Dario Amodei (Getty Images)
Dario Amodei, presunto guru dell’Intelligenza artificiale «buona» in linea con Prevost, si oppone ai limiti chiesti dalla Casa Bianca.
Venerdì, infatti, il Dipartimento del Commercio statunitense, citando preoccupazioni in materia di sicurezza nazionale, ha ordinato al colosso di Dario Amodei di impedire a qualsiasi cittadino straniero di accedere ai suoi modelli d’IA più recenti.
Secondo Axios, tali modelli dovranno restare bloccati fin quando gli apparati di sicurezza federali non saranno pronti e sarà inoltre necessaria una licenza per le esportazioni. Il colosso tecnologico, non senza irritazione, ha quindi reso noto di aver disabilitato l’accesso per tutti i clienti a Fable 5 e Mythos 5, che erano stati rilasciati martedì. «Non siamo d’accordo sul fatto che la scoperta di una potenziale falla di sicurezza, seppur limitata, debba essere motivo di ritiro dal mercato di un modello commerciale utilizzato da centinaia di milioni di persone», ha dichiarato, in un comunicato, l’azienda guidata da Amodei.
I rapporti tra il ceo di Anthropic e l’attuale inquilino della Casa Bianca non sono mai stati idilliaci: basti pensare che, alle elezioni del 2024, Amodei si schierò apertamente con Kamala Harris. La situazione è peggiorata a febbraio scorso: Amodei pretese che venissero introdotte delle limitazioni all’uso bellico dei suoi prodotti d’Intelligenza artificiale. Per tutta risposta, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, propose di bollare Anthropic come un «rischio per la catena di approvvigionamento». Ne scaturì quindi un contenzioso legale che è ancora in corso. Tuttavia, al netto dei proclami di principio di Amodei, i rapporti tra Anthropic e l’amministrazione Trump non si sono interrotti. Ad aprile, Amodei ebbe un incontro con il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e con il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Inoltre, la scorsa settimana, il Financial Times ha riferito che la National Security Agency starebbe utilizzando Mythos per condurre attacchi informatici. Insomma, non è solo la cosiddetta «tecnodestra» di Elon Musk e Peter Thiel a tenersi stretti i legami con l’attuale amministrazione statunitense.
Le limitazioni decretate l’altro ieri dal dipartimento del Commercio americano vanno quindi inserite in un contesto ben più ampio dell’altalenante rapporto tra Trump e Amodei. Quello a cui stiamo assistendo è un riposizionamento strutturale della Casa Bianca rispetto al delicato tema dell’Ia. Nel 2025, Trump, per enfatizzare la contrapposizione con l’amministrazione Biden, si mostrò favorevole a un approccio improntato alla deregulation. Si trattò innanzitutto di un modo per tendere la mano alla Silicon Valley, che aveva abbandonato la sua storica predilezione politica per il partito democratico. In secondo luogo, i fautori della deregulation ritenevano, non senza qualche ragione, che l’introduzione di lacci e lacciuoli potesse compromettere la capacità competitiva di Washington nei confronti di Pechino sul fronte del settore ipertecnologico. Poi, a partire da quest’anno, è cambiato qualcosa. In primis, Trump non ha potuto ignorare il dibattito che sull’Ia è venuto a registrarsi attorno alla sua stessa amministrazione. In secondo luogo, i vertici del Pentagono hanno mostrato preoccupazione dopo che, ad aprile, Anthropic ha presentato Mythos. Tutto questo ha convinto il presidente statunitense a firmare un ordine esecutivo, lo scorso 2 giugno che, pur evitando di imporre pastoie burocratiche e licenze governative, ha iniziato parzialmente a normare il settore dell’IA in nome della sicurezza nazionale. Quel decreto ha infatti cercato di elaborare un compromesso tra le varie anime dell’amministrazione americana: da una parte, i fautori della deregulation (come il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks); dall’altra i sostenitori di paletti più o meno stringenti (come Hegseth, Bessent e la Wiles). L’ordine esecutivo ha infatti introdotto la possibilità che le grandi aziende tecnologiche sottopongano volontariamente i propri modelli d’IA al governo federale fino a 30 giorni prima dal loro rilascio. Una soluzione che i fautori più decisi della deregulation - come l’ex consigliere di Trump, Dean Ball - hanno aspramente criticato.
Pur cercando di salvaguardare l’innovazione, Trump si è convinto che l’assenza totale di regolamentazioni può rivelarsi un problema per la salvaguardia della sicurezza nazionale. È quindi in tal senso che vanno letti il decreto del 2 giugno quanto la restrizione imposta ad Anthropic. Il presidente deve bilanciare le esigenze delle aziende tecnologiche con quelle del Pentagono, senza poi trascurare le paure nutrite dalla working class per i possibili effetti socioeconomici dell’IA. È anche in quest’ottica che Trump avrebbe intenzione di garantire al governo federale delle partecipazioni azionarie nelle grandi società del settore. «I fautori della proposta sostengono che essa consentirebbe al pubblico di partecipare ai successi dell’azienda e attenuerebbe il potenziale impatto dei cambiamenti economici», ha riferito il Washington Post.
Insomma, sembra proprio che Trump si stia avvicinando a Leone XIV il quale, nella sua enciclica, ha criticato la prospettiva di una totale deregulation del settore dell’IA. A Christopher Olah di Anthropic non è costato nulla (anzi) mostrarsi a fianco del Papa come interprete «buono» dell’IA. Ma quando il governo più importante del mondo (cioè Trump) pone freni concreti, ecco che l’atteggiamento dell’azienda cambia di colpo.
Il presidente americano guarda principalmente alla sicurezza nazionale, il Papa alle questioni etiche. Eppure entrambi, per quanto in forma e modi diversi, sembrano condividere alcune preoccupazioni per gli impatti sociali dell’IA. Segno questo del fatto che, al netto delle macroscopiche differenze, tra i due americani potrebbero magari registrarsi, un giorno, persino margini di convergenza.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Mistero sulla sala, concessa dal Mic e poi tolta, per la conferenza sull’enciclica del Papa. Per «Dagospia», lo stop sarebbe stato causato dall’arrivo di Thiel. Mai stato in agenda.
Secondo il popolare sito Dagospia, il convegno organizzato a Roma l’11 giugno scorso dall’Associazione Gioberti per discutere dell’enciclica Magnifica Humanitas, che papa Leone XIV ha dedicato alla tutela dell’umanità nel tempo dell’Intelligenza artificiale, doveva essere l’occasione per un ritorno a Roma di Peter Thiel, il fondatore di Palantir, al centro delle polemiche per le sue esternazioni sull’Anticristo.
In realtà la presenza di Thiel all’evento non è mai stata in agenda, ma il presunto retroscena del popolare sito ha scatenato una serie di movimenti sottotraccia, conclusi con la revoca da parte del ministero della Cultura di una sala concessa agli organizzatori. Una decisione avvenuta solo l’8 giugno, a tre giorni dall’evento, che ha costretto gli organizzatori a ripiegare su una location diversa. Ufficialmente nessuno ha preso posizione sulla revoca, ma il fatto che sia avvenuta tre giorni dopo l’inizio delle esternazioni di Dagospia sulla presenza di Thiel all’evento apre la porta all’ipotesi che possa esserci un nesso.
È il 5 giugno quando il sito fondato da Roberto D’Agostino scrive in un articolo dedicato al convegno: «Mentre a Washington Palantir si appresta a fagocitare pure le chiavi della cybersicurezza americana, i signori della guerra algoritmica decidono che è tempo di fare una gita fuori porta a Roma. Il motivo? Oltretevere è uscita l’enciclica Magnifica Humanitas, e a quanto pare a Peter Thiel e Alex Karp sono fischiate parecchio le orecchie».
Il giorno dopo, un secondo Dagoreport rincara la dose e attribuisce al fondatore di Palantir l’organizzazione dell’evento: «A far girare i neuroni di Thiel, già survoltati del loro, fino al punto di spingerlo a far organizzare il prossimo 11 giugno nel Salone Borromini, alla Biblioteca Vallicelliana, di nuovo a cura dell’Associazione Culturale Gioberti, un nuovo convegno capitolino, è stata la scelta del primo Papa americano Robert Prevost di invitare per la presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas il cofondatore di Anthropic, Christopher Olah, che insieme all’americano di origine italiana, il cattolico Dario Amodei, ha sviluppato Claude, l’unico modello generativo di AI focalizzato sulla sicurezza etica».
Come detto, nulla di vero, ma sta di fatto che due giorni dopo la direttrice della Biblioteca Vallicelliana invia una pec agli organizzatori per revocare l’uso della sala. Resta da capire se al Mic hanno più paura di Thiel, dell’Anticristo o di Dagospia.
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Ansa
La sfida di Elon Musk può stimolare l’industria tecnologica nostrana, ancora sottovalutata.
Risparmiatori e gestori del risparmio italiani stanno valutando la quotazione avviata il 12 giugno di SpaceX, guidata da Elon Musk, sul Nasdaq, lo scenario nel breve periodo di entrata in Borsa di decine di altre aziende tecnologiche negli Stati Uniti nonché il possibile valore prospettico finanziario della possibile strutturazione di una esoconomia, cioè ciclo del capitale extraterrestre con impatto amplificante su quello terrestre. Qui un mio parere.
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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