politica tedesca al momento ostacola. Poi ha aggiunto che secondo lui «il mondo economico si è accorto di questo cambio di fase, sta capendo che si entra in una fase di rimescolamento complessivo, si aprono nuove opportunità. Io leggo anche in questa chiave quello che sta succedendo in Italia in queste ore». E ha chiuso con un inno al «big change» che lui vede da due anni e che va nella direzione di sempre nuove aggregazioni per «salire di livello».
Due anni? Il risiko bancario italiano si muove incessantemente da una decina di anni e negli ultimi cinque ha ruotato intorno al salvataggio pubblico di Mps e al fatto che qualcuno si era reso conto che con il 13% in mano a Mediobanca si poteva comandare sulle Generali. Nel giro di cinque anni, il titolo Generali è passato da 17 a 41 euro; Mediobanca è salita da 10 a 25,2 euro, Unipol da 4,5 a 22,9 euro e Bper da 2 a 12,7 euro. Fusioni e scalate, compresa quella per il famoso concerto che è costata un avviso di garanzia a Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri, amministratore delegato di Delfin, e Luigi Lovaglio di Mps, hanno letteralmente fatto schizzare gli scambi a Piazza Affari.
Per Mps, il calcolo del valore delle azioni non è immediato perché in 12 anni di risanamento e salvataggio finale non si contano le ricapitalizzazioni. Lo Stato ha messo oltre 8,5 miliardi arrivando fino al 64% della banca. Per salvarla, praticamente, nacque il governo di Paolo Gentiloni e il Pd ha fatto di tutto perché Siena fosse (s)venduta a Unicredit, alla cui presidenza casualmente era planato Pier Carlo Padoan, direttamente da via XX Settembre. Poi c’è stata l’era Lovaglio, compreso lo scontro finale con Caltagirone e la separazione di fatto con gli eredi Del Vecchio, con la conquista di Piazzetta Cuccia. Ma se oggi Mps è un bel boccone per Intesa e Unipol è anche per la pazienza del Tesoro, per i soldi messi dai contribuenti e per l’interesse che un pugno di grandi imprenditori privati ha suscitato su Rocca Salimbeni.
Dopo tutto questo, arriva bello bello da Bruxelles Enrico Letta e ci mette il cappello, facendo anche capire che era ora, che ci siamo dati una sveglia, finalmente. Eppure lo stesso Letta, anni fa, sembrava avere idee diverse.
Il 21 settembre del 2022, quattro giorni prima delle elezioni che hanno visto la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd era a Siena, per la chiusura della campagna elettorale. E nel comizio in piazza San Domenico si lanciò in previsioni: «Sono fiducioso sul futuro di Mps. Mi auguro che le scelte future vadano nella direzione che tutti abbiamo sempre auspicato e cioè quelle di una banca di territorio che però riesce a rafforzarsi meglio di come ha vissuto fino adesso». Insomma, oggi è contento per la super-banca con Intesa mangiatutto; ma da onorevole della città toscana cianciava ancora di «banca di territorio», dopo la fine che avevano fatto le popolari venete e quella di Bari, a proposito di «territorio». Già, i seggi sicuri. Intesa e Bper terranno la denominazione «Monte dei Paschi» cassando la parola «Siena». Per il Pd sarà un colpo al cuore, visto che qui venivano paracadutati anche big nazionali come Piero Fassino, Giuliano Amato e Franco Bassanini. Lo sa bene anche l’attuale segretario provinciale del partito, Nico Bartalini, che ieri ha lanciato l’allarme invitando a «una forte iniziativa istituzionale e politica per gestire le possibili ricadute occupazionali e territoriali delle operazioni in corso» e brandendo, come un leghista qualsiasi, «il tema storico, culturale e identitario» della banca per Siena. Il Pd è anche questo, un partito dove convivono l’europeismo a trazione bancaria dei Letta e dei Gentiloni e le contrade del prestito amico.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 giugno con Carlo Cambi
- Se i due manager bancari, romani d’origine e abituati a trovarsi a cena, volessero pesare le loro quote nel Leone (oltre il 25%), ogni scalata ostile sarebbe stoppata.
- Il Ceo della Ca’ de Sass illustra la potenziale gestione patrimoniale in caso di successo dell’operazione: «L’unica offerta in campo è la nostra. Quella di Banco Bpm? Una lettera d’amore». Titoli in guadagno.
- Con le adesioni all’Ops sale al 37,68% e ben oltre la metà delle azioni con i derivati.
Lo speciale contiene tre articoli.
La storia che stiamo per raccontare comincia ufficialmente con una cacio e pepe. Maggio 2025, congresso della Fabi a Milano. Sul palco salgono, a distanza di poche ore, due uomini che da anni rappresentano le anime più potenti della finanza italiana: Andrea Orcel e Carlo Messina. Il clima non è esattamente quello di una rimpatriata tra compagni di scuola. Il giorno precedente Messina aveva invitato pubblicamente Orcel a evitare avventure su Generali. Il risiko bancario stava entrando nella fase più delicata e ogni parola veniva pesata con il bilancino. Il copione avrebbe suggerito una replica pungente. Invece Orcel sceglie un’altra strada. «Carlo e io ci sentiamo regolarmente. E ancora batte i miei sulla migliore cacio e pepe che abbia mai mangiato, quindi tento sempre di farmi invitare». Risate in sala. Fine apparente della storia. O forse è l’inizio.
Perché in Italia, da sempre, le alleanze più durature nascono attorno a un tavolo. I Medici avevano i banchetti rinascimentali. La Prima Repubblica aveva i ristoranti romani. La finanza del XXI secolo potrebbe conoscere la diplomazia della cucina romana. Cacio e pepe o, volendo, carbonara
E allora proviamo a immaginare che dietro le scodelle si nasconda qualcosa di più di una semplice battuta. Immaginiamo un gentlemen's agreement. Un accordo non scritto. Un patto tra banchieri nati entrambi a Roma che conoscono perfettamente il peso delle parole e ancora meglio il valore del silenzio. Potremmo chiamarlo, in omaggio alle origini capitoline dei protagonisti, il Patto della carbonara. Non perché qualcuno l’abbia mai firmato. Ma perché i nomi migliori sono quelli che nessuno ammette di aver inventato. Il principio sarebbe semplice. «Voi i più forti in Italia. Noi i campioni d'Europa». Da una parte Intesa Sanpaolo. Dall’altra Unicredit. Due colossi che per anni si sono osservati e talvolta sfidati. Messina ha costruito il più grande gruppo bancario italiano. Ora con l’offensiva su Mps vuole ingrandire la sua macchina che macina dividendi e genera ricchezza. Orcel ha scelto una strada diversa. Più europea. Più aggressiva. Più internazionale come dimostra l’assalto a Commerzbank. Due modelli diversi. Due campi di gioco differenti. E proprio per questo potenzialmente complementari. In questa lettura, il Patto della carbonara non sarebbe una spartizione del mercato. Sarebbe piuttosto una divisione dei ruoli. Intesa presidia il cuore del sistema finanziario italiano. Unicredit costruisce il proprio destino europeo. Al centro resta Generali. Una sorta di Vaticano della finanza. Territorio neutrale. Protetto. Perché da oltre 150 anni Assicurazioni Generali non è soltanto una compagnia assicurativa. È una infrastruttura strategica del Paese. Gestisce risparmio. Investe nell’economia reale. In pancia ha una quarantina di miliardi di Btp. Uno dei clienti migliori per il Tesoro.
Se l’operazione che coinvolge il polo Banca Monte dei Paschi-Mediobanca dovesse arrivare fino in fondo, Intesa potrebbe ritrovarsi indirettamente con il 13,2% di Generali che Cuccia aveva messo insieme negli anni. A questa quota si aggiunge il 3,1% recentemente acquistato. Totale: circa il 16%. Una percentuale che da sola vale già una posizione di assoluto rilievo. Poi c’è Orcel. Unicredit dispone di una partecipazione vicina al 9%. Sommata a quella riconducibile a Intesa, si arriva al 25%. E non finisce qui. Al tavolo siedono altri due commensali di peso. La famiglia Del Vecchio attraverso Delfin. E Francesco Gaetano Caltagirone. Delfin possiede circa il 10%. Caltagirone circa il 6%. Insieme rappresentano un ulteriore 16%. Ed proprio qui il Patto della carbonara esalta il suo valore gastronomico. Le uova da sole non bastano. Il guanciale da solo nemmeno. Serve equilibrio. Serve dosaggio. Serve qualcuno che tenga la padella alla temperatura giusta. Secondo questa lettura, Delfin e Caltagirone potrebbero rappresentare ingredienti essenziali della ricetta. Da una parte c’è il progetto che vede Leonardo Maria Del Vecchio prepararsi a rafforzare la propria posizione nella holding di famiglia attraverso un'operazione sostenuta da un finanziamento organizzato da Unicredit. Dall'altra c’è il rapporto storico tra Caltagirone e Intesa Sanpaolo, che nel corso degli anni ha accompagnato numerose iniziative dell’imprenditore romano. A questo punto il Patto della carbonara diventerebbe qualcosa di più ambizioso. Una vera operazione di sistema. Non per conquistare Generali. Ma per evitare che qualcun altro lo faccia. Un equilibrio tra grandi azionisti italiani. Nessun dominus. Ma una rete di interessi convergenti sufficientemente forte da scoraggiare qualsiasi tentazione esterna. Esattamente come aveva fatto la Mediobanca di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi per più di mezzo secolo. Naturalmente nessuno dei protagonisti parlerebbe mai in questi termini. Messina continuerebbe a raccontare della sua cacio e pepe. Orcel continuerebbe a scherzare sugli inviti a cena. Nessuno pronuncerebbe l'espressione «Patto della Carbonara». Eppure l’immagine resta irresistibile.
«Super banca da 2.000 miliardi». Come il Pil
La partita bancaria su Monte dei Paschi di Siena entra in una fase decisiva e Carlo Messina prova a fissarne i confini. Intervenendo a Bloomberg Tv, il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo ha definito quella dell’istituto guidato da lui «l’unica vera offerta» oggi sul tavolo per Mps, contrapponendola alla proposta di Banco Bpm, bollata come una semplice apertura negoziale più che come un’operazione compiuta.
«Ieri (due giorni fa, ndr) ho definito “una lettera d’amore” quella di Banco Bpm, perché non c’è da parte loro una vera offerta, ma solo la richiesta di aprire una conversazione per una fusione», ha detto Messina. «L’unica offerta in campo, in questo momento, è la nostra», ha aggiunto, sostenendo che l’operazione abbia «grande probabilità di successo».
Il punto politico-finanziario non è solo il controllo di Mps, ma la costruzione di un perimetro bancario e patrimoniale di dimensioni a dir poco rilevanti. Secondo Messina, l’aggregazione con Monte dei Paschi, insieme al contributo di Mediobanca, porterebbe Intesa verso una massa di gestione patrimoniale fino a 2.000 miliardi di euro. Una cifra che, per ordine di grandezza, si avvicina al Pil italiano.
Il paragone rende la portata dell’operazione. Duemila miliardi di euro significano una piattaforma finanziaria domestica in grado di pesare quasi quanto l’intera ricchezza prodotta in un anno dal Paese. È qui che Messina individua il vero baricentro industriale dell’operazione: rafforzare la quota di mercato in Italia e consolidare il presidio su risparmio, wealth management e protezione patrimoniale.
«Il vero punto per noi è sempre stata la quota di mercato in Italia», ha spiegato il ceo di Intesa. Messina ha richiamato i precedenti delle banche venete e di Ubi, sostenendo che le acquisizioni domestiche abbiano già dimostrato la capacità del gruppo di generare sinergie di costo e ricavi, creando valore per gli azionisti.
Resta il nodo antitrust, da sempre il principale ostacolo a un ulteriore rafforzamento di Intesa sul mercato italiano. Messina ha indicato nell’accordo con Unipol per la cessione di una banca risultante dall’operazione la soluzione studiata per superare le criticità concorrenziali. Una mossa preventiva, pensata per rendere più solida l’architettura dell’offerta e limitarne i punti di vulnerabilità regolamentare.
Anche la struttura dell’Opas è stata presentata come una dimostrazione di forza. Messina ha sottolineato che Intesa ha preparato l’operazione tenendo conto degli investitori di Mps e anche di possibili controfferte. Da qui la scelta di inserire fin dall’inizio una componente significativa in contanti, considerata dal ceo un elemento chiave per misurare la solidità dell’offerta rispetto a eventuali rilanci concorrenti.
Sul fronte Generali, il numero uno di Intesa ha invece ridimensionato la partita. La partecipazione nel Leone, ha spiegato, «non è una priorità» nell’ambito dell’offerta su Mps, ma resta un investimento azionario. L’obiettivo, secondo il Ceo, è mantenere il contributo all’utile netto già considerato nell’offerta su Siena.
La sfida, dunque, va oltre Mps. Se l’operazione andrà in porto, Intesa punta a trasformarsi nel perno di un’infrastruttura finanziaria nazionale capace di concentrare masse patrimoniali da 2.000 miliardi. Una dimensione che sposterebbe, di fatto, il confronto dal «semplice» risiko bancario al controllo industriale di gran parte del risparmio italiano.
Con l’operazione Intesa (o Banco Bpm) e Mps l’andamento dei titoli finanziari italiani si è messo a ballare ovviamente il tango, con Piazza Affari che è diventata la sorvegliata speciale d’Europa in questi giorni.
Il Ftse Mib ieri in giornata ha toccato il nuovo record dei 51.000 punti, salvo poi ridurre i guadagni nel finale e chiudere a 50.200 punti, in rialzo dello 0,11%. A sostenere il listino sono stati ovviamente i titoli bancari e assicurativi: Mps ha guadagnato il 2,6%, Mediobanca il 3%, Unipol il 4,7%, Bper il 2,9% e Generali il 2,1%.
In tutto questo, il Leone di Trieste resta indirettamente al centro dell’operazione che Intesa Sanpaolo starebbe preparando. Non a caso, ieri, è emerso che Stefan Lehmann, country manager Germany di Generali, ha venduto 23.571 azioni della compagnia assicurativa per un controvalore vicino a 1 milione di euro. Intesa Sanpaolo, assoluta protagonista della settimana con la sua Ops, ha chiuso ieri in leggero rialzo dello 0,91%.
Unicredit è potenzialmente al 54% di Commerz
UniCredit guadagna terreno nella partita per il controllo di Commerzbank. Le adesioni all'offerta pubblica di scambio lanciata dall'istituto guidato da Andrea Orcel sono salite al 10,91% del capitale della banca tedesca, dall'8% circa della scorsa settimana, portando al 54,09% la quota potenziale complessiva detenuta tra partecipazioni dirette e strumenti derivati.L'avanzata sul capitale arriva però in un clima sempre più teso.
In una nota dai toni insolitamente duri, il gruppo italiano ha replicato alle accuse provenienti da Commerzbank e alle indiscrezioni attribuite a fonti vicine alla banca tedesca, respingendo come «prive di qualsiasi fondamento» le insinuazioni secondo cui avrebbe utilizzato le regole di trasparenza per gonfiare artificialmente la percezione delle adesioni all'offerta.
L'istituto italiano sostiene di aver operato nel pieno rispetto della normativa e in costante dialogo con l'autorità di vigilanza BaFin. Unicredit, si legge in una nota «avrebbe preferito che gli azionisti valutassero in autonomia i fatti e traessero le proprie conclusioni, ma la gravità delle accuse sollevate da Commerzbank», le continue comunicazioni alla stampa da parte di «fonti vicine a Commerzbank» e la persistente diffusione di informazioni sempre più gravi e prive di fondamento, rendono necessaria una presa di posizione. Anche alla luce della comunicazione odierna relativa all’ulteriore incremento delle azioni apportate all’offerta, il che, sulla base dell’esperienza, lascia prevedere ulteriori accuse e iniziative da parte di Commerzbank».
Mentre le adesioni continuano a crescere, UniCredit prova così a spostare il confronto dal terreno delle polemiche a quello dei numeri. Ma il duello per la conquista del gruppo tedesco, destinato a ridisegnare gli equilibri del sistema bancario europeo, appare tutt'altro che concluso.
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