Il Pentagono prepara la rappresaglia sui partner riluttanti, questionando la sovranità inglese sulle Falkland e ipotizzando di sospendere la Spagna dall’Alleanza. Ma il guaio sono le scorte ridotte: l’Asia è più scoperta.
Un’email del Pentagono ha riportato scompiglio nella Nato: gli Stati Uniti vorrebbero punire gli alleati infedeli, che hanno negato l’appoggio alla campagna in Medio Oriente. E in cima alla lista ci sarebbero le due bestie nere di Donald Trump: l’Inghilterra di Keir Starmer, di cui gli americani sarebbero pronti addirittura a questionare la sovranità sulle Falkland; e la Spagna, che Washington vorrebbe sospendere dall’Alleanza.
Il premier, Pedro Sánchez, ha minimizzato: «Nessuna preoccupazione, lavoriamo sulla base di documenti ufficiali». Quelli, in effetti, mancano. Non potrebbe essere altrimenti: il trattato istitutivo non prevede nulla a riguardo e tutte le decisioni si prendono all’unanimità. Gli iberici dovrebbero votare contro sé stessi. Semmai, gli Usa potrebbero decidere in maniera unilaterale di escludere Madrid da alcune operazioni da loro coordinate, oppure negare la condivisione di informazioni. Non sarebbe poco, vista l’aria che tira nel blocco occidentale. È anche per questo che ieri, al vertice di Cipro, i membri dell’Unione hanno iniziato a precisare il funzionamento dell’articolo 42 del Trattato Ue, sulla mutua assistenza in caso di attacco. Il presidente del Consigio Ue, António Costa, ha però preferito glissare sulla paventata rappresaglia trumpiana: «Cooperiamo con la Nato», ha tagliato corto, «ma non discutiamo le sue questioni interne».
In verità, il governo socialista spagnolo si è comportato più o meno come l’Italia: ha concesso l’uso delle basi per le attività previste dagli accordi in vigore. Perciò Roma ha potuto rifiutare un atterraggio a Sigonella: occorreva un’autorizzazione preventiva e il velivolo non aveva meri scopi logistici, essendo diretto, dopo lo scalo, in Iran. Tanto era bastato a Trump, il quale esige dai soci la pubblica genuflessione, per dirsi «scioccato» da Giorgia Meloni e per scrivere sui social che gli Usa «non ci saranno» per noi nel bisogno. Il tycoon ha il dente ancora più avvelenato con Sánchez, il più filocinese degli europei, che per compattare una ballerina maggioranza di sinistra radicale ci ha tenuto a sbandierare la sua posizione critica sul conflitto. Non a caso, Podemos, che all’esecutivo ha concesso soltanto un appoggio esterno, ieri ha invocato l’uscita unilaterale dalla Nato.
Il nervosismo dell’America, però, non deriva solo dalle pretese imperiali della Casa Bianca. Oltreoceano si starà incrinando la fiducia nella potenza militare a stelle e strisce, che gli Usa hanno spesso esibito in questi mesi.
Gli allarmi sullo svuotamento degli arsenali si stanno moltiplicando. Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia Turmp durante le discussioni preliminari su Epic fury. La Cnn ha pubblicato una lista dettagliata degli armamenti consumati in quaranta giorni di bombardamenti. È all’incirca la stessa valutazione di ieri del New York Times, basata su rapporti del dipartimento della Difesa. Durante le ostilità, sono stati lanciati 1.100 cruise stealth a lungo raggio; 1.000 Tomahawk, dieci volte quelli che vengono acquistati in un anno per 3,6 milioni l’uno; 1.200 intercettori Patriot, da 4 milioni ciascuno; 1.000 testate di precisione e aria-superficie. Il conto: tra i 28 e i 35 miliardi di dollari, quasi 1 miliardo al dì, 5,6 bruciati solo nel primo giorno di raid massicci. E per ricostituire le scorte potrebbero servirne fino a 47, senza contare il fattore tempo. Così, già a novembre, il Pentagono aveva convocato i vertici delle case automobilistiche, esortandoli a riconvertire a finalità belliche alcune delle loro linee di produzione.
Ma il vero guaio è che, per combattere il regime sciita, l’America ha lasciato scoperti altri teatri. Sicuramente l’Europa occidentale, dove scarseggiano droni da ricognizione e d’attacco; insieme alla riduzione di addestramenti ed esercitazioni, ne esce compromessa la capacità di deterrenza nei confronti della Russia. Certo, per Trump potrebbe essere un problema trascurabile: agli Usa interessa più strappare Mosca dalle grinfie dei cinesi, che proteggere il Vecchio continente dalle provocazioni di Vladimir Putin. È in Asia che casca l’asino.
L’Indo-Pacifico era uno dei settori prioritari individuati dal compasso strategico dello scorso dicembre: almeno dagli anni di Barack Obama, è il «perno» degli interessi nazionali all’estero. Dall’inizio della guerra agli ayatollah, tuttavia, gli americani sono stati costretti a smobilitare: hanno spostato in Medio Oriente 2.200 Marines, nonché le contraeree Thaad stanziate in Corea del Sud, unico Paese partner a ospitare tale sofisticato sistema di difesa, utile a fronteggiare le minacce di Pyongyang. Pure i missili da crociera impiegati in Iran, in teoria, erano stati progettati per un eventuale confronto con Pechino. Peraltro, la prontezza operativa Usa era stata già limitata dal supporto offerto a Israele, quando i blitz degli Huthi avevano indotto Washington a dirottare navi e aerei nel Mar Rosso.
Non esiste più un poliziotto del mondo. Non c’è più una superpotenza dominante. Ognuno ha risorse limitate e deve saperle dosare bene. Le difficoltà del Golia a stelle e strisce sono il segnale inequivocabile della fine dell’egemonia statunitense; una condizione che la dottrina Donroe di Trump sembrava attrezzata a gestire e che, invece, sta esplodendo in mano al presidente. Anche perché la performance militare in Iran, finora, è stata tanto mastodontica quanto confusionaria. E la Cina, che ha le grinfie su Taiwan, l’ha osservata. Sogghignando: con Sun Tzu, Xi Jinping sa che l’arte della guerra consiste nel vincere senza dover combattere.
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L'inviato speciale degli Stati Uniti per le missioni di pace Steve Witkoff (Ansa)
I due inviati partono oggi, Vance li raggiungerà in caso di progressi. Hegseth: «L’Iran può fare buon accordo, o colpiremo ancora». Teheran manda una delegazione guidata da Araghchi. L’Agenzia dell’energia: «Persi 120 miliardi di metri cubi di gas fino al 2030».
Inizia forse a sbloccarsi lo stallo diplomatico sulla crisi iraniana. Ieri, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, è partito per Islamabad. Reuters ha inizialmente riportato che, prima di ripartire alla volta di Oman e Russia, avrebbe dovuto incontrarsi con dei funzionari pakistani, per discutere con loro dell’eventualità di un secondo round di colloqui con gli Stati Uniti e per presentare la risposta iraniana al piano di pace americano. Tuttavia, alcune ore più tardi, la Cnn ha riferito che Donald Trump avrebbe mandato in Pakistan Steve Witkoff e Jared Kushner per degli incontri con il ministro iraniano da tenersi nel corso del fine settimana. La Casa Bianca ha confermato che i due inviati statunitensi partiranno stamane. Inoltre, sempre secondo la Cnn, potrebbe successivamente muoversi anche JD Vance, qualora il processo diplomatico dovesse prendere slancio. È del resto verosimile che la situazione si stia sbloccando anche in conseguenza dell’estensione del cessate il fuoco tra Israele e Libano, annunciata l’altro ieri dal presidente americano.
Ricordiamo che la seconda tornata di colloqui tra americani e iraniani avrebbe dovuto originariamente tenersi martedì, tanto che la delegazione di Washington, guidata da Vance, era pronta a partire alla volta di Islamabad. In un primo momento, anche gli iraniani avevano acconsentito a prendere parte al meeting. Poi, a causa di divisioni interne al regime khomeinista, Teheran aveva fatto sapere che avrebbe partecipato soltanto a patto che gli Usa avessero revocato il blocco imposto ai porti iraniani: una pretesa che la Casa Bianca aveva respinto, puntando a usare lo sbarramento navale come leva negoziale con la Repubblica islamica.
In tutto questo, secondo Iran International, sembrerebbe essersi verificato una sorta di terremoto in seno al team di Teheran: parrebbe infatti che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, si sia dimesso da capo della squadra negoziale a causa di disaccordi interni. In particolare, il diretto interessato sarebbe stato criticato per aver cercato di inserire la questione del nucleare iraniano nelle trattative con Washington. Se la notizia fosse confermata, è probabile che Ghalibaf possa essere sostituito da un esponente dell’ala intransigente del regime khomeinista, come Saeed Jalili. Araghchi, dal canto suo, starebbe tuttavia cercando di assumere la guida del team negoziale: del resto, sarà un caso, ma è stato proprio lui a recarsi in Pakistan ieri.
Negli Stati Uniti si registra frattanto un cauto ottimismo. Ieri, Pete Hegseth ha detto che l’Iran ha la possibilità di raggiungere un «buon accordo» con Washington. Parole significative, visto che, differentemente da Vance e Marco Rubio, il capo del Pentagono è stato finora tra le voci più scettiche, nell’amministrazione Trump, verso la diplomazia con Teheran. Al contempo, Hegseth ha difeso il blocco navale americano. «Il nostro blocco si sta ampliando e sta diventando globale. Nessuno può navigare dallo Stretto di Hormuz verso qualsiasi parte del mondo senza il permesso della Marina degli Stati Uniti», ha affermato. «Se ci saranno tentativi di posare altre mine in modo sconsiderato e irresponsabile, interverremo. Si tratta di una violazione del cessate il fuoco», ha anche detto. E così - mentre Ursula von der Leyen proponeva di «ampliare» l’operazione Aspides, «passando dalla mera protezione a un sofisticato coordinamento marittimo congiunto» - Hegseth lanciava una stoccata agli europei. «Non contiamo sull’Europa, ma loro hanno bisogno dello Stretto di Hormuz molto più di noi», ha affermato.
Il nodo di Hormuz continua, insomma, a rivelarsi centrale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il conflitto in corso ha portato alla perdita di 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto per il periodo 2026-2030. Dall’altra parte, è vero che gli Usa dipendono meno dallo Stretto rispetto agli europei. Ma la sua chiusura ha un impatto sui costi energetici a livello globale: il che ha determinato un deciso aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Si tratta di un problema che Trump deve risolvere urgentemente, se vuole rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Il problema, per lui, sono le divisioni in seno al regime khomeinista che finora non è riuscito a mostrarsi compatto sulla linea da seguire. Da una parte, si registra un’ala dialogante (di cui fa parte Araghchi), che auspica la soluzione diplomatica, temendo gli effetti della pressione economica statunitense. Dall’altra, emerge un’ala ostile ai negoziati, che fa capo ai pasdaran. Ghalibaf ha cercato finora di trovare una sintesi tra queste sue istanze contrapposte, ma non c’è riuscito. Il suo passo indietro da capo negoziatore potrebbe essere legato (anche) a questa circostanza.
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Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
I dati del Mef sono uno schiaffo per gli onesti: oltre un italiano su quattro vive alle spalle degli altri. E solo 1,4 milioni dichiarano più di 75.000 euro. Sforamento è necessario, ma l’Agenzia delle entrate deve vigilare.
Puntuali come le cambiali in scadenza, a fine aprile arrivano le statistiche del Mef sulle dichiarazioni fiscali degli anni precedenti. Il dipartimento delle Finanze elabora i dati del ministero e poi li risputa in pillole che finiscono sulla prima pagina del Sole 24 ore. L’ultima capsula, resa nota ieri dal quotidiano confindustriale, mi ha avvelenato la giornata. La sintesi è nel titolo di prima pagina: «Irfep zero per 11,3 milioni di contribuenti, solo il 3,3 per cento dichiara più di 75.000 euro». In altre parole, siccome nel 2024 a presentare la dichiarazione dei redditi sono stati 42,8 milioni di italiani, significa che più di uno su quattro vive alle spalle degli altri, perché non paga neppure un euro di tasse.
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
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