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Zakaria Ben Haddi, 21 anni, residente in Brianza, fermato ieri per terrorismo. Secondo gli uomini della Digos era «verosimile una sua immediata attivazione». Sui social esaltava gli attentati musulmani contro i cristiani.
L’ultimo segnale d’allarme è arrivato il 30 maggio. Quando, secondo la Procura di Milano, Zakaria Ben Haddi ha pubblicato sui propri profili social «diversi post inneggianti al martirio, facendo ritenere verosimile una sua immediata ed estemporanea attivazione».
Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese esibisce sui social un abbordaggio nell’Atlantico. Il Cremlino: «Pirateria».
Come si dice ipocrisia in francese? Tranquilli, non serve andare a controllare sul vocabolario italiano-francese. Basta seguire le giornate del presidente transalpino Emmanuel Macron. I suoi annunci, le sue sparate. La sua hypocrisie.
Ieri su X ha scritto: «La Marina francese ha intercettato una nuova petroliera, la Tagor, soggetta a sanzioni internazionali. La nostra determinazione è ferma e incrollabile. L’operazione è stata condotta nell’Atlantico, in acque internazionali, con il supporto di diversi partner, tra cui il Regno Unito, nel rigoroso rispetto del diritto del mare». La petroliera in questione è russa e fa parte della cosiddetta flotta fantasma. «È inaccettabile che le navi eludano le sanzioni internazionali, violino il diritto del mare e finanzino la guerra che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina da oltre 4 anni», ha aggiunto il marito di Brigitte. «Queste navi, che non rispettano le più elementari regole della navigazione marittima, rappresentano anche una minaccia per l’ambiente e per la sicurezza di tutti».
Immediata la reazione di Mosca. «Consideriamo tali azioni illegali, esse rasentano la pirateria internazionale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Per tutta la giornata, in tv soprattutto, è andato avanti il ritornello classico: cattivo Putin che vuole violare le sanzioni e bravo Macron che è riuscito a fermare una nave che finanzia «la guerra che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina da oltre 4 anni». Che bravo… Applausi… Però sorge una domanda: ma il Macron che difende il mondo intero dai cattivi russi di mare è lo stesso Macron che fa il pieno di gas russo? Gas russo, detto in termini tecnici Gnl, che arriva proprio via nave?
Solo ad aprile i ricavi della Russia dall’export di combustibili fossili sono aumentati del 4% su base mensile, arrivando a portare nelle casse di Putin circa 733 milioni di euro al giorno, un livello mai raggiunto negli ultimi due anni e mezzo. Una crescita registrata nonostante un calo del 7% dei volumi esportati, spiega l’ultimo report del centro studi Crea (Center for research on energy and clean air). E chi compra dalla Russia? Cina, India e Giappone, ma pure molti Paesi europei, come Francia, Ungheria, Belgio, Slovacchia e Spagna. Anzi, la Francia è il primo importatore europeo di gas liquefatto via nave dalla Russia. E ad aprile ha versato al Cremlino circa 400 milioni. L’Europa, culla di Volenterosi e patria di quella Ue capace di varare venti pacchetti di sanzioni verso Mosca, è il mercato principale per il gas naturale, in grado di assorbire il 49% delle esportazioni totali di gnl russo e il 32% dei flussi via gasdotto. Si può capire che Ungheria o Slovacchia, Paesi senza sbocco sul mare, possano rifornirsi solo da Putin per scaldarsi o produrre energia elettrica. Non si capisce invece perché Pedro Sánchez, che può contare su una florida industria rinnovabile e sulle centrali nucleari, abbia speso quasi 200 milioni per i Gnl. Gli acquisti europei di gas liquefatto sono rimasti elevati nonostante il bando sui mercati spot di RePowerEU. Il Belgio, dove hanno sede le istituzioni continentali, si è posizionato come il terzo maggiore importatore assoluto del mese, acquistando Gnl russo per un valore di 363 milioni, un dato in forte crescita del 33% su base mensile. La leadership però è di Parigi, che ha versato precisamente 413 milioni ai russi. E questa bella somma come sarà stata investita da Putin se non per finanziare la guerra? Lo dica Macron: la nave della flotta fantasma è stata fermata perché il greggio interessa meno alla Francia. Se invece trasportava gas...
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Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
Programmi tv a senso unico e sondaggi compiacenti: le celebrazioni per il referendum, che 80 anni fa cambiò le sorti del Paese, assomigliano sempre più a una cerimonia per omaggiare un sovrano, Mattarella, esondante in ogni campo. E con il record di permanenza sul Colle, la trasformazione dell’Italia in «regno» è compiuta.
Oggi, 2 giugno, si festeggia l’ottantesimo della Repubblica, ma in realtà gli italiani dovrebbero celebrare il ritorno della monarchia. In nessun altro Paese occidentale dove sia consentito il voto e dove il compito di rappresentare il popolo sia affidato a un parlamento democraticamente eletto, esiste una figura istituzionale, con poteri ampi come la scelta del premier e lo scioglimento delle Camere, che resti in carica per 14 anni senza mai rispondere del proprio operato.
In Francia il presidente della Repubblica è eletto per cinque anni, una volta scaduti i quali i francesi possono rieleggerlo, come è successo con Emmanuel Macron, o possono mandarlo a casa, come è accaduto con Nicolas Sarkozy. In Germania, nonostante l’autonomia del capo dello Stato sia molto più ridotta rispetto a quella della République, il mandato è pure di cinque anni, rinnovabili una sola volta. Stessa cosa in Grecia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e in Polonia. Fanno eccezione la Romania, dove il presidente resta in carica quattro anni, come pure la Moldovia, che però non fa parte della Ue, oppure gli Stati Uniti. Insomma, in nessun Paese occidentale c’è un capo dello Stato - occhio: non un re - che senza sottoporsi al giudizio degli elettori resti al suo posto sette anni, rinnovabili per altri sette e, se l’età e la salute lo consentono, aggiungerne altri, fino a diventare di fatto un monarca.
Quando i padri costituenti stabilirono il mandato presidenziale, optando per sette invece che cinque, pareva implicito che non fosse possibile alcuna rielezione. E così è stato fino al 2013, ovvero per 67 anni, quando un parlamento senza maggioranza, diviso fra 5 stelle, sinistra e centrodestra, non sapendo decidere chi nominare al posto di Giorgio Napolitano, si arrese al bis. L’ex parlamentare comunista, per la prima volta nella storia della Repubblica, rimase al Quirinale nove anni, coprendo dunque due legislature, dimettendosi prima dello scadere del secondo settennato per ragioni personali. Mattarella, al contrario, il giorno stesso in cui fu rieletto chiarì che non se ne sarebbe andato in anticipo, deciso a restare fino alla fine. Dal suo insediamento, il 3 febbraio del 2015, sono trascorsi 11 anni e altri tre gliene restano. Al Quirinale ha visto passare cinque presidenti del Consiglio e sei governi e nel 2027 toccherà ancora a lui decidere a chi affidare l’incarico di formare l’esecutivo che verrà. Come dicevo, non esiste alcun altro Paese che abbia un capo dello Stato in carica così a lungo.
Ma l’anomalia non è solo quella: consiste anche nell’esondazione dei poteri del presidente. Il ruolo esercitato dai predecessori di Mattarella durante la Prima Repubblica era assai limitato. Come da articolo 87 della Costituzione rappresentavano l’unità della nazione, indicevano elezioni, nominavano i presidenti del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri, presiedevano il Csm e il Consiglio superiore di Difesa. Punto. Poi, con la fine della Prima Repubblica e l’inizio di una debolezza strutturale dei partiti, il capo dello Stato ha iniziato ad acquisire sempre più potere, assegnandosi una sorta di controllo preventivo sulle leggi e anche un ruolo attivo sugli incarichi istituzionali. Senza, ribadisco, alcun mandato popolare.
La trasformazione da repubblica in monarchia è stata un passo breve, ma non è colpa di Mattarella, o per lo meno non solo sua. Il processo cominciato con Oscar Luigi Scalfaro, proseguito poi con Carlo Azeglio Ciampi, ha trovato un suo rafforzamento con Napolitano, per poi diventare completo con l’attuale inquilino del Quirinale, il quale esercita il suo compito ficcando il naso in disegni di legge, riforme, nomine, rapporti con altri Paesi e pure dettando la linea su immigrazione e politiche sulla sicurezza. C’è un libro, scritto da Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani per la Luiss University Press che spiega bene la mutazione e si intitola Il Principe e la Repubblica. I due autori, il primo ex ministro e tra i saggi scelti da Napolitano per le riforme, il secondo docente di Storia delle istituzioni politiche, sostengono che i padri costituenti, per timore di un premier forte, scelsero una forma di governo intrinsecamente fragile, affidando ai partiti la mediazione. Ma la crisi della Prima Repubblica e l’arrivo di Tangentopoli hanno fatto venire meno il ruolo delle storiche formazioni politiche affermatesi negli anni della guerra, facendo emergere la figura di un nuovo «Principe della Repubblica» nella veste del capo dello Stato. Non essendoci un partito egemone scelto dagli elettori, l’egemonia la esercita il Quirinale. Con tutto ciò che ne consegue. Quattordici anni sono un periodo lunghissimo, soprattutto se il mandato non è sottoposto al giudizio degli elettori. Se poi a questo si aggiunge una certa tendenza del Colle ad auto celebrarsi e a non riconoscere gli errori, come la nomina di governi tecnici e il rinvio delle elezioni, la trasformazione da repubblica in monarchia è completa, con una certa adulazione anche della grande stampa verso il sovrano a cui vengono di volta in volta attribuiti meriti politici (basta leggere il sondaggio di ieri di Ilvo Diamanti), diplomatici (nel caso di visite all’estero) e perfino sportivi (se ci sono le Olimpiadi). Mancano solo i meriti canori e artistici, ma state tranquilli: siamo sulla buona strada e da qui alla fine del secondo settennato arriveranno anche quelli. Insomma, viva il monarca e abbasso il parlamento, che ormai con l’avvento di sua Maestà Re Sergio I conta sempre di meno e per risparmiare, visto quanto costa il Quirinale, converrebbe chiuderlo.
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Il campanile del Palazzo del Quirinale (Imagoeconomica)
Prima fu bipolarismo imperfetto Dc-Pci, poi il radicalismo del ’68 che divenne edonismo di massa. Le uniche fondamenta sono degli «anti», contro il fascismo e il nazionalismo.
Ma quali idee hanno accompagnato la Repubblica italiana in questi ottant’anni? Il 2 giugno è l’occasione per tracciare un bilancio storico e ideale del suo cammino. Disponiamo in partenza di alcune chiavi in negativo: l’antifascismo come collante e fondamento, il ripudio del nazionalismo, la scristianizzazione come perdita progressiva di valori comuni. Poi quando si passa dalle negazioni alle affermazioni divergono le priorità e i contenuti.
Anche le idee condivise di nome sono poi declinate in modo opposto, come la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. O si rinchiudono nelle armature ideologiche e diventano corpi contundenti.
Sul piano politico la repubblica italiana è stata polarizzata da due forze antagoniste, e poi convergenti: la Dc e il Pci, più la costellazione di partiti minori. Anzi, per essere precisi: centro contro sinistra, o centro-sinistra, fino al cattocomunismo; la destra in origine non era prevista. Il bipolarismo ha avuto uno svolgimento tutto particolare: non c’è mai stata alternanza e avvicendamento al potere, per quasi cinquant’anni, ma ruoli fissi, tra il primo, partito sempre al governo e il secondo, sempre all’opposizione. Da cui la definizione di bipartitismo imperfetto (Giorgio Galli). Con un’ulteriore caratteristica: la Dc governava coi suoi alleati l’Italia, ma sul piano delle idee, c’è stata una prevalenza o quantomeno una maggiore incisività ed evidenza di idee che appartenevano al campo avverso, alla sinistra a lungo identificata largamente con il comunismo. È quella che è stata definita egemonia culturale. Ma la formula sbrigativa non corrisponde poi alle articolazioni, alle mutazioni e al panorama effettivo della repubblica italiana.
Dietro quella definizione non c’è stato solo il predominio del Pci, come si sbriga solitamente la vicenda ideale, riducendo l’egemonia a un’intuizione di Antonio Gramsci applicata da Palmiro Togliatti. In realtà per lunghi decenni, quel predominio ha toccato solo alcune sfere della cultura, dell’università, dell’editoria ma non è stata pervasiva. Alla supremazia delle idee erano refrattari vari settori cruciali in cui si forma l’opinione pubblica e la mentalità condivisa, non riconducibili agli intellettuali organici di gramsciana memoria.
C’erano autori e culture diverse, e sul piano dei mass media, nei primi decenni della repubblica c’era a livello di stampa, radio e di televisione, di musica e di cinema, di teatro, sport e altri campi un quadro assai variegato. A livello popolare restava ancora vivo benché declinante un mondo d’ispirazione cristiana e rurale, tra parrocchie, associazioni di categoria, reti e tradizioni locali. C’era poi un mondo che subiva l’attrazione dell’America, del suo cinema, del suo modello di vita, della sua mentalità e del suo mercato; più altri mondi più ristretti e differenziati. L’egemonia ideologica era una cosa, la vita popolare era un’altra.
La più grande mutazione prese corso tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, in un periodo che per comodità colleghiamo al ’68. La società fu investita agli inizi da una forte partecipazione ideologica e politica, una carica contro il sistema capitalistico e le istituzioni liberali e borghesi; l’impronta prevalente sul piano delle idee fu di segno marxista. In quell’atmosfera la conquista ideologica della cultura italiana sconfinò negli ambiti dei mass media, del cinema, dell’arte e di vari settori, insieme a un progressivo predominio a livello accademico, editoriale che non c’era stato ai tempi del Pci di Togliatti. Il Pci diventò forse «l’utilizzatore finale» di quella spinta prodotta nel ’68 ma quel processo non nacque in seno al Pci, alla Cgil e alle fabbriche; nacque fuori, oltre, se non contro il Pci, in quell’arcipelago che definiamo il movimento giovanile.
Allora nasce davvero un’egemonia culturale della sinistra, mentre quella di Togliatti restava più circoscritta e più direttamente controllata dal Pci.
Col passare degli anni accade però un sorprendente cambiamento: l’impronta rivoluzionaria, collettivista e anticapitalista, antiamericana mutò assumendo una valenza trasgressiva, anarco-libertaria, «dionisiaca» e perfino un po’ nietzscheana, fino a trasformare il collettivismo di partenza in una carica eversiva sempre più elitaria e soggettivista, fino all’individualismo degli anni ottanta e oltre. Permaneva solo la venatura terzomondista.
Sul piano delle idee e del pensiero politico cosa era avvenuto?
Non era più il marxismo o l’italo-marxismo la stella polare. Da un verso Gramsci fu coniugato a Gobetti e alla cultura azionista, dall’altro il comunismo si stemperò nel progressismo radical, assumendo altre valenze. E più in generale la sinistra non fu più contenuta dentro il Pci ma il contrario, fino a sparire il comunismo. Sinistra democratica fu l’espressione politica. E cambiamento radicale, e radical, quanto alla linea: non più l’idea di cambiare sistema, di fuoruscire dall’Occidente, non più il capitalismo come nemico principale, ma al suo posto una vaga protesi del passato, il fascismo, e contorno di forze oscurantiste, reazionarie, conservatrici, patriarcali. E sul piano positivo diritti civili, ideologia woke, spirito radical. Quella sinistra trovò sponde e alleanze nei salotti buoni della finanza, in una parte dell’imprenditoria italiana, in alcuni settori dell’industria, a partire da quelli che avevano un peso rilevante negli assetti proprietari dell’editoria.
E fuori dalla sinistra, cosa c’era? Restavano nicchie culturali e poi un largo habitat sottoculturale o comunque refrattario, estraneo, alle idee e alla politica. Tra le nicchie culturali ci fu una cultura cattolica, ma in un Paese guidato da un partito che si diceva d’ispirazione cristiana era però minoritaria, se non di opposizione; poi una cultura di destra, in un rapporto di tensione con l’unico partito che si definiva di destra sociale e nazionale, l’Msi e poi An; infine sparse isole liberali, sparuti gruppi o personalità.
Il grosso della società si andava invece configurando al di fuori di ogni dimensione ideologica, culturale o politica, a volte rifugiandosi nel buon senso e nel realismo spicciolo della quotidianità, nelle paure e nelle insicurezze sociali. In questo quadro avveniva quel che prima definivamo la scristianizzazione della società italiana, la ridefinizione e lo sfaldamento della famiglia, delle parrocchie e di altre forme di relazione sociale. E al suo posto la crescita del totem televisivo e di una pervasiva trasformazione che era per certi versi una forma nostrana di americanizzazione. Non una risposta culturale al predominio ideologico della sinistra, ma una fuga dal piano culturale e un rifugio nella vita domestica, nei consumi, nel tempo libero, nella vita pratica, fuori dalla politicizzazione.
In quel passaggio dalla scristianizzazione all’americanizzazione della nostra società si situò il berlusconismo con la sua egemonia sottoculturale sul piano televisivo, che dal piano commerciale poi si tradusse anche in politico, nel nome di un liberalismo di massa, liberista, consumista e libertario, di un anticomunismo di ritorno e filoatlantico; senza però rompere i rapporti coi valori cristiani e famigliari, popolari e moderati; anzi si pose come sintesi e convergenza tra il mondo uscito dalla cristianità e quello entrato nella televisione e nella modernità globale.
Così nacque una traccia di bipolarismo, che in qualche modo resta sullo sfondo della nostra società, tra progressisti e moderati, con tratti conservatori, securitari o identitari. Ma le idee, come i cavalli della sfilata del 2 giugno, si dispersero imbizzarrite, scosse e spaventate per le vie laterali della repubblica.
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