La Cina fa la guerra all’Occidente a colpi di influencer woke su TikTok
Nathan Rich (Facebook)
Il Centro studi Machiavelli spiega la strategia del regime: grazie a un esercito di vip dei social, i giovani sono inondati da messaggi che minano valori e storia della loro società. Che, sempre più divisa, non sa difendersi.

Ci eravamo abituati alla guerra ibrida. Quella condotta con un misto di mezzi convenzionali e atipici, come le ritorsioni economiche e gli attacchi cibernetici. Adesso, a quanto pare, siamo nell’era della «guerra cognitiva». Lo spiega un report del Centro studi Machiavelli (diretto da Daniele Scalea), redatto in collaborazione con la texana Augusuts Foundation e presentato ieri alla Camera: all’evento c’erano Carmine Masiello, sottocapo di Stato maggiore della Difesa, e l’autore del dossier, Emanuel Pietrobon.

Una parte della storia la conoscevamo: le potenze ostili, vedi la Russia, utilizzano la disinformazione per seminare zizzania. E, magari, interferire nei processi elettorali. Ci aveva provato, negli anni dell’amministrazione Trump, il gruppo Ira, legato al defunto capo della Wagner, Evgenij Prigozhin. Quello che non tutti sanno, però, è che il Dragone ha fatto il salto di qualità, orientando l’algoritmo del social più diffuso tra le giovanissime generazioni: TikTok. E qual è l’obiettivo che persegue Pechino? Esattamente l’opposto di quello che tenta di realizzare in patria, dove fa in modo che la piattaforma veicoli messaggi edificanti. Quando l’app si trasforma in un’arma, i proiettili sono gli influencer, anzitutto occidentali, reclutati per spargere il verbo woke, promuovere comportamenti antisociali «e altre idee che indeboliscono le società bersaglio». Secondo Pietrobon, la strategia è chiara: si tratta di «confondere, convertire, istupidire, sessualizzare». In sostanza, manipolare le menti più vulnerabili per liquefare la comunità sulla quale poggiano gli Stati concorrenti.

Il social dove i ragazzini, «swipando», cioè scorrendo sullo schermo con le dita, migrano in pochi secondi da un video all’altro, «sembra essere stato progettato per inebetire l’utenza e per accelerare processi di disfacimento sociale». Il suo algoritmo ha una reattività mefistofelica: nel giro di mezz’ora, la bacheca di un utente che soffre di depressione può riempirsi al 93% di contenuti «a tema triste». È una piaga, visto che due terzi delle adolescenti che manifestano sintomi di quel disturbo si dichiarano dipendenti da TikTok. E ammettono di incrociare post di incitamento al suicidio «almeno una volta al mese». Un quarto di loro sostiene pure di aver sviluppato disturbi del sonno, a causa di quell’applicazione.

Alcuni dei soldatini schierati nel conflitto subdolo dalla Cina sono già noti. Poco più di un mese fa, è stata pizzicata una influencer americana, nota per gli sketch in cui denigra la vita coniugale. Stando al sito Daily Caller, ci sarebbero «prove interessanti» del fatto che la videomaker sia una pedina del regime di Xi Jinping. Vi pare un’ipotesi fantascientifica? Eppure, documenta il testo del Centro Machiavelli, è dal 2019 che TikTok si affida a delle vere e proprie «fabbriche di influencer». Sì, esistono. I nostri figli credono di guardare un loro amichetto che si filma nella stanza da letto. Invece, l’opinion leader è immerso in un set creato appositamente, è ripreso da telecamere professionali, con effetti luminosi studiati ad arte. Così, quello che dice catturerà più facilmente gli ascoltatori.

Uno dei casi più clamorosi è quello del videoblogger Usa, Nathan Rich, che si presenta come un liberal coperto di melassa woke, mentre sparla dei manifestanti di Hong Kong e sostiene che il coronavirus sia nato in America.

Dinanzi alla portata della minaccia, è curioso che i media si concentrino in modo ossessivo sui famigerati hacker russi – per carità, pericolosi – e ignorino quasi del tutto le tecniche di Pechino. In fondo, specifica il report discusso ieri a Montecitorio, i cinesi non stanno facendo altro che adattare strumenti nuovi a una strategia vecchia. Cercano una «vittoria alla Sun Tzu», il generale e filosofo vissuto tra VI e V secolo avanti Cristo, autore del manuale L’arte della guerra, per cui è meglio avere a che fare con «un nemico sopraffatto senza la necessità di combatterlo». E l’avversario più debole è quello molle, sfilacciato, diviso. Detto in modo più raffinato, le «operazioni cognitive» puntano a «intossicare l’ambiente informativo di un Paese per mezzo di una disinfodemia pervasiva». Esito fatale: polarizzazione, radicalizzazione, irreparabile frattura della società. Magari, nel peggiore degli scenari, guerra civile. In tale prospettiva, per il Dragone, è utilissimo foraggiare «femminismo di quarta ondata, ideologia di genere, teorica critica della razza», ovvero la convinzione che tutta la storia degli Stati Uniti e dell’Occidente debba essere riscritta, tenendo conto di un presunto «razzismo sistemico».

Difendersi da attacchi simili è difficile, anche perché il target è la fascia di popolazione meno attrezzata al senso critico. Quello, a prescindere dalla spintarella cinese o russa, lo stiamo demolendo da soli, per paura di offendere le minoranze, oppure per imporre il dogma della scienza fatta a colpi di decreti e fatwe. Alla fin fine, il migliore alleato dei nostri nemici siamo noi.

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