Maurizio Gasparri, Galeazzo Bignami e Clotilde Minasi (Imagoeconomica)
I parlamentari della maggioranza al fianco della «Verità». Bignami (Fdi): «Decisione surreale di toghe politicizzate». Minasi (Lega): «È il mondo al contrario». Gasparri (Fi): «Partecipo alla sottoscrizione».
Per aderire alla sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella clicca QUI
Il centrodestra si schiera compatto al fianco della Verità, sostenendo la sottoscrizione lanciata dal nostro giornale per dare una mano al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, che deve pagare nel giro di pochi giorni una provvisionale di 125.000 euro ai parenti del pregiudicato siriano Jamal Badawi, ucciso dallo stesso Marroccella dopo che aveva aggredito un collega il 20 settembre 2020 durante il tentativo di sventare un furto in uno stabile di Roma. Oltre a una condanna penale a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», a fronte tra l’altro di una richiesta più tenue del pm che aveva chiesto due anni e sei mesi, il quarantaquattrenne carabiniere originario di Napoli deve versare alle parti civili una somma ingente, 125.000 euro, pari a sei anni di lavoro nell’Arma. Se è vero che le spese legali sono coperte da un apposito fondo, è infatti altrettanto vero che la somma da versare ricade sulle spalle del carabiniere. «È una decisione surreale», dice alla Verità il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, «dei soliti giudici ideologizzati che puniscono chi ci difende. Va sostenuta qualsiasi iniziativa per il vicebrigadiere, aspettando che i prossimi giudici ristabiliscano il buon senso». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicecapogruppo di Fdi a Montecitorio, Augusta Montaruli: «Si dovrebbe escludere», ci dice la Montaruli, «qualunque tipo di risarcimento a favore della cosiddetta persona offesa che ha determinato la reazione dell’agente per difendere sé e gli altri. Quello che ancora non prevede la legislazione è compensato negli effetti dall’iniziativa del vostro quotidiano che è meritoria perché solleva un dibattito sul risarcimento del danno in casi come questo». Da Fratelli d’Italia a Forza Italia, non fa mancare il suo appoggio alla nostra iniziativa il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, che parteciperà anche alla sottoscrizione: «Sacrosanta iniziativa della Verità», commenta Gasparri, «a sostegno del carabiniere che ha subito una incredibile condanna con addirittura il supplizio di un oneroso risarcimento da erogare. Sono da sempre dalla parte del popolo in divisa, accetto ogni accertamento ma non le vessazioni. Pertanto elogio e apprezzo l’iniziativa della Verità e annuncio anche che parteciperò alla sottoscrizione in corso a sostegno di questo carabiniere. Siamo dalla parte della legge e dell’ordine contro tanti criminali impuniti che circolano nelle nostre città e che seminano violenza per colpa della magistratura inerte che vanifica il sacrificio delle forze di polizia o addirittura le perseguita. Questa vicenda è una ulteriore vergogna per il popolo togato». Non manca nel sostegno alla nostra sottoscrizione la Lega: di lodevole iniziativa della Verità» parla la senatrice del Carroccio Clotilde Minasi, che annuncia la sua partecipazione e sottolinea: «Di fronte a vicende come questa sembra di vivere in un mondo al contrario, in cui anche la giustizia è capovolta. Vengono tutelati i criminali e vengono invece puniti i tutori della legge. Chi protegge la nostra incolumità a costo di sacrifici personali altissimi viene condannato, recluso, sanzionato, mentre la nostra quotidianità è continuamente sotto attacco di malviventi senza scrupoli, che agiscono sapendo che rimarranno il più delle volte impuniti. È certamente terribile», aggiunge la Minasi, «che un uomo abbia perso la vita, ma non bisogna in questo caso dimenticare che questa tragedia nasce da un’azione di difesa della sicurezza da parte dei carabinieri, uno dei quali era stato aggredito dal malvivente. Solidarizzo dunque con il militare che si trova oggi sotto accusa. Il sistema va cambiato, chi viene in Italia non può pensare di poter vivere rubando, aggredendo, violentando. Queste sono le conseguenze di anni di immobilismo , ma stiamo lavorando e lavoreremo ancora perché i tutori della legge non debbano mai più trovarsi sotto processo per aver protetto i cittadini». Sempre dalla Lega ci arriva il commento della eurodeputata Silvia Sardone, vicesegretario nazionale del Carroccio: «Complimenti alla Verità per questa importante iniziativa», argomenta la Sardone, «a favore del carabiniere condannato. Purtroppo questa condanna rappresenta una scelta che lascia davvero senza parole, che allontana dal principio di equità e dal comune buon senso condiviso dai cittadini. Chi ogni giorno indossa una divisa, mette a rischio la propria incolumità e interviene in situazioni difficili per difendere la sicurezza della comunità non può essere trattato come se fosse lui il criminale. La posizione della Lega è chiara: saremo sempre schierati al fianco delle forze dell’ordine», aggiunge la Sardone, «difendendo il loro ruolo, la loro dignità professionale e il loro operato, e continueremo a dire basta a pregiudizi ideologici che sembrano colpire chi tutela la legalità invece di chi la viola».
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Nel riquadro: Ivana, moglie di Emanuele Marroccella (Imagoeconomica)
Parla Ivana, la moglie di Emanuele Marroccella: «Lo hanno definito un esaltato, ma lui non lo è affatto. Ha compiuto il suo dovere. Duro dirlo ai nostri figli».
«Una famiglia normale, come tante. Questo siamo. Adesso tutto è crollato». Ivana, 41 anni, originaria di Salerno, è la moglie del vice brigadiere Emanuele Marroccella condannato a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», senza nemmeno le attenuanti generiche.
Il carabiniere, nato 44 anni fa a Napoli, durante un intervento della radiomobile di Roma per sventare un presunto furto in uno stabile dell’Eur, la notte del 20 settembre 2020 aveva sparato per difendere il collega Lorenzo Grasso, ferito dal pregiudicato siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, che stava scappando.
Voleva anche proteggere la pattuglia all’esterno dell’immobile, vista la pericolosità del soggetto in fuga e aveva cercato di colpirlo alle gambe ma nello scatto per saltare il cancello il siriano era stato raggiunto al torace. Oltre alla pena, inasprita rispetto alla richiesta del pm che aveva indicato due anni e sei mesi, Marroccella deve versare subito alle parti civili una provvisionale ingente, 125.000 euro pari a sei anni di lavoro nell’Arma. E la richiesta di risarcimento dei numerosi familiari del siriano è di 800.000 euro. La signora, da più di vent’anni accanto al vice brigadiere, racconta alla Verità il dramma che è esploso nella loro casa.
Come riesce ad affrontare la valanga che vi ha travolti?
«È molto dura ma non posso permettermi di crollare. Cerco di mostrarmi serena per contenere la disperazione di Emanuele e per il bene dei nostri figli, di 14 e 12 anni».
Non sarà stato facile spiegare loro quello che è successo.
«L’abbiamo detto solo tre giorni fa, perché dopo la sentenza il nome Marroccella e di Ardea, il centro urbano laziale dove viviamo da 14 anni, è finito su tutti i giornali e temevamo che potessero apprendere la notizia da altri. Nel 2020 erano troppo piccoli e per fortuna se ne parlava poco».
Quali parole avete usato?
«Emanuele, che è il loro babbo eroe, ha raccontato che durante un’operazione avevano aggredito Lorenzo (il vice brigadiere ferito dal siriano, ndr) e che per difenderlo papà non voleva ma purtroppo ha dovuto sparare al ladro. E quella persona era morta».
La reazione?
«Il più piccolo è scoppiato a piangere, ha chiesto se il papa finiva in carcere, l’altro si è chiuso nel silenzio. Il giorno dopo, piangendo pure lui mi ha chiesto: “Se Lorenzo fosse morto che cosa sarebbe successo?”. Lo dico a lei, che cosa sarebbe accaduto».
La ascolto.
«Saremmo qui a piangere l’ennesimo carabiniere caduto in servizio, la bimba di Grasso che il giorno dopo l’aggressione compiva un anno sarebbe rimasta senza padre e senza risarcimento. La moglie avrebbe ricevuto l’ennesima medaglia al valore. Dietro l’uniforme non c’è un robot ma un uomo, una famiglia».
Come è la quotidianità accanto a chi rischia la vita tutti i giorni?
«Ho sempre saputo che poteva capitare qualsiasi cosa, comunque cerchi di condurre una vita normale. La casa, la scuola, lo sport dei ragazzi. Certo, hai un marito che può essere impegnato in turni di 24 ore se ci sono degli arresti e l’apprensione è una costante, ma è un po’ come se mi fossi arruolata pure io. Quello che successe, il 20 settembre, ci ha sconvolto anche perché una persona è morta».
Quale è stata la reazione attorno a voi?
«Una grandissima solidarietà. Di colleghi di Emanuele, di amici. Adesso, la straordinaria sottoscrizione lanciata dalla Verità. Fa bene al cuore, a volte le forze dell’ordine vengono fatte passare per un nemico d’abbattere. Mi hanno ferito due commenti letti sui social, dove mio marito veniva definito “esaltato” e “scellerato”. Non è affatto così».
Ce lo dica lei, chi è il vice brigadiere Marroccella?
«Un operatore di pubblica sicurezza leale, corretto, benvoluto dai suoi colleghi. Nessuno che abbia mormorato “te la sei voluta”. Si considera al servizio dei cittadini e non sono solo belle parole. Le racconto un episodio. Un paio d’anni prima di quel tragico evento, avevo letto su un social dei carabinieri la lettera di ringraziamento di una coppia che, bloccata dal traffico alla Magliana, rischiava di veder nascere la bimba in auto. Una pattuglia era intervenuta e li avevano scortati in 5 minuti al San Camillo dove la piccola era nata. Racconto l’episodio la sera a tavola e mio marito commenta che era stato lui, a far largo nel traffico. Perché non me lo hai detto, gli ho chiesto. Questo è il mio lavoro, ha risposto semplicemente».
Poi una mattina torna a casa e le dice che ha dovuto sparare e che un uomo è morto.
«È stato terribile. Non riusciva più a dormire, per mesi ha avuto bisogno del sostegno dello psicologo. Pensiamo di dare un aiuto anche ai nostri ragazzi. Ci vorrebbe pure per me, però intanto stringo i denti e penso a loro. Trovo conforto nella preghiera e nell’affetto che tanti ci dimostrano».
Adesso la sentenza di condanna, suo marito colpevole «oltre ogni ragionevole dubbio».
«Mi ha fatto male l’inasprimento della pena. Sono delusa. Quando l’ho detto a mia suocera ha avuto un malore, mia madre non riesce a riprendersi. Emanuele era uscito di casa per andare al lavoro, come ogni giorno e ogni notte in cui è di turno, non per andare a rubare. Se scegli di fare del male, sai che cosa ti può capitare. Chi ci restituirà questi anni, annientati da tanta sofferenza?».
Avete anche una grossa preoccupazione economica.
«Come facciamo a pagare una somma così alta oltre a tutte le spese legali? Emanuele prende 1.500 euro al mese, 1.800 se fa le domeniche, le notti, gli straordinari e c’è solo il suo stipendio che entra. Trovo assurdo dover chiedere aiuto, indebitarci per poter far fronte all’obbligo imposto dal tribunale. Ma se a morire fosse stato un carabiniere, chi avrebbe pagato? Quanto vale la vita di chi si occupa della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica?».
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Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Caracas è stato l’inizio. Il tycoon ha un piano chiaro per isolare i Brics e far tornare il dollaro al centro della rete internazionale.
Mentre il regime khomeinista continua a essere pesantemente scosso dalle proteste, aumenta la tensione tra Washington e Teheran. «L’Iran è in grossi guai. Ho dichiarato con forza che se iniziano a uccidere persone come hanno fatto in passato, interverremo; li colpiremo molto duramente dove fa più male», ha dichiarato Donald Trump venerdì, per poi aggiungere: «Questo non significa schierare gli uomini sul terreno, ma colpire duro dove fa più male. Non vogliamo che ciò accada». «Gli Usa sostengono il coraggioso popolo iraniano», ha inoltre affermato, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Una posizione, quella di Washington, che ha fatto infuriare l’ayatollah Ali Khamenei, il quale, oltre a tacciare Trump di «arroganza», ha messo i pasdaran in stato di massima allerta.
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
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