Manifesto di propaganda sulla chiusura di Hormuz a Teheran (Getty Images)
- La proposta prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti e la riapertura di Hormuz. I negoziati sul nucleare inizierebbero solo in un secondo momento. La Casa Bianca non chiude ma specifica: «Linee rosse rimangono». Putin si offre di ricevere l’uranio.
- Netanyahu: «Lavoro non finito in Libano». Parole forti di Smotrich in Cisgiordania.
Lo speciale contiene due articoli.
Nelle ultime ore da Teheran è emerso un nuovo tentativo di riaprire il negoziato con Washington, mentre sul terreno politico, militare ed economico continuano a intrecciarsi tensioni e contraddizioni. Secondo fonti vicine alla Repubblica islamica, sarebbe allo studio un piano articolato in tre fasi con l’obiettivo di sbloccare lo stallo diplomatico e riportare le parti al tavolo. Una proposta che, nelle intenzioni iraniane, punta ad aggirare il nodo più delicato - quello nucleare - rinviandolo a una fase successiva. Il progetto, fatto filtrare anche da fonti americane, prevede in primo luogo una cessazione stabile delle ostilità su tutti i fronti, con particolare attenzione al Libano e con garanzie concrete per evitare una nuova escalation. Solo in una seconda fase verrebbe affrontata la questione dello Stretto di Hormuz, oggi epicentro della crisi, mentre il dossier nucleare verrebbe relegato a un terzo momento negoziale. Secondo quanto riportato dal sito Axios, il cessate il fuoco potrebbe essere esteso a lungo termine o trasformarsi in una cessazione definitiva del conflitto, aprendo così la strada a negoziati più strutturati.
Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha convocato il suo team per la sicurezza nazionale per valutare le opzioni disponibili. Dalla Casa Bianca filtrano segnali di cautela. La portavoce Karoline Leavitt ha ribadito che «le linee rosse del presidente rispetto all’Iran sono molto chiare», senza però chiudere completamente alla proposta. «Non direi che la stiamo prendendo in considerazione, ma se ne è discusso», ha precisato, lasciando intendere che il dossier resta aperto ma senza impegni concreti. Sul piano diplomatico, Teheran prova a rafforzare il proprio posizionamento internazionale. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si trova in Russia, dove ha incontrato Vladimir Putin. Da San Pietroburgo ha definito la sicurezza dello Stretto di Hormuz «una questione globale di primaria importanza», ribadendo la volontà iraniana di garantire un transito sicuro «a beneficio dei Paesi vicini e del mondo intero». Nei colloqui con l’Oman, altro attore chiave nell’area, Teheran ha sottolineato la convergenza di vedute sulla necessità di mantenere aperti i canali di navigazione. Dal Cremlino arrivano segnali di sostegno politico. Putin ha rivelato di aver ricevuto un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, chiedendo ad Araghchi di trasmettere «gratitudine e i migliori auguri» e confermando l’intenzione di proseguire le relazioni strategiche tra Mosca e Teheran. Il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che una nuova escalation «non è nell’interesse dell’Iran, dei Paesi dello Stretto di Hormuz né dell’economia globale». Nonostante i segnali diplomatici, il clima resta estremamente teso. Araghchi ha accusato apertamente Washington di aver fatto fallire i precedenti tentativi di dialogo a causa di «richieste eccessive», mentre i colloqui avviati a Islamabad all’inizio di aprile si sono conclusi senza risultati. Sul fronte interno, la retorica iraniana resta improntata alla mobilitazione: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha parlato di «30 milioni di iraniani pronti al sacrificio», evocando una resistenza nazionale contro le pressioni esterne.
Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare il nodo strategico della crisi. Nelle ultime 24 ore solo sette navi hanno attraversato il passaggio, contro una media di circa 140 transiti giornalieri prima del conflitto. Il dato conferma il crollo dei traffici e l’impatto immediato sulle rotte commerciali globali. Dal 13 aprile, data di avvio del blocco, almeno 37 imbarcazioni sono state dirottate, mentre parte del petrolio iraniano continua comunque a filtrare attraverso il dispositivo di controllo. Cresce l’attivismo diplomatico internazionale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione di avviare un confronto diretto con Teheran per «affrontare il problema alla radice», indicando nella riapertura dello Stretto una condizione essenziale per stabilizzare i mercati energetici. Anche l’Italia si muove. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato la disponibilità della Marina militare a partecipare a un’eventuale missione internazionale per lo sminamento dell’area: «Siamo pronti a fare tutto ciò che serve, lavorando sia con gli iraniani sia con gli americani». Sullo sfondo si inserisce anche l’azione diplomatica di altri attori regionali, come l’Egitto e i Paesi del Golfo, impegnati in una fitta rete di contatti per favorire la de-escalation.
Dall’Europa emergono tuttavia critiche alla strategia americana. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di un intervento «privo di una linea chiara», sostenendo che Teheran si è dimostrata «più forte del previsto» e ha «umiliato» gli Stati Uniti. Più duro il giudizio degli Emirati Arabi Uniti, con il consigliere Anwar Gargash che ha definito «fallimentari» le politiche di contenimento adottate finora.
Sul tavolo resta il nodo più sensibile: il programma nucleare iraniano. Teheran si dice pronta a discuterne solo dopo la riapertura dello Stretto e la revoca del blocco, mentre Washington insiste su uno stop all’arricchimento dell’uranio per almeno dieci anni e sulla rimozione del materiale sensibile che i russi, ancora una volta, si sono offerti di ricevere dall’Iran per mediare. Intanto, Teheran ha già attivato un sistema di pedaggi sul transito nello Stretto, aprendo conti in diverse valute e trasformando il controllo dell’area in una leva economica diretta. Un segnale che conferma come, al di là delle aperture diplomatiche, la partita resti ancora tutta da giocare.
In Israele si salda l’asse anti Bibi. Hezbollah: «Torniamo ai kamikaze»
Le Forze di Difesa israeliane hanno dato il via a una serie di attacchi contro le infrastrutture di Hezbollah nella valle della Bekaa e nel Libano meridionale. Le Idf hanno anche reso noto che in un attacco aereo sono stati uccisi tre miliziani, vicino alla linea gialla. L’obiettivo principale è stato il quartier generale sciita del settore di Bint Jbeil, dove sono stati fatti saltare in aria anche alcuni depositi di armi leggere. Le Idf hanno dichiarato di aver distrutto oltre 50 siti di Hezbollah negli ultimi giorni, compreso un grande complesso di tunnel. Tutta la fascia dei villaggi vicino al confine ha visto una recrudescenza degli scontri ed è stato necessario l’intervento dell’Unicef per aiutare le famiglie della zona.
Naim Qassem, leader di Hezbollah, ha lanciato un appello a continuare la lotta contro Israele, per permettere a tutti i libanesi di tornare alle proprie case. «Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti», ha ribadito sull’emittente al Manar: «I sacrifici sono grandi, ma sono il prezzo della liberazione e della vita stessa, pagato dal nostro grande popolo libanese con la sua onorevole resistenza, di fronte a una scelta tra due opzioni: liberazione e orgoglio od occupazione e umiliazione». Un importante comandante militare della milizia ha dichiarato che torneranno alle tattiche degli anni Ottanta, con squadre di attentatori suicidi, al fine di evitare che Israele possa consolidare la sua presenza. Qassem ha anche chiesto di riaprire un dialogo interno con il governo di Beirut, che deve parlare con loro e non con Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun ha risposto al Segretario generale di Hezbollah, che l’aveva criticato per aver avviato i negoziati: «Ciò che stiamo facendo non è tradimento. Il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per servire interessi stranieri». Aoun ha anche rassicurato tutti che non accetterà mai un accordo umiliante con Israele e che sta lavorando per il bene del popolo libanese. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha invece minacciato Qassem e Aoun che non ci sarà nessun cessate il fuoco se le comunità della Galilea continueranno ad essere attaccate. L’Arabia Saudita, invece, sta tornando a giocare un ruolo da protagonista in Libano e sta lavorando per un accordo, sia politico che militare, che possa stabilizzare la nazione. Sul campo si continua a combattere, ma gli animi si stanno scaldando anche nella politica israeliana.
Gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la fusione dei rispettivi partiti, Bennett 2026 e Yesh Atid, in un’unica formazione politica che si chiamerà Beyahad, cioè insieme. L’obiettivo è sconfiggere l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu come già successo nel 2021. «Io e Lapid abbiamo opinioni diverse su molte questioni e non lo nascondiamo; al contrario, ne siamo orgogliosi. Sono orgoglioso che due leader con visioni divergenti possano lottare insieme per Israele», ha dichiarato Bennett. «La nostra unità è un messaggio per tutto il popolo di Israele. L’era della divisione è finita. Quando lavoriamo insieme, vinciamo». Netanyahu, invece, ha dichiarato che i lavoro in Libano «non è finito».
Intanto ad Ariel, nella parte settentrionale della Cisgiordania, è stata posata la prima pietra di un nuovo quartiere per un insediamento di 12.000 unità abitative, che porterebbe a un totale di 80.000 abitanti questo insediamento israeliano. «Non c’è rumore più gioioso di quello dei bulldozer che stanno costruendo Israele e distruggendo l’idea dello Stato palestinese», ha dichiarato il ministro Bezalel Smotrich durante la cerimonia.
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Dall'alto in senso orario i 5 indagati nell'inchiesta per frode sportiva: Rodolfo Di Vuolo, Andrea Gervasoni, Gianluca Rocchi, Daniele Paterna, Luigi Nasca (Ansa/Getty Images)
Budget federale finito in anticipo, oggi il Coni decide sul commissariamento. Sotto la lente il contratto di Rocchi (da 250.000 euro). Nell’inchiesta per frode sportiva che ha terremotato le giacchette nere salgono gli inquisiti.
Oltre ai cinque indagati di cui si conoscono i nomi - fra cui il designatore Rocchi - ci potrebbero essere altri inquisiti da parte della Procura di Milano. Nel frattempo si accendono i fari sul budget polverizzato dall’Aia, e quest’oggi dovrebbero svolgersi i primi interrogatori delle giacchette nere.
Arbitropoli o Calciopoli bis, l’inchiesta della Procura di Milano continua a scuotere il calcio italiano. Ha già fatto saltare i vertici tecnici dell’Aia, ha riaperto ferite mai davvero chiuse nella Serie A e ora ruota attorno a un fascicolo milanese che si annuncia corposo, ma di cui resta da capire la sostanza: se contenga solo testimonianze, veleni arbitrali e moviole rilette in Procura, oppure anche chat, presenze, intercettazioni e riscontri capaci di reggere davanti a un giudice. Nell’ultimo anno il pm Maurizio Ascione avrebbe ascoltato almeno 30 arbitri, forse di più, con interrogatori di cinque o sei ore su decisioni, segnali, richiami Var e rigori dati o tolti. Sullo sfondo resta qualche malumore in Procura: dal 25 aprile, giorno degli inviti a comparire a Gianluca Rocchi e Andrea Gervasoni, non ci sono state note ufficiali né conferenze stampa, nonostante la riforma sulla presunzione d’innocenza affidi al procuratore capo la comunicazione dei casi di interesse pubblico.
Marcello Viola che, fanno notare alcuni addetti ai lavori, non ha mai nascosto la sua fede interista, in altre inchieste mediatiche come «Doppia Curva» (sui tifosi di Inter e Milan) era intervenuto pubblicamente. Finora invece non è accaduto. A pesare nel futuro dell’inchiesta o del futuro processo ci sarà comunque anche il tema della competenza territoriale: per Lissone sarebbe competente Monza, mentre alcuni club di Serie A, come anticipato dalla Verità, vorrebbero spostare il fascicolo a Roma, sede dell’Aia e della Figc. C’è anche attesa per capire cosa decideranno di fare proprio le squadre, se costituirsi o meno.
La tensione sull’Inter si è intanto allentata, quando ieri dagli ambienti investigativi è arrivata la precisazione che né il club né i dirigenti nerazzurri risultano indagati. Marotta aveva già preso le distanze domenica, negando liste di arbitri «graditi» o rapporti opachi e ricordando il rigore non dato in Inter-Roma, episodio citato anche dall’ex assistente Domenico Rocca nel suo esposto: «Perché Andrea Gervasoni non “bussa” ai Var» per un rigore che la commissione avrebbe poi definito «netto» e «perso»? Un errore che, secondo Rocca, avrebbe favorito il Napoli nella corsa scudetto.
Gli indagati noti al momento sono cinque. Rocchi, designatore degli arbitri di Serie A e B, e Gervasoni, supervisore Var, entrambi autosospesi, sono accusati di concorso in frode sportiva. Con loro ci sono gli addetti Var Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca. Daniele Paterna, invece, è indagato per false informazioni al pubblico ministero: era stato ascoltato come testimone sulla vicenda di Udinese-Parma, ma il verbale è stato sospeso e la sua posizione trasformata. Il punto è che gli iscritti potrebbero essere più di cinque, perché alcune contestazioni parlano di concorso con «più persone». Ed è proprio qui che resta il buco nero: chi sono gli altri?
Il cuore tecnico del fascicolo sta nelle partite. Rocchi risponde di tre ipotesi: Udinese-Parma del 1° marzo 2025, con la presunta interferenza nella sala Var di Lissone attraverso le «bussate» sul vetro prima del rigore dato all’Udinese; Bologna-Inter del 20 aprile, con la designazione di Andrea Colombo, ritenuto dall’accusa arbitro «gradito» ai nerazzurri; e poi il caso Daniele Doveri, che secondo i pm sarebbe stato «schermato» dopo una riunione a San Siro del 2 aprile, giorno dell’andata di Coppa Italia tra Milan e Inter: lì, secondo l’accusa, Rocchi avrebbe discusso «con più persone» la scelta di mandarlo nella semifinale di ritorno Inter-Milan del 23 aprile, per evitarne l’impiego in gare successive più delicate: i soggetti presenti devono ancora essere identificati. Su Udinese-Parma entra anche Paterna, indagato non per la decisione tecnica, ma per ciò che avrebbe riferito ai pm sulla cabina Var di Lissone. Secondo l’ex assistente Pasquale De Meo, lì sarebbe esistita una prassi nota: gesti dalle vetrate, persino codici come «sasso-carta-forbice», per orientare Var e Avar. Se confermata, dice, sarebbe una violazione del protocollo: «Perché in alcune partite scattava quel segnale e in altre no? Così si finiva per falsare il campionato».
Restano i paradossi: l’Inter perse a Bologna 1-0, Doveri arbitrò Parma-Inter il 5 aprile, tre giorni dopo il presunto accordo di San Siro, e il 23 aprile i nerazzurri uscirono dalla Coppa Italia perdendo 3-0 col Milan. Ma l’esito negativo non chiude il tema: la Cassazione, nel processo Calciopoli, ha chiarito che per la frode sportiva non serve alterare davvero il risultato, bastano la volontà fraudolenta e l’idoneità dell’accordo a incidere sulla gara.
Gervasoni è legato a Salernitana-Modena, per un rigore dato e poi revocato dal Var; lì c’era anche Luigi Nasca, coinvolto pure in Inter-Verona, nata dall’esposto dell’avvocato Michele Croce sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda nell’azione del gol di Davide Frattesi. La difesa di Rocchi, con l’avvocato Antonio D’Avirro, contesta accuse generiche: se c’è concorso, va spiegato con chi; e su Udinese-Parma il rigore c’era. L’ex designatore, sostituito da Dino Tommasi, starebbe valutando di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ad Ascione domani, mentre Gervasoni dovrebbe invece rispondere al pm.
Ma la crisi è anche politica ed economica. Oggi Antonio Zappi si gioca davanti al Coni il futuro da presidente Aia dopo l’inibizione a 13 mesi, con il commissariamento sullo sfondo. La Figc ha avviato audit sui conti: oltre 53 milioni di budget federale bruciati in anticipo, raduni sospesi, «Erasmus arbitrale», Referee Abroad, con rimborsi e sezioni regionali sul lastrico. Nel caos pesano anche il contratto da 250.000 euro di Rocchi e il nuovo fronte Daniele Orsato, per la telefonata in viva voce dopo Ascoli-Vis Pesaro.
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Pedro Sánchez (Getty Images)
L’idolo della sinistra si atteggia a pacifista e poi aumenta del 50% gli investimenti in armi; fa l’ecologista, però usa il nucleare e dà 355 milioni in un mese a Putin per il gas. Su redditi e lavoro delude. Ma al campo largo basta che si finga un Che Guevara.
Pedro Sánchez è il nuovo idolo della sinistra. Da Barcellona, dove la scorsa settimana si è tenuto il primo vertice dei progressisti di tutto il mondo, Elly Schlein ha infatti adottato l’agenda del Psoe «per battere le destre italiane». Il segretario del partito socialista, nonché capo del governo di Madrid, è dunque il nuovo fulgido esempio da seguire secondo la capa del Pd. Beh, allora andiamo a vedere che cosa sia stato capace di fare l’uomo che, tra scandali e giravolte, da otto anni tiene stretta la poltrona di premier oltre a quella di presidente dell’Internazionale socialista.
Cominciamo dalle armi, che il pacifista Pedro Sánchez aborrisce, così come la guerra. Ricordate quando, di fronte alla richiesta degli Stati Uniti di aumentare le spese di bilancio per la Difesa, il premier madrileno rifiutò sdegnato? E avete presente quando la sinistra italiana attaccò Giorgia Meloni dicendo che non aveva avuto lo stesso coraggio del collega? Bene. Ora leggetevi il testo diffuso ieri dall’agenzia Ansa: «La Spagna ha incrementato del 50% le risorse destinate alla Difesa nel 2025 su base annua, raggiungendo i 4,2 miliardi di dollari (oltre 34 miliardi di euro): è quanto emerge da un rapporto diffuso dall’Istituto internazionale di ricerche con sede a Stoccolma riportato dai media iberici. È la prima volta dal 1994 che la partita destinata agli armamenti supera il 2% del Pil».
Non è tutto. La Spagna viene spesso descritta come un esempio da seguire per le sue politiche green. Da quando Sánchez è alla Moncloa in effetti la transizione energetica ha proceduto a passi da gigante, al punto che un anno fa, a causa di un picco di offerta della produzione di rinnovabili, ha provocato un blackout della rete. Ma il problema non è tanto che l’infrastruttura iberica si sia dimostrata fragile al punto da lasciare al buio intere città. La vera questione è che con Sánchez non tutto ciò che luccica è oro. Infatti, nonostante i forti investimenti nel solare e nell’eolico, la Spagna continua a produrre energia dall’atomo, sfruttando i sette reattori nucleari di cui dispone. Le centrali di Almaraz, Ascó, Cofrendes, Vandellòs e Trillo, da sole sfornano circa il 20% della corrente di cui il Paese ha bisogno. E nonostante sia previsto lo smantellamento degli impianti entro il 2035, al momento la questione chiusura non è all’ordine del giorno.
Ma attenzione, non è finita. Mentre Sánchez e i suoi ministri (uno, Teresa Ribera, l’ha spedito in Europa, come commissario al Green deal e vicepresidente) fanno gli ecologisti e pure i pacifisti, poi il Paese continua a importare gas dalla Russia. Gli ultimi dati sono del Centre for research on energy and clean air, che nel rapporto di due settimane fa ci ha informato che a marzo, per riempire i terminali di rigassificazione, Madrid ha speso 355 milioni di euro, comprando un quarto dell’intera produzione di gas esportata da Mosca verso la Ue, con un incremento del 124%. Insomma, il campione della sinistra ecologista e nonviolenta è un tizio che predica bene e razzola male, perché senza dirlo compra il gas più di altri e lo fa finanziando la guerra di Putin.
Ma il nuovo eroe di Elly Schlein, l’uomo che è divenuto il faro dei progressisti italiani per la crescita e lo sviluppo della Spagna, se si va oltre la propaganda sembra un po’ meno un esempio da seguire. Guardiamo i numeri. A febbraio la disoccupazione era al 9,8%, contro il 5,3 dell’Italia, e quella giovanile sfiorava il 24%, contro il 17,6 di casa nostra. Il tasso d’inflazione a marzo stava al 3,4, il doppio di quello tricolore e nel 2025 la crescita del reddito pro capite delle famiglie era allo 0,9 contro il nostro 3,5. Che altro c’è da dire? Il nostro export cresce, quello di Madrid cala, così come l’avanzo primario. In pratica, se si va al sodo, si scopre che il miracolo di Pedro Sánchez non è così splendente come sembra o come viene raccontato. L’unica cosa che gli riesce bene è accreditarsi come un nuovo Che Guevara, facendo finta di scortare la Flotilla e di dichiarare guerra a Trump. Ed è così che ha fatto girare la testa a Elly.
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Nicole Minetti (Ansa)
- Dopo gli articoli del «Fatto», Re Sergio rimette in discussione un proprio provvedimento che i suoi consiglieri avevano difeso a spada tratta. Il Colle scarica su Nordio. La Corte d’Appello di Milano: per noi tutto regolare.
- L’ex soubrette al Colle: «Ha adottato un bimbo con gravi patologie». La Corte d’Appello dice sì tirando in ballo il Cav, capace di generare «senso di impunità».
Lo speciale contiene due articoli.
Troppa grazia san Sergio. Ieri il Quirinale ha deciso di riaprire il dossier Nicole Minetti e a due mesi dalla firma ha innestato una fragorosa marcia indietro. Lo ha fatto con implicita sorpresa e toni perentori, come se il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avesse firmato il discusso atto di clemenza a sua insaputa e senza essere garantito dalle verifiche necessarie per dare un perimetro di «inattaccabilità» al caso. La frenata a tempo scaduto arriva dopo un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che ha sollevato dubbi sull’intera «operazione grazia», inducendo lo staff del presidente a indossare i guanti di amianto per trasferire altrove la patata bollente.
L’ufficio stampa del Quirinale ha ufficializzato una dura presa di distanza dal dossier sul quale aveva l’ultima parola: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Nicole Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa». La risposta da via Arenula è arrivata a stretto giro: «Al termine delle verifiche, nessuno degli elementi negativi presentati dalla stampa consta agli atti della procedura».
La clemenza del Colle ha evitato l’esecuzione della condanna (3 anni e 11 mesi) alla protagonista della stagione delle «cene eleganti» berlusconiane. Clemenza derivata da un presupposto dato per certo: «L’affidamento in prova avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero». Il capro espiatorio del «dietrofront» non poteva che essere il più semplice e politicamente comodo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Infatti il masso in arrivo dal Colle gli è caduto immediatamente su un piede. E sull’intera questione, per proprietà transitiva, è partito il cinema delle opposizioni: «Venga in aula», «Deve spiegare», «Si dimetta».
Tutto scontato ma tutto troppo semplice, visto che gli attori della pièce sono tre. 1) è il ministero a istruire le domande di grazia (Corte Costituzionale, sentenza numero 200 del 2006); 2) è la Procura generale della corte d’Appello (in questo caso di Milano) a concretizzare il dossier e a rilevarne i profili di rilevanza e di debolezza; 3) è il Quirinale ad apporre la firma che decreta la responsabilità istituzionale del gesto. Non esiste un precedente di annullamento della grazia. Sul tema si è espresso Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all’Università Roma 3: «In linea di principio non è prevista la revoca. Ma se è stata concessa su presupposti erronei o non conferenti non si può escludere che l’atto sia revocabile».
È vero che il Colle non ha gli strumenti per indagare sulla veridicità delle carte arrivate, ma si suppone che valuti a fondo pesi e contrappesi e - soprattutto davanti a nomi divisivi come quello di Nicole Minetti - interloquisca con gli altri attori allo scopo di dare alla grazia tutti i crismi dell’ineluttabilità. Ciò che è stato fatto, visto che nei giorni successivi alla grazia tutti i quirinalisti hanno difeso la decisione e lo stesso capo ufficio stampa Giovanni Grasso ha spiegato su X a un contestatore: «C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare, purtroppo non posso rivelare i dettagli perché c’é di mezzo la tutela di un minore. Sono sicuro che se sapesse le motivazioni le condividerebbe». Ora il clima è cambiato e il refrain è: impallinare Nordio.
Le obiezioni sollevate dal Fatto ipotizzano che la nuova vita dell’ex igienista dentale con il compagno Giuseppe Cipriani non sarebbe coerente con la grazia. Quel bambino di 9 anni, proveniente dall’Instituto del Niño y Adolescente di Maldonado in Uruguay, non sarebbe stato realmente abbandonato dai suoi genitori. La madre biologica è viva, ma da quando è scoppiato il caso sarebbe irreperibile. L’avvocata dei genitori biologici, Mercedes Nieto, non può più rispondere sulla vicenda: è morta nel 2024 insieme al marito, carbonizzati nella loro casa a Garzón. È aperta un’inchiesta per duplice omicidio. Per ottenere l’affidamento del piccolo, Minetti ha intentato una causa di «Separazione definitiva e perdita della patria potestà» vinta nel 2023. Sempre il quotidiano di Marco Travaglio avanza dubbi sulle cure al bambino, sottoposto a un’operazione chirurgica a Boston nel 2021 quando non era ancora ufficialmente figlio di Minetti.
Il bimbo era realmente in un orfanotrofio, l’adozione sembra legittima. La stessa madre adottiva ha dato mandato ai suoi avvocati di «diffidare il Fatto dalla diffusione di ulteriori notizie false, diffamatorie, gravemente lesive della mia reputazione personale e famigliare». Dal canto suo la procura generale di Milano, che diede parere favorevole a firma del sostituto Gaetano Brusa (già presidente del tribunale di Sorveglianza di Genova), ha sottolineato: «Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti richiesti dal ministero. Il quadro era completo e non emergevano dati anomali».
Secondo prassi consolidata, il caso è esploso politicamente. Angelo Bonelli (Avs) annuncia un’interrogazione parlamentare. Debora Serracchiani (Pd) tuona: «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far dimettere Nordio? Il supplemento di analisi segnala un livello di approssimazione e sciatteria a via Arenula mai visto prima». In tutto ciò nessuno ha messo in dubbio l’operato del Quirinale e della Procura generale di Milano. È curioso notare come i magistrati non vengano neppure sfiorati e il Colle - spesso applaudito per essere un controllore inflessibile della Costituzione (caso più recente il decreto Sicurezza) - in questa vicenda venga fatto passare per un notaio giustamente passivo. Il «non poteva non sapere» non è più di moda. Nei giochi di potere italiani siamo tornati al Manzoni buonanima, con un vaso di coccio fra i vasi di ferro. Indovinate quali.
Ecco la domanda e l’ok delle toghe
Ecco i due documenti che raccontano - fino a qui - la storia della grazia per Nicole Minetti. Il primo è una richiesta inviata nel 2025 al presidente della Repubblica: la firma un prestigioso studio legale milanese e ricostruisce la vicenda di un bimbo - il cui nome ovviamente rimane tutelato per ragioni di privacy - con gravi patologie. Nelle 13 pagine, l’avvocato ricostruisce la vita della Minetti dopo la condanna: la giovane età in cui sono stati commessi i reati, il cambio di vita, le distanze dal contesto «irripetibile» in cui si erano consumati, la relazione con Giuseppe Cipriani, la consapevolezza delle condotte illecite. Quindi la richiesta spiega nei particolari i problemi di salute del piccolo (anch’essi tutelati da privacy), conosciuto in Uruguay dove la Minetti si reca per seguire gli affari del compagno, imprenditore. I due ricorrono all’adozione speciale nel 2020, perché la situazione del bimbo è così compromessa da non permettere il suo inserimento negli elenchi comuni. Si legge che «i genitori hanno garantito al minore tutte le cure necessarie per la patologia di cui è portatore», fino a un delicato intervento chirurgico. Quattro anni dopo tale intervento (in America), però - e siamo al 2025 - un consulto medico riscontra la necessità di nuove cure. Ecco che «l’espiazione della pena necessariamente sul territorio italiano potrebbe impedire alla madre», si legge, «l’assistenza al piccolo», vista la necessità di numerosi viaggi. I legali allegano i referti psicologici sulla necessità del piccolo di non subire altri abbandoni, e di permettergli di rimanere collegato al suo Paese natale, dove la Minetti - dicono gli avvocati - vuole svolgere ancora attività di volontariato. Viene garantito il «reinserimento sociale» dell’ex consigliere regionale lombardo, citando i «quindici anni» di «condotta ineccepibile». Alla missiva vengono annessi 12 documenti, tra cui le carte mediche, attestazioni di due diversi istituti di carità, le relazioni degli psicologi.
La seconda carta che La Verità mostra qui è il parere favorevole della Corte d’Appello della Procura generale di Milano, che in data 9 gennaio 2026 dà l’ok su richiesta del ministero della Giustizia. Anche qui, è molto interessante leggere le motivazioni: il sostituto procuratore Gaetano Brusa riscontra in pieno le ragioni della domanda di grazia, e ritiene la documentazione prodotta «indicativa di radicale presa di distanza dal passato deviante», nonché una «positiva rielaborazione di quanto i valori della convivenza civile siano stati alterati nel contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati». Viene citato Silvio Berlusconi come figura che «indubbiamente» avrebbe creato situazioni capaci di «ingenerare senso di impunità» e «condizionare le scelte» della donna «nel rendere efficiente il sistema prostitutivo» in atto ad Arcore. Dunque «la spinta criminale» aveva origine in «condizionamenti esterni» ormai esauriti, a cui la Minetti sarebbe ora impermeabile.
Viste queste carte, il Colle aveva detto sì. Fino a ieri.
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