«Considerato il buon esito dell’operazione di aumento di capitale per 2,5 miliardi, la Bce ha rimosso il divieto di distribuzione di dividendi, sostituendolo con l’obbligo per la banca di ottenere la preventiva autorizzazione da parte dell’Autorità di vigilanza». L’annuncio è arrivato ieri mattina, in un comunicato diffuso dal Monte dei Paschi, che ha infatti ricevuto la decisione finale di Francoforte sui requisiti patrimoniali da rispettare a partire dal primo gennaio 2023. Nella nota viene poi illustrata l’asticella dei livelli minimi di patrimonio fissata per il prossimo anno. Ma la notizia è che l’istituto guidato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio può dunque tornare a distribuire gli utili agli azionisti. Ciò significa che il Monte è tornato in salute? Non proprio.
La rimozione del divieto è una sorta di proforma tecnico, il problema è che per essere generosa con i soci in termini di cedole la banca dovrà tornare a macinare profitti. Missione ancora complicata considerando anche la cura dimagrante impressa a personale e filiali. Mps ha chiuso i primi nove mesi dell’anno con una perdita di 360 milioni di euro, dopo avere spesato 925 milioni di costi per le uscite volontarie di oltre 4.000 dipendenti. I ricavi sono scesi dello 0,5% su anno, a 2,248 miliardi, risentendo della diminuzione del risultato della gestione finanziaria e della flessione delle commissioni, a fronte di un rialzo del 15,7% del margine di interesse. Non a caso, anche il piano industriale 2022-2026 prevede un utile netto di 1.003 milioni al 2024 e di 833 milioni al 2026, con un ritorno alla distribuzione dei dividendi solo a partire dal risultato del 2025 (il pay-out stimato è del 30% nel periodo 2025-2026). Certo, fanno notare alcuni analisti, la notizia arrivata ieri è positiva perché facilita lo scenario di una soluzione «politica» della situazione che purtroppo è ancora in stallo da tempo. In sostanza, è funzionale a rendere più appetibile il Monte sul mercato, dove il titolo, da inizio anno, ha perso quasi il 90% del suo valore (oggi capitalizza meno di 2,5 miliardi). Anche ieri ha lasciato sul terreno di Piazza Affari più dell’1%, attestandosi a quota 1,94 euro.
Sul tavolo del Mef ci sono due dossier caldissimi: uno è quello relativo alla privatizzazione di Ita e l’altro è proprio quello sull’uscita dal capitale di Mps, di cui lo Stato – che ha partecipato all’ultimo aumento con 1,6 miliardi – possiede ancora il 64%.
Lo scorso 6 dicembre, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in audizione alle commissioni riunite Finanze di Senato e Camera, parlando di Mps, aveva confermato «il nostro impegno a gestire in maniera ordinata l’uscita dello Stato dalla banca preservandone il valore e il ruolo di sostegno ai territori e alle imprese». Il problema è come. Tamponata per l’ennesima volta la falla di liquidità necessaria al rilancio, il gruppo senese deve essere traghettato verso quella «soluzione strutturale» più volte invocata dalle autorità europee. Insomma, bisognerà trovare chi compri la banca o chi la fonda in un progetto più ampio. Come quello del terzo polo, di cui si parla ormai da qualche anno, che potrebbe coinvolgere proprio il BancoBpm e l’Agricole, nel ruolo di pivot, mentre a equilibrare il potere dei francesi sarebbero appunto le casse. Alla luce di chi ha messo l’«obolo» per l’aumento del Monte, è infatti cambiato l’azionariato dell’istituto toscano. Il controllo resta in mano allo Stato, ma il secondo socio adesso è un altro big francese, ovvero Axa, già partner bancassicurativo di Rocca Salimbeni, che ha dato il contributo decisivo investendo 200 milioni e detiene circa l’8% del Montepaschi ricapitalizzato. Seguono le fondazioni (Cariplo, Compagnia Sanpaolo, Crt, CariCuneo. CrFirenze, Lucca, Pistoia e Pescia e Fondazione Mps) che arrivano a detenere tutte insieme circa il 3%. Con partecipazioni più piccole ci sono invece la società leader nel risparmio gestito Anima (all’1%) e le casse di previdenza come Enpam e Enarcassa, che hanno in mano circa l’1,2%, a fronte della trentina di milioni versati.
Il nuovo consiglio di amministrazione della banca, espressione anche dei nuovi pesi nel parterre azionario, sarà nominato nella primavera 2023 (proprio come quello del BancoBpm). In quell’occasione il Tesoro esprimerà la maggioranza del board, ma non è escluso che uno o più gruppi di soci privati chiedano una propria rappresentanza. Sempre che, nel frattempo, non si faccia vivo all’orizzonte un cavaliere bianco atteso ormai da anni.
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