(Ansa)
L’ennesimo sciopero dei trasporti va in scena ovviamente di venerdì, nel primo appuntamento ghiotto per il turismo. Il motivo? Di tutto un po’: da Gaza ai decreti Sicurezza fino all’emergenza abitativa. E sabato gli ambientalisti bloccheranno il Brennero.
C’è una bomba sul ponte. No, stavolta non parliamo del rischio terrorismo, anche se c’è comunque da aver paura. Non parliamo di esplosioni materiali né di ordigni jihadisti, anche se i danni rischiano di essere ingenti. E la bomba non colpirà né Ponte di Rialto né Ponte Vecchio: a essere colpito sarà «solo» il ponte del 2 giugno.
Ma c’è poco da stare allegri. Quello che salterà in aria, infatti, sarà con buona probabilità il primo anticipo d’estate degli italiani, oltre all’importante pezzo di economia italiana che ruota attorno al turismo. E di tutto ciò dovremo ringraziare le Milizie rossoverdi, gli estremisti scioperaioli, i kamikaze della contestazione senza se e senza ma. Ma soprattutto senza senso.
Si comincia stasera alle 21 con uno sciopero di treni, bus e metropolitane che proseguirà fino alle 21 di domani. Ovviamente, come da consuetudine, di venerdì, così da garantire il weekend lunghissimo a chi protesta e rovinarlo a chi deve partire. Ottimo, no? Proprio alla vigilia di quello che è ritenuto da tutti gli operatori del settore uno dei weekend più importanti dell’anno, con il maggior numero di spostamenti, che cosa viene in mente ai sindacati Usi Cit, Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas (ma, si badi bene, aderiscono anche Usi 1912, Sbm, Fisi, Fi-si)? Di certificare la propria esistenza in vita rompendo l’anima agli italiani. Certo: altrimenti chi si sarebbe mai accorto dell’esistenza di Sgb, Sbm e Adl Varese? Solo il rischio di rimanere con la valigia in mano in stazione davanti alla scritta «treno cancellato» ti fa considerare per un attimo l’esistenza di Usi Cit e Usi 1912, qualsiasi cosa essi siano. Per non dire della fondamentale differenza tra Fisi e Fi-si, su cui occorrerà un apposito trattato di storia del sindacato.
Eppure siamo qui a parlarne. Quindi hanno ottenuto il loro effetto: minacciare la serenità degli italiani che già attraversano un momento duro, tra guerra, benzina alle stelle, inflazioni e allarmismi vari. Perché togliere loro pure il sogno di tre giorni di svago? Il ritorno da mammà? Una passeggiata in montagna? La prima tintarella in spiaggia? Come se non bastasse, alla follia rossa Cub si aggiunge la follia verde degli ambientalisti, in questo caso austriaci, che nella giornata di sabato bloccheranno il Brennero dalle 11 alle 19, con gravi conseguenze sul traffico in Italia. La A22 resterà infatti chiusa da Vipiteno in su dalle 10.30 alle 20 e si prevedono ulteriori blocchi in caso di (probabilissimi) ingorghi. Tanto che il sindaco di Bolzano ha già di «limitare gli spostamenti e l’uso dell’auto privata». Meglio prendere il treno, ovvio. Ammesso che non sia ancora in sciopero.
Riassumendo, nei prossimi due giorni succederà questo:
1 si cercheranno di bloccare treni, bus e metro;
2 in ogni caso si creeranno disagi a chi usa i mezzi;
3 si paralizzerà sicuramente la A22, cioè una delle più importanti autostrade italiane;
4 si renderà off limits una delle zone a più alta intensità turistica, dall’Alto Adige fino a Verona;
5si renderà di fatto impossibile l’uso dell’automobile ai cittadini della zona;
6 si inviteranno i turisti a dirigersi altrove, dove il senno, almeno quello, non è andato in sciopero. E tutto questo perché? Qui viene il bello. Perché, è ovvio, il diritto di manifestare e di protestare è sacrosanto. Ma ci sarà pure un limite alla follia.
Cominciamo dagli ambientalisti. Protestano per l’inquinamento provocato dal traffico. E che fanno? Aumentano l’inquinamento provocato dal traffico. Grazie al loro blocco si creerà un maxi ingorgo transnazionale con effetti devastanti anche sull’ambiente, oltre che sull’economia. Non esiste un’altra forma di protesta? Possibile che le loro menti ecologiche non possano produrre qualcosa di meno dannoso per quell’ambiente che dicono di proteggere? E che non si rendano conto che, in un’Europa che fatica a stare in piedi, bloccare i commerci e il turismo in un modo così rozzo e brutale significa, di fatto, suicidarsi?
Ancor meglio però le motivazioni dello sciopero generale del trasporto di venerdì. Cito testualmente. L’astensione del lavoro viene proclamata «contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato; contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele; contro l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa; contro politiche repressive dei diversi decreti Sicurezza; contro gli abusi della Commissione di garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della logistica; contro l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso; contro le morti sul lavoro». Per l’amore del cielo, tutto legittimo, si capisce: ma perché non metterci dentro anche la solidarietà con Cuba? E i bimbi nelle miniere in Sierra Leone?
Quando ero piccolo mia mamma mi insegnava: se vuoi ottenere qualcosa, chiedi una cosa per volta. Questi sindacalisti non hanno avuto una mamma? Come si fa a mettere insieme i decreti Sicurezza e il genocidio in Palestina, le politiche sulla casa e la guerra? E soprattutto: se si sa che non si riuscirà a ottenere nulla, perché bombardare il ponte degli italiani, insieme agli ambientalisti? Per il gusto di fare i guastafeste? Per vocazione tafazziana? O perché, a forza di bloccare treni e strade, gli si sono bloccati pure i cervelli?
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Alle nostre imprese l’energia di Putin serve, finiamola di farci del male da soli inutilmente mentre i vari partner europei continuano a rifornirsi da Mosca. E se l’Ue fa melina, va messo sul tavolo il diritto di veto.
Per evitare che l’assemblea degli industriali si riduca ad un mero appuntamento istituzionale o giù di lì, il giorno dopo sarebbe importante arrivare agli incroci con le idee chiare sul percorso.
Perché lì siamo, agli incroci. L’energia è una «minaccia esistenziale», per dirla con Orsini, quindi vorremmo sapere che direzione intende prendere il governo Meloni ai seguenti incroci: 1) gas e petrolio russo, sì o no?; 2) se l’Europa fa melina su energia e burocrazia, l’Italia eserciterà il diritto di veto come pistola sul tavolo, sì o no?; 3) siamo disposti a bloccare le vendite di petrolio o suoi derivati fuori dall’Italia, sì o no?
Entriamo nello specifico, ricordando quello che Confindustria ha lasciato sull’agenda del premier (ma tu guarda se la Meloni deve pure fare il lavoro per conto di Urso, sul cui conto gli industriali ne hanno dette di tutti i colori, a ragione), in un quadro generale economico peggiorato negli ultimi dodici mesi, appesantito dalle guerre e da quella burocrazia «lunare» targata Ue. Negli ultimi tempi, su entrambe le questioni abbiamo ascoltato interventi netti, precisi e condivisibili da parte di Confindustria (con Orsini) e di Coldiretti (con Gesmundo), segno che l’Europa rischia di tenere tutti incollati nella sua stessa colla burocratica.
Chi fa impresa non può limitarsi a sognare l’Europa che verrà, ma deve fare i conti con quello che oggi passa il ricco convento di Bruxelles. Chi sta al governo, di contro, deve decidersi: se gli imprenditori hanno ragione nell’analisi, allora deve andare in Europa col coltello tra i denti anche a costo di svelare che il re è nudo; se invece ha paura di violare questo santuario, eviti finti annunci. La questione è troppo seria per concedersi alla manipolazione delle idee. È pura manipolazione, per esempio, la questione delle sanzioni sull’energia dalla Russia. Sono mesi che ci sorbiamo la morale sul fatto che non possiamo comprare energia da Putin per evitare di finanziare la sua guerra. Nel frattempo, la macchina delle forniture non si è mai fermata! E fa ridere che la propaganda anti Putin se la prenda ora con Buttafuoco ora con la coppia Pirlo-Materazzi o con i cantanti che tengono i concerti a Mosca. Nel mese di aprile, nella zona Ue abbiamo comprato 1,7 miliardi tra gas e petrolio: la parte del leone l’hanno fatta i francesi (la TotalEnergies è nell’azionariato di Novatek e di Yamal Lng, sebbene non riesca a riscuotere i dividendi) con acquisti di gnl per un valore di 413 milioni; poi l’Ungheria, che ha comprato gas e greggio per 380 milioni; il Belgio con 363 milioni di gas naturale; la Slovacchia con 228 milioni di gas e greggio; la Spagna con 181 milioni di gnl. Tutti accordi legali perché per tutto aprile 2026 erano ancora valide le importazioni basate su contratti a lungo termine. Ovviamente l’acquisto bulimico di gas e di petrolio nasce dalla necessità di affrontare le crisi di Hormuz e cripta i carichi di navi fantasma con carichi importanti che arrivano in Europa, Italia compresa. Allora perché continuiamo a far finta di nulla: c’è una retorica da difendere? Beh, è una retorica impregnata di ipocrisia visto che ovunque si sta comprando dai russi tutta l’energia possibile!
Questo è dunque uno di quegli incroci strategici: finora l’Europa ha finanziato Putin acquistando gas e petrolio forse persino più di quel che abbiamo girato all’Ucraina per difendersi. E comunque non si può pensare di sacrificare la crescita economica (l’industria italiana vale il 15% del Pil e milioni di posti di lavoro) perché non vogliamo ammettere che abbiamo bisogno di energia; a meno che non si dica che hanno diritto di stare in piedi solo le industrie del comparto Difesa.
Secondo incrocio: dall’energia alla burocrazia, stupida, fanatica, «lunare» dell’Unione europea. Lo sentiamo dire da tempo ma i burocrati di Bruxelles scoppiano di salute. Del resto, che aspettarsi da una Europa che tiene in vita due Parlamenti (e mezzo) con un surplus di costi vergognoso? «L’Europa è sempre più necessaria, ma deve cambiare strada e marciare», ha spiegato il presidente di Confindustria Orsini senza tuttavia aggiungere che l’Europa non può bloccare la crescita, come accade con la tassa sulle emissioni (Ets). Capisco l’esigenza di Orsini di chiedere all’Europa di farsi mercato unico dell’energia, ma se in un mercato di squali (l’America fa affari con la Russia; la Cina ha comprato energia russa per 7,3 miliardi; l’India per 5 miliardi; la Turchia per 3 miliardi) l’Europa ci va come la Vispa Teresa allora stiamo freschi. Se l’energia è davvero una «minaccia esistenziale» - e lo è - occorrono decisioni, non giri di minuetto. Se l’Europa mostra la faccia dura con l’Italia (la seconda manifattura del Continente e l’ottava nel mondo, nonostante tutto), il governo minacci seriamente l’uso del potere di veto.
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Nel riquadro, la locandina del centro culturale «Islam è Luce» di Udine (iStock)
Salgono gli arresti di musulmani radicalizzati. Intanto a Udine si organizzano visite in galera per «dar consigli» ai galeotti islamici.
«Visite in carcere per consigliare i detenuti». Tutto normale se il servizio offerto da un’associazione culturale e spirituale di Udine non fosse appeso alla porta d’ingresso di una simil-moschea, se l’operazione non fosse promossa da un gruppo di musulmani e se la radicalizzazione religiosa in Italia non fosse un potenziale pericolo.
Invece quell’annuncio risulta sorprendente, anche perché il supporto carcerario è compreso all’interno di un pacchetto che prevede «insegnamenti sull’Islam, dialogo interreligioso, madrassa (la scuola islamica per bambini), memorizzazione del Corano, 5 salat (le preghiere quotidiane), l’appello all’Islam, consigli matrimoniali, l’accompagnamento di extracomunitari in questura, in Comune, all’Asl e ai colloqui di lavoro in caso di problemi». Segue numero di telefono.
Il patronato alternativo è il core business dell’associazione «Islam è luce», che nel «nome di Allah il misericordioso e compassionevole» si è installata nel quartiere della stazione di Udine, zona semicentrale afflitta da degrado e spaccio, con numerosi profughi e migranti ospitati nelle case dell’Arci oppure abbandonati per strada dall’amministrazione piddina. Anche nel capoluogo friulano il grande abbraccio progressista è la causa di una situazione ormai fuori controllo. E la presenza islamica è importante con problemi di ordine pubblico sempre più pressanti. Le modalità sono identiche ovunque: i comitati cittadini denunciano, la polizia interviene, la sinistra stigmatizza e dopo un mese tutto torna come prima.
Così quel negozio disadorno e senza insegne, con il cartello solitario sulla porta, in realtà è la quarta moschea abusiva della città friulana, allestita da un gruppo di cittadini africani guidati da un addetto alle pulizia italiano (ma ghanese di nascita): Baba Cracki. Secondo gli organizzatori non ci sarebbe nulla di strano; quelle visite in carcere hanno lo scopo di portare conforto, consulenze legali e spirituali ai musulmani che scontano una pena.
È però prudente non sentirsi rassicurati dopo le vicende di Modena e Reggio Emilia. Ed è difficile non far suonare il campanello d’allarme dopo una notizia che arriva da fonti del Viminale: gli stranieri arrestati durante il governo di Giorgia Meloni per atti di terrorismo e radicalizzazione sono stati 68, un numero molto alto rispetto al passato. Un dato che comprende i radicalizzati che già hanno attraversato la frontiera della violenza e coloro che hanno espresso (attraverso scritti, ricerche internet, contatti con amici nel sottobosco dell’illegalità) la volontà di seguirli. È un fenomeno da non sottovalutare e gli investigatori aggiungono che uno dei luoghi di reclutamento è il carcere.
L’emergenza (che fino a prova contraria non riguarda la vicenda di Udine) è ufficiale: uno straniero di fede musulmana ogni 115 residenti in Italia è attualmente detenuto in un carcere italiano. Lo ha portato alla luce l’ultima relazione sul tema del guardasigilli Carlo Nordio. Il ministero della Giustizia ricostruisce così: «I cittadini provenienti dai paesi islamici sono 13.814 su un totale di 63.198 detenuti. E poiché i residenti stranieri di fede musulmana sono circa 1,6 milioni (dato rilevato dalla Fondazione Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità), il rapporto è questo: 13.814 detenuti su 1.600.000 residenti. I praticanti, sui 13.814, sono 7.477». C’è un altro dato importante, che impone la necessità di mantenere alta l’attenzione: fra i detenuti ci sono 36 imam «che conducono la preghiera all’interno dei penitenziari». E fanno proseliti: al 30 settembre scorso risultano convertiti all’Islam 37 detenuti.
In questo contesto la deriva jihadista non è scontata ma neppure da banalizzare. Sempre secondo il rapporto di via Arenula i detenuti musulmani «attenzionati» in prigione dai nuclei specializzati della polizia penitenziaria sono 194. Con una ripartizione di tre livelli. 1) Rischio alto: 65 sono detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale o di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione o reclutamento. 2) Rischio medio: 61 sono coloro i quali, all’interno del penitenziario, hanno posto in essere più atteggiamenti che fanno presupporre una vicinanza all’ideologia jihadista. 3) Rischio basso: 68 sono i casi in cui le notizie raccolte negli istituti di pena risultano generiche e richiedono un ulteriore approfondimento.
Sono tenuti sotto controllo anche i detenuti delle carceri minorili, spesso immigrati di seconda generazione che si compattano in gang o giovanissimi senza fissa dimora e privi di riferimenti. Quindi facilmente arruolabili. Uno studio del ministero degli Esteri con «The Siracusa international institute» sottolinea che l’ambiente carcerario offre «opportunità di contatto con altri detenuti radicalizzati e può creare o amplificare le condizioni conduttive alla radicalizzazione». E al di là della sociologia spicciola, con il ruolo centrale degli imam.
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José Luis Rodríguez Zapatero (Ansa)
Nei guai anche l’ex premier Zapatero: è accusato di traffico di influenze e riciclaggio.
Una rete del Psoe avrebbe finanziato con «ingenti somme di denaro» un complotto, per destabilizzare procedimenti giudiziari che coinvolgono il partito o il governo spagnolo.
Volevano «eliminare i nemici», del premier Pedro Sánchez e del suo cerchio magico. Per questo, ieri agenti dell’Unità operativa centrale (Uco) della Guardia civil sono entrati nella sede federale del Psoe, in via Ferraz a Madrid. Non è stata una vera perquisizione, ma hanno chiesto e ottenuto documentazione.
Si tratta dell’ennesima, stavolta pesantissima, indagine sulle malefatte socialiste. I reati ipotizzati, nei confronti di diversi personaggi di spicco del Partido socialista obrero, o di imprenditori «amici», sono di associazione a delinquere, corruzione, divulgazione di segreti, istigazione alla falsa testimonianza, falsa accusa, falsificazione di documenti commerciali, abuso di potere, traffico di influenze e reati contro le istituzioni dello Stato. L’operazione è guidata dal giudice dell’Audiencia nacional Santiago Pedraz, che nell’ordinanza fa riferimento a un complotto orchestrato da Santos Cerdán, ex numero 3 del Psoe quando era segretario organizzativo del partito, per presunte campagne di disinformazione contro giudici, pubblici ministeri e membri delle forze dell’ordine. In particolare, contro i magistrati Juan Carlos Peinado, istruttore del cosiddetto «caso Begoña» in cui è indagata per presunti atti di corruzione Begoña Gómez, moglie del premier Sánchez; e contro Beatriz Biedma, il giudice del processo contro il fratello del primo ministro, David Sánchez, accusato dei reati di traffico di influenze e malversazione amministrativa, e contro altri dieci imputati. Processo che inizierà domani, presso il tribunale provinciale di Badajoz.
Tra gli indagati c’è anche la responsabile finanziaria del Psoe, Ana María Fuentes, ex deputata nei due governi guidati da José Luis Rodríguez Zapatero (tra il 2004 e il 2011), per aver «emesso gli ordini di acquisto necessari per creare fatture fraudolente che avrebbero consentito il trasferimento di fondi a Leire Díez». Secondo il giudice, la faccendiera María Leire Díez Castro, pagata 4.000 euro al mese con fondi del partito, ha ricevuto pagamenti attraverso diverse società per complessivi 188.000 euro, ma non è ancora stato fatto il conto totale delle somme versate.
L’inchiesta coinvolge Santos Cerdán, ex segretario dell’organizzazione e già indagato per il caso Koldo (dal nome di Koldo Garcia, consulente dell’allora ministro dei Trasporti, José Luis Abalos, per presunte tangenti legate a forniture di materiale sanitario durante la pandemia di Covid 19); Gaspar Zarrías, ex ministro della presidenza del governo regionale andaluso; l’imprenditore Javier Pérez Dolset. Sono state effettuate perquisizioni nelle abitazioni di questi ultimi tre.
Il nuovo filone d’indagine si ricongiunge a quello già aperto su Leire Díez Castro, figura di spicco del partito del premier Sánchez, e sui suoi rapporti con la Società statale di partecipazione industriale (Sepi); su Vicente Fernández ex presidente del Sepi, e sul costruttore Antxon Alonso, amico e socio di Cerdán, indagati perché tra il 2021 e il 2023 avrebbero riscosso commissioni illecite da aziende in cambio dell’esercizio di determinate influenze. Una vera organizzazione criminale, secondo gli inquirenti.
Nel nuovo caso, si indaga su pagamenti del Psoe alla rete di Díez, successivamente mascherati con fatture false, che servivano a finanziare le opere di screditamento di giudici e dell’Uco, il tutto sotto la direzione di Cerdán che avrebbe ordinato di «destabilizzare sistematicamente e continuamente qualsiasi procedura giudiziaria o azione di polizia che possa incidere direttamente o indirettamente sugli interessi del Psoe o del governo», secondo quanto riportano diversi quotidiani spagnoli che hanno avuto accesso all’ordinanza del tribunale.
Díez è soprannominata nel gergo politico «la fontanera», l’idraulica, perché sarebbe il personaggio ombra che agisce per conto del Psoe per «tappare le falle», anche raccogliendo informazioni compromettenti con l’obiettivo di screditare i magistrati che indagavano sulle persone vicine a Sánchez, inclusa la moglie.
Il boicottaggio, orchestrato con il sostegno dell’ex consigliere socialista Gaspar Zarrías e dell’avvocato Ismael Oliver, ex legale di Koldo García, avrebbe incluso l’offerta di «compensi e favori» a funzionari della Guardia civil o a pubblici ministeri «in cambio di informazioni» e di «azioni contrarie all’esercizio delle loro funzioni», al fine di «attaccare» il corretto svolgimento delle indagini giudiziarie che compromettono il Psoe o i suoi leader.
La decisione, di orchestrare questa operazione, sarebbe stata presa in occasione dei cinque «giorni di riflessione» che Pedro Sánchez si era preso nell’aprile del 2024, quando scoppiò il «caso Begoña», durante i quali aveva valutato se continuare o meno a guidare il governo. In quel periodo si svolsero due riunioni presso la sede del partito a Ferraz, una delle quali con l’allora direttore della comunicazione del Psoe, Ion Antolín. Incontro che per il giudice Pedraz rappresentò «il punto di svolta», l’origine delle operazioni che miravano a destabilizzare i procedimenti giudiziari che coinvolgevano il Psoe o il governo.
Ieri, l’Uco si è presentata anche alla direzione generale della Guardia civil, per richiedere tutti i fascicoli aperti su provvedimenti disciplinari, adottati nei confronti degli agenti che avevano indagato sui leader socialisti e sulla cerchia Sánchez.
Intanto, il giudice della Corte Nazionale José Luis Calama ha accolto la richiesta della difesa dell’ex primo ministro Zapatero di rinviare la sua deposizione al 17 e 18 giugno, perché possano essere studiate tutte le prove a suo carico. Indagato nel caso Plus Ultra sul salvataggio finanziario, con finanziamenti pubblici, dell’omonima compagnia aerea nel 2021, l’ex presidente socialista è accusato di traffico di influenze e riciclaggio di denaro.
E mentre fanno il giro del mondo le immagini dei gioielli trovati nella sua abitazione, si infittisce il mistero sulla loro provenienza e l’effettivo valore.
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