Secondo un recente sondaggio Joe Biden potrebbe perdere il Granite State nella nuova tornata elettorale. Lo Stato, pur non offrendo forti spinte per la nomination, da sempre segna l’andamento del voto degli elettori meno ideologizzati.
Allarme rosso per Joe Biden. Un recentissimo sondaggio condotto da Gravis Marketing ha registrato un significativo sorpasso di Bernie Sanders in New Hampshire: secondo la rilevazione, il senatore del Vermont risulterebbe infatti primo con il 21% dei consensi, lasciando l’ex vicepresidente al secondo posto con il 15%. In terza posizione, al 12%, si collocherebbe invece la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren. Il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, risulterebbe quarto con l’8%, seguìto dalla senatrice californiana, Kamala Harris, ferma al 7%. C’è da dire che non tutte le rilevazioni sondaggistiche condotte ad oggi in New Hamsphire siano concordi: tuttavia, per quanto la media diffusa da Real Clear Politics continui a dare Biden primo in loco, si tratta di un vantaggio particolarmente esiguo, fondato su uno scarto di appena il 2,5%. Segno di come, in generale, la corsa dell’ex vicepresidente si stia facendo sempre più complicata dalle parti del cosiddetto Granite State.
Ora, la notizia in sé stessa non parrebbe particolarmente significativa. Nel lungo percorso delle primarie democratiche, il New Hampshire garantisce infatti appena trentatré delegati: un numero piuttosto esiguo che non dà matematicamente una grande spinta per conquistare la nomination. Sennonché la situazione è ben più complessa di come appare. In primo luogo, non bisogna trascurare che le primarie del New Hampshire godano di una notevole copertura mediatica: hanno infatti tradizionalmente luogo pochi giorni il caucus dell’Iowa (in questa tornata, sono previste per il prossimo 11 febbraio). Un elemento che le rende interessanti soprattutto per capire chi, tra i candidati in lizza, ha effettiva forza per continuare la corsa. In secondo luogo, bisogna fare attenzione al sistema elettorale adottato. In New Hampshire entrambi i partiti tengono delle primarie ibride: primarie che, in sostanza, sono aperte anche agli elettori indipendenti. In tal senso, questo appuntamento assume una certa importanza, perché – solitamente – evidenzia quali candidati siano maggiormente capaci di attrarre voti trasversali: quei voti che, per intenderci, risultano poi fondamentali proprio per conquistare la Casa Bianca.
Se quindi il caucus dell’Iowa (aperto ai soli attivisti di partito) tende a favorire i candidati più ortodossi, le primarie del New Hampshire sono un terreno più florido per quei candidati in grado di intercettare gli elettori meno ideologizzati. Tutto ciò ha fatto sì che storicamente queste primarie abbiano spesso premiato figure centriste. Per fermarci ai democratici, ricordiamo che nel Granite State abbiano trovato la vittoria Hillary Clinton nel 2008, John Kerry nel 2004 e Al Gore nel 2000. La tradizione è tuttavia stata ribaltata nel 2016, quando la centrista Hillary Clinton vi venne sconfitta dal socialista Bernie Sanders con uno scarto di ben ventidue punti percentuali. Quella che avvenne fu un’autentica ribellione della working class contro l’establishment politico di Washington. Una ribellione bipartisan, visto che – tra i repubblicani – fu Donald Trump a riportare un clamorosa vittoria sui rivali di partito.
Ecco: tale stato di cose potrebbe oggi spiegare le difficoltà riscontrate da Biden in questo territorio. L’ex vicepresidente viene infatti visto da una parte consistente dell’elettorato americano come un’espressione delle élites e dei poteri forti: un elemento che nel Granite State potrebbe seriamente azzopparlo e che di fatto spiega per quale ragione i sondaggi stiano al momento premiando figure molto a sinistra e antisistema, come Sanders e la Warren. Ma non è tutto. Agli occhi di un simile elettorato, sono anche le proposte programmatiche dell’ex vicepresidente ad essere probabilmente ben poco convincenti: dalla politica estera al commercio internazionale. Senza poi comunque dimenticare che Biden abbia già trovato la sconfitta in New Hampshire alle primarie democratiche del 2008, quando l’allora senatore del Delaware ottenne appena lo 0,22% dei voti. Per ora, l’ex vicepresidente non sembra aver trovato una migliore strategia, se non organizzare una marcia di protesta durante un comizio di Trump nella locale città di Manchester il 15 agosto. Forse un po’ poco, per riuscire a conquistare un territorio complicato come il Granite State.
Trump, dal canto suo, non dovrebbe avere troppi problemi alle primarie repubblicane del New Hampshire. Un sondaggio di aprile lo dava al 70% in loco. E, al di là del libertario Bill Weld, ancora non si è fatto avanti nessuno a contendergli la nomination del 2020. Il fatto che dunque il presidente stia tenendo comizi elettorali in questo territorio è probabilmente un segnale di come stia già pensando alla General Election. In occasione delle presidenziali di tre anni fa, Trump perse il New Hampshire contro Hillary per un’inezia: uno scarto dello 0,37%. E, nonostante il Granite State garantisca alla fine appena quattro voti elettorali, si tratta comunque di un obiettivo strategico per il presidente. Nel 2020, Trump punta infatti a riconquistare tutti gli Stati presi nel 2016 e – possibilmente – a strapparne qualcuno ai democratici. In quest’ottica, il New Hampshire risulta indubbiamente tra i territori più contendibili. E anche il suo scarso peso in termini assoluti potrebbe alla fine contribuire a fare la differenza.
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