Michele Silenzi, filosofo, è responsabile della storica casa editrice Liberilibri che ha portato in Italia tanti autori di grande valore solitamente divergenti rispetto al pensiero prevalente. Tra questi c’è il grande Harvey Mansfield, filosofo politico di Harvard che ha prodotto la più straordinaria difesa della mascolinità mai scritta: uno splendido saggio intitolato appunto Virilità.
In che modo Mansfield descrive la virilità positiva?
«La virilità è una forza assertiva, è la virtù che racchiude in sé il coraggio, la volontà di affermare sé stessi, di far valere la propria posizione, di dare forma al mondo sottraendosi alla costante minaccia del nulla. È una forza potentemente anti nichilista. Mansfield in più punti la definisce proprio come la virtù dei coraggiosi, di quelli che sono disposti a gettarsi nella mischia per difendere le proprie idee e ciò che gli sta più a cuore. È insomma la forza di chi non ha timore né della paura né della sofferenza, pur non ignorandole ma accettandole come possibili. Di chi non vuole essere trattato come una vittima da compiangere. Ma è soprattutto una virtù gioiosa, anche quando è dura, è un sì alla vita anche quando si rischia di perire per essa.
La parola stessa, virilità, è divenuta sospetta. In generale, si rifiuta la forza maschile. Ma che genere di forza è?
«Nel cuore della virilità vi è la possibilità che questa abbia un lato negativo. Mansfield fa l’esempio dei terroristi dell’11 settembre che erano virili proprio come lo erano i pompieri che entravano nelle Torri che stavano per cadere: una è una virilità buona perché salva, l’altra negativa perché meramente distruttiva. Ma è proprio della forza, che la virilità così bene incarna nelle relazioni tra gli uomini, poter essere costruttiva così come distruttiva e, anzi, come insegna il vecchio Schumpeter, non può esserci creazione senza distruzione. E questa è una prospettiva che nella nostra civiltà informata dalla cultura della vittima facciamo fatica a capire. Ecco perché il libro di Mansfield è “rivoluzionario”. Altri lati negativi della virilità possono essere quelli legati, genericamente e con parola orrenda, alla cultura machista. E quelli sono aspetti deleteri che certo devono essere contrastati ma che non possono portare alla rimozione della virilità come invece si pretende di fare. Infatti, al centro dell’analisi di Mansfield sta un problema fondamentale: si vuole rimuovere la virilità perché l’obiettivo della cultura “progressista” è quello di creare una società sessualmente neutra. Del resto, come sappiamo, nella narrazione prevalente il massimo della negatività è incarnato dal solito sospetto maschio bianco etero, figura che sarebbe al centro di tutte le catastrofi dell’umanità: dalla discriminazione di ogni ordine e grado fino alla presunta catastrofe climatica».
Quale è l’archetipo del maschio virile per Mansfield?
«La virilità per Mansfield non è una virtù astratta e non è neppure un concetto, perché non può essere generalizzata e codificata ma solo praticata. In questo senso, in modo estremamente interessante, si scaglia contro la psicologia sociale e la biologia evoluzionistica, e contro lo scientismo in generale, che pretenderebbero di ridurre questa nobile virtù a una mera manifestazione biologica o a una qualche disfunzione psico-culturale che ci portiamo dietro come retaggio neolitico. Ho fatto prima l’esempio dei pompieri dell’11 settembre, ossia di coloro che scelgono e decidono di rischiare, e perdere, la vita per fare ciò in cui credono e il proprio dovere. Ma Mansfield fa moltissimi esempi tratti dalla storia, dalla filosofia e da figure iconiche di cinema e letteratura come Humphrey Bogart o Ernest Hemingway. Ma è nella pratica quotidiana che questa virtù si rivela».
E le donne? Anche loro possono partecipare di questa vis?
«La virilità per Mansfield non è in alcun modo un tratto unicamente maschile, bensì quegli aspetti attraverso cui descrive la virilità si possono ravvisare anche nelle donne e, tra tutti, fa l’esempio di Margareth Thatcher. Ma ciò che sta più a cuore all’autore è quello di esaltare le differenze tra i due generi per valorizzarli al massimo entrambi, ed è anche questo centrale nel libro. Che ci sia parità è ovviamente fondamentale, questo però non deve tradursi in una equivalenza in cui le differenze e le peculiarità di ciascun sesso vengano annullate. Altrimenti si precipita nell’orrore nichilista e indifferenziato della società sessualmente neutra».
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