Emmanuel Macron (Ansa)
- La rottura Italia-Usa è stata anticipata da Hegseth quando aveva definito «scrocconi» alcuni Paesi Ue per le spese Nato. La Francia, tra i maggiori destinatari di capitali diretti americani in Europa, spera di aumentarli in chiave elettorale con la lite Roma-Washington.
- La sinistra vuole usare il duello per spingere Giorgia nelle grinfie Ue. L’obiettivo di Picierno e compagni è portarci sulle posizioni contro il voto all’unanimità.
Lo speciale contiene due articoli.
Cos’è successo al presidente degli Stati Uniti? Perché questo attacco a freddo al presidente del Consiglio? Su Hormuz «Hegseth era già stato chiaro il giorno prima e Trump non dimentica». Lo dice a microfoni spenti alla Verità un imprenditore che lavora ogni giorno con l’America e che era ai tavoli nella trattativa sui dazi lo scorso anno. Cosa aveva detto il segretario americano alla Guerra? «È stato vergognoso, questi alleati hanno messo a rischio i figli e le figlie dell’America, i nostri figli e le nostre figlie», ha accusato da Bruxelles, a pochi secondi dalla fine del G7. E poi l’affondo con le medie potenze «propense a parlare di un ordine internazionale basato sulle regole» che ancora pensano di essere nell’era del «passaggio gratis, degli scrocconi». Il riferimento evidente era per l’Italia e la Spagna. Nel 2025 i membri europei della Nato in realtà hanno aumentato le spese per la difesa del 14%, fino a circa 739 miliardi di euro, record dagli anni Cinquanta, però non tutti gli Stati hanno investito allo stesso modo: la Polonia è arrivata a spendere il 4,48% del Pil in armi e sicurezza. A seguire Lituania, Lettonia ed Estonia: i Baltici timorosi di Putin. Molto più indietro l’Italia, che si è fermata al 2,01% del Pil, la Francia al 2,05%, mentre Spagna, Belgio e Portogallo vivacchiano al 2% secco. L’obiettivo siglato lo scorso anno invece è di arrivare al 5%. Per il nostro Paese si tratterebbe di mettere sul piatto oltre 60 miliardi di euro. Dove trovarli? Soldi che, tra l’altro, secondo Oxford Economics finiscono fuori dal Continente: circa il 40% della spesa della Ue per equipaggiamenti militari è assorbita da importazioni da Paesi extra Ue.
Trump e l’amministrazione Usa aspettano che tiriamo fuori i soldi. E lui, come ha spiegato il segretario alla Guerra, «ce l’ha con noi come con tutti gli altri per il mancato supporto sia morale che concreto per la guerra all’Iran. Si è sentito, e si sente tutt’ora, tradito», sottolinea ancora la fonte che fa la spola tra le due sponde dell’Atlantico. Per questo Donald non tratta i leader europei come «alleati» e quindi li maltratta, se può.
Al di là della Nato e del mancato appoggio dell’Europa nella guerra all’Iran - vedi l’attacco alla Meloni sull’utilizzo delle basi militari - c’è però dell’altro. Qualcosa di extra militare, di economico, come si intuisce da un intervento su X di Andrea Stroppa, molto vicino a Elon Musk: «All’inizio di questa relazione Trump-Meloni avevo detto, privatamente e pubblicamente, che bisognava sfruttarla per le nostre aziende - grandi, medie e piccole - facendo accordi strategici. Volete che compriamo da voi o che vi sosteniamo su alcuni dossier? Bene, in cambio vogliamo investimenti, posti di lavoro, opportunità economiche». Secondo Stroppa non è mai partito questo circolo virtuoso a causa nostra. Il tema investimenti, in testa all’agenda Trump da sempre, alla fine poi muove anche la politica. Si è visto in questo anno e mezzo, dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, che il tycoon spara su tutti i leader europei per i suoi tornaconti: da Sànchez a Merz, passando per Starmer, fino a uno dei suoi bersagli preferiti, ovvero Macron, addirittura imitato durante una conferenza. A Versailles invece il presidente francese sembrava un amicone di Donald. E infatti dal primo «Choose France» del 2018, un anno dopo l’arrivo al potere di Macron, sono stati annunciati oltre 230 progetti. Secondo la società di consulenza EY, la Francia è da sette anni consecutivi il Paese che attira più investimenti esteri in Europa. Molti di questi investimenti sono americani, legati ai Data center, ad esempio, ma pure la giapponese SoftBank investirà 75 miliardi nell’intelligenza artificiale nel Paese transalpino.
Nel rapporto Transatlantic Economy 2026 la Francia risulta tra i maggiori destinatari di investimenti diretti americani in Europa, mentre l’Italia si colloca in una fascia inferiore: 120-150 miliardi di dollari verso Parigi rispetto ai 40-60 miliardi con destinazione Roma.
Tutto questo per dire che c’è qualcuno che, a suon di soldi e capacità di attrarre ancora più soldi, cerca di soppiantare la Meloni nel cuore di Donald. In fondo ci sono elezioni importanti nei prossimi mesi: prima il Mid-term negli Usa, poi nel 2027 toccherà alla Francia e all’Italia. Fatalità... Ovviamente, in un’ottica di Make America Great Again, Trump guarda al suo interesse: più produzione, più occupazione, più export. I numeri, nonostante analisi catastrofiste che si leggono da mesi, vedono un Pil Usa in calo ma con una performance quattro volte superiore a quello dell’eurozona, lavoratori oltre le attese e un deficit commerciale quasi dimezzato a forza di esportare idrocarburi. L’Italia, complice il blocco di Hormuz, è arrivata a importare quasi metà del Gnl dall’America. E la nostra dipendenza incide nei rapporti geopolitici, mentre in Francia il nucleare e gli acquisti di gas liquefatto da Mosca permettono a Macron di essere più «indipendente».
Meloni e Trump, salvo la possibilità di una clamorosa defezione da parte del tycoon, si rivedranno comunque al vertice Nato ad Ankara il 7 luglio. Chissà se fra venti giorni l’incidente diplomatico sarà ricucito o se qualche cosiddetto alleato europeo cercherà di allontanare ancora di più Italia e Usa.
La sinistra vuole usare il duello per spingere Giorgia nelle grinfie Ue
L’attacco del presidente americano Donald Trump alla premier Giorgia Meloni che avrebbe dovuto compattare gli schieramenti politici a difesa del Paese, è stato colto dal campo largo come l’ennesima occasione per buttarla nella caciara europeista. Per la serie, se questo è successo è perché c’è carenza di Europa e andando di sillogismo, se c’è poca Europa è perché Meloni ha rotto il fronte ed è andata avanti in modo autonomo.
«La premier paga per essere stata appiattita sulla politica estera di Trump ed essersi illusa di aver creato un ponte tra Italia e Stati Uniti. Cosa aspetta Meloni a dirsi decisamente pro Unione Europea?», ommenta il segretario di Più Europa Riccardo Magi, pur riconoscendo che «Trump è completamente fuori controllo» e non merita «alcun Nobel se non quello al bullismo».
Stessa musica dal M5S. Secondo Riccardo Ricciardi, capogruppo dei grillini alla Camera, «quanto sta accadendo, le parole del presidente Usa, sono frutto del servilismo mostrato in questi anni. Di chi ha avuto un atteggiamento di sudditanza verso Trump e Netanyahu al punto da fargli credere di poter umiliare il nostro Paese ogni volta che vogliono. FdI la smetta di guardarsi attorno alla ricerca di appigli: l’artefice di questo capolavoro politico è una sola, ed è Giorgia Meloni».
Daniela Ruffino di Azione dice che se «Trump è la malattia, l’Europa è la cura». E declina così il concetto di «malattia» che avrebbe come unica cura la maggiore accentuazione della Ue. «L’Occidente si sta perdendo nei meandri mentali di Donald Trump. Il suo disprezzo per i diritti umani, per gli istituti della democrazia e la divisione dei poteri, fanno di lui la più grave minaccia alle libertà civili mai nata nel cuore della democrazia americana». Ruffino sottolinea che «le aggressioni ai singoli leader europei» del presidente degli Stati Uniti, «non fanno distinzioni politiche, come troppo a lungo ha sperato Giorgia Meloni: per Trump è l’Unione Europea nel suo insieme un fardello mal sopportato e sul piano commerciale un concorrente da combattere. Prima il governo italiano prende atto di questa realtà e prima si potrà, nell’unica sede appropriata che è l’Europa, trovare la cura alla malattia. Trump è il simbolo del declino dell’Occidente. Sarà bene che gli alleati europei gli parlino il linguaggio crudo della verità, cioè il fallimento catastrofico dell’avventura iraniana».
Matteo Renzi va più diretto. Da Chicago dove è volato per partecipare all’inaugurazione dell’Obama Presidential Center, ha ricordato «quale fosse il rapporto tra Europa e Stati Uniti dieci anni fa. È quello che ci serve oggi: rispetto reciproco, non un dibattito da asilo». L’ex presidente del Consiglio, ha detto che «l’Europa deve svegliarsi, smetterla con la cultura Maga e tornare a costruire un’alternativa fondata sugli Stati Uniti d’Europa».
La vice presidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, se da una parte prende le difese di Meloni, dall’altra, tiene la barra dritta verso l’Europa che resta l’obiettivo del discorso. «Meloni ha fatto bene a replicare con la durezza e la chiarezza necessarie alle parole ignobili di Donald Trump, sempre più fuori controllo e sempre più inadeguato a rappresentare un grande Paese come gli Stati Uniti d’America. L’Italia e l’Europa non hanno mai implorato nessuno; è vero invece che in questi mesi abbiamo osservato con sgomento Trump con il cappello in mano davanti a Putin, Xi, e a tutti nemici delle democrazie liberali. Donald Trump è una sciagura per il popolo americano e per il mondo libero».
Ma dove vogliono andare a parare questi richiami a rafforzare il ruolo dell’Ue? L’obiettivo della sinistra è portare l’Italia a prendere posizione contro il meccanismo di voto all’unanimità in Europa. L’attacco decisivo alla sovranità degli Stati che Paesi come Ungheria, la Polonia e Italia contrastano. Perché non usare lo scontro con Trump per spingere l’Italia nelle grinfie dell’Ue?
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Estate, serve un’idea per far diventare la colazione un gioco ed evitare le “dipendenze” da prodotti iperprocessati. Torniamo a fare in casa i biscotti? Che ne dite? Magari coinvolgiamo anche i bambini; del resto c’è stata più di una generazione cresciuta con il Dolceforno! Questi biscotti sono facili da fare, moderni perché strizzano l’occhio ai corn flakes, poco zuccherati e soprattutto sono ottimi da portare sotto l’ombrellone come rompifame per i più piccoli. Ma anche i grandi ne approfitteranno.
Ingredienti – 350 gr di farina 00, 16 gr di lievito istantaneo per dolci in polvere, 100 gr di burro di primo affioramento, 2 uova di generose dimensioni, 90 gr di zucchero semolato, 100 gr di uvetta, 30 gr di corn flakes, un bicchierino di Marsala (facoltativo), due o tre cucchiai di zucchero a velo (facoltativi).
Procedimento – Mettete l’uvetta a rinvenire nel Marsala o se avete bambini piccoli in un po’ di acqua calda. Montate a bianco nella planetaria o in una ciotola con le fruste elettriche lo zucchero con le uova. Ora aggiungete il burro che avrete fatto ammorbidire e continuate ad amalgamare. A questo punto unite alle uova farina e lievito e seguitate a impastare. Otterrete una pasta abbastanza dura, aggiungete l‘uva passa scolata, ma non strizzata dal liquido di rinvenimento e impastate un’ultima volta. Sistemate un foglio di carta forno su di una placca poi con l’aiuto di un cucchiaio fate tante palline o delle quenelles dall’impasto che passerete nei corn flakes in modo che aderiscano bene all’impasto. Infornate a 180° gradi per circa una mezz’ora. Fate intiepidire e se volete servite cospargendo di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a fare le palline di biscotto e a passarle nel corn flakes.
Abbinamento – Logica vuole che usando il Marsala si continui con quello, perfetto è lo Zibibbo di Pantelleria, ma noi siamo andati su un altro passito siciliano: la Malvasia delle Lipari. E restando nelle isole anche un Aleatico dell’Elba farebbe ottima figura.
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Il vice presidente Usa JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio (Ansa)
Heritage foundation, Rubio, Vance e consiglieri sanno che l’alternativa a Meloni è un campo largo pro Cina. Come il governo è consapevole che la ritrovata forza internazionale è dipesa dai rapporti con la Casa Bianca.
No. Il nuovo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni non può essere derubricato a un semplice bisticcio personale. Le radici dell’attrito sono infatti strutturali.
Innanzitutto, il Pentagono è irritato per quello che considera lo scarso aiuto italiano a Washington nel conflitto iraniano. Giovedì, il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha bollato come «vergognoso» il fatto che alcuni alleati della Nato abbiano negato agli Usa l’uso delle basi militari. «Questi alleati hanno messo in pericolo i figli e le figlie dell’America, negando loro un accesso prevedibile alle basi e ai corridoi aerei che non avrebbero mai dovuto essere messi in discussione», ha tuonato. Guarda caso, questa è una delle critiche che Trump ha mosso alla Meloni nel suo post di ieri su Truth. Dal canto suo, il governo italiano, oltre a citare il rispetto dei trattati, ha sottolineato che Roma non era stata interpellata prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. Un secondo fronte di attrito riguarda assai probabilmente il fatto che le trattative tra Roma e Starlink si siano arenate. Starlink fa capo a SpaceX che, pur essendo un’azienda privata, vanta stretti legami proprio con il Pentagono.
Insomma, la questione è più complessa di un battibecco personale tra due leader. Esistono infatti dei nodi strutturali, che vanno ben compresi anche in considerazione di una eventuale ricucitura. Non è del resto un mistero che, nell’attuale amministrazione americana, siedano due figure che godono di ottimi rapporti con la Meloni: JD Vance e Marco Rubio. Entrambi, c’è da giurarci, non si sentiranno a proprio agio in queste ore, mentre si protrae lo scontro tra il presidente statunitense e l’inquilina di Palazzo Chigi. La situazione è ancor più interessante alla luce del fatto che il vicepresidente e il segretario di Stato sono considerati papabili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. Ne consegue che, se l’uno o l’altro dovessero vincere le prossime elezioni per la Casa Bianca, punterebbero prevedibilmente a rilanciare la sponda con la Meloni e, più in generale, con il centrodestra italiano, soprattutto se dovesse restare al governo dopo il 2027.
Vance considera il nostro esecutivo potenzialmente un alleato su più fronti: si pensi solo alla lotta all’immigrazione clandestina. Rubio, dall’altra parte, rappresenta, nell’attuale amministrazione statunitense, la figura meno ostile alla Nato. Recuperare il rapporto con la Meloni significherebbe, per lui, creare, in seno all’Alleanza atlantica, un blocco maggiormente vicino alla linea di Washington. Infine, ben ricordando la linea filocinese che fu attuata dal governo giallorosso, sia Vance che Rubio vedrebbero nel centrodestra italiano un possibile alleato contro Pechino.
Ma non è tutto. Al di là dell’amministrazione americana, anche un influente think tank conservatore, come la Heritage Foundation, potrebbe tifare per una ricucitura tra Washington e Roma. Da anni, questo importante pensatoio sta lavorando per creare un network politico conservatore che rafforzi le relazioni transatlantiche. Non solo ha sempre mostrato apprezzamento per la Meloni ma, in passato, ha anche puntato molto su Viktor Orbán. La recente sconfitta elettorale dell’ex premier ungherese potrebbe quindi spingere a maggior ragione la Heritage a lavorare per una ricomposizione dei rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Del resto, anche questo think tank sa bene che l’alternativa al centrodestra, in Italia, è un «campo largo» che, se dovesse arrivare al governo, aprirebbe le porte alla Cina, promuovendo una linea ben differente dalla Meloni che, nel 2023, uscì dalla Nuova via della seta. «Il presidente Trump e la premier Meloni dovrebbero fare pace. Ma spetta al presidente Trump avviare questo dialogo. La premier Meloni ha giustamente osservato che questa amministrazione ha spesso fallito nella gestione delle alleanze. E questo è un problema pericoloso, viste le minacce di Cina, Russia e Iran al mondo libero», ha dichiarato alla Verità Mary Kissel, senior fellow presso l’Hudson Institute ed ex consigliera di Mike Pompeo.
Insomma, i fautori di una ricucitura a Washington ci sono. E probabilmente faranno leva sugli interessi comuni tra i due litiganti per tentare di riavvicinarli. Trump, rompendo con l’inquilina di Palazzo Chigi, si priva di una sponda fondamentale in seno all’Ue sia per arginare le manovre antiamericane della Francia sia, soprattutto, per ostacolare l’avvicinamento - sponsorizzato tanto da Parigi quanto da Madrid - di Bruxelles nei confronti di Pechino. Senza contare che, per esigere l’uso delle basi, il presidente statunitense avrebbe dovuto interpellare gli alleati prima dell’attacco militare alla Repubblica islamica. Il governo italiano, dal canto suo, non può ignorare come la propria forza internazionale, in questi quattro anni, sia stata in gran parte dovuta agli stretti legami che la Meloni ha intelligentemente tessuto con gli Usa: prima con Joe Biden e poi con Trump. È vero: le relazioni speciali non devono essere di sudditanza ma paritetiche. Tuttavia, proprio perché sono potenzialmente ad alto rendimento, implicano anche l’assunzione di rischi. E questo vale soprattutto oggi, in un contesto geopolitico che si fa sempre più pericoloso. Se si eccede nell’avversione al rischio, il pericolo è quello di compromettere una rete diplomatica tessuta con pazienza e lungimiranza, facendo la felicità di chi ti ha sempre remato contro. Ed è quindi proprio da questo tema che potrebbe passare un’eventuale ricucitura tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca.
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