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Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Unione ipocrita: mentre Spagna e Francia incrementano gli acquisti di gas dallo zar (con guadagni superiori ai sette miliardi) è pronta a tagliare le risorse alla Biennale perché ospita un padiglione russo. È questo l’esempio cui si ispira la sinistra italiana.
Con tutti i problemi che si ritrova, l’Europa ha deciso di partire dalla Biennale di Venezia. Infatti, mentre la crisi petrolifera rischia di mandare a catafascio l’economia dell’Unione, affondando i bilanci di imprese e famiglie, Bruxelles non ha trovato di meglio da fare che dichiarare guerra alla rassegna artistica guidata da Pietrangelo Buttafuoco.
Il presidente della Fondazione è accusato di non aver impedito l’apertura del padiglione russo e per questa grave colpa la Ue minaccia di togliere il finanziamento di due milioni concesso all’istituzione veneziana. Sta tutto scritto in una lettera inviata nei giorni scorsi: avendo consentito la partecipazione di alcuni artisti russi, Buttafuoco ha violato le sanzioni imposte a Mosca dall’inizio della guerra in Ucraina. «C’è il rischio significativo», scrivono gli euroburocrati, che il Cremlino possa utilizzare la presenza alla mostra «per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale».
Premessa: come ha dimostrato in quattro anni di guerra, Putin se ne infischia altamente dell’immagine di legittimità e accettazione internazionale, perché se fosse preoccupato di ciò non avrebbe bombardato a tappeto città e villaggi, facendo anche strage di civili. Ma a parte questo, la posizione dell’Unione europea contro la Biennale è la migliore rappresentazione dell’ipocrisia (e anche del cinismo) che regna a Bruxelles. Infatti, mentre si preoccupa del padiglione russo di una rassegna artistica, la Ue non fa un plissé di fronte alle enormi contraddizioni di chi da un lato dice di sostenere le sanzioni contro Mosca e dall’altro non si fa problemi nel comprare a man bassa gas russo. In teoria nessuno dei 27 Paesi europei potrebbe acquistare fonti fossili dal Cremlino, ma in realtà le sanzioni non soltanto sono sempre state aggirate, ma spesso le forniture avvengono alla luce del sole. Non mi riferisco solo a quelle di cui beneficiano via gasdotto Ungheria e Repubblica Ceca, ma soprattutto agli acquisti di Francia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi. Nel 2025 la Russia è stata per l’Europa il secondo fornitore dopo gli Stati Uniti di gas naturale liquefatto, con un volume di 15 milioni di tonnellate, con una quota pari al 16 per cento del fabbisogno europeo. Ma chi ha riempito i propri stoccaggi con il Gnl di Mosca? Secondo l’Institute For Energy Economics and Financial Analysis, il 41 per cento è stato acquistato dalla Francia, il 28 dal Belgio, il 20 dalla Spagna e il 9 dai Paesi Bassi. Queste forniture, provenienti principalmente dall’impianto di Yamal, in Siberia, hanno generato 7,2 miliardi di euro di introiti per la Russia. Proprio due giorni fa, l’agenzia di stampa Tass ha annunciato che le consegne di gas naturale liquefatto in Spagna sono aumentate a marzo del 123 per cento rispetto all’anno precedente e ora Mosca è il terzo fornitore di Madrid, con una quota di mercato pari al 26 per cento.
Dunque, ricapitoliamo. Primo. Francia e Spagna, due dei Paesi che a parole sono i più decisi sostenitori di Zelensky, nei fatti, con l’acquisto di Gnl russo, stanno finanziando la guerra di Putin con molti miliardi. Secondo. Mentre tutto ciò avviene, Bruxelles si preoccupa se qualche pittore russo espone le sue opere d’arte a Venezia e minaccia di tagliare i fondi alla Biennale. Che dire? Più che un’Unione degli Stati europei sembra l’Unione degli ipocriti, dove il campione di tartufismo è un certo Pedro Sanchez, premier spagnolo sempre pronto a sposare ufficialmente ogni battaglia, che sia contro la Russia, contro Israele o contro gli Stati Uniti, ma poi a fare privatamente gli affari suoi, come quando fece scortare con una nave militare la Flotilla, salvo svignarsela appena le telecamere furono spente, lasciando il naviglio procedere in solitaria. E questo è l’esempio cui si ispira la sinistra italiana, una coalizione di baluba.
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2026-04-12
Massimo Cacciari: «Vile l’Europa che minaccia l’arte. Dico bravo a Pietrangelo se resiste»
Massimo Cacciari (Ansa)
Il filosofo: «La debolezza politica porta a questi gesti. Intellettuali zitti per i fondi».
Ex sindaco di Venezia e filosofo di livello internazionale, il 6 novembre scorso Massimo Cacciari ha tenuto una lectio magistralis alla Biennale di Venezia presieduta da Pietrangelo Buttafuoco intitolata «La morte dello jus belli» sulla fine del diritto internazionale nei conflitti contemporanei.
Professor Cacciari, che cosa pensa della minaccia dell’Unione europea di sospendere i finanziamenti alla Biennale dell’arte di Venezia se non chiuderà il padiglione della Russia?
«E dov’è la novità? Ha ribadito minacce già fatte».
Stavolta c’è un ultimatum con la richiesta di una decisione entro trenta giorni.
«L’ho già detto altre volte. Quella della Ue è una posizione insostenibile e retrograda. Un atteggiamento da Prima guerra mondiale. Come quando si impedivano i concerti e le opere di Johann Strauss e Richard Wagner. L’arte sotto il tallone dei burocrati, una posizione miope e inqualificabile».
La Biennale deve decidere se bloccare la partecipazione degli artisti russi entro trenta giorni, ma l’esposizione inizia il 9 maggio.
«Buttafuoco ha tutta la mia solidarietà, come ho già detto in altre occasioni».
La stupisce il silenzio degli intellettuali, altrimenti soliti strepitare in difesa della libertà e dell’arte?
«Non più di tanto, questo è il mondo... Cosa vuole che le dica... cazzi loro. Avranno paura di perdere fondi ministeriali o altri privilegi, mi pare evidente».
Silenzio davanti a un ultimatum.
«La lettera della Ue è una vergogna. Si accanisce solo nei confronti della Russia, mentre non si esprime su Israele invitando Netanyahu a interrompere bombardamenti e violenze. Si è perso ogni criterio di giustizia e di verità su tutto. È evidente che un popolo civile, anche laddove si sia in presenza, come lo siamo, di gravi violazioni del diritto internazionale, debba continuare ad avere rapporti sul piano culturale e artistico anche con Paesi avversari o nemici affinché, poi, finita la guerra, si possano ripristinare più facilmente rapporti, se non fraterni, almeno civili. La Biennale fa bene a farlo. Penso che sul piano culturale e scientifico si debbano mantenere tutti i rapporti possibili».
Senza eccezioni?
«È chiaro che la Biennale controllerà. Verificherà che le opere non esprimano contenuti di propaganda. Che non si inneggi all’invasione dell’Ucraina. In questo caso sì, si impedisce la partecipazione. Come se nel padiglione di Israele si esaltasse il massacro di centinaia di migliaia di palestinesi. Il confronto culturale scientifico e artistico deve essere salvaguardato, mentre va corretto quando prende il sopravvento la propaganda. Ma queste sono osservazioni ovvie laddove non avessimo tutti portato il cervello all’ammasso».
Nei mesi scorsi si sono susseguite manifestazioni in cui i movimenti pro Pal intimavano alle università italiane di sospendere i rapporti di collaborazione scientifica con gli atenei israeliani.
«Un’idiozia altrettanto grande come quella imposta dalla Ue alla Biennale. Un’idiozia simmetrica, l’una speculare al’altra».
Qual è, secondo lei, l’atteggiamento mentale che presiede a questi interventi di Bruxelles? Ultimatum, diktat, sanzioni, provvedimenti e minacce che piovono dall’alto.
«Rivelano solo la grande impotenza politica e economica dell’Europa. Siccome non si può fare i prepotenti nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, si fa la voce grossa contro la Biennale. È un atteggiamento tipico dei deboli, dei vigliacchi, dei vili».
Un atteggiamento che si giova della compiacenza di politici e media del nostro Paese?
«Ma certo, sono un’unica cosa con i burocrati europei. Manifestano la stessa debolezza, la stessa impotenza».
Se dovesse dare un consiglio a Buttafuoco quale sarebbe?
«Non è facile. Mi auguro che riesca a tener duro. Se non dovesse farcela, lungi da me giudicare. Non è facile scegliere la posizione giusta, dovrà tener conto del rapporto con il governo, il ministero della Cultura, e con l’Unione europea. Non mi scandalizzerei se facesse marcia indietro».
Non sembra questa la sua intenzione.
«Allora gli dico “bravo”. Ma lo capirei se dovesse ingoiare il rospo».
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Leone XIV (Ansa)
Dopo la veglia per la pace a San Pietro, il Papa vola in Algeria, che vessa i cristiani mentre continua a venderci il gas. Il nostro moralismo, però, vale soltanto con Mosca.
Leone XIV si recherà in Africa dal 13 al 23 aprile e visiterà Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, fermandosi in Algeria dal 13 al 15 e realizzando così una tappa «storica», visto che nessun pontefice di epoca moderna ha mai messo piede nel Paese, attualmente islamico per oltre il 98%. Papa Prevost visiterà Annaba, l’antica Ippona, di cui fu vescovo sant’Agostino (354-430), il quale nacque nella colonia romana di Tagaste, anch’essa nell’attuale Repubblica di Algeria.
Tuttavia, secondo l’organizzazione Open doors, l’Algeria di oggi, presieduta dal 2019 da Abdelmadjid Tebboune, è uno dei primi «20 Paesi al mondo» quanto a «discriminazione e persecuzione dei cristiani». Proprio all’alba di questo terzo viaggio apostolico, il Centro europeo per il Diritto e la Giustizia (Eclj), che difende la libertà religiosa nel mondo e gode di uno «status consultivo» presso l’Onu, ha pubblicato un report di 40 pagine, intitolato L’oppressione dei cristiani in Algeria.
Il report toglie il velo, con dati accuratamente scientifici e allarmanti, sulla politica di uno dei tanti Paesi arabi «moderati» che, dopo la celebrata «decolonizzazione» degli anni Sessanta, iniziarono una sistematica oppressione verso le «minoranze religiose», ritenute quasi un corpo estraneo alla nazione, «fondata sull’Islam e l’arabità». E che pare spietato specialmente con i cristiani.
Su una popolazione di 48 milioni di abitanti, la comunità cristiana nel suo insieme, cattolici ed evangelici, è composta da circa «156.000 fedeli», appena lo «0,3% dei cittadini». I cattolici, che potranno abbracciare Leone XIV nei prossimi giorni, sono solo «8.000» e per la maggior parte di origine straniera, «subsahariana ed europea».
In un clima non facile per i seguaci del Vangelo, la situazione si è via via aggravata negli ultimi 20 anni, proprio mentre l’Algeria faceva credere di essere divenuta una compiuta «democrazia araba». Nel 2006, ricorda l’Eclj, una nuova ordinanza ha imposto una «autorizzazione amministrativa» per l’apertura di qualunque luogo di culto «non mussulmano». Da allora, e ancor di più dalla nuova legge restrittiva del 2012 sulle «associazioni religiose», le autorità di Algeri hanno «respinto» tutte le domande che chiedevano l’apertura o l’edificazione di «nuovi luoghi di culto».
Il report dedica vari passaggi al vero e proprio «arsenale giuridico» che esiste in Algeria per discriminare i cristiani, «condannandoli abusivamente» per «blasfemia» o «proselitismo». Secondo la legge attualmente in vigore, «è punito» con l’arresto «da 2 a 5 anni» e con una multa «da 500.000 a 1 milione di dinari algerini» chiunque «incita, costringe o ricorre a mezzi di seduzione» volti a «convertire un musulmano ad un’altra religione».
È quindi evidente che qualunque evangelizzazione cristiana, pur fondata sul dialogo e la persuasione, risultano legalmente impedite e pericolose. Addirittura, risulta ad oggi sanzionabile, oltre a chi «offende il profeta» e i «principi dell’Islam», anche chi «produce o distribuisce» sia «documenti stampati» che «materiale audiovisivo» con l’intento di «far vacillare la fede di un musulmano».
L’Italia è il maggior acquirente del gas algerino. E questo specialmente da quando nel 2022 Putin ha attaccato l’Ucraina, perché è noto che il gas di un Paese «che fa la guerra» porta lo stigma del capo e «va boicottato». Mentre quello di un Paese che perseguita le minoranze religiose sarebbe puro come l’aria?
Nel frattempo, ieri il pontefice ha recitato il Santo Rosario per invocare il dono della pace: «Vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova. È possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze», ha detto Leone. «La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori».
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Ansa
Non c’è solo il pericolo per gli aerei (resta cherosene per tre settimane), si temono tagli alle tratte per le isole. Adolfo Urso: le compagnie stanno accogliendo l’invito a ridurre i prezzi.
Dopo i voli anche i traghetti sono a rischio. Chi aveva pensato di trascorrere le prossime festività, dal 25 aprile al 1° maggio nelle isole, potrebbe essere costretto a cambiare meta. Il blocco del canale di Hormuz, l’arrivo dei carburanti con il contagocce, sta mettendo a rischio tutto il sistema dei trasporti.
Mentre gli aeroporti annunciano di avere a disposizione cherosene solo per tre settimane, anche Assarmatori e Confitarma affermano che il settore è in difficoltà. I traghetti al momento non stanno incontrando problemi per le forniture ma le due associazioni avvertono che se i prezzi dei carburanti dovessero rimanere sui livelli delle ultime settimane, potrebbe esserci disagi nei collegamenti con interruzioni o riduzioni dell’offerta. Il presidente di Confitarma, Mario Zanetti e il presidente di Assarmatori, Stefano Messina, avevano già chiesto al governo di inserire nel decreto Carburanti, un intervento a favore del settore sotto forma di «un contributo straordinario per le compagnie sotto forma di credito d’imposta , commisurato alla maggiore spesa sostenuta nei mesi di marzo, aprile e maggio, rispetto al prezzo medio di febbraio per l’acquisto di carburante». La proposta non era stata accolta ma il settore ora torna alla carica. In gioco c’è «la compromissione dei servizi di collegamento, in particolare quelli di lungo raggio verso le isole maggiori», incalza Messina. In assenza di correttivi, il rischio è la riduzione dell’offerta o nei casi più gravi, la soppressione di alcuni collegamenti. Il presidente di Assarmatori fa presente che agli armatori conviene tenere la nave ferma, pagando i costi di equipaggio e manutenzione, piuttosto che viaggiare in mare bruciando i propri bilanci a causa delle quotazioni esorbitanti del carburante. Le problematiche riguardano soprattutto il lungo raggio, come le tratte verso la Sicilia (il Genova-Palermo ad esempio), e la Sardegna (il Genova-Olbia). Non dovrebbero esserci problemi invece per le piccole percorrenze.
Dalla compagnia Moby fanno sapere che «il settore dei traghetti è storicamente resiliente perché legato in larga parte a mobilità regionale e turismo di prossimità» e al momento «non sono state riviste le previsioni sul trend del 2026 che restano in linea con le attese».
Non si allenta la tensione sul fronte dei prezzi ai distributori di carburanti. Il ministro dei Trasporti e vicepremier, Matteo Salvini, sollecita il collega del Made in Italy, Adolfo Urso a convocare le compagnie petrolifere: «Faccia vedere loro il prezzo alla pompa e il prezzo alla produzione. Perché le compagnie sono molto veloci ad aumentare i prezzi quando c’è un problema ma sono molto più lente a ridurli». E avverte che sarebbe d’accordo, «se fossimo costretti, a fare anche un intervento economico e fiscale sui maxi guadagni di banche, compagnie petrolifere ed energetiche». Urso però sottolinea che «le compagnie petrolifere hanno accolto la nostra esortazione a ridurre subito, senza indugi, i prezzi dei carburanti formulata nell’incontro di giovedì al Mimit, come dimostra il calo alla pompa registrato negli ultimi due giorni». E sottolinea che «anche in questo l’Italia si sta dimostrando più efficace di altri Paesi europei, come si evince dal raffronto dei dati settimanali dalla Commissione europea. Per la prima volta cittadini di altri Paesi vengono a far rifornimento in Italia. Un tempo succedeva il contrario». Non nasconde di essere «preoccupato per i rifornimenti di carburante per il sistema aereo e per l’approvvigionamento di alcune materie prime. Pensiamo all’elio per i chip, dato che uno dei più grandi produttori mondiali da cui noi ci riforniamo è il Qatar».
Intanto la Cna ha calcolato, sulla base dei consumi nel periodo tra marzo e maggio, che la crisi di Hormuz ha causato ai consumatori un aumento della spesa di oltre 7 miliardi di euro tra carburanti, elettricità e gas, un extra costo da 100 milioni al giorno.
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