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Getty Images
Un dossier dell’intelligence rivela il sistema finanziario che sostiene Hezbollah: fondi iraniani, società di comodo e circuiti informali come l’hawala. Una rete globale che aggira le sanzioni e alimenta operazioni militari e consenso sociale in Libano.
Mentre il conflitto tra Israele e Hezbollah continua a infiammare il Libano, dietro la linea del fronte si muove un sistema finanziario sofisticato e transnazionale che consente alla milizia sciita di resistere e rilanciare la propria capacità militare.
Secondo un dossier dell’intelligence occidentale consultato da Euractiv, il vero punto di forza dell’organizzazione sostenuta da Teheran non risiede soltanto nell’arsenale, ma nella capacità di alimentare un flusso costante di risorse economiche su scala globale. L’Unione europea classifica il braccio armato di Hezbollah come organizzazione terroristica, mentre diversi Paesi membri hanno esteso il bando all’intera struttura. Tuttavia, le misure restrittive non hanno impedito al gruppo di mantenere una rete finanziaria capillare, che si estende dal Medio Oriente all’Europa occidentale, fino ad arrivare alla Cina e all’Africa. Uno degli aspetti centrali riguarda il fabbisogno economico della milizia.
Gli analisti stimano che Hezbollah necessiti di circa 50 milioni di dollari al mese per sostenere le proprie attività. Una cifra che include non solo l’acquisto di armamenti e il pagamento dei combattenti, ma anche il finanziamento di un articolato sistema di welfare parallelo, destinato a sostenere le famiglie dei miliziani uccisi o feriti. Questo elemento contribuisce a rafforzare il consenso interno e a consolidare il controllo sociale nei territori sotto influenza del gruppo. Il principale finanziatore resta l’Iran. Dopo le operazioni militari israeliane avviate nel 2024, il sostegno economico di Teheran avrebbe registrato un’impennata significativa. Secondo le valutazioni riportate nel rapporto, nel solo 2025 Hezbollah avrebbe ricevuto quasi un miliardo di dollari dalla Repubblica islamica. Si tratta di fondi che derivano in larga parte dalla vendita di petrolio, in particolare verso la Cina, e che vengono successivamente trasferiti attraverso circuiti finanziari non ufficiali progettati per aggirare le sanzioni internazionali. Il meccanismo è complesso e stratificato. Una parte consistente dei flussi transiterebbe attraverso società di comodo registrate a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Da qui, imprenditori libanesi legati alla rete di Hezbollah si occuperebbero di far confluire il denaro verso il Libano. Secondo quanto riportato da Euractiv, si tratterebbe di un sistema rodato, capace di adattarsi rapidamente ai controlli e alle restrizioni imposte a livello internazionale.
Tra le figure chiave individuate dagli analisti emerge un operatore noto come Hassan K., attivo nel commercio dell’oro tra Libano e Dubai. Il rapporto gli attribuisce un ruolo centrale nel trasferimento di centinaia di milioni di dollari verso Hezbollah, attraverso una combinazione di strumenti: uffici di cambio in Turchia, trasporto fisico di contanti tramite corrieri e utilizzo di rotte terrestri tra Siria e Libano. Proprio la Siria continua a rappresentare un crocevia fondamentale per i flussi finanziari, nonostante il mutato contesto politico seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Alcune società locali, con il presunto supporto della banca centrale siriana, sarebbero ancora coinvolte nei trasferimenti di denaro. Allo stesso tempo, le nuove autorità di Damasco hanno cercato di prendere le distanze dal gruppo, arrivando a dichiarare di aver sventato un attentato attribuito a una cellula di Hezbollah nella capitale. La rete si estende ben oltre il Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte, donazioni provenienti dalla diaspora sciita e da ambienti simpatizzanti in Europa occidentale e in Africa, in particolare dalla Costa d’Avorio, continuerebbero ad alimentare le casse della milizia. Questi fondi verrebbero canalizzati attraverso intermediari legati agli stessi circuiti finanziari internazionali.
Un altro nome rilevante è quello di Mohamad Noureddine, già colpito da sanzioni statunitensi nel 2016 per il suo ruolo nel sostegno finanziario a Hezbollah. Arrestato nello stesso anno in Francia con accuse di riciclaggio, è stato successivamente rilasciato e rimpatriato in Libano. Nonostante il suo inserimento nella blacklist, secondo gli analisti continuerebbe a operare attraverso società di cambio, collaborando con strutture attive in Siria. Il sistema si regge anche su strumenti informali difficili da tracciare, come la rete «hawala». Questo metodo consente di trasferire denaro senza movimentazioni bancarie dirette, basandosi su una catena di intermediari che operano su base fiduciaria. In questo modo, Hezbollah riesce a collegare le proprie reti finanziarie in Libano con controparti in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, riducendo il rischio di intercettazioni.
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni Paesi hanno intensificato le contromisure. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sui trasferimenti diretti verso il Libano, mentre negli Emirati Arabi Uniti è stata smantellata una rete di contrabbando di oro e contanti che, secondo le accuse, operava per conto della milizia. Un ruolo strategico resta quello di Abdallah Saifeddine, figura di primo piano di Hezbollah in Iran. Considerato uno dei principali responsabili della raccolta fondi, avrebbe supervisionato per anni attività finanziarie su scala globale, comprese operazioni legate al traffico di droga tra Sud America, Stati Uniti ed Europa. Nonostante questo profilo, avrebbe in passato mantenuto contatti con diplomatici europei, fungendo da interlocutore informale in alcune circostanze. Secondo quanto riferito da Euractiv, Saifeddine sarebbe inoltre coinvolto nei rapporti con istituzioni finanziarie cinesi e nella gestione degli interessi economici di Hezbollah nel Paese asiatico, confermando la dimensione globale della rete. Sul piano interno, il fulcro del sistema resta l’Associazione Al-Qard al-Hassan, istituto finanziario controllato dalla milizia e già sanzionato dagli Stati Uniti. Attraverso questa struttura, i fondi provenienti dall’estero vengono mescolati ai depositi dei clienti – prevalentemente appartenenti alla comunità sciita – e redistribuiti per finanziare stipendi, operazioni militari e acquisti di armamenti.
Gli analisti ritengono che la persistenza di questo sistema rappresenti un ostacolo significativo per la stabilizzazione del Libano. La presenza di un circuito finanziario parallelo mina la credibilità del settore bancario nazionale e complica gli sforzi per uscire dalla «lista grigia» del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, rendendo più difficile attrarre investimenti e fondi per la ricostruzione. Nonostante le pressioni internazionali, il governo libanese non ha finora adottato misure decisive per smantellare questa rete, limitandosi a una posizione ambigua. Un atteggiamento che riflette le profonde divisioni interne e il peso politico che Hezbollah continua a esercitare nel Paese.
Nel frattempo, mentre i combattimenti proseguono lungo il confine con Israele, emerge con chiarezza un dato: la resilienza della milizia non dipende solo dalla capacità militare, ma soprattutto da un sistema finanziario globale, flessibile e difficilmente penetrabile. Un fattore che, secondo gli analisti, rischia di prolungare il conflitto e di rendere ancora più complesso qualsiasi tentativo di stabilizzazione nella regione.
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Un'immagine che ritrae un gruppo di esuli italiani al porto di Pola (Getty Images). Nel riquadro il presidente dell'Unione degli istriani, Massimiliano Lacota
Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, critica le celebrazioni del 25 aprile definite «monopolizzate e ipocrite». Per gli esuli giuliano-dalmati la ricorrenza non rappresenta una festa condivisa, tra memoria delle Foibe ed esodo dall’Adriatico orientale.
Ci sono località in cui il 25 aprile viene sentito in modo particolare. Una di queste è Trieste. A viverla con maggiore sofferenza sono gli esuli, costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia a causa dell’avanzata del comunismo titino. Massimiliano Lacota, il presidente dell’Unione degli istriani, si fa carico di questo dolore.
Cosa pensa la sua associazioni delle celebrazioni del 25 aprile degli ultimi decenni?
«Si tratta di un esercizio di ipocrisia. Senza ammettere onestamente ciò che è veramente stata la Resistenza, dietro alla quale si celano infiniti delitti, riconoscersi in questa ricorrenza, monopolizzata dall’Anpi, è semplicemente impossibile».
Perché?
«Perché glorificare questa data significherebbe automaticamente giustificare e anzi omaggiare le tante, infinite nefandezze dei partigiani. Orribili i crimini commessi: hanno ucciso migliaia di persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati, o sotto la spinta di un cieco odio ideologico. Hanno provocato molte rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Hanno torturato i fascisti, prima catturati e poi soppressi. E quando si trattava di donne, si sono concessi il lusso di tutte le peggiori soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo».
Una storia un po’ più complessa rispetto a come la si racconta solitamente...
«La Resistenza si è macchiata di orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: “Zone d'ombra, eccessi, aberrazioni”. Un'eredità pesante, tenuta nascosta per decenni da un insieme di complicità. L'opportunismo politico che imponeva di esaltare sempre e comunque la lotta partigiana. Il predominio culturale e organizzativo del Partito comunista italiano, regista di un'operazione al tempo stesso retorica e bugiarda. La passività degli altri partiti antifascisti, timorosi di scontrarsi con la poderosa macchina comunista, la sua propaganda, la sua energia nel replicare colpo su colpo».
Qualcuno però si è opposto a una retorica manichea...
«Soltanto una piccola frazione della classe dirigente italiana si è posta, tardivamente, il problema di capire che cosa si nascondeva dietro il sipario di una storia contraffatta della nostra guerra civile. E ha iniziato a farsi delle domande a proposito del protagonista assoluto della Resistenza: i comunisti. Ancora oggi, qualcuno si affanna a dimostrare che a scendere in campo contro tedeschi e fascisti è stato un complesso di forze che comprendeva pure soggetti moderati: militari, cattolici, liberali, persino figure anticomuniste come Edgardo Sogno».
Però questa è la verità storica, c’erano pure i cosiddetti partigiani bianchi.
«È vero: c'erano anche loro nel blocco dei volontari per la libertà. Ma si è trattato sempre di minoranze, a volte di piccole schegge. Impotenti a contrastare la voglia di egemonia del Partito comunista e i comportamenti che ne derivavano».
Qual era il piano dei comunisti?
«Perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la Resistenza muoveva i primi passi. Volevano essere la forza numero uno della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: fare dell'Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l'Unione sovietica».
A farne le spese quelli che ora vengono definiti «esuli»...
«Per noi Italiani della Venezia Giulia mutilata è del tutto impensabile, prima che praticabile, partecipare a celebrazioni davanti a monumenti che ci riportano alla mente solo morte, quella nelle Foibe, distruzione, quella della nostra millenaria cultura nell’Adriatico orientale, rapine, quelle di tutti i nostri averi. Il 25 aprile, quindi, non è la nostra festa, e nemmeno quella di tutti gli Italiani. Ci si ostina a volerli riuniti attorno a questa data che, in realtà, è e rimane la più divisiva di tutte».
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Il cippo commemorativo dell'eccidio del 1945 fuori dall'ex ospedale psichiatrico di Vercelli. Nel riquadro la copertina del libro di Enzo Rebucci
Enzo Rebucci, negli anni successivi alla guerra, ha raccolto quanto successo a Cavezzo, vicino a Modena, tra il 1943 e il 1945. Suo figlio venne ucciso nell’«eccidio di Vercelli» e il suo corpo non venne più ritrovato.
Per anni, Enzo Rebucci ha scritto per sé. Dopo la guerra, passava le sue giornate negli ospedali di Mirandola e di San Felice sul Panaro, in provincia di Modena, dove faceva il primario del reparto oculistico. La grande città gli era stata proibita. Era un epurato. Ma questo a lui non importava. Passava ore e ore tra quei pazienti che non aveva abbandonato neppure durante la guerra. Poi, la sera, tornava a casa e si metteva davanti alla macchina da scrivere.
Rebucci scrive della guerra, di ciò che ne è conseguito, e di suo figlio, Paolo, ucciso nel 1945 in quello che prenderà il nome di «eccidio di Vercelli». Due piccoli manoscritti che tiene per sé e che i suoi figli conservano anche dopo la sua morte, nel 1974. I testi restano sepolti sotto la polvere finché suo figlio, Gianfranco, decide di farli stampare. Prende i testi e comincia a girare, per mostrarli a diverse case editrici. Li leggono, ma temono il contenuto. Non è facile trovare qualcuno disposto a esporsi così sui crimini che hanno sporcato la Resistenza. Giampaolo Pansa non ha ancora iniziato a scrivere la sua «saga dei vinti». Nel 2004, però, Gianfranco trova finalmente un editore (Settimo sigillo) disposto a stampare il manoscritto. Non chiede nulla. Solo un po’ di copie per far conoscere il lavoro di suo padre, affinché più persone possano venire a sapere ciò che è successo a Cavezzo e nella Bassa. Rebucci fa nomi e cognomi dei partigiani delle loro violenze. Riporta dati e date. E nessuno ha mai contraddetto o ribattuto a quanto ha scritto. Segno che quelle pagine raccontano storie vere, impossibili da smentire.
Come quella della maestra Bisi. È una nota antifascista. Eppure a fine guerra scompare nel nulla. Racconta Rebucci: «Al termine del conflitto suo genero, residente a Roma, venne a Cavezzo per conoscere i motivi della scomparsa della suocera. Si rivolse al presidente del Cln, sindaco del paese, il quale con grande disinvoltura disse che la poverina era stata uccisa per un tragico “equivoco”. Il perplesso romano, ancora ignaro di quanto era accaduto da noi, sobbalzò, esclamando: “Ma qui si può assassinare anche per equivoco?”. “Sa”, cominciò a dire il sindaco con condiscendenza, “la staffetta che era venuta ad annunciarmi la cattura della maestra fu rimandata indietro con l’ordine di procedere alla sua immediata liberazione, ma giunse troppo tardi e nel frattempo era stata uccisa”». Una balla, visto che la staffetta percorre solamente pochi chilometri mentre la maestra viene tenuta prigioniera per cinque giorni.
Ai fascisti va ovviamente peggio. Rebucci racconta di un sottotenente della Guardia nazionale repubblicana che va da lui per una visita. Il medico gli dice di stare attento, in quei giorni del 1945, perché i partigiani sono ovunque. La riposta è straziante: «Che cosa volete che m’importi di morire... Io sono figlio unico e i miei genitori si trovano a Misano. So che quando il fronte è passato di là, la popolazione civile si è rifugiata su di un colle che, sventuratamente, si è trovato al centro di una cruenta battaglia. Certo, i miei cari sono morti e io è bene che li segua». Il sottotenente lascia lo studio. Verrà poi trovato crocifisso su una tavola di legno.
Pure Rebucci viene fatto prigioniero. Finisce in cella con alcuni fascisti anche se lui, quando viene arrestato, urla ai partigiani: «Bada che ti sbagli, non sono mai stato iscritto ai fasci repubblicani». Nulla da fare. Deve seguirli lo stesso. La colonna di condannati si allunga sempre di più. Si passa dal paese, si rastrellano gli uomini. Finiscono tutti in carcere. Enzo è preoccupato. Chiedono chi sia. Qualcuno risponde: «Il dottore degli occhi». Che ci faccia anche lui lì nessuno lo sa. Viene percosso più volte. Il suo aguzzino «ha in mano tre cinturini annodati insieme e usandoli dalla parte delle fibbie mi colpisce violentemente in testa: buon per me che i chiodi mi si conficcano nella nuca, ché se mi avesse colpito in volto avrebbe potuto accecarmi».
Da lui i partigiani però non vogliono la vita. Vogliono i soldi. Perché nella Bassa certi sequestri venivano fatti anche per questo: per chiedere lauti riscatti. Rebucci non lo sa, ma sua moglie ha promesso un milione ai partigiani per riavere indietro il marito. Così sarà. I compagni di cella di Enzo, invece, verranno portati al cimitero e lì saranno uccisi.
Per Rebucci il 25 aprile è una data drammatica. La politica e la storia non c’entrano. C’entra la morte di suo figlio Paolo che, quel giorno, si trova nella caserma della Guardia nazionale repubblicana a Vercelli. Insieme a lui altre 2.000 persone. Ci sono militari e civili. I partigiani sanno che quella base è inespugnabile. Escogitano quindi un inganno. Fanno filtrare il messaggio che Benito Mussolini li voglia in supporto porto nella città di Como. I «repubblichini», come li chiamano con disprezzo i «rossi», escono dalla caserma. Iniziano a muoversi lentamente fino a quando si rendono conto di esser finiti in un trappola. Non sanno che fare. Resistere? Aspettare i tedeschi? Cedere e sperare che Dio li conservi? Interviene il vescovo di Novara, monsignor Ossola, il quale tratta con loro, facendo anche da garante per la loro vita. La colonna lascia le armi con la promessa di esser condotti come prigionieri in un campo gestito dai partigiani cattolici. Quella prigionia, però, dura ben poco. Il 15 maggio Rebucci riceve una cartolina da Vercelli in cui lo si rassicura sulle sorti del figlio. La guerra è finita, il peggio è passato. Oppure no. Quindici giorni dopo, infatti, il 30 maggio, riceve un nuovo messaggio in cui lo si invita a Vercelli per comunicazioni importanti: Paolo è morto. O meglio: è stato ucciso. Tra il 12 e il 13 maggio, infatti, alcuni partigiani della 182ª Brigata Garibaldi «Camana» raggiungono stadio in cui Paolo e gli altri combattenti sono detenuti. I «rossi» prelevano più di 70 persone per condurle all’ospedale psichiatrico di Vercelli, dove vengono prima interrogate, poi pestate e seviziate. Infine uccise nel peggiore dei modi. Le cronache di quei giorni parlano di fucilazioni sommarie, ma anche di annegamenti. Qualcuno viene buttato giù dalla finestra. Qualcun altro ancora, infine, viene schiacciato dagli autocarri.
Ancora oggi, a 80 anni di distanza, Paolo risulta disperso. Ucciso in una guerra fratricida. Forse fu gettato come tanti altri fascisti (o ritenuti tali) nel fiume. Ma questo solo l’acqua lo sa.
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Antonio Rinaudo (Ansa)
L’ex pm Antonio Rinaudo: «Gli attentati alle linee ferroviarie erano già un segnale. Ora l’ambiente sta costruendo un mito sui due antagonisti morti mentre confezionavano una bomba: un modo per indurre i soggetti più deboli all’emulazione».
Nella narrazione dell’area antagonista i due anarchici saltati in aria a Roma mentre stavano preparando un ordigno artigianale in un casolare di campagna abbandonato sono già diventati icone.
Trasformare chi salta in aria mentre maneggia esplosivi in caduto combattente, con un salto narrativo che cancella la realtà e prova a costruire il mito, però, «è un copione già visto», valuta Antonio Rinaudo, già pubblico ministero di Torino, che porta sulle spalle anni di inchieste su terrorismo interno e violenza politica. La sua analisi è asciutta e scava nel passato: «Ogni volta che succede il sistema si riattiva. E il ciclo riparte. Con azioni dimostrative e rivendicazioni». Un fenomeno che torna oggi, mentre a Torino l’orbita di Askatasuna continua a rappresentare un punto di coagulo, più politico che fisico, per una galassia che si muove tra piazza, sabotaggi e propaganda. «È una dinamica che si ripete con una regolarità quasi meccanica: incidente, costruzione del mito, rilancio della mobilitazione», spiega Rinaudo. Il circuito si autoalimenta e, ogni volta, prova a reclutare nuovi pezzi di quella galassia fluida che vive di simboli più che di strutture formali.
Partiamo dall’episodio di Roma. Nella narrazione di quell’area, finita subito sui siti internet di riferimento, i due incauti anarchici rischiano davvero di diventare degli eroi?
«Beh, ma è certo. Ce ne sono stati di casi, ne abbiamo avuti di ogni tipo. Ogni volta ne hanno fatto dei simboli e li hanno innalzati a emblema di manifestazioni di coraggio. È sintomatico che abbiano scritto che questi sono morti combattendo anche se erano lì che stavano manipolando… In realtà magari erano impreparati nel gestire questi strumenti esplosivi, ma nel racconto dei compagni sono diventati dei martiri».
È un’area che ha bisogno di nuovi eroi? Quelli del passato sono stati messi da parte?
«La finalità è precisa, cercare una narrazione che produca un coinvolgimento di frange di soggetti psicologicamente più deboli per condurli all’emulazione. L’esperienza ci insegna che tutte le volte in cui si è verificato qualcosa di simile, poi c’è sempre stata una recrudescenza».
Per questo si costruisce un racconto attorno alla loro morte?
«Vengono presentati come emblema di manifestazione di coraggio».
Questo meccanismo funziona davvero o resta confinato a una minoranza?
«Sono richiami ai quali io e lei restiamo del tutto indifferenti, ma se rivolti a soggetti deboli o giovanissimi è ovvio che funziona. Il bersaglio non è l’opinione pubblica, ma una platea ristretta e permeabile».
Chi sono questi soggetti più esposti all’emulazione?
«Basta guardare ciò che è successo a gennaio durante la manifestazione pro Askatasuna, quando sono scattate le devastazioni. Lì l’area anarchica ha pescato proprio in quel serbatoio. Si chiama proselitismo».
Quindi non è stata una reazione spontanea di piazza…
«Riflettiamoci un attimo. Com’è possibile che si muova una massa di quel tipo semplicemente con la finalità di rivendicare Askatasuna per quello che è stato? È chiaro che dietro c’è un piano articolato e ben programmato».
Sta parlando di una regia organizzata?
«C’è tutta una struttura organizzativa dietro, ma anche una struttura di spessore economico. È difficile da credere che tutti quei manifestanti, che arrivano anche dall’estero, si muovano a spese loro. Una riflessione su questo snodo, che è una riflessione importante, bisognerebbe farla».
La domanda che suggerisce è «chi finanzia tutto questo?».
«Io nelle mie indagini ho sempre puntato a cercare scoprire i finanziamenti. Finanziamenti che poi non sono neanche tanto occulti, secondo me».
Pensa a Ong e a reti di finanzieri stranieri?
«Non solo. Penso anche ad attività molto più illegali. Senza risorse, certe manifestazioni non esisterebbero».
Rispetto al passato cosa è cambiato?
«Un tempo era molto più semplice, facevano le rapine, le chiamavano espropri proletari, e i finanziamenti arrivavano da lì. Adesso le attività illecite non vengono rivendicate come ai tempi delle Brigate rosse o di Prima linea e nessuno ci pensa».
Quindi c’è un livello di opacità più alto?
«Immagino proprio di sì».
Si è alzato anche il livello di pericolosità?
«Sicuramente tutte queste manifestazioni di piazza che si concludono con degli scontri e delle devastazioni non sono da sottovalutare né da interpretare come una turbolenza o come un fenomeno di protesta giovanile fine a sé stesso».
La protesta politica è da escludere?
«C’è sicuramente chi è lì per manifestare disagio o per forme di protesta. Poi però tutto questo diventa lo spunto per dare sfogo alle forme di violenza che si sono verificate. E pensare che dietro non ci siano manovratori, francamente, mi sembra molto riduttivo».
Sono solo pretesti…
«ProPal, NoTav, NoMeloni, NoPonte… Diciamolo chiaramente, a questi signori di Gaza non gliene frega niente. Non gliene frega assolutamente niente. Gli interessa semplicemente fare casino».
Questa è la leva principale?
«Questa è la forza su cui può contare chi ha in mano e riesce a gestire il caos di queste piazze violente. La finalità è sfidare lo Stato».
Torniamo ad Askatasuna. Senza una sede fisica cambia qualcosa?
«Io ho sempre sostenuto che Askatasuna era l’emblema, la manifestazione della protervia nei confronti dello Stato. Ma la sede fisica ormai era solo un simbolo».
Quindi non è il luogo il problema.
«Era un contenitore. E poi all’interno di questo contenitore c’era il contenuto, però, che aveva e che ha ancora rilievo».
Posto che il punto non è lo spazio occupato ma la rete che continua a esistere anche senza mura, i leader sono cambiati?
«Ovviamente ci sono delle nuove leve. Io ormai non ho più il polso diretto della situazione, ma si capisce che i vecchi leader oggi possono risultare anche un po’ anacronistici. Bisogna però tenere sempre a mente che nel panorama anarchico si viaggia su un piano orizzontale, i compagni sono tutti uguali, non ci sono capi. Però ovviamente c’è sempre chi ha carisma, maggior sostanza, più personalità».
Come nel caso di Alfredo Cospito?
«Ecco, Cospito al 41 bis, quando ha dovuto far valere ancora la sua leadership, ha dovuto ricorrere a quella sceneggiata dello sciopero della fame».
Una mossa calcolata?
«Questo signore sa perfettamente fino a che punto può arrivare e al momento buono smette. Siccome non può parlare, però, attraverso lo sciopero della fame dà un segnale all’esterno. Comunica. E il segnale è stato recepito prontamente dai suoi adepti che ne hanno fatto la loro bandiera e hanno ricominciato a manifestare e a manifestarsi».
E questo alimenta il circuito.
«Certamente. Il circuito ne ha fatto un martire, ha ricominciato a muoversi, a rivendicare, a mettere a segno azioni».
Cosa dobbiamo aspettarci adesso?
«Io sono convinto che di qui a poco queste manifestazioni avranno uno sviluppo ulteriore. Si tenga in conto che i recenti attentati alle linee ferroviarie sono un chiaro sintomo del livello che si alza».
Un salto di qualità operativo?
«Loro prendono spunto per le loro azioni violente sempre partendo da determinati simboli. C’è stato il periodo di Poste italiane. Oggi hanno preso di mira le Asl. Tra il 2015 e il 2020 c’erano i Cpr, poi, quando non potevano più attaccarli direttamente, attaccavano tutte quelle società dell’indotto che lavoravano con i Cpr».
Anche piccoli obiettivi.
«Anche piccole imprese artigiane. Qui a Torino ne abbiamo avute alcune che sono state saccheggiate».
C’è poi un altro fronte: quello digitale.
«Un tema estremamente delicato. È materia sulla quale lavorano i servizi di sicurezza. Il Web è un moltiplicatore. Non c’è strumento migliore per comunicare. Negli anni Ottanta c’era il volantinaggio ed era tutto più semplice. Ora, anche dei segnali che possono apparire innocui, in realtà, per chi li sa leggere, possono contenere un messaggio».
Ma è anche un luogo, quello virtuale, in cui si può colpire. Gli attacchi per far saltare il server di una multinazionale o per rubare i dati dal cloud di un ente sono riconducibili all’area ideologica che agita le piazze?
«Secondo me è il terreno su cui oggi si gioca la partita più importante e sul quale bisognerebbe investire tempo e risorse».
Si sta sottovalutando il fenomeno?
«È materia molto concreta, ma di solito viene sottovalutata. La si riscopre quando i gruppi tornano a farsi sentire e a colpire».
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