Sul romanzaccio del rifiuto dell’Italia al documento delle politiche europee a favore delle comunità Lgbt+ c’è un equivoco grande come una casa (a dire il vero più case, e non da buttar via). Nella presentazione del fatto, infatti, e nei diversi commenti (gli indignati, i preoccupati, i pensosi), quella Lgbt appare come – appunto – una comunità di persone di varie «identità» (qualsiasi cosa possa significare questo termine in un dibattito di questo genere), caratterizzate nel nome delle comunità dalle pratiche e partner sessuali preferiti. In realtà quella Lgbt non è affatto una comunità. È un’organizzazione politica, dai riferimenti culturali fortemente discussi.
Come è apparso con chiarezza e numeri nei grandi eventi di massa di Parigi di qualche anno fa delle Manif pour tous, gli omosessuali erano riuniti da altre associazioni, e gli iscritti a Lgbt+ erano una minoranza, anche se l’associazione era riconosciuta dal governo dalla Republique, da cui riceveva importanti finanziamenti. In realtà Lgbt+ è oggi uno di quelli che le robuste sociologie e scienze politiche degli anni ’6o/ 70 avrebbero chiamato gruppo di pressione, e ha tra i suoi appassionati finanziatori un miliardario come George Soros, uno che con le sue spregiudicate operazioni fece svalutare la lira italiana e altre pregiate monete. L’attuale vicenda, presentata come una questione di diritti civili, usa spregiudicatamente i problemi di minoranze sessuali spesso in difficoltà psicologiche e esistenziali per rovesciare il quadro politico occidentale, di democrazie dal respiro corto e visione annebbiata, e trasferire il potere alle diverse tecnocrazie scientifiche e finanziarie. Come sempre accaduto nella storia (e magistralmente raccontato da Hanna Arendt nel suo Vita Activa) la politica arrogante e disorientata cerca di indebolire il nucleo più forte e delicato nella formazione dell’individuo e della società: la famiglia.
I primi colpi nel passaggio tra gli anni 50/60 furono le leggi sul divorzio, e sull’aborto che «liberarono» le donne dai diversi vincoli famigliari. Liberarsi però, non basta, come spiegano il neuroscienziato Vittorio Gallese (uno degli scopritori dei «neuroni specchio») e lo psicologo Ugo Morelli ( in Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente, Cortina Editore). Il fatto è che anche se «la dipendenza è una condizione decisiva per la nostra individuazione ed è la base per ogni forma di autonomia… solo dipendendo si può diventare autonomi». Come dimostra il rapporto genitori-figli, o insegnanti-allievi.
I guai, le dipendenze (a partire da quella per le droghe) le infelicità, procurate nel mondo occidentale da quelle leggi e dalla rozzezza sommaria con cui sono state fatte e applicate sono ormai nei libri (compresi i miei). Il mondo Lgbt+, irrompendo assieme alla tecnica nella riproduzione dell’uomo e organizzandone la solitudine nell’individuo nelle sue pratiche sessuali diventa entertainer, influencer e nelle zone più deboli e confuse improvvisato legislatore del nuovo cittadino del mondo.
Tuttavia, c’è ancora, seppure in difficoltà e apparentemente malvista dalle alte istituzioni, «una politica delle virtù: quella del quotidiano praticata da molti cittadini, quella che conserte che nel mondo si possa fare una vita propriamente umana» (Luigina Mortari, La sapienza politica. Grammatica dell’agire giusto, Raffaello Cortina). Menomale.
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